VITA E MORTE DELLE LINGUE: COLORO CHE LE PARLANO DECIDONO

VITA E MORTE DELLE LINGUE: COLORO CHE LE PARLANO DECIDONO

Lo Stato riesce raramente a imporre a una popolazione una lingua che questa non desidera o non vuole più.
Le lingue evolvono, nascono e muoiono, in funzione dei bisogni di chi le parla.

Seguendo l’esempio dell’ecologia che presenta i differenti livelli della vita come una serie d’incastri che vanno dalla cellula all’ecosfera, le lingue del mondo possono essere rappresentate come un sistema “gravitazionale”. La chiave di volta di quest’ultimo è oggi l’Inglese, lingua “ipercentrale” attorno alla quale gravitano una decina di lingue “supercentrali”. Cento – duecento lingue “centrali”, collegate a quelle “supercentrali” dagli individui bilingue, sono a loro volta il cardine della gravitazione di 4 fino a 5000 lingue “periferiche”.
Tutte queste lingue non hanno dunque lo stesso peso, la stessa forza, lo stesso avvenire. Essendo questo incerto per la maggior parte di esse, ci si mobilita sempre più per proteggerle. Le lingue, come i piccoli della foca o le balene, sono considerate come delle specie minacciate. Ma, queste preoccupazioni non riguardano solo le lingue “periferiche “. Si manifestano anche a proposito di lingue di grande diffusione, iper o supercentrali, come l’Inglese o il Francese. Così, negli Stati Uniti, organizzazioni come US English, US First o Save Our Schools militano affinché L’Inglese sia riconosciuto come la sola lingua ufficiale del Paese, che si oppone al bilinguismo che lascia presagire le migrazioni importanti degli Ispanofoni. In Francia, la legge del 4 aprile 1994 (la “Legge Toubon”) ha tentato di regolamentare l’uso della lingua Francese, lottando contro i prestiti.

Una paura irrazionale rispetto ai prestiti


La purezza della lingua è un mito, che condanna all’immobilismo. Il latino di Cicerone è forse una lingua pura, ma più nessuno la parla e si praticano oggi, sotto nomi diversi (Italiano, spagnolo, Romeno, Francese, Catalano, ecc.) differenti latini, che si sono evoluti nel corso della storia.
Questo mito, questa volontà di protezione, testimonia una paura irrazionale di fronte ai cambiamenti, ai prestiti, all’evoluzione, come se solo la stabilità potesse garantire l’identità. Da allora, fin dove possono o devono andare le politiche linguistiche di protezione delle lingue? E’ possibile mantenere in vita, per via di una specie di accanimento terapeutico o di messa sotto perfusione, delle forme linguistiche abbandonate da chi le parla?
Ovviamente, alcune politiche linguistiche sono state di successo. Ata Türk ha potuto, in modo autoritario, riformare l’ortografia del Turco, sopprimere dal suo lessico i prestiti dall’Arabo e dal Farsi. L’Indonesia si è data una lingua d’unificazione, il Bahasa. Ma altrove, le cose sono state meno semplici. La politica d’arabizzazione in Algeria si scontra con delle grandi difficoltà, e i tentativi di Sékou Touré di fare della Guinea un Paese ufficialmente plurilingue sono stati completamente fallimentari.

“Guerra delle lingue”:
una metafora comoda

Di fatto, una politica linguistica ha successo solo quando va nel senso che la pratica sociale ha abbozzato, e non riesce che di rado a imporre ad una popolazione una lingua o una riforma da questa non voluta. Ci si può dunque chiedere se è possibile difendere (o salvare) una lingua non voluta più da coloro che la parlano. Perchè allora non è più la lingua ad essere in causa bensì il valore che le conferiscono coloro che la parlano. La politica linguistica non può ignorarli.
Una lingua di fatto non scompare solo perché dominata da un’altra lingua, ma forse soprattutto perché i cittadini accettano o scelgono di abbandonarla, di non trasmetterla ai loro figli.
La “guerra delle lingue” è una metafora comoda, ma le lingue, le lingue stesse, non possono farsi guerra. Sono gli esseri umani che lottano, si oppongono o compongono. E possiamo seguire le loro relazioni conflittuali attraverso le relazioni tra le loro lingue.
Per un linguista, la scomparsa d’una lingua è sempre un rimpianto, ma le lingue non sono oggetti d’arte. Appartengono a coloro che le parlano e cambiano ogni giorno, si adattano ai loro bisogni: devono servire gli uomini e non il contrario, visto che le lingue si evolvono senza tregua, nelle loro forme e nei loro reciproci rapporti. E se alcune muoiono, spesso altre nascono, sotto i nostri occhi.
Dalla caduta del muro di Berlino e l’esplosione della Yugoslavia, nuovi Stati sono apparsi e, con essi, nuove lingue si stanno affermando: il Bosniaco, il Serbo, il Croato e quella che si considerava poc’anzi come una sola lingua, il Serbo-croato. Coloro che parlano tali lingue, per meglio evidenziare la propria identità, stanno accentuando e rafforzando delle differenze che non si basavano che su alcune decine di parole. Parimenti, la divisione della Cecoslovacchia in Repubblica Ceca e in Slovacchia farà del Ceco e dello Slovacco lingue sempre più distanti l’una dall’altra.
Nell’Africa francofona, l’appropriazione della lingua ufficiale, il francese, si manifesta nell’emergere di forme locali: non si parla lo stesso Francese in Senegal e nel Gabon, in Nigeria e in Costa d’Avorio.
Queste differenze per ora lievi prefigurano forse l’esplosione a venire del Francese che diverrà la“lingua madre” d’una nuova generazione linguistica, come il Latino è la lingua madre delle lingue romane. Ne va anche dell’Inglese, dell’Arabo, dello Spagnolo. Non si parla esattamente la stessa lingua a Madrid e a Buenos Aires, a Londra e a Bombay, e assolutamente a Rabat e a Ryad. Poichè la funzione delle lingue ha delle ricadute sulla loro forma. Nei mercati africani, nelle capitali, le lingue veicolari che assicurano la comunicazione commerciale si differenziano lentamente dalle loro varianti vernacolari: il Wolof di Dakar non è più lo stesso di quello parlato dai paesani, il Barbara di Bamako non è più simile a quello di Ségou, situato a 230 km dalla capitale.
Nel XVII° e XVIII° secolo, in condizioni differenti, erano apparsi dei creoli, soluzione linguistica ad un problema di comunicazione incontrato dagli schiavi di lingue diverse importati verso le isole dell’oceano Indiano o dei Carabi. A partire da lingue Europee come l’Inglese, il Francese o il Portoghese, crearono delle lingue oggi differenziate: un Mauriziano, un Haitiano e un abitante di Guinea non si comprendono, anche se le loro lingue hanno un antenato comune, il Francese. Un domani può darsi che i figli dei migranti parleranno, accanto alla lingua del loro Paese d’accoglienza, un Turco di Germania o un Arabo di Francia, differente da quello del paese d’origine.

L’inglese in via di diversificazione rapida

L’Inglese potrebbe così non sfuggire a questo processo. La sua dominazione mondiale è oggi un fatto discutibile, e a mezzo termine durabile. Ma la storia non mostra che più una lingua si espande su un vasto territorio, più tende a diversificarsi. Quel che è accaduto al latino, accadrà forse all’Inglese. Da questo punto di vista, il paesaggio linguistico mondiale si modificherà con ovvietà nei prossimi secoli. Numerose lingue, oggi parlate da alcune persone, stanno sparendo, nuove lingue appaiono o appariranno. Vale a dire che, nel modello gravitazionale sopra tracciato, le lingue e le loro funzioni si modificheranno, che la lingua ipercentrale o le lingue supercentrali potranno cambiare, che alcune lingue periferiche potranno divenire centrali, e viceversa. Poiché, non più della Storia, la storia linguistica non si ferma al presente, prosegue, è ad ogni istante in mutazione, travagliata dalle prat iche di coloro che parlano.
DiJean-Louis Calvet
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1 commento

  • VITA E MORTE DELLE LINGUE: COLORO CHE LE PARLANO DECIDONO

    Lo Stato riesce raramente a imporre a una popolazione una lingua che questa non desidera o non vuole più.
    Le lingue evolvono, nascono e muoiono, in funzione dei bisogni di chi le parla.

    Seguendo l’esempio dell’ecologia che presenta i differenti livelli della vita come una serie d’incastri che vanno dalla cellula all’ecosfera, le lingue del mondo possono essere rappresentate come un sistema “gravitazionale”. La chiave di volta di quest’ultimo è oggi l’Inglese, lingua “ipercentrale” attorno alla quale gravitano una decina di lingue “supercentrali”. Cento – duecento lingue “centrali”, collegate a quelle “supercentrali” dagli individui bilingue, sono a loro volta il cardine della gravitazione di 4 fino a 5000 lingue “periferiche”.
    Tutte queste lingue non hanno dunque lo stesso peso, la stessa forza, lo stesso avvenire. Essendo questo incerto per la maggior parte di esse, ci si mobilita sempre più per proteggerle. Le lingue, come i piccoli della foca o le balene, sono considerate come delle specie minacciate. Ma, queste preoccupazioni non riguardano solo le lingue “periferiche “. Si manifestano anche a proposito di lingue di grande diffusione, iper o supercentrali, come l’Inglese o il Francese. Così, negli Stati Uniti, organizzazioni come US English, US First o Save Our Schools militano affinché L’Inglese sia riconosciuto come la sola lingua ufficiale del Paese, che si oppone al bilinguismo che lascia presagire le migrazioni importanti degli Ispanofoni. In Francia, la legge del 4 aprile 1994 (la “Legge Toubon”) ha tentato di regolamentare l’uso della lingua Francese, lottando contro i prestiti.

    Una paura irrazionale rispetto ai prestiti

    La purezza della lingua è un mito, che condanna all’immobilismo. Il latino di Cicerone è forse una lingua pura, ma più nessuno la parla e si praticano oggi, sotto nomi diversi (Italiano, spagnolo, Romeno, Francese, Catalano, ecc.) differenti latini, che si sono evoluti nel corso della storia.
    Questo mito, questa volontà di protezione, testimonia una paura irrazionale di fronte ai cambiamenti, ai prestiti, all’evoluzione, come se solo la stabilità potesse garantire l’identità. Da allora, fin dove possono o devono andare le politiche linguistiche di protezione delle lingue? E’ possibile mantenere in vita, per via di una specie di accanimento terapeutico o di messa sotto perfusione, delle forme linguistiche abbandonate da chi le parla?
    Ovviamente, alcune politiche linguistiche sono state di successo. Ata Türk ha potuto, in modo autoritario, riformare l’ortografia del Turco, sopprimere dal suo lessico i prestiti dall’Arabo e dal Farsi. L’Indonesia si è data una lingua d’unificazione, il Bahasa. Ma altrove, le cose sono state meno semplici. La politica d’arabizzazione in Algeria si scontra con delle grandi difficoltà, e i tentativi di Sékou Touré di fare della Guinea un Paese ufficialmente plurilingue sono stati completamente fallimentari.

    “Guerra delle lingue”:
    una metafora comoda

    Di fatto, una politica linguistica ha successo solo quando va nel senso che la pratica sociale ha abbozzato, e non riesce che di rado a imporre ad una popolazione una lingua o una riforma da questa non voluta. Ci si può dunque chiedere se è possibile difendere (o salvare) una lingua non voluta più da coloro che la parlano. Perchè allora non è più la lingua ad essere in causa bensì il valore che le conferiscono coloro che la parlano. La politica linguistica non può ignorarli.
    Una lingua di fatto non scompare solo perché dominata da un’altra lingua, ma forse soprattutto perché i cittadini accettano o scelgono di abbandonarla, di non trasmetterla ai loro figli.
    La “guerra delle lingue” è una metafora comoda, ma le lingue, le lingue stesse, non possono farsi guerra. Sono gli esseri umani che lottano, si oppongono o compongono. E possiamo seguire le loro relazioni conflittuali attraverso le relazioni tra le loro lingue.
    Per un linguista, la scomparsa d’una lingua è sempre un rimpianto, ma le lingue non sono oggetti d’arte. Appartengono a coloro che le parlano e cambiano ogni giorno, si adattano ai loro bisogni: devono servire gli uomini e non il contrario, visto che le lingue si evolvono senza tregua, nelle loro forme e nei loro reciproci rapporti. E se alcune muoiono, spesso altre nascono, sotto i nostri occhi.
    Dalla caduta del muro di Berlino e l’esplosione della Yugoslavia, nuovi Stati sono apparsi e, con essi, nuove lingue si stanno affermando: il Bosniaco, il Serbo, il Croato e quella che si considerava poc’anzi come una sola lingua, il Serbo-croato. Coloro che parlano tali lingue, per meglio evidenziare la propria identità, stanno accentuando e rafforzando delle differenze che non si basavano che su alcune decine di parole. Parimenti, la divisione della Cecoslovacchia in Repubblica Ceca e in Slovacchia farà del Ceco e dello Slovacco lingue sempre più distanti l’una dall’altra.
    Nell’Africa francofona, l’appropriazione della lingua ufficiale, il francese, si manifesta nell’emergere di forme locali: non si parla lo stesso Francese in Senegal e nel Gabon, in Nigeria e in Costa d’Avorio.
    Queste differenze per ora lievi prefigurano forse l’esplosione a venire del Francese che diverrà la“lingua madre” d’una nuova generazione linguistica, come il Latino è la lingua madre delle lingue romane. Ne va anche dell’Inglese, dell’Arabo, dello Spagnolo. Non si parla esattamente la stessa lingua a Madrid e a Buenos Aires, a Londra e a Bombay, e assolutamente a Rabat e a Ryad. Poichè la funzione delle lingue ha delle ricadute sulla loro forma. Nei mercati africani, nelle capitali, le lingue veicolari che assicurano la comunicazione commerciale si differenziano lentamente dalle loro varianti vernacolari: il Wolof di Dakar non è più lo stesso di quello parlato dai paesani, il Barbara di Bamako non è più simile a quello di Ségou, situato a 230 km dalla capitale.
    Nel XVII° e XVIII° secolo, in condizioni differenti, erano apparsi dei creoli, soluzione linguistica ad un problema di comunicazione incontrato dagli schiavi di lingue diverse importati verso le isole dell’oceano Indiano o dei Carabi. A partire da lingue Europee come l’Inglese, il Francese o il Portoghese, crearono delle lingue oggi differenziate: un Mauriziano, un Haitiano e un abitante di Guinea non si comprendono, anche se le loro lingue hanno un antenato comune, il Francese. Un domani può darsi che i figli dei migranti parleranno, accanto alla lingua del loro Paese d’accoglienza, un Turco di Germania o un Arabo di Francia, differente da quello del paese d’origine.

    L’inglese in via di diversificazione rapida

    L’Inglese potrebbe così non sfuggire a questo processo. La sua dominazione mondiale è oggi un fatto discutibile, e a mezzo termine durabile. Ma la storia non mostra che più una lingua si espande su un vasto territorio, più tende a diversificarsi. Quel che è accaduto al latino, accadrà forse all’Inglese. Da questo punto di vista, il paesaggio linguistico mondiale si modificherà con ovvietà nei prossimi secoli. Numerose lingue, oggi parlate da alcune persone, stanno sparendo, nuove lingue appaiono o appariranno. Vale a dire che, nel modello gravitazionale sopra tracciato, le lingue e le loro funzioni si modificheranno, che la lingua ipercentrale o le lingue supercentrali potranno cambiare, che alcune lingue periferiche potranno divenire centrali, e viceversa. Poiché, non più della Storia, la storia linguistica non si ferma al presente, prosegue, è ad ogni istante in mutazione, travagliata dalle
    pratiche di coloro che parlano.
    DiJean-Louis Calvet

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