Vichy, un passato che non passa

La bandiera della Repubblica francese di Vichy

Centomila francesi furono imprigionati e novemila, compresi uomini politici, alti funzionari petainisti e intellettuali di destra, persero in varie circostanze la vita

Tutti ricordano lo struggente finale di Casablanca, l’ addio di Ingrid Bergman a Humprey Bogart. Ne seguiva una scena breve e ironica: l’ ufficiale di polizia francese getta nel cestino dei rifiuti una bottiglia di acqua minerale. La macchina da presa ne inquadra l’ etichetta: Eau de Vichy. Il film è del 1942, ma in questa scena vi è l’ intuizione di un giudizio storico che in Francia è durato a lungo.
Con due anni di anticipo sulla fine effettiva del regime collaborazionista francese si liquidava come rifiuto della storia, da smaltire rapidamente, l’ esperienza dello Stato francese nato dopo il crollo militare e l’ armistizio con la Germania nazista del giugno 1940.
Era il “governo di Vichy”, dal nome della stazione termale nei cui grandi alberghi si insediarono il presidente, maresciallo Pétain, e i suoi ministri. Secondo l’ accordo con i tedeschi, questo governo rappresentava il nuovo Stato francese, autoritario e collaborazionista, al quale era stata lasciata la sovranità su parte del Centro e sul Sud-Est della Francia. Il resto del paese era considerato “zona occupata” dall’esercito germanico.
Era finita così la Terza Repubblica: la Francia separata da se stessa e dalla sua storia, in una strana divisione istituzionale e politica che ferì profondamente la coscienza del popolo francese ma legittimò anche il servilismo della sconfitta, la vocazione reazionaria di una parte di quei francesi che mezzo secolo prima avevano gioito della condanna di Dreyfus, e nel 1934 avevano tentato il golpe fascista contro il Parlamento di Parigi.
Ma il “governo di Vichy” non è l’ esito paradossale di una sconfitta militare vissuta senza dignità, è anche – è bene ricordarlo – un esperimento politico e sociale di governo della Destra; con tutte le strutture amministrative funzionanti per dare valore e concretezza a tale governo.
Quando, dopo la liberazione della Francia, nel 1944, si fecero i conti con il regime di Vichy e cominciarono i processi, le esecuzioni, le vendette, e la Quarta repubblica si erse come giudice severissima del tradimento di Vichy (centomila francesi furono imprigionati e novemila, compresi uomini politici, alti funzionari petainisti e intellettuali di destra, persero in varie circostanze la vita), la posizione ufficiale fu che quella pagina di storia andava comunque chiusa per sempre: “Quattro anni da cancellare dalla nostra storia”.
Si pensò appunto, come nel finale di Casablanca, che Vichy potesse essere gettata in un cestino. Ma la “repubblica del silenzio”, secondo l’ immagine di Jean-Paul Sartre, che si costruì sulla damnatio memoriae di Vichy, non ne eliminò la inquietante presenza.
Ancora oggi, come si è visto nella patetica fuga del novantenne ex-funzionario collaborazionista Papon, Vichy riemerge dalle nebbie come una storia che, alla fine, è meglio studiare e conoscere che cancellare. E qualche anno fa, quando l’ ombra di Vichy lambì anche il presidente socialista Mitterrand, sarebbe stato utile che i francesi stessi si fossero messi a studiare, un po’ di più di quanto hanno pure fatto, quei quattro anni di storia.
Nell’attesa di nuove indagini, alcune importanti ricerche le ha condotte uno storico americano, Robert O. Paxton: ora vedono la luce anche in una traduzione italiana (Vichy, il Saggiatore, pagine 415).
Oltre che per la puntuale ricostruzione documentaria delle vicende del governo di Vichy, il libro di Paxton mi pare di grande interesse per altri motivi. Anzitutto perché stimola un chiarimento storiografico intorno a un giudizio sulle “ragioni” di Vichy fatto proprio, tra gli altri, da Raymond Aron, e cioè che il regime di Vichy fu, tutto sommato, il male minore, una sorta di “scudo” (lo disse anche Pétain al suo processo) nei confronti della Germania hitleriana; nel senso che nelle intenzioni di Pétain vi sarebbe stato anche il progetto serio e fondato di una rivoluzione “nazionale” e sociale, della formazione di uno Stato nuovo (con originali programmi economici, con leggi di protezione sociale, morale, educativa) pur nella condizione di “mezza libertà” concessa dai tedeschi. E’ una opinione discutibile; fa pensare, per analogia, a quanto Renzo De Felice ha scritto sulla Repubblica sociale italiana come scudo nei confronti della inevitabile vendetta nazista contro l’ Italia traditrice dell’ Asse.
Su questa discutibilità credo non possano però esservi dubbi; e infatti non li ha neanche Paxton. Tuttavia, la tesi di fondo di questo volume è, a mio parere, nella individuazione di una “continuità” di molti segmenti del regime di Pétain soprattutto nel funzionamento amministrativo e nelle scelte economico-sociali (ad esempio il controllo pubblico del mercato) della Francia della Quarta repubblica, quella, per intenderci, che finirà con l’ avvento di De Gaulle nel 1958 e con la nascita dell’ attuale repubblica semi-presidenziale. Probabilmente si polemizzerà con questa tesi da parte non soltanto degli storici, ma il modello storiografico di Paxton non è nuovo. Ricorda quello assai discusso di Tocqueville a proposito della continuità tra la Francia dell’ ancien régime e la Francia rivoluzionaria sorta dalle sue (apparenti) rovine.

LUCIO VILLARI |La Repubblica |

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