Vanzetti. Ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano. 9 aprile 1927

Manifestazioni di protesta a Londra a favore di Sacco e Vanzetti, 1921

«Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano [...] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già»

«Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già.»
(Bartolomeo Vanzetti,  9 aprile 1927 a Dedham nel Massachusetts)

Quando il verdetto di morte fu reso noto, si tenne una manifestazione davanti al palazzo del governo, a Boston. La manifestazione durò ben dieci giorni, fino alla data dell’esecuzione. Il corteo attraversò il fiume e le strade sterrate fino alla prigione di Charlestown. La polizia e la guardia nazionale li attendevano dinanzi al carcere e sopra le sue mura vi erano mitragliatrici puntate verso i manifestanti.
Il caso di Sacco e Vanzetti scosse molto l’opinione pubblica italiana di allora e anche il governo fascista prese posizione e si mosse attivamente a sostegno dei due connazionali, nonostante le loro idee politiche.
Anche Benito Mussolini riteneva il tribunale statunitense «pregiudizialmente prevenuto» nel giudicare Sacco e Vanzetti e, a partire dal 1923 fino all’esecuzione della condanna a morte nel 1927, i funzionari del Ministero degli Esteri, l’ambasciatore italiano a Washington e il Console italiano a Boston operarono presso le autorità degli Stati Uniti per ottenere prima una revisione del processo e poi la grazia per i due italiani.
Lo stesso Mussolini un mese prima dell’esecuzione scrisse direttamente una lettera in cui chiedeva all’ambasciatore statunitense a Roma Henry Fletcher di intervenire presso il Governatore del Massachusetts per salvare la vita dei due condannati a morte.
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Memoria di un orrore a New Orleans

Il prossimo 12 aprile a New Orleans negli Stati Uniti, per la terza volta autorità americane chiederanno scusa per ingiustizie di anni fa verso nostri connazionali.

Nel primo caso nel 1977, Michael Dukakis, allora governatore dello stato di Massachusetts, riconobbe ufficialmente il processo farsa di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti che finì con la loro esecuzione sulla sedia elettrica nel 1927. Il secondo caso è stato il riconoscimento ufficiale nel 2002 da parte del Congresso americano di Antonio Meucci come inventore del telefono e non Alexander Graham Bell come si pensava fino ad allora.
Purtroppo la cerimonia del 12 aprile riconoscerà ufficialmente un orrore che non era uno sbaglio giudiziario bensì un delitto vero e proprio verso 11 nostri connazionali, tutti di origini siciliane, nel 1891. Poteva andare peggio perché altri 8 erano destinati al patibolo, ma riuscirono a nascondersi dalle decine di migliaia di persone che quel giorno volevano linciarli. Ma l’incidente lasciò un altro segno che ancora oggi segna gli italiani ovunque siano.
Molti sanno delle difficoltà dei nostri emigrati all’estero, ma pochi in Italia si rendono conto che molti di loro hanno pagato il prezzo più alto per la loro decisione di trovare una vita nuova all’estero.
Alla fine dell ‘800 New Orleans era una città con una grandissima comunità italiana. Era così grande che il vecchio quartiere francese era stato soprannominato “Little Palermo” (la piccola Palermo) e c’erano oltre tremila imprese italiane.
Purtroppo gli italiani non erano ben visti, gli abitanti del luogo consideravano la maggioranza siciliana “di colore” e li consideravano analfabeti e criminali. In un contesto che si è ripetuto fin troppo spesso, e non solo negli Stati Uniti e anche oggigiorno, malgrado una popolazione immigrata per la stragrande maggioranza pacifica e rispettosa delle leggi locali, qualsiasi reato commesso da immigrati finiva nelle prima pagine dei giornali per peggiorare l’immagine dei nuovi residenti della città.
Poi, un giorno un agguato e la morte di una persona scatenò l’inferno
Dagoes
La notte del 15 ottobre 1890 mentre tornava a casa alla fine della giornata lavorativa, David Hennessy, il Capo della polizia di New Orleans, fu vittima di un agguato ordito da un numero indeterminato di sconosciuti. Fu colpito più volte prima dell’arrivo del Capitano della Polizia William O’Connor.
Secondo la leggenda, contestata da alcuni, Hennessy ebbe il tempo di dire a O’Connor “The dagoes” (gli italiani) alla domanda di chi fossero gli aggressori.
Hennessy morì poche ore dopo in ospedale. Il funerale fu grandioso e poco tempo dopo il sindaco Joseph Shakespeare dichiarò ”Dobbiamo fare a questa gente una lezione che non dimenticherà mai”.
Sin dall’inizio i giornali cominciarono ad aizzare la rabbia della popolazione contro gli immigrati e persino il celebre, e lontano, New York Times parlava del delitto come “the Italian assassination” (l’assassinio italiano”), in effetti dichiarando guerra ai nostro connazionali.
Nei mesi seguenti si cominciava a parlare di una segreta e fino ad allora sconosciuta organizzazione chiamata la “mafia”, e fu proprio questo incidente che mise alla luce per la prima volte nel paese la parola che ancora oggi ci segue ovunque andiamo.
In quei mesi la polizia in New Orleans arrestò oltre duecento italiani e alla fine diciannove di loro furono imputati per la morte di Hennessy.
Però, le prova a carico degli imputati non erano pari alla rabbia popolare alimentata dalla xenofobia e i giornali. La procedura giudiziaria non riuscì a fornire un verdetto contro i “criminali stranieri”. Il 28 febbraio 1891 il verdetto di non colpevolezza creò scompiglio e rabbia tra coloro convinti della colpevolezza dei diciannove e il giorno dopo un giornale locale pubblicò un grido d’azione. Infatti, una vignetta di una rivista dell’epoca faceva intendere che fu la “mafia” a minacciare la giuria per scarcerare gli imputati.
Dopo settimane di proteste e titoloni dei giornali, il 14 marzo 1891 durante una protesta John C. Wickliffe fece un appello contro gli italiani al pubblico, “Alien hands of oath bound assassins set the blot of blood upon your vaunted civilization” (“Mani aliene di assassini giurati hanno posato una macchia di sangue sulla civiltà di cui vi vantate”). La gente presente capì il messaggio e rispose “Yes! Yes! Hang the dagoes!” (“Si! Si! Impicchiamo i dagoes!”)
E cosi ebbe inizio il linciaggio più grande della Storia degli Stati Uniti.
Secondo le cronache decine di migliaia di cittadini presero d’assalto il carcere. Alla testa delle file c’erano oltre trecento armati di fucili. Le guardie cercarono di sbarrare il cancello ma la folla cominciò a spingere e a martellarlo. Le guardie avvisarono gli italiani di cercare di nascondersi, ma tragicamente per la maggioranza il destino era segnato.
I primi catturati furono uccisi a fucilate e gli altri furono portati in mostra per le strade della città e infine impiccati su lampioni. Otto si salvarono nei loro nascondigli.
Il titolo più vergognoso fu del New York Times che dichiarò “Chief Hennessy Avenged” (“Capo Hennessy vendicato”).
La folla fu “soddisfatta” d’aver fatto “giustizia” contro gli assassini del loro defunto capo della polizia. Nessuno fu indagato per il linciaggio, la polizia non cercò nemmeno i colpevoli e, bisogna dirlo, visto che il processo finì con il verdetto di “non colpevolezza”, la polizia locale non fece più niente per cercare gli assassini del loro Capo defunto.
Non fu l’unico linciaggio di italiani negli Stati uniti, almeno una cinquantina morì in quel modo atroce.
Non fu nemmeno l’unico paese dove morirono immigrati italiani per mano di locali, basti pensare ad Aigues Mortes in Francia, casi in Belgio e anche in Sud America per capire che il sogno di molti italiani finì nel modo più crudele.
Ora il consiglio comunale di New Orleans ha deciso di chiedere scusa per quel giorno infame.
Il 12 aprile prossimo al centro locale dell’associazione Italian Sons and Daughters of America (Figli e Figlie Italiani d’America) il sindaco della città della Lousiana, LaToya Cottrell, presenterà “The Official Apology” (Le Scusa Ufficiali) per il tragico incidente del 1891, 138 anni dopo la morte dei nostri connazionali.
Bisogna ricordare sempre non solo che alcuni di loro furono dichiarati innocenti dell’assassinio di Hennessy, ma alcuni di loro non furono nemmeno imputati per il delitto.
Così si chiuderà quell’episodio, almeno ufficialmente, ma tutti dobbiamo pensare a quel che ha portato a quell’orrore.
Leggendo le cronache di quel periodo si vede la diffidenza dei locali verso gli immigrati nuovi, si vedono i giornali dell’epoca sottolineare i reati di una minoranza degli immigrati per fare incrementare l’odio verso gli “stranieri”. Vediamo politici che utilizzano il disagio e il disprezzo verso gli immigrati per scopi elettorali.
Per quel motivo dobbiamo chiederci, ma davvero qualcosa è cambiato da allora?
Tristemente leggendo le cronache dei giornali di oggi da molti paesi, leggendo i commenti di politici in giro per il mondo e molti episodi che identificano gli “immigrati” come fonte del male che affligge la “civiltà” come dichiarò Wilckliffe il 14 marzo del 1891, dobbiamo dire che non abbiamo imparato affatto la lezione.
Anzi e peggio ancora, oggi esiste un mezzo, i social media che, come abbiamo visto il giorno della strage alla Moschea di Christchurch in Nuova Zelanda due settimane fa, è ancora più efficace nel trasmettere i messaggi di odio e razzismo che non sono mai spariti. Non a caso, proprio in questi giorni Facebook ha deciso di eliminare le pagine che diffondono messaggi di odio razzista che “ispirano” assassini e attentati.
Diamo il benvenuto alle scuse del sindaco di New Orleans il 12 aprile prossimo. Ma quel messaggio non basta perché l’unico modo di togliere le macchie di sangue come quelle del 1891 è di eliminare il razzismo e l’odio e di insegnare ai nostri giovani, sin dalla scuola, che non si giudica una persona dalle origini e il colore della pelle, ma dal proprio comportamento.
Quello sarà il giorno che avremo veramente imparato il messaggio di tutti i linciaggi e non solo quello di New Orleans 138 anni fa.

Gianni Pezzano | thedailycases.com |3.4.2019

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