Politica e lingue

Unità d’Italia, Rai, spot dei dialetti, polemiche

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LA PUBBLICITÀ I PROTAGONISTI DEI MESSAGGI SI ESPRIMONO NELLA LINGUA POPOLARE DELLA LORO TERRA E NON VENGONO CAPITI

Gli spot dei dialetti incomprensibili Il caso Rai sull’Unità d’ Italia

di Lorenzo Salvia

I primi a protestare sono stati i molisani con le Forche caudine, «giornale realizzato da professionisti d’origine molisana sparsi per il mondo». Scrive il presidente Giampiero Castellotti: «I dialetti sono come la pasta e il Colosseo, prenderli in giro vuol dire offendere la nostra cultura». Poi sono arrivati i veneti con Roberto Ciambetti, assessore regionale per la Lega: «A questo punto non pagare il canone è legittima difesa». Seguito a ruota da Christian Romanini, dell’Agenzia regionale per la lingua friulana: «Sì perché il nostro non è una dialetto ma una lingua che la Rai dovrebbe tutelare invece di sbeffeggiare». E poi giù con le mail di protesta alla Rai, con i blog, come quello della scrittrice Michela Murgia («parlate locali rappresentate al limite del macchiettistico»), fino all’immancabile gruppo su Facebook «Vergogna, sono lingue vive!». Da Nord a Sud, ma anche da Est ad Ovest, tutti contro gli spot Rai che celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia e ricordano, puntuali come Babbo Natale, che bisogna pagare il canone. La vigilessa friulana, il prete lombardo, l’allenatore campano: 15 dialetti, 15 caricature che dovrebbero far sorridere, forse riflettere, ma che per il momento fanno soprattutto litigare. Come il messaggio pedagogico che chiude lo spot sulle note di Mameli: «Se gli italiani fossero quelli di 150 anni fa, probabilmente comunicheremmo ancora così». Senza capirci, cioè. «Da allora abbiamo fatto un cammino molto importante. E la Rai è sempre stata con noi». Dissolvenza. «È come sostenere che le lingue locali sono roba da barbari e l’ italiano le ha finalmente cancellate» dice l’ assessore veneto Ciambetti che cita anche Pier Paolo Pasolini: «Il dialetto è l’unico modo per resistere all’acculturazione». Per mamma Rai è una beffa. «Lei ha insegnato l’italiano agli italiani» disse il presidente dell’Accademia della Crusca a Mike Bongiorno, sostenendo che nel dopoguerra la tv avesse fatto quanto la scuola. Ma questo spot certifica che l’italiano ha ucciso i dialetti? «A mio giudizio – dice Luca Serianni, professore di storia della lingua italiana alla Sapienza – si tratta di una contrapposizione artificiale. Dagli anni 50 abbiamo tutti imparato l’italiano e questo è un bene da tutelare. Se poi a casa si parla anche un’altra lingua va benissimo a patto che non diventi esclusiva. Altrimenti, da mezzo di comunicazione, il dialetto diventa mezzo di esclusione». Nessun problema di convivenza, allora? Dipende. Tullio Telmon è tra gli autori di «Fondamenti di dialettologia italiana», bibbia del settore: «Dietro questi spot sembra esserci una falsa idea: e cioè che per imparare l’italiano sia necessario cancellare ogni traccia dei dialetti appresi in precedenza. E invece è vero proprio il contrario: più codici linguistici si conoscono più diventa facile impararne uno nuovo». Il regista degli spot è Alessandro D’Alatri, che per ascoltare l’elenco delle lamentele interrompe le prove di «Scene da un matrimonio», nel ridotto del Comunale dell’Aquila. «Offendere chi usa il dialetto! Ma stiamo scherzando? Volevo solo celebrare con un sorriso quello che è sotto gli occhi di tutti: l’italiano ci ha unito, dei dialetti abbiamo conservato magari le cadenze ma perso gran parte dei vocaboli». Racconta D’Alatri che gli attori degli spot hanno chiamato nonni e vecchi zii per limare la pronuncia delle parole più difficili. Racconta anche di essere un appassionato del Risorgimento, di avere a casa l’originale dell’ ultimo proclama milanese di Garibaldi e di una lettera scritta da Mazzini durante l’esilio di Londra. «Qui c’è solo qualcuno che cerca di farsi pubblicità a carico di una pubblicità. Che tristezza. E adesso, scusi, torno a Bergman».
(Dal Corriere della Sera, 14/12/2010).

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