Politica e lingue

Un’avanzata che sembra inarrestabile

Corte di giustizia dell'Unione europea (Lussemburgo)

Linguaggio d’ufficio

Quasi due parole straniere per frase L’avanzata inarrestabile dell’inglese in Italia

di Giuliana Gagliardi

Se cercate qualcuno in ufficio e non lo trovate, i colleghi vi diranno che non è al desk; per un appuntamento annullato, una garbata segretaria si giustificherà a nome del manager, impegnato in un meeting per via del planning troppo fitto. Nel mondo del lavoro – o meglio, siamo corretti – del business, l’italiano più di ogni altra lingua soccombe con disinvoltura alla globalizzazione dell’inglese; secondo una ricerca dello scrittore inglese Leslie Ray – che definisce l’inglese un “assassino” – nel mondo delle comunicazioni si può arrivare a una media di 5 parole inglesi per tre frasi, vale a dire 1,6 parole anglosassoni per frase. Meglio usare meeting e non riunione; l’onnipresente know-how impera su “conoscenza”; report viene più spontaneo di rapporto; project al posto di progetto, education invece di formazione, magazine anziché rivista, copywright e non diritti d’autore. Anche il linguaggio della politica e dei media si è adeguato a discapito di chi – con l’inglese – ha poca dimestichezza. Sui giornali e nei notiziari tv si parla di ministro per il welfare o la devolution, di task force e di provvedimenti per l’antitrust. La scarsa agilità dell’italiano, soprattutto nelle comunicazioni di lavoro, ha reso questa “colonizzazione” linguistica un fatto indispensabile. Alcuni vocaboli composti: problem solving, core business, sub-contracting, out-sourcing, joint venture, system-integration, wealth managemnent, low profile, pay off, sono destinati a snellire i testi, altrimenti penalizzati dalla mancanza di espressioni italiane altrettanto sintetiche. Dunque, non più italiano ma italiese o itanglese. Giusto o sbagliato? Poco importa, l’inglese non concede alternative.

(Dal Corriere della Sera, 9/5/2008).

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