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Una vita in maschera

Non sappiamo ancora quando usciremo, ma sappiamo già come. In maschera. Nei luoghi chiusi e in quelli affollati, per un periodo misurabile in mesi, forse in anni, comunque abbastanza lungo da diventare un’abitudine e probabilmente una moda. Mascherine firmate, personalizzate, sponsorizzate: dopo avere regalato i nostri dati a Facebook e compagnia, almeno i corpi vorremo farceli pagare? Senza contare i risvolti psicologici. Persino chi ha polemizzato coi costumi dell’Islam, rivendicando l’ostentazione del volto come garanzia di sicurezza, si sentirà più al sicuro dietro il suo burqa di carta. La maschera rende inutili il fard, il rasoio, il chirurgo plastico. «Ma chi ci proteggerà dai droplets?» insinua la donna mascherata che incontro a distanza –starnuto fuori da una farmacia. Le sorrido invisibile, dietro la protezione bitorzoluta che mi fa assomigliare a un incrocio tra Hannibal the Cannibal e il personaggio di una commedia plautina. Intanto penso: chi sono questi droplets? Minuscoli pipistrelli manovrati a distanza da Dario Argento? Goccioline, in italiano droplets si dice goccioline. E temo le gocciolio più dei pipistrelli, da quando uno studio ha affermato che il virus galleggia nell’aria per un po’: il governo potrebbe emanare un decreto che ci vieta di respirare.

Diciamo che la mia è una mascherina-placebo. La indosso con qualche fatica – toglie il fiato, appanna gli occhiali – e solo in presenza d’altri, per illudermi di essere protetto almeno dai loro giudizi.

Massimo Gramellini | Corriere della Sera | 4.4.2020

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