UNA LEZIONE POLACCA PER L`EUROPA‏

ENZO BETTIZA

In uno dei momenti più critici per la sua tenuta unitaria, con la Grecia nel caos e l`eurozona in gravi difficoltà, l`Ue si prepara al cambio della presidenza semestrale che da luglio verrà affidata, per la prima volta, al più dinamico e più stabile Paese dell`Est europeo: la Polonia, guidata con saggezza e lungimiranza politica dal governo centrista di Donald Tusk. Uscirà dalla presidenza un altro Paese dell`Est, l`Ungheria, il cui governo ambiguo, con sospette manipolazioni costituzionali e manovre restrittive nei confronti della libertà d`opinione, non ha invece brillato né per tolleranza democratica né per spirito europeista.
Il primo ministro Viktor Orban, sei mesi fa, alla vigilia della nomina a presidente di turno dell`Ue, aveva dichiarato in un parlamento dominato per due terzi dal suo partito nazionalista Fidesz: «Noi non crediamo nell`Unione Europea, noi crediamo nell`Ungheria e nel tornaconto degli ungheresi».

Tutt`altra la musica che adesso arriva da Varsavia.
Il ministro polacco per gli Affari comunitari, Mikolaj Dowgielewicz, già alto funzionario e portavoce influente della Commissione di Bruxelles, ha annunciato l`evento dandogli il significato di una svolta storica essenziale e decisiva: «La Polonia è oggi una democrazia normale e moderna.
Sarà questo principalmente il volto nuovo che noi, durante il nostro semestre di presidenza, mostreremo al mondo».

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Non è una dichiarazione banale. Non lo è soprattutto se commisurata allo spessore tragico di un passato tra i più sfortunati e umilianti d`Europa: dalla scomparsa dello Stato e del territorio nazionale, diviso nel Settecento fra tre imperi limitrofi, al culmine della feroce spartizione a tenaglia fra Hitler e Stalin nel Novecento.
Per due secoli e passa la Polonia fu uno spaventoso baratro di anormalità. Ecco perché parole semplici e spesso abusate come normalità, novità, modernità, uscendo dalle labbra di un ministro dedito dal 2004 al radicamento della Polonia in Europa, non possono non acquistare un senso più profondo e più partecipe che altrove. Lo sfondo su cui si stagliano è quello di un «miracolo» ormai consolidato, più unico che raro nell`Europa delle recessioni a catena. Varsavia, che non ha e non ha avuto fretta di mettere il piede fra le sabbie mobili della zona euro, è riuscita ad aggirare con ottimi risultati il turbine delle insolvenze finanziarie scaricatesi sulla Grecia, sull`Irlanda, sul Portogallo, sulla Spagna. L`economia tira e si sviluppa a ritmi pressoché tedeschi; il paesaggio urbano ha perduto le tracce rustiche di un tempo; le città ammodernate, abbellite, tirate a lucido, sembrano non risentire più l`alito greve che le investiva dalle campagne arretrate, diffidenti o ignare dell`Europa, dove i gemelli nazionalisti Kaczynski pescavano voti e consensi patologici.

Recenti sondaggi non danno più del 27 per cento al partito conservatore del sopravvissuto gemello Jaroslav – l`altro, ex capo dello Stato, peri nella sciagura aerea di Katyn – contro il 49 del partito liberale del premier Tusk. Sono in netto calo l`europessimismo e la sua seconda faccia, l`idealizzazione delle catastrofi nazionali, fomentati dai fratelli Kaczynski all`epoca del loro potere gemellocratico circonfuso di mistica sciovinista. Uno degli intellettuali più incisivi di Solidarnosc, il giornalista Adam Michnik, definiva tale mistica «una strana forma di nazionainichilismo»: era volta infatti a celebrare i disastri del Paese e a denigrarne i successi, come la famosa «tavola rotonda» che nel 1989, sollecitata e promossa a Varsavia dallo stesso Michnik, doveva segnare la fine negoziata del regime comunista. Oggi, non caso, il produttivo decollo riformista s`accompagna in Polonia al più alto tasso di europeismo mai registrato da un Paese membro dell`Ue. Si può ben dire che, per molti aspetti, in questi tempi di disagi cronici e di contagi, il primato polacco di dinamismo e stabilità in economia e in politica stia varcando i confini regionali dell`Est e offrendo all`Europa, nel suo complesso, un sano punto di riferimento e di stimolo.

Chi ha occhi per guardare non guardi soltanto al caso negativo della Grecia. Guardi anche al caso positivo di una nazione in crescita velocissima, riemersa come ringiovanita dal fondo d`una civiltà millenaria, straèolma di splendori e di tenebre, e ritenuta fino all`altroieri serbatoio marginale di lavavetri e idraulici insidiosi. Da europei ravveduti, o strabici pentiti, non possiamo che augurare alla presidenza comunitaria della Polonia un successo degno di quello già miracolosamente ottenuto nel recinto di casa.

La Stampa, pag. 1

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