BABELE. LA FATICA DI DECRITTARE LA DICHIARAZIONE
TRA UNA STORPIATURA E L’ALTRA
Cara vecchia Europa, ci sarà pure un traduttore a Berlino
di ROBERTO BARZANTI
I quotidiani italiani hanno ripreso da Internet un testo un po’
surreale, dove destino viene convertito in fortuna, cooperazione in
convivenza (magari è stato l’effetto dei Dico), artificiale in
innaturale. Contribuendo così ad alimentare la confusione
Chi ha voluto arrabattarsi davanti al pc per pescare on line, appena
uscita, l’attesa Dichiarazione di Berlino ha avuto più di una
delusione. Quella politica è stata per molti bruciante. Si sapeva
che la parola Costituzione non sarebbe comparsa e fin qui niente di
sorprendente. Ma non c’è neppure la definizione – correttissima – di
Trattato costituzionale, che in realtà è quanto mai appropriata al
documento improvvisamente disconosciuto da tutti. Quanto al bilancio
dei cinquant’anni e agli obiettivi per il futuro, fumo a volontà.
L’altra delusione di quanti amerebbero chiarezza di lessico e
puntualità di discorso è stata anche più severa. Mamma mia! Chi si è
improvvisato traduttore della balbettante dichiarazione berlinese?
Senza citare nomi di siti visitati, basterà fare qualche esempio e
metter a paragone il pasticcio delle versioni italiane con il testo
originale, e magari con la versione francese, al solito l’unica
netta e univoca. È un esercizio non inutile, perché questa
disorientante fatica delle prime ore vaga ancora in rete ed è stata
presa sul serio da più di un quotidiano diffuso su carta.
Sopravvive, ad esempio, su L’Unità di ieri, a futura memoria. O nel
brandello di citazione del Corriere della Sera.
L’inizio è improntato al massimo di solennità: «Per secoli l’Europa
è stata un’idea, una speranza di pace e di comprensione. Questa
speranza ha trovato conferma». Traducendo dal francese si ha «Questa
speranza si è oggi concretizzata». Così va bene: se fosse solo
confermata la speranza sarebbero guai. Più avanti: «Ci ha donato
affinità e ci ha fatto superare contrasti». Un’altra traduzione
italiana: «Ci ha portato un senso di affinità e ci ha fatto superare
le differenze». Provo a tradurre dall’originale: «Ha creato un senso
di appartenenza comune e ha permesso di superare gli antagonismi».
Siamo di fronte a concetti del tutto incomparabili. Poi si esprime
gratitudine ai cittadini dell’Europa centrale e orientale, perché
attraverso le loro lotte «oggi è stata definitivamente superata la
divisione innaturale dell’Europa». Perché «innaturale»? Quando mai
l’Europa ha avuto confini naturali? Infatti il testo originale, più
accettabilmente, parla del superamento di una “divisione
artificiale”. Quindi la premessa chiude – chiuderebbe – con
un’affermazione davvero balorda. «Noi cittadine e cittadini
dell’Unione europea siamo uniti nella nostra fortuna». Incassiamo il
politicamente corretto dei generi, ma la «fortuna» sarà per caso,
latinamente, il «destino»? No. L’affermazione è più semplice e
consiste, più o meno, in questa avveduta massima: «La risorsa
nostra, di cittadine e cittadini d’Europa sta nell’essere uniti».
Più sotto in certe traduzioni italiane si è letto che tra Stati e
istituzioni europee si è stabilita «una convivenza democratica».
Ovviamente la convivenza non c’entra, e neppure Pacs o Dico: si
tratta di «cooperazione democratica». Per riferirsi, in soldoni,
alla sussidiarietà ecco la formula che circola nei siti
italiani: «L’Unione europea, gli Stati membri e le loro regioni e
comuni si dividono i compiti». Che vuol dire? A quale tavolo avviene
questa spartizione di compiti? La lambiccata, ma non oscura, dizione
messa a punto è più comprensibile se detta così: «I compiti da
assolvere sono ripartiti tra l’Unione europea, gli Stati membri e le
autorità regionali e locali». Qui ci siamo: ma in italiano
meglio «poteri» che «autorità». Ancora: la frase «Razzismo e
xenofobia non dovranno più avere una chance» in realtà si dovrà
tradurre: «Mai più il razzismo e la xenofobia devono avere la
possibilità di imporsi».
Si potrebbe continuare e ci sarebbe di che inveire, anche sol
guardando i termini. Perché mettere «responsabilità sociale» al
posto di «solidarietà sociale»? Che vuol dire che ci si propone
di «formare secondo i nostri concetti e valori la crescente
interdipendenza dell’economia»? Non è indecentemente demiurgico
questo proposito? Infatti la frase è più prudente e avveduta: «Noi
possiamo padroneggiare, nel rispetto dei nostri valori, la crescente
internazionalizzazione dell’economia». Forse si ha paura di parlare
di globalizzazione, ma «padroneggiare», «orientare» sono plausibili,
mentre non lo è affatto «formare» e neppure l’ottimistico «gestire»
che ha preso a circolare e che forse sarà ufficialmente adottato. La
dichiarazione chiude enunciando la volontà di dare «una rinnovata
base comune» all’Unione, prima delle elezioni per il Parlamento
europeo del 2009. Anche «Trattato costituzionale» è diventato,
dunque, una parolaccia. Qui la colpa non è del traduttore più o meno
esperto. Più correttamente l’originale reca: «…dobbiamo adattare
sempre la costruzione politica dell’Europa alle nuove realtà. È per
questi motivi che oggi […] condividiamo l’obiettivo di rinnovare
le fondamenta dell’Unione europea». Insomma l’Unione sarà immersa in
un continuo processo di revisione istituzionale, un processo aperto,
che non intende approdare, sia pure transitoriamente, a un modello
organico. Constatazione amarissima: dopo cinquant’anni l’Europa
brussellese, malgrado fior di interpreti, traduttori, lessicologi e
spericolati esercizi gergali, accetta il rischio di non farsi
capire. La reticente lingua della diplomazia non è diventata senso
comune. A furia di sottrarre e eludere dopo un lavorìo di mesi ecco
un altro topolino. Le frasi che si sforzano di esser lapidarie si
succedono senza una sintassi politica che le sorregga e neppure un
condiviso vocabolario che consenta di decriptarle univocamente e
renderle intelligibili all’opinione pubblica. L’unica certezza è che
il discorso pubblico sull’Europa continuerà a essere una Babele da
declinare a piacere.
(Da Il Riformista, 27/3/2007).
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