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Politica e lingue

Un popolo che rinuncia alla sua lingua perde anche l’anima

Un popolo che rinuncia alla sua lingua perde anche l’anima
di FRANCESCO ALBERONI
Corriere della Sera, 13/12/1999 

Le lingue prendono continuamente parole dalle società dominanti e creative. Quando la musica era italiana, abbiamo diffuso dovunque espressioni come opera, piano, andante, allegro. Oggi, che la cultura prevalente è anglosassone, noi assimiliamo parole inglesi o americane. Ma, in questa fase della globalizzazione, la potenza dominante è tale che alcuni popoli, come l’italiano, perdono la fiducia nella propria lingua. Non fanno più lo sforzo di creare e di conservare. La lasciano imbastardire, e adottano passivamente la lingua dei dominatori. Prendete il titolo del film Shakespeare in love. Nessuno ha cercato di tradurlo. Eppure era facilissimo Shakespeare innamorato. Nella nostra letteratura c’è L’Orlando innamorato, di Boiardo. Invece è stato lasciato in inglese, come se nell’inglese ci fosse qualcosa di più. Fra poco, qualcuno italianizzerà l’inglese e non dirà più che è innamorato, ma che è in amore, come i gatti. Molte famiglie della buona borghesia mandano i figli all’asilo e alla scuola elementare inglese o americana. E quelle più ricche li fanno poi proseguire negli studi in Inghilterra o in America. Perch‚ vi sono delle ottime scuole ma, soprattutto, perché‚ si impadroniscano della lingua. Parlare l’inglese o l’americano come fosse la propria lingua materna, sta diventando indispensabile per salire socialmente, per fare carriera a livello internazionale. E’ sempre successo così. Dopo le conquiste di Alessandro Magno, il greco diventa la lingua dominante dalla Grecia all’India e tutti, assolutamente tutti coloro che volevano emergere, o anche solo esprimere le proprie idee, dovevano parlare greco. Per indicare il Messia, i cristiani usarono una parola greca, Cristos. Però il Cristianesimo scelse come propria lingua il latino. Lo decisero i padri della Chiesa di Roma e il latino rimase la lingua dei dotti, dei filosofi medioevali fino ai grandi scienziati del Rinascimento. E il latino che ha plasmato la visione del mondo di tutto l’Occidente. Solo in seguito si sono affermate le lingue nazionali, l’italiano, il francese, il castigliano, il tedesco, con la loro splendida letteratura e, più recentemente, con il loro cinema. Ma oggi torna a prevalere una lingua sola, quella della potenza dominante che penetra, a poco a poco, in tutti i settori. Una lingua non è solo un insieme di parole o una grammatica. E un insieme di modi di vivere, di sentire, di pensare, di concepire le relazioni fra le persone, i rapporti giuridici, economici, sociali, i sogni, i progetti di vita, il bene ed il male. I valori. Tutti i pensieri, i sentimenti, le emozioni, le idee, espresse in un’altra lingua, risultano distorte, snaturate. Ricevono l’impronta dello stampo in cui sono state calate. Per questo tutte le grandi religioni hanno usato una propria lingua. Il Cristianesimo il latino, l’Islam l’arabo. E per questo motivo che Lutero ha tradotto la Bibbia in tedesco. Per questo gli ebrei hanno fatto rinascere l’ebraico, per essere autenticamente se stessi. Chi perde la propria lingua perde la propria anima. Nel mondo della globalizzazione, che schiaccia e annulla ogni differenza, i popoli più piccoli, anche se ricchi di storia e di cultura, rischiano di venir sommersi, cancellati per sempre. La difesa della lingua, il suo uso e la sua continua creazione, sono perciò indispensabili per continuare ad esistere. [addsig]

Giorgio Kadmo Pagano
ARTISTA dal 1977 TEORICO dell'ARTE e ARCHITETTO dal 1985 GIORNALISTA dal 1993, ESPERTO d'ECONOMIA LINGUISTICA dal 1997.

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