UN PONTE TRA EUROPA E ISLAM


18.07.2004 Corriere della Sera p. 12

«Un ponte tra Europa e Islam» La sfida del patriarca di Venezia
Angelo Scola presenta «Oasis», una rivista per il dialogo con Asia e Africa «Le religioni di Abramo condividono luoghi di incontro. Ricominciamo da lì »
Siamo uomini impagliati. Ecco cosa siamo noi europei, gente che si porta dentro un vuoto
VENEZIA —Non c'è un'idea di difesa né un'idea di attacco. E non c'è neppure la grande, intellettualistica astrazione che caratterizza noi europei, la pretesa di stare qui seduti intorno al tavolo e dire come affrontare l'Islam… Come se bastassero tre ragionamenti!». Il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, ha appena riunito il comitato scientifico di Oasis, in arabo Al-Waha, Nakhlistan in lingua urdu: una rivista che verrà diffusa in Europa come nel Medio Oriente e nell'Africa subsahariana, che coinvolge una cinquantina di personalità internazionali, dal vescovo di Tunisia a quello del Pakistan, dal cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, al cardinale Crescenzio Sepe, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli. Oasis è nata per «sostenere le minoranze cristiane» e insieme «favorire rapporti di conoscenza e amicizia con il mondo islamico». Uscirà in tre versioni: italiano e arabo, francese e arabo, inglese e arabo o urdu, per il Pakistan. E sarà pubblicata dallo Studium Generale Marcianum, il polo pedagogico-accademico voluto dal Patriarca come «ponte» verso l'Oriente – in fondo poteva nascere solo nella città di Marco Polo, il viaggiatore che raccontò all'Occidente
«le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo». Nello splendore del palazzo Patriarcale, accanto alla Basilica di San Marco, il cardinale sorride appena e parla di un «piccolo segno». Ma Angelo Scola, 62 anni, teologo e per più di sei anni rettore dell'Università Lateranense, ha una visione planetaria delle cose e il «piccolo segno» diventa lo spunto per parlare dell'identità e del futuro dell'Europa, del senso religioso, dello «scandalo» dell'Africa dimenticata, del rapporto con il mondo musulmano e con gli ortodossi. Il Patriarca parte da Thomas Stearns Eliot: «Siamo gli uomini vuoti / Siamo gli uomini impagliati… ».
Eminenza, ne «La terza morte di Dio» André Glucksmann parla di un'Europa ormai indifferente…
«La questione dell'Europa è molto seria e non ce ne stiamo rendendo conto. Siamo uomini impagliati: mi pare che quest'espressione definisca bene l'europeo di oggi. È come se fossimo gente che si porta dentro un vuoto che li infiacchisce. Non abbiamo nerbo. Però, attenzione, non mi fraintenda. Non voglio assolutamente insinuare l'idea di un maggior ricorso alla forza o ad uno stile decisionista e impositorio. Con l'immagine di Eliot voglio marcare una mia forte convinzione: un uomo non può riuscire nella vita se non rischia la propria libertà nel quotidiano. Chi non si autoespone non cresce, non è un uomo. Come posso amare e costruire senza rischiare? E in realtà dire “autoesposizione” è introdurre in termini laici la categoria cristiana di testimonianza. Ma oggi la parola “testimonianza” rischia di essere subito liquidata come una cosa da preti…».
A proposito di testimonianza, perché «Oasis»?
«Abbiamo trovato un vocabolo che accomuna i popoli, una radice che passa fra le lingue occidentali e – attraverso il greco e il copto – arriva fino all'arabo e all'urdu. La stessa parola che il Papa pronunciò a Damasco, nella moschea degli Omayyade: le religioni che si richiamano ad Abramo hanno in comune luoghi di sosta e di riscoperta della relazione con Dio e con gli altri. Condividono delle oasi».
Ma che ruolo avrà la rivista?
«Lo strumento, in sé, è relativo. Noi teniamo molto di più al soggetto che sta dietro, a creare una rete di rapporti vitali tra cristiani che vivono a Est e a Ovest. Un vescovo che viva in un Paese dove nessun segno cristiano può essere espresso, troverà ad esempio un contesto in cui poter essere sostenuto e aiutato. Potrà scrivere una nota ed essere letto in Kerala o a Lione. Così nasce un soggetto che sta di qua e di là, un terreno comune di confronto, pensi cosa può significare anche solo creare una banca dati di ciò che tutte queste persone fanno: Oasis è questa trama».
A proposito dell'Africa, lei ha parlato di «scandalo». Perché?
«Sono tornato in questi giorni dal Kenya. Penso che in Africa, per il Nord del pianeta, si apra l'orizzonte di una responsabilità gravissima e improcrastinabile: l'Occidente non ha saputo accompagnare la crescita di questi popoli. Oltretutto noi cristiani europei abbiamo molto da imparare dai nostri fratelli africani. Non lo dico per celia».
E gli europei «impagliati»?
«E' la conseguenza diretta di una perdita dell'ideale. Ma l'ideale – attenzione – è la verità del reale. Il reale è fatto di affetti, famiglia, lavoro, società civile… Se però questa realtà non è investita da un ideale, da una ragione adeguata, finisce che si fanno le cose meccanicamente e ci si perde in esse».
Quindi?
«Dobbiamo pungolarci a vicenda nel domandarci la ragione del vivere quotidiano. Chi lo fa intercetta – diceva Baudelaire – il Galileo. Per la verità lui lo chiamava “l'infame Galileo”, ma ci siamo capiti. Intercetta Gesù, anche se poi magari Lo rifiuta. Non ci sono imposizioni di sorta: la libertà è libertà».
Claudio Magris, sul «Corriere», scriveva di come si fosse perduto il senso religioso.
«Ricordo che alla fine degli anni Sessanta i teorici della secolarizzazione prevedevano che saremmo andati verso una società puramente mondana. E invece noi assistiamo piuttosto all'esplosione di un sacro selvaggio».
L'altro lato del sacro, come le sette «sataniche»?
«Sì, sono storie che mi evocano l'immagine di una preda che cerca di divincolarsi. Ma perfino questo prova che il senso religioso è inestirpabile dall'uomo.
Solo che non basta: deve essere investito, accolto, custodito, criticato da una appartenenza di fede reale. Il senso religioso oggi ha dato origine al sacro selvaggio perché non ha incontrato luoghi nei quali vivesse un'appartenenza reale generata dalla fede».
A febbraio il Papa ha espresso al patriarca ortodosso Alessio II il desiderio che le due Chiese «facciano di tutto per collaborare, soprattutto in Europa, al rafforzamento delle radici cristiane indebolite dal secolarismo». Il cosiddetto «allargamento» a Est crede possa portare benefici?
«Sono sinceramente ammirato dalla grande energia con cui il Papa, senza pretendere reciprocità, persegue l'ecumenismo e il dialogo interreligioso. In questo senso spero veramente molto dalla riunificazione europea; la lunga prova da cui vengono i popoli dell'Est può averli dotati di un vigore che da noi scarseggia. Le nostre radici non sono un fossile, sono per la vita. Non rappresentano un omaggio al passato, ma una risorsa per il futuro. E’ in campo una sfida per l'intera umanità: chissà se in India o in Cina le grandi religioni sapranno evitare questo elemento impagliante?».
Così Venezia si conferma un ponte verso l'Oriente…
«Venezia e il suo Patriarcato lo hanno nel Dna. Il Papa mi disse: vorrei che Venezia fosse un po' la spalla di Roma. Certo, la nostra storia è fatta di luci e anche di ombre: quest'anno è l'anniversario della quarta Crociata… Però Venezia è questo ponte, la città dell'umanità che parla all'umanità intera perché l'umanità intera non cessa di esserne attratta e di visitarla».
Ma i cristiani quanto possono parlare alla società di oggi?
«Non siamo mai stati come in questo momento nella condizione di interloquire con le grandi domande che ab itano nel cuore dei più coscienti uomini di pensiero e di azione. C'è una consonanza con le istanze profonde del pensiero contemporaneo che non si verificava da secoli. Anche se non ne condivide gli esiti relativisti il cristianesimo non si contrappone alla postmodernità: al contrario è una grande risorsa per la postmodernità. Parole come integrazione, tolleranza, reciprocità sono importanti ma mi paiono insufficienti. Bisogna sostituire il concetto di multiculturalità con quello di un nuovo meticciato di civiltà. Senza cadere in relativismi e sincretismi, ma anche senza timori ossessivi di 'contaminazioni”. Ci vuol più fiducia nella comune natura umana su cui poggia la famiglia dei popoli. La differenza sa far valere i suoi diritti! Così usciremo finalmente dalla condizione di uomini impagliati».
Di Gian Guido Vecchi

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