Politica e lingue

«In Italiano, please»: perché la lingua è la nostra cultura

L'auto in cui Giorgio Pagano ha passato 50 giorni di sciopero della fame per la lingua italiana e contro la decisione del Politecnico di Milano di vietarla nello studio.

Un libro racconta la battaglia contro i corsi di laurea in inglese nelle università

Un libro racconta la battaglia contro i corsi di laurea in inglese nelle università

«In Italiano, please»: perché la lingua è la nostra cultura

Un pamphlet per ribadire che la nostra università non può sacrificare sull’altare dell’internazionalizzazione il patrimonio culturale rappresentato dalla lingua italiana. A scriverlo è Marco Cerase, consigliere presso la Presidenza della Camera dei deputati, che ha fatto sua la battaglia contro l’adozione dell’inglese come lingua esclusiva nei bienni di laurea magistrale di alcuni atenei. “In italiano, please!”, questo il titolo del volumetto edito da Armando editore e presentato ieri al Senato in un incontro cui hanno partecipato, assieme all’autore, anche la deputata del Pd Flavia Piccoli Nardelli, membro della commissione Cultura di Montecitorio, e Alberto Bagnai, presidente della commissione Finanze del Senato.

Un eloquente sottotitolo – “Istigazione all’uso della nostra lingua all’università”- non lascia dubbi sull’obiettivo del libro, la cui genesi è legata a una vicenda che ha coinvolto il Politecnico di Milano otto anni fa. Nel 2012 il senato accademico delibera l’utilizzo dell’inglese come unica lingua per l’area specialistica e per i dottorati. Un gruppo di docenti fa ricorso al Tar che accoglie la richiesta di sospensiva avanzata dai professori, ma si riserva il giudizio di merito. Invece di consentire al Tar di esprimersi, il Politecnico e l’Avvocatura dello Stato (per il ministero dell’Istruzione) impugnano la sospensiva davanti al Consiglio di Stato. Il massimo organo della giustizia amministrativa rimette la questione alla Corte costituzionale. Il punto è l’interpretazione dell’articolo 7 della legge Gelmini che prevede il rafforzamento dell’internazionalizzazione degli atenei italiani. La Consulta si prende il suo tempo, circa quattro anni, e nel frattempo molte università si adeguano alla decisione del Politecnico. La sentenza stabilisce infine che l’utilizzo dell’inglese nei corsi di laurea deve essere aggiuntivo e non esclusivo, ma ormai, come spiega l’autore ad ”Avvenire”, «la prassi si è diffusa e gli atenei hanno messo le istituzioni davanti al fatto compiuto».

L’11 gennaio c’è stata l’udienza davanti al Tar per il giudizio di ottemperanza, ma il fatto è che non sarà facile costringere gli atenei ad adeguarsi. Serviranno infatti molte risorse per ripristinare i corsi in Italiano che, tra l’altro, hanno il difetto di essere meno appetibili per gli studenti esteri, motivo per cui si è preferito investire soltanto nelle specializzazioni in inglese.

«La mia tesi è che la lingua italiana non sia solo una lingua, ma è la nostra cultura – argomenta ancora Cerase- un portato di civiltà, di connotato nazionale e ricchezza. Se non parli più una lingua non sei più parte di quella cultura. Personalmente non sono un sovranista, ma sono molto affezionato alla nostra cultura e vorrei che sopravvivesse nelle nostre università. Galileo scrisse le sue opere in italiano, il linguaggio scientifico non esige necessariamente l’inglese». Il volume ripercorre l’intera vicenda del Politecnico e dà voce anche a chi sostiene la tesi contraria a quella dell’autore (come nel caso della postfazione di Valentina Aprea, deputata di Forza Italia). Particolare spazio è dato al dibattito attorno al concetto di internazionalizzazione e alla necessità di salvaguardare la cultura italiana davanti alle richieste di un mercato globale. «Riconosco che il mercato ha la sua forza oggettiva e che offrire corsi in inglese può contribuire a rendere l’università italiana competitiva- conclude Cerase -.Ma si potrebbero spendere quei soldi per rafforzare l’insegnamento dell’inglese nelle scuole dell’obbligo come in molti paesi europei. Non nego l’esigenza di rafforzare l’università, ma credo che il rimedio possa essere più sofisticato e rispettoso».

Matteo Marcelli | Avvenire | 18.1.2019

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