Politica e lingue

Un distretto per Bruxelles

Corte di giustizia dell'Unione europea (Lussemburgo)

FIAMMINGHI E VALLONI

Belgio diviso? «Un distretto per Bruxelles»

di Ivo Caizzi

La capitale del Belgio, sede principale delle istituzioni dell’Unione Europea, potrebbe diventare un distretto separato se il Paese venisse diviso in due come la Cecoslovacchia. Questa soluzione per Bruxelles sta emergendo come la meno irrealistica nell’acceso dibattito in corso tra i belgi sulla possibile divisione federale dei fiamminghi del nord di lingua olandese dai valloni francofoni del sud. Gli estremisti del Vlaams Belang (Interesse fiammingo), che vogliono allontanare le ricche Fiandre dalla meno sviluppata Vallonia, stanno sfruttando la difficoltà di formare una nuova coalizione di governo, a oltre tre mesi dalle elezioni, esasperata principalmente dai contrasti etnici. I partiti non riescono a mettersi d’accordo perché sono divisi al loro interno tra l’emanazione fiamminga e quella vallone, che presentano liste separate. Lo stallo ha fatto ammettere a molti belgi che gli infiniti contrasti tra le due comunità complicano spesso la vita di tutti. Due treni arrivarono a scontrarsi perché un capostazione fiammingo e un suo collega vallone rifiutarono ciascuno di farsi capire nella lingua dell’altro. La voglia di separazione sarebbe così aumentata non solo nelle Fiandre, dove il Vlaams Belang in alcune aree raggiunge il 30-40% dei voti. Anche tra i valloni, tradizionali difensori del Belgio unito, spunterebbero inattese aperture. Da giorni perfino il quotidiano francofono Le Soir di Bruxelles rilancia spesso in prima pagina articoli e dibattiti sulla possibile separazione tra Fiandre e Vallonia. La divisione dei due territori è netta e non appare difficile. Ma resta fuori Bruxelles, che è una regione a parte, bilingue, situata nella parte fiamminga, confinante con la Vallonia e abitata in maggioranza da francofoni. Entrambe le comunità la reclamano senza possibilità di mediazioni. Da qui è nata l’ipotesi di non scontentare né le Fiandre, né la Vallonia. E di trasformarla in distretto federale, sull’esempio di Washington DC, la capitale degli Stati Uniti.
(Dal Corriere della Sera, 18/9/2007).
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Il Paese da 134 giorni senza governo. L’estrema destra, circa 20% dei voti, vuole la separazione delle «sue» Fiandre dalla Vallonia francofona

Insulti, uova, bandiere in fiamme Il Belgio viaggia verso la scissione
I fiamminghi: se non dividiamo Bruxelles, niente accordo federale

di Luigi Offeddu

A mezzanotte, balza in piedi il borgomastro con i guancioni paonazzi di sdegno: «Chi ci ha scelto? I nostri elettori. E alors, lasciateci fare i sindaci. Che lingua parliamo? Il francese. E alors, lasciateci parlare». Ma ad ogni «alors», nell’aula comunale, metà del pubblico tuona: «Franse ratten!», «Topastri francofoni!». E l’altra metà: «Merules fiamminghi», intendendo con «merules» certi funghi infestanti. Poi lanci di uova, bandiere in fiamme, ragazzotti che riscrivono con lo spray le targhe stradali, nella lingua degli Orange o in quella di Rabelais. Nelle ultime notti è stato così, in alcune di queste periferie non lontane dal Parlamento europeo. «Hier Nederlands», «Qui Olanda», giurano vari cartelli. Ma no, qui è Belgio, piccolo cuore dell’unità europea che non riesce a trovare la sua, di unità. Per ora, prevale
l’innato civismo di questi popoli; e la gente comune, non gli estremisti, convive. «Ma non iniziò così anche in Bosnia?», già esagera qualcuno. Dicono di non capirsi più, fiamminghi e valloni che si spartiscono lo Stato federale e 2 Camere: ma si capiscono, stanno insieme da quasi 180 anni. Il guaio è che ora vivono sospesi nel vuoto: da 134 giorni, dalle elezioni di giugno, non c’ è più un governo vero, proprio per i contrasti fra le comunità. L’estrema destra fiamminga, circa 20% dei voti, vuole la scissione delle «sue» Fiandre dalla Vallonia francofona. Se no, tuona, niente accordo. Il suo leader Filip Dewinter ha una cura per il Belgio federale malato: l’eutanasia. I moderati mediano, la corda si logora. Eppure alle elezioni, per decidere chi doveva governare, 11 partiti spesero in tutto 20.492.393 euro e 23 centesimi. «Monta l’anti-politica», titolano i giornali, e qui non ci sono grilli o mastelli, non un Grillo fiammingo o un Mastella vallone. . La confusione è grande. «Ma questo è pur sempre il Paese che ci ha accolto tutti a braccia aperte», dice Giovanna Corda, deputata belga al Parlamento europeo, vicesindaco della città di Boussu, che ha immigrati di 42 nazionalità, e figlia di un minatore sardo arrivato 51 anni fa. «È un Paese esempio di integrazione per tutto il mondo». Alle finestre ritratti del re Alberto, simbolo di unità, e bandiere nazionali: già vendute 30 mila, furono di più solo quando morì Baldovino. Ma allora e oggi, il re non fa i governi. Designa chi deve formarli: e ora tocca al fiammingo Yves Leterme, malvisto dai francofoni perché nega la loro «capacità intellettuale» di imparare il neerlandese o fiammingo. Loro, in risposta, ricordano da 65 anni i collaborazionisti fiamminghi di Hitler. Vi sono accenni di farsa, il ministro vallone Paul Magnette sprona i suoi: «Imparate a far l’amore, la Vallonia starà meglio». Sono divise da altro, Vallonia e Fiandre: più disoccupazione tra i francofoni (21,9% a Charleroi), e più soldi tra i fiamminghi. Da qui, i luoghi comuni dilaganti: colpa del Congresso di Vienna, i fiamminghi erano il doppio dei valloni, se le Fiandre hanno 400 mila imprese e la Vallonia 200 mila «ci sarà un perché». Luoghi comuni a parte, il tutto è stato tenuto insieme dal re; e dall’orgoglio della Costituzione liberale; e da quel civismo diffuso. Ma quanto può durare? Dipenderà da Bruxelles-Hal-Vilvorde, il nervo scoperto, un’unica circoscrizione elettorale che comprende due territori. Il primo è zona fiamminga, con 35 comuni intorno alla capitale: parlano il neerlandese, ma in 6 di essi i francofoni sono una maggioranza, cui è vietata negli atti formali la propria lingua. L’altro è Bruxelles capitale con 19 comuni, zona bilingue anche se parla neerlandese solo un cittadino su 10. La rurale Hal-Vilvorde e Bruxelles cuore urbano europeo, intrecciate nella pelle del leopardo belga. Con la scissione, secondo i francofoni, Bruxelles sarebbe isolata come una cisti nel corpo delle Fiandre: per dirla con un loro leader, Serge Moureaux, «capitolazione alla Petain». Ma se le cose restano così, ribattono gli altri, niente accordo federale. Titolo di un famoso spettacolo, che riempie da tempo i teatri belgi: «Sii belga e stai zitto».
(Dal Corriere della Sera, 25/10/2007).
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LA SCHEDA

ECONOMIA È tra le più sviluppate in Europa, ma presenta alcuni deficit, tra cui il debito pubblico (al 93% sul Pil) e l’elevato tasso di disoccupazione, pari al 18% in Vallonia (con punte del 30% nelle zone più depresse). La ricchezza è distribuita in modo eterogeneo: Bruxelles e le Fiandre hanno tassi di produttività e redditi più elevati
IL RE Alberto II è re dal 9 agosto 1993. Il predecessore, il fratello Baldovino, morì nel luglio ‘ 93. Il Belgio è l’unica monarchia europea che non applica la legge salica dell’immediata successione. Il re diventa tale dopo il giuramento, non alla morte del predecessore
(Dal Corriere della Sera, 25/10/2007).
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Democrazie in crisi

Al Belgio non resta che e.Bay

Ci sarebbe da ridere, se le cronache del Belgio non suggerissero che lo spauracchio della secessione sia diventato un rischio reale. Ieri, all’indomani del colpo di mano fiammingo con cui è stata approvata la scissione della periferia di Bruxelles dalla capitale come distretto elettorale, Alberto II ha incaricato nuovamente Yves Leterme, cristiano-democratico fiammingo e vincitore delle elezioni dell’ormai lontano 10 giugno, di formare il governo. Non si sa bene come, visto che finora ha fallito, non riuscendo a mettere d’accordo i suoi (presunti) alleati della destra fiamminga, con quelli della destra vallone. E oramai, vittoria o non vittoria, al “provaci ancora Yves” non ci crede più nessuno. Per la metà dei cittadini francofoni questo è l’inizio della dissoluzione del paese e più della metà afferma che Leterme non dovrebbe più aspirare a diventare premier. E se non gli fosse apparso chiaro dopo i ripetuti fallimenti di questi mesi, un cittadino vallone ha sarcasticamente pensato di risolvere la questione, mettendo Leterme in vendita su e.Bay, specificando: “Yves Leterme viene consegnato con un manuale di istruzioni in francese e in fiammingo, ma bisogna fare attenzione, perché non dice la stessa cosa nelle due lingue”. E poco importa se (qualora la crisi istituzionale dovesse continuare a trascinarsi ancora per settimane, come tristemente probabile) Bruxelles, stavolta nella sua qualità di “capitale” europea, ha fatto sapere che il premier belga uscente Guy Verhofstadt potrà comunque sottoscrivere il trattato della Ue. Resta il dato, sottolineato ieri dal giornale (fiammingo) “Het Laatste Nieuws”, della fine di un modello che dava il potere alla concertazione e non alla legge dei numeri. Che significava convivenza tra comunità diverse e, soprattutto, la ricerca del reale consenso come strumento di governo. A questo punto, al Belgio non resta che e.Bay.
(Da Il Riformista, 9/11/2007).
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Sì a un progetto di legge che strappa alla capitale internazionale (e ai valloni) la sua cintura rurale

I fiamminghi votano per spaccare in due Bruxelles

di Luigi Offeddu

Promesso, minacciato, profetizzato da 150 giorni, nella più lunga crisi politica mai vissuta da questo Paese, alla fine il terremoto è arrivato: in diretta tv, con vari leader che invocavano l’intervento del re Alberto II come unico vero garante dell’unità del Paese, e con preoccupati «appelli alla pacificazione» che già si levano dalle periferie di Bruxelles pavesate di bandiere nazionali. Per la prima volta da quando esiste il Belgio e cioè dal 1830, la maggioranza fiamminga nel Parlamento ha imposto la sua volontà alla minoranza francofona. Lo ha fatto con un voto formale, limitato alla Commissione Interni, e che potrà ancora essere corretto, o congelato: ma comunque, un voto simbolicamente esplosivo. Perché i fiamminghi hanno chiesto, chiedono, la scissione di «Bhv», Bruxelles-Hal-Vilvoorde, la circoscrizione elettorale e amministrativa più importante, che comprende anche la capitale oltre a tutte le istituzioni centrali dell’Unione Europea: il cuore stesso dell’Europa unita, e di un Paese federale, che non riesce a stare più tutto intero, e in pace. Almeno sulla carta, nei palazzi della politica, se non nella vita quotidiana dei cittadini: nonostante i 5 mesi senza governo, questo resta infatti il Belgio, la nazione di secolari tradizioni democratiche che ha accolto milioni di stranieri da tutto il mondo; e non è naturalmente la Bosnia degli anni 90. Però il disagio c’è e si sente, lo stesso. Fino ad oggi, la «Bhv» è stata una circoscrizione unica: con quel cuore urbano, appunto la capitale, ufficialmente bilingue ma dove 8 cittadini su 10 parlano il francese; e con una cintura, il Brabante, dove invece si parla in gran parte il fiammingo ma dove vivono anche 120-150 mila cittadini francofoni, liberi finora di eleggere i propri sindaci, votare per i propri partiti, e parlare solo la propria lingua nei consigli comunali, nei tribunali, in ogni altra sede. La scissione amministrativa di «Bhv» significherebbe la fine di tutto questo: da una parte la capitale, in tutto bilingue o multilingue anche per le migliaia di stranieri che ci vivono, e dall’altra una gran fetta del Brabante, dove anche ai 120-150 mila francofoni – proprio questo chiede, anzi esige la maggioranza fiamminga – verrebbe imposta almeno nella vita pubblica una sola lingua ufficiale, lo stesso fiammingo o neerlandese. «Rottura intollerabile, attacco all’equilibrio del Paese», hanno subito reagito i partiti francofoni, ritirandosi dai negoziati per la formazione del nuovo governo. Mentre Yves Leterme, il fiammingo moderato che per incarico della Corona ha finora guidato gli stessi negoziati, tornava dal re in cerca di consiglio. Come sempre i moderati delle due parti cercano di mediare, e gli estremisti soffiano sul fuoco: Nord contro Sud, Est contro Ovest, campagne contro città. Due, o forse tre, le possibilità: nuovo incarico «in extremis» a Leterme; ritorno alle urne; o stallo completo, perché è certo che i francofoni faranno valere in Parlamento la clausola di garanzia che consente a ognuna delle comunità di porre il veto su proposte giudicate «discriminatorie». Comunque vada, da Bruxelles e dintorni dipende tutta la politica nazionale. Quello è il grande nervo scoperto: la «libertà di noi francofoni» era ed è la condizione posta per la formazione del governo federale, ma dalla parte opposta quella stessa condizione ha un altro nome: «la libertà e dignità di noi fiamminghi». Nel mezzo, un vuoto di potere che dura ormai dalle elezioni dello scorso 10 giugno. E che le bandiere nazionali ai balconi non riescono a riempire.
(Dal Corriere della Sera, 8/11/2007).
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Dal voto alla crisi
LE ELEZIONI

Il 10 giugno i belgi sono andati alle urne per le elezioni legislative. Grande vincitore è il Partito democristiano fiammingo dell’ex premier Yves Leterme.
L’IMPASSE Leterme rinuncia a formare un governo. La coalizione che sembrava scontata (democristiani e liberali fiamminghi con liberali ed ex democristiani valloni) si incrina sulle autonomie: i fiamminghi vogliono di fatto trasformare il Belgio in una confederazione. È l’impasse.
(Dal Corriere della Sera, 8/11/2007).
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Belgio diviso
Paradosso nel cuore dell’Ue

di Aldo Rizzo

Nel cuore dell’Europa integrata – quel Belgio che ospita da mezzo secolo le sedi istituzionali della Comunità, poi Unione, europea – si è sviluppato, a partire dal dieci giugno, data delle ultime elezioni generali, un fenomeno paradossale. Per mesi e mesi i belgi non sono riusciti a darsi un governo. E non per difficoltà scaturite dal voto, poiché era emersa una maggioranza di centrodestra, tra democristiani e liberali. Ma per aspri contrasti tra le due etnie, chiamiamole così, cioè tra i due gruppi linguistici e culturali, il fiammingo e il vallone. Contrasti che attraversavano e attraversano le formazioni puramente politiche. Fino a far temere una vera e propria divisione dello Stato…
Dietro c’è la storia stessa di questo Stato, già parte dei Paesi Bassi e poi staccatosi nel 1830, per l’impulso prevalente della borghesia cattolica e francofona, ma conservando una consistente aliquota di popolazione delle Fiandre, per lo più mercantile e agraria, e di lingua praticamente olandese. Fu per queste sue caratteristiche composite, e per esser uno Stato-cuscinetto tra Francia e Germania, le due potenze storicamente rivali, che il piccolo (relativamente) Belgio vide scelta Bruxelles, a preferenze di Parigi o Roma o Bonn, come capitale dell’Europa in via d’integrazione. Ma, se Bruxelles è bilingue, il resto del Paese ha conservato e anzi accentuato il proprio, specifico modo di esprimersi, e a ciò si è aggiunto un nodo di contrasti economici, per il progressivo spostamento dell’asse della ricchezza dalla Vallonia alle Fiandre. Con conseguente, crescente, rivendicazione di autonomia e di potere da parte fiamminga. Così… una maggioranza di belgi ritiene che tra dieci anni il Belgio in quanto tale non esisterà più…
Secondo gli analisti bruxellesi, influisce anche il fatto che, con l’ultimo allargamento, sono diventati membri dell’Ue Paesi ben più piccoli del Belgio o di ciò che sarebbero le sue due parti divise. Argomenti che rafforzerebbero le spinte autonomistiche-secessionistiche di altre regioni d’Europa, dalla Scozia alla Catalogna.
Dunque, in vario modo, l’unificazione europea potrebbe addirittura favorire la frammentazione dei singoli membri… Questo secondo, almeno apparente, paradosso potrebbe anche avere un suo aspetto positivo, in qualche caso. Sotto la coperta europea, si potrebbero pacificamente soddisfare autonomismi e localismi particolarmente sentiti. Ma il guaio è che la coperta è lungi da essere così ampia e spessa…
(Da La Stampa, 24/11/2007).
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Bruxelles: il vice premier giura solo in fiammingo

Belgio, varato il governo ma è subito gaffe

Sei mesi per varare un governo che ne durerà tre. Un risultato apparentemente modesto che invece per il Belgio è un successo. Guy Verhofstadt, liberale fiammingo, ha giurato ieri davanti a re Alberto con i suoi sedici ministri, calibrati per appartenenza politica e linguistica: sette fiamminghi e sette francofoni, in rappresentanza di cinque partiti. Il premier, che dovrà avviare la riflessione sulle riforme, avrà come vicepremier il suo successore, il cristiano democratico fiammingo Yves Leterme, famoso per aver confuso la Marsigliese con l’inno belga e che, anche ieri, è stato protagonista di una nuova gaffe, proprio durante la cerimonia di insediamento. Contrariamente alla consuetudine Leterme ha infatti pronunciato la formula di rito solo in fiammingo. Non è stato l’unico ministro a scegliere di usare solo la sua lingua, ma a sollevare l’accusa di provocazione è il fatto che sarà proprio Leterme a guidare il governo, finita la fase di transizione affidata a Verhofstadt…
(Da Il Giornale, 22/12/2007).
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Nel Belgio diviso. A Zaventem, sobborgo di Bruxelles, per comprare i terreni bisogna sapere parlare l’idioma

Non sai il fiammingo, niente casa

La decisione discrimina la minoranza vallone Ma il sindaco si difende: “Quale integrazione può esserci se non ci si capisce?”

di Enrico Brivio

… Siamo a Zaventem, nel cuore dell’Unione europea e nella periferia della capitale comunitaria, ma anche in una zona fiamminga, fiera di esserlo. A dimostrarlo c’è la controversa decisione, presa dal Comune locale, di non vendere terreni a chi non parli o non si impegni a imparare il fiammingo. Quell’idioma, molto vicino all’olandese, che in Belgio coesiste con il francese, marcando la diversità tra due etnie che non si amano.
“Credo – spiega Francio Vermeiren, il sindaco liberale di Zaventem – ci siano malintesi sulla nostra decisione: in una zona in cui i prezzi degli immobili sono in ascesa, a causa anche dell’arrivo di stranieri, abbiamo voluto assicurare appartamenti ai giovani della comunità locale a un prezzo più accessibile. Ma vogliamo assegnarli a persone che rispettano la cultura del posto: se non parli la lingua, come fai a integrarti, a farti capire al bar o nei negozi?”… “Non voglio discriminare nessuno, basta impegnarsi a frequentare corsi di fiammingo, se non lo si parla già”, si schermisce il borgomastro, che aggiunge: “Ho appena finito di illustrare per un’ora a un’altra persona i nostri programmi per integrare le comunità marocchine”.
Già, ma il sindaco non menziona i “cugini” valloni, indicati come vittime predestinate dalla discriminazione linguistica nelle gare per l’assegnazione dei 76 lotti comunali. Strana una decisione localista vicino a un hub internazionale come Zaventem, ben sapendo che lo scopo è proprio di arginare quell’ondata di francofoni generata dallo sviluppo dell’aeroporto. “Guardi – sbotta Vermeiren – io sono appena stato in Toscana e se venissi ad abitare a Siena in tre mesi imparerei l’italiano, noi stiamo parlando inglese e constato che gli americani che vengono ad abitare qui, ma anche gli inglesi, i tedeschi e gli italiani, imparano la lingua velocemente”. Altri no, sottintende il sindaco, riecheggiando l’infelice, ma sintomatica battuta di Yves
Leterme, il cristiano-democratico trionfatore delle ultime elezioni delle Fiandre.. che accusò i valloni di non voler imparare il fiammingo in quanto intellettualmente pigri.
Sulla legittimità del vincolo linguistico posto dal consiglio comunale di Zaventem la Commissione Ue prende tempo, mentre è stato respinto il ricorso alla magistratura presentato da Christian van Eycken, unico francofono eletto al Parlamento fiammingo. Anche se, secondo Hughes Dumont, docente della facoltà di Legge dell’Università di Saint Louis, la condizione posta “viola lo spirito e la lettera della legislazione comunitaria” e in particolare i regolamenti sulla libera circolazione dei lavoratori del 1968. E a riprova cita un codice fiammingo dell’edilizia del 2003, che doveva fissare gli stessi obblighi linguistici, ma poi esentò i cittadini comunitari.
Ma la di là delle dispute legali, la delibera di Zaventem ha dimostrato ancora una volta che la lingua può essere un muro che cristallizza ed evidenzia le divisioni tra fiamminghi e valloni. … “Cinquant’anni fa – ricorda Henry Deheyn, giornalista pensionato originario di Zaventem – qui vivevano solo fiamminghi e qualche ingegnere vallone che lavorava nelle imprese qui attorno. Ma poi con lo sviluppo dell’aeroporto e dell’indotto molti francofoni si sono installati qui. Pochi fanno lo sforzo di apprendere il fiammingo e ormai ci sono due società parallele, che non comunicano. Ma l’operazione di integrazione forzata di Vermeiren arriva tardi, bisognava semmai pensarci qualche decina di anni fa”.
Intanto, a dispetto della gloabalizzazione, dei depositi di merci internazionali tutt’attorno, dell’insegna in inglese che sul corso principale reclamizza la “Best chocolate in Belgium” e di quel Montenegro grill all’angolo, chi vuole un lotto pubblico a Zaventem è meglio che si presenti con una grammatica di fiammingo sottobraccio.
(Da Il Sole 24 Ore, 4/1/2008).
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Bilinguismo. Sono 35 i comuni fiamminghi separatisti

In Belgio una nuova crisi sulla divisione di Bruxelles

di Enrico Brivio

La crisi di Governo in Belgio è stata per il momento scongiurata. Ma la capitale d’Europa, crocevia delle aspirazioni politiche di 27 Paesi, resterà per altri quattro mesi ostaggio di dilanianti tensioni politiche tra le due comunità locali, i valloni francofoni e i fiamminghi.
E, paradossalmente, la stabilità politica della città che ospita funzionari e parlamentari di tutto il continente ed eserciti di interpreti e traduttori, chiamati a tradurre documenti comunitari in estone come in finlandese, rimarrà sotto scacco di una querelle politico – linguistica. Oggetto principale della disputa, che incombe come una spada di Damocle sul pentapartito belga guidato dal cristiano-democratico fiammingo Yves Le terme, è il sistema di voto dei 35 comuni della cintura urbana di Bruxelles: la circoscrizione di Hal-Vilvorde. Finora l’hinterland della capitale belga ha beneficiato dello stesso sistema dei 19 comuni del centro città. Gli abitanti delle periferie, sebbene siano in territori già parte integrante delle Fiandre, possono scegliere di votare per liste di candidati fiamminghi o per quelle di politici valloni.
Un’anomalia che attenterebbe all’autonomia linguistica delle Fiandre e deve perciò finire, secondo i deputati fiamminghi della Camera federale che, nella notte tra giovedì e venerdì, hanno deciso di votare un ordine del giorno per la scissione della circoscrizione Hal-Vilvorde da Bruxelles capitale. Negando così a una minoranza di 100 mila valloni abitanti nei quartieri periferici la possibilità di votare per i partiti francofoni.
Un’ipotesi considerata inaccettabile dai politici valloni, anche perché per la prima volta nella storia i partiti fiamminghi hanno sfruttato negli organi federali la loro maggioranza su questioni istituzionali (in Belgio la popolazione fiamminga è il 60%, la vallone il 40). Un voto che ha rischiato di mandare in frantumi, dopo meno di due mesi, i fragili equilibri della coalizione “asimmetrica” di Leterme, formata da due partiti fiamminghi (cristiano–democratici e liberali) e tre valloni (riformatori liberali, socialisti e centristi democratici).
L’astrusa macchina procedurale del federalismo belga è venuta però per il momento in aiuto dei francofoni e ha permesso di dare una boccata d’ossigeno al Governo Leterme. All’unanimità i 62 deputati francofoni del parlamento della regione di Bruxelles (una delle sette assemblee legislative previste dall’ordinamento belga) hanno prontamente adottato una mozione di “conflitto d’interessi”, qualche ora dopo il voto dei deputati fiamminghi alla camera federale. Innescando così un meccanismo che congela per 120 giorni la situazione, anche se non prospetta soluzioni.
Resta da vedere se l’esitante Leterme riuscirà in quattro mesi a sciogliere l’intricato nodo istituzionale che finora non è stato capace di sbrogliare. La crisi di Governo resta possibile, ha ammesso ieri il liberale vallone, Didier Reynders, vicepremier e ministro delle Finanze e delle Riforme istituzionali, in un’intervista a Apcom. “La questione riguarda la tutela dei diritti di una cultura e se questi diritti superino i confini, oppure se siano ristretti in base al territorio sul quale si vive – ha ricordato Reynders”. E ha aggiunto: “Attorno a Bruxelles vivono a centinaia di migliaia di francofoni che non possono essere cancellati come tali”.
(Da Il Sole 24 Ore, 10/5/2008).
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Dal 2009 si terranno due campionati distinti per le squadre giovanili

Fiamminghi contro Valloni in Belgio diviso anche il calcio

di Alberto D’Argenio

Quando una nazione scricchiola anche le piccole storie assumono una funzione fortemente simbolica. E’ il caso del Belgio, dove a partire dal primo gennaio esisteranno due campionati di calcio: uno per i francofoni e l’altro per i fiamminghi. Il tutto a due settimane dalla presentazione della cruciale riforma federalista chiamata a salvare, o affondare, uno Stato sempre più sull’orlo della scissione.
Le due leghe calcio saranno in rappresentanza delle due comunità linguistiche del Paese. Rimarranno sotto la cupola di quella nazionale, i ‘Diavoli rossi’ continueranno a rappresentare la bandiera belga e i campionati di serie A e B rimarranno intatti. Ma francofoni e fiamminghi avranno la libertà di finanziare le rispettive squadre giovanili e dilettantistiche, che giocheranno tornei separati, e la creazione di nuove infrastrutture. Con la comunità di lingua olandese, quella delle Fiandre, che grazie alla superiorità economica correrà su una corsia preferenziale. E le conseguenze potrebbero toccare anche l’Anderlecht, la prestigiosa squadra di Bruxelles – capitale in territorio fiammingo ma a maggioranza francofona – che riceverà benefici economici se deciderà di aderire alla lega fiamminga, manco a dirlo artefice della scissione.
Fiamminghi e valloni. I ricchi del nord di lingua olandese sempre più allergici all’unità nazionale. E i decaduti valloni, francofoni superiori dal punto di vista numerico ma sottomessi da quello economico. E non è il solito “al lupo al lupo”. Problemi e scontri sono tangibili in uno Stato, con due blocchi dalle lingue, culture e tradizioni che non comunicano: alla periferia di Bruxelles due comuni assegnano case popolari solo a chi passa un esame di fiammingo. Per non parlare dei sindaci francofoni eletti in tre comuni fiamminghi alle porte della capitale ma bloccati dal governo delle Fiandre per questioni linguistiche. Vicende che hanno richiamato l’attenzione, e le condanne, di Nazioni Unite, Ue e Consiglio d’Europa. Ma è la pancia del Paese che parla. E su internet già si mette in palio una fornitura di patatine fritte a chi indovina il giorno della scissione, mentre le tv sfornano fiction sulla separazione. Così si attende la metà di luglio, quando il premier Yves Leterme presenterà la riforma federalista su settori chiave come occupazione, salute, famiglia e funzione pubblica. Passaggio cruciale che potrebbe avvicinare la fine, o dare un po’ d’ossigeno, ad un Paese sul quale nessun suo cittadino si sentirebbe di scommettere.
(Da La Repubblica, 1/7/2008).
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Dopo quattro mesi

Cade il governo di Leterme Belgio sull’orlo della scissione

In Belgio è ricaduto il governo. Il primo ministro cristiano democratico Yves Leterme ha presentato le dimissioni nelle mani di Alberto II…Mai il paese era arrivato così vicino a spaccarsi in due.
Il Belgio è formato da due regioni, Fiandre e Vallonia, più numerosa, industriale e ricca la prima (124% della media del pil Ue), più debole, agricola e in difficoltà la seconda (90%). Le due comunità hanno lingue diverse e ritmi diversi. Messe insieme da un capriccio della storia hanno costruito un complesso meccanismo federale (1993) che sino a un certo punto ha funzionato, sdoppiando tutto, le amministrazioni, i partiti, e, da quest’anno, anche il campionato di calcio non professionisti. Col tempo, lentamente, le cose sono cambiate. I fiamminghi rivendicano maggiori poteri, non vogliono sovvenzionare il sud.
Il governo del fiammingo Leterme… sul suo cammino ha cozzato con due scogli insormontabili. Il primo è l’estensione dell’autonomia delle Fiandre in materia di occupazione, sicurezza sociale e su gran parte del fisco…
Il secondo riguarda la scissione della circoscrizione fiammingo-vallona di Bruxelles–Hal–Vilvorde (Bhv), alla periferia della capitale che è bilingue. I fiamminghi vogliono impedire alla minoranza di lingua francese la possibilità di votare per i candidati dei partiti francofoni alle elezioni politiche; i francofoni, invece, vorrebbero ridisegnare i confini di Bruxelles, includendo nella capitale bilingue alcuni comuni limitrofi delle Fiandre dove abitano i molti cittadini che parlano francese.
Non se ne esce, così i nazionalisti fiamminghi (al governo) rispolverano l’indipendenza delle Fiandre, regione nella quale Leterme appare sfiduciato al punto che si chiede il premierato per il liberale francofono Reynders, cosa del tutto inconsueta. “Quanto accaduto dimostra che il livello di concertazione a livello esclusivamente federale ha raggiunto i suoi limiti”, ha dichiarato il mesto Leterme…
(Da La Stampa, 16/7/2008).
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Crisi congelata

Belgio, il re lascia in sella Leterme

Nonostante le gaffes e i ripetuti insuccessi, al timone del Belgio per qualche tempo resterà ancora lui, Yves Leterme, il primo ministro uscente. Il re Alberto II nella notte fra giovedì e venerdì ha deciso infatti di respingere le dimissioni del leader democratico – cristiano fiammingo e di lasciarlo alla guida del Governo, affiancandolo però con tre saggi che si dovranno occupare delle riforme istituzionali.
Così facendo il sovrano belga ha in sostanza “commissariato” Leterme sul fronte più delicato, sul quale rimangono le dirompenti tensioni fra comunità vallone e fiamminga. E gli ha affidato il compito di concentrare il lavoro del suo pentapartito sulle tematiche economico – sociali.
I tre saggi sono due navigati politici francofoni, Francois Xavier de Donnea della regione di Bruxelles e il vallone Raymond Langendries, affiancati da Karl-Heinz Lambertz, presidente della comunità germanofona belga ed esperto costituzionalista. Un segnale che il re vuole avere dalla comunità vallone e dalla minoranza germanofona proposte di riforma da confrontare con le rivendicazioni fiamminghe di maggiore autonomia e di cambiamento dello status del distretto di Hal-Vilvorde nella cintura urbana di Bruxelles.
Entro il 31 luglio i tre saggi dovranno presentare il progetto di riforma istituzionale. Ma il governo Leterme, appena resuscitato, appare debole e prende quota l’ipotesi di un percorso limitato per poi avere elezioni anticipate, da svolgersi con le regionali e le europee nel giugno 2009.
(Da Il Sole 24 Ore, 19/7/2008).
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EUROPA E NAZIONALISMI

La crisi belga e l’incubo secessione

La Ue sembra incoraggiare gli stessi impeti per contenere i quali era stata costruita. I Fiamminghi mal sopportano di soccorrere i Valloni con il denaro delle loro tasse. È inquietante un popolo che rifiuta di condividere la propria ricchezza per ragioni etniche e linguistiche

di IAN BURUMA
(traduzione di Francesca Santovetti)

Il Belgio corre il pericolo di andare in pezzi: per più di sei mesi il Paese non è stato in grado di formare un governo capace di unire i valloni, francofoni (sono il 32% della popolazione) e i fiamminghi, di lingua tedesca (il 58%). Il re del Belgio, Alberto II, sta cercando disperatamente di impedire che i suoi sudditi disgreghino lo Stato-nazione. Se si esclude il re, naturalmente (senza il Belgio, rimarrebbe senza lavoro), tutto questo a chi interessa? Prima di tutto, ai valloni. I belgi di lingua francese che hanno dato inizio alla Rivoluzione industriale europea nel Diciannovesimo secolo ora vivono in una rustbelt impoverita e bisognosa di sussidi federali: una parte sostanziale di questi, però, sarebbe costituita dalle tasse pagate dai fiamminghi, più ricchi e high-tech. La questione interessa inoltre a un gruppo sparuto di sognatori olandesi di destra che coltivano la fantasia di unire le Fiandre del Belgio con la madrepatria olandese. Purtroppo per loro, tuttavia, i Fiamminghi non condividono affatto tale desiderio: il Belgio, dopo tutto, diventò uno Stato indipendente nel 1830 proprio per liberare i fiamminghi e i valloni cattolici dall’essere soggetti a una monarchia olandese protestante. Forse, però, la faccenda dovrebbe stare un po’ a cuore a tutti, perché quanto sta accadendo al Belgio è inconsueto, sì, ma in alcun modo straordinario. I cechi e gli slovacchi si sono già separati, e la stessa cosa è accaduta alle differenti nazioni della Jugoslavia. Molti cittadini baschi vorrebbero staccarsi dalla Spagna, e così pure molti catalani. Ai corsi piacerebbe sbarazzarsi della Francia, e a molti scozzesi della Gran Bretagna. Esiste naturalmente anche il problema del Tibet e della Cina, quello dei ceceni in Russia, e così via. Alcune di queste popolazioni, non vi sono dubbi, una volta indipendenti sopravvivrebbero benissimo. La storia sembra però suggerire altrimenti, perché l’effetto cumulativo di Stati che si disgregano è positivo in pochissimi casi. I separatisti belgi amano rilevare che il Belgio non è mai stato uno Stato-nazione naturale, quanto piuttosto un incidente storico. Questo si può dire tuttavia anche di tante altre nazioni, forse, addirittura, della maggior parte dei Paesi. L’incidente, nel caso del Belgio, si fa generalmente risalire all’inizio dell’Ottocento: come cause, gli vengono attribuite il crollo dell’Impero napoleonico in Europa da una parte, e l’arroganza olandese dall’altra. A volere essere precisi, potremmo anche pensare che l’incidente fosse avvenuto già nel Sedicesimo secolo, quando l’imperatore Asburgo si tenne la parte meridionale dei Paesi Bassi (l’attuale Belgio), mentre le province protestanti del Nord se ne separarono. In ogni caso, gli Stati-nazione presero forma nel Settecento e nell’Ottocento spesso per promuovere degli interessi comuni, al di là di differenze culturali, etniche, linguistiche o religiose: questo vale, come per il Belgio, per l’Italia e per la Gran Bretagna. Il problema ora è che gli interessi non sono più gli stessi, e, men che meno, condivisi. L’Unione Europea, che con vigore si fa promotrice di interessi regionali, ha indebolito di fatto l’autorità governativa delle nazioni. Perché mai dovremmo dipendere da Londra, si dicono gli scozzesi, quando Bruxelles ci offre dei maggiori vantaggi? Quando non si può più parlare di interessi comuni, lingua e cultura iniziano ad assumere un peso più rilevante: un motivo per il quale i fiamminghi belgi mal sopportano di prestare soccorso ai valloni con il denaro delle loro tasse, consiste nel fatto che considerano i valloni praticamente degli stranieri. La maggioranza dei lettori fiamminghi non legge giornali e romanzi scritti in francese, e viceversa; le loro stazioni televisive sono separate, come pure sono le loro scuole, le università, e i partiti politici. Agli italiani del Nord non piace che le loro tasse vadano a beneficiare il Sud, ma in questo caso, se non altro, tutti parlano (più o meno) la stessa lingua, hanno le stesse stelle televisive, la stessa squadra nazionale di calcio, e un unico Berlusconi. I belgi hanno soltanto un re che come la gran parte degli altri sovrani europei è di origine tedesca. Perché, di nuovo, la questione del Belgio dovrebbe sollevare interesse? Non proviamo forse solidarietà per i tibetani e la loro lotta per la libertà? Perché, allora, i fiamminghi non se ne dovrebbero andare per la loro strada? Una cosa, però, è sostenere un popolo oppresso da un regime dispotico (con i tibetani che corrono davvero il rischio di perdere la loro identità culturale), ma un’altra, più inquietante, è avere una popolazione che rifiuta di condividere la propria ricchezza per ragioni etniche e linguistiche. Se i cittadini fiamminghi non vogliono che il denaro delle loro tasse vada ai valloni, perché allora non si adoperano ad aiutare gli immigranti africani senza lavoro? Dopotutto i belgi hanno posseduto e sfruttato gran parte dell’Africa come una delle loro principali fonti di ricchezza. È chiaro, a questo punto, che il partito nazionalista fiammingo (Vlaams Belang) sia ostile anche agli immigranti. Il destino del Belgio dovrebbe stare a cuore a tutti gli europei, particolarmente a quelli che auspicano successo all’Ue. Quello che sta accadendo ora in Belgio potrà verificarsi in futuro su scala continentale: per quale motivo, a esempio, i ricchi tedeschi dovrebbero continuare a essere tassati per dare aiuto a greci e portoghesi? È difficile sostenere qualsiasi governo democratico sia su scala nazionale che su scala europea se manca un senso di solidarietà. È preferibile che tale solidarietà sia fondata su qualcosa di più profondo che degli interessi comuni: il linguaggio, il senso di una storia comune, e, pure, l’orgoglio di avere raggiunto dei traguardi in senso culturale. L’identità europea è in questo aspetto ancora ben lungi dall’essere solida. Probabilmente i cittadini belgi non hanno più in comune quanto sia necessario, e fiamminghi e valloni vivrebbero meglio dopo avere divorziato. Si spera comunque che ciò non accada: i divorzi non sono mai indolore, e quasi sempre il nazionalismo etnico sprigiona sentimenti poco augurabili. Tutti sappiamo come è andata a finire quando l’attrazione, gemella, del territorio e della consanguineità ebbe un ruolo determinante nella politica europea in passato. Oggi, senza averlo voluto, l’Unione Europea sembra incoraggiare proprio gli stessi impeti per contenere i quali era stata costituita l’unità europea del dopoguerra.
(Dal Corriere della Sera, 31/7/2008).
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Belgio. Verso il voto per le europee

Slogan elettorali solo in fiammingo

di Adriana Cerretelli

Si diceva che la grande crisi economico-finanziaria avesse raffreddato i bollenti spiriti in Belgio, riportandovi il buon senso, ingabbiando gli eterni fantasmi del separatismo linguistico e non. Invece è bastato un buon pretesto, le europee del 7 giugno, per far ripartire le ostilità. Nel focolaio mai spento della periferia di Bruxelles.
Sono fiamminghi e oltranzisti i comuni che circondano la capitale europea. Pretendono da tempo la scissione della circoscrizione Bruxelles-HalVolvoorde. Per ottenerla prima avevano minacciato, invano, di boicottare le europee. Ora hanno trovato di meglio: impedire semplicemente ai francofoni di fare campagna elettorale.
I mezzi sono vari. Per loro niente manifesti nelle strade o sulle case. Chi sfida il divieto viene oscurato, colla alla mano. Ma c’è chi sceglie l’intervento più radicale: via i cartelli per tutti e pazienza se così sono anche i fiamminghi ad andarci di mezzo.
Per legge l’affissione è libera, anche dai vincoli linguistici. I sindaci fiamminghi lo sanno benissimo ma se ne infischiano, perché, dicono, vogliono metterla in politica. I francofoni, meditano guerre per vie legali. Ma non è facile. Denunciare il sopruso a chi? Il Consiglio di Stato sarebbe l’organo naturale competente per i ricorsi in arrivo dalla periferia Est di Bruxelles però la sezione è non solo fiamminga ma arcinota per la sua giurisprudenza radicale, naturalmente tutta antifrancofona.
I giuristi sono al lavoro. La soperchieria non passerà, giurano. Di buono c’è che, lontano dal fronte, nelle Fiandre la gente sembra stufa della microguerriglia quotidiana, ha altro a cui pensare. I sindaci in armi con i loro stendardi, al momento, sembrano abbastanza isolati.
C’è poco da illudersi, però. Nella cintura di Bruxelles estremisti ed esaltati prosperano tra i più disparati divieti imposti ai malcapitati francofoni, che vogliono mettere piede dalle loro parti. Esempi: in un comune è vietata la pubblicità in francese al mercato, in alcuni altri è impossibile acquistare case popolari per chi non parli fiammingo. Ce n’e uno che ha addirittura creato uno sportello apposta per presentare reclami e denunce contro le imprese non “puriste”, quelle che si permettono di fare pubblicità non in fiammingo.
(da Il Sole 24 ore, 9/5/2009).

21 commenti

  • Paradosso Per i fiamminghi il nuovo sovrano è Filip, per i valloni Philippe, per i tedeschi Philipp: ma potrà firmare come vuole

    Lingue divise: e il re del Belgio avrà tre nomi

    di Luigi Offeddu

    Philippe, Filip, o Philipp? In francese, in fiammingo, o in tedesco? Niente confusione: in tutte e 3 le lingue potrà firmarsi Philippe, o meglio Philippe Léopold Louis Marie del Belgio, colui che fra 3 giorni verrà incoronato a Bruxelles re del suo Paese. Nelle Fiandre avrà un bel nome fiammingo, in Vallonia un bel nome francese, e nella minuscola fetta di Belgio che parla tedesco avrà un nome che sarebbe stato caro alle orecchie di Goethe.
    Con un intervento all’ultimo minuto, il consiglio dei ministri ha evitato l’ennesima possibile baruffa fra nazionalisti, e ha modificato la legge che imponeva al re di firmare sempre con lo stesso nome: norma importantissima, perché in questo Paese tutte le leggi valgono solo se sottoscritte dal monarca. Con Albert II, padre e predecessore di Philippe, mai nessun problema: il suo nome si scrive e si legge nello stesso modo, sia in francese che in fiammingo. Ma il dilemma nato con suo figlio, rischiava di diventare veramente insolubile: Philippe ha sempre preferito chiamarsi così, ha annunciato che non cambierà idea, la sua lingua madre è il francese (anche se ovviamente parla bene anche il fiammingo) ed è saldamente Philippe anche all’anagrafe, sul suo certificato di nascita. Ma già quando papà Albert II ha annunciato la sua abdicazione, nella costellazione dei gruppi dei nazionalisti fiamminghi ha cominciato a fermentare il malumore: perché mai un re dovrebbe firmarsi Philippe, in lingua francese, in un Paese dove il 57,5% della popolazione – a tanto ammonterebbe la maggioranza fiamminga – lo chiama e lo chiamerà sempre Filip? Il malumore è confluito alla fine in un emendamento fiammingo alla legge esistente: proponeva di introdurre la firma digitale per tutti i documenti del sire, ma è stato sonoramente bocciato; la «e-firma» non sarebbe andata d’accordo con la solennità e l’antichità di certe forme protocollari. In altri tempi, l’amato re Baldovino (Baudouin in francese, Boudewijn in fiammingo) riuscì a risolvere il problema inchiodando un’enorme B all’inizio della firma, e appendendovi poi uno svolazzo pressoché illeggibile, che evitava gelosie all’una e all’altra del suo regno.
    Ora, tutto dovrebbe essere a posto. E si preparano arazzi, tappeti e cavalli per il 21, giorno dell’incoronazione (anche se si eviteranno troppi sprechi, per la via della crisi). E stato sciolto anche l’ultimo nodo, la decisione sulla pensione di Albert II: sarà di 923 mila euro, e lui ci pagherà sopra 2oo mila euro di Iva e tasse varie. Mentre Philippe, Filip, o Philipp, avrà un budget personale e di Corte di 11,55 milioni di euro, con 700 mila euro di tasse all’anno. Nell’attesa del gran giorno, sui blog proseguono comunque le baruffe. E compare anche, stesa da mani infuriate, una tabella con tutti – o quasi – i «Filippi» del mondo: «Fulup (bretone), Felip (catalano), Féilì (cinese), Villpu (finlandese), Pirip (coreano), Filipo (esperanto), Filippo (italiano), Firippu (giapponese), Fulop (ungherese)….».
    (Dal Corriere della Sera, 18/7/2013).

    Il Paese
    Le comunità
    La popolazione del Belgio è suddivisa fra fiamminghi, di lingua olandese, e valloni, che parlano francese. I primi, pari al 57,5% della popolazione, rappresentano la maggioranza. Bruxelles, la capitale, è bilingue. Esiste inoltre una piccola comunità di lingua tedesca
    Le regioni
    I fiamminghi si concentrano nelle Fiandre, a nord, e i francofoni, a sud, in Vallonia
    (Dal Corriere della Sera, 18/7/2013).

  • L’abdicazione Dopo Beatrice d’Olanda, anche il sovrano del Belgio lascia in favore del figlio Filippo

    L’ultima volta di Paola da regina

    di Luigi Offeddu

    E sono due. Il 30 aprile, abdicò Beatrice. Ieri sera, ha annunciato di voler abdicare Alberto II, «in serenità, per ragioni di età e di salute». La regina d’Olanda, il re del Belgio: due delle ultime teste coronate d’Europa rinunciano al trono in favore dei figli: Guglielmo Alessandro nel caso di Beatrice, Filippo nel caso di Alberto. Mentre oltre la Manica, a Londra, un altro erede al trono di nome Carlo, 65 anni, accompagna l’arzilla mamma di 87 anni alle sfilate di moda o alle cerimonie solenni. Ma Elisabetta è l’eccezione in fatto di popolarità: a mano a mano che la crisi economica incalza un po’ dovunque, e crescono le proteste contro i supposti privilegi dei potenti, una sorta di crepuscolo sembra avvolgere le monarchie del continente.
    La notizia di ieri sera era nell’aria da tempo, ma un Paese di 10,5 milioni di abitanti è ugualmente sotto choc. Perché Alberto, 79 anni, ha regnato per venti: ed è stato un simbolo di unità anche quando i francofoni e la maggioranza fiamminga sembravano ormai giunti sull’orlo della scissione.
    O quando, per 541 giorni, il Belgio è rimasto senza un governo.
    Un monarca amato, da un lato, e dall’altro bersaglio di molte polemiche: Delphine, una figlia nata fuori dal matrimonio e da lui implicitamente riconosciuta, proprio in questi giorni si rivolge al tribunale per ottenere il riconoscimento della paternità. E stato anche ipotizzato che la stanchezza denunciata dal re sia legata a questa vicenda, che presumibilmente porterà a nuove polemiche. Ma nonostante tutto, al sovrano non è mai mancato il sostegno della bella moglie italiana, Paola Ruffo di Calabria, anche ieri premurosamente al suo fianco, attenta ad aggiustargli la cravatta prima del discorso televisivo. Con l’abdicazione del marito, ovviamente lascerà anche lei ogni ruolo pubblico.
    L’annuncio era stato preparato con cura, con l’intero governo e il primo ministro Elio Di Rupo a far da cornice. «Durante gli anni, insieme alla regina Paola, il sovrano ha conquistato i cuori del popolo belga», ha detto il premier. In un discorso registrato per due volte in francese e fiammingo, il re ha spiegato che abdicherà formalmente il 21 luglio, giorno in cui si celebra la festa nazionale: «Entro nel mio ottantesimo anno, un’età mai raggiunta da nessuno dei miei precedessori durante le sue funzioni. Età e salute non mi permettono di svolgere il mio coni pito come vorrei». E ancora: «E una questione elementare di rispetto verso le istituzioni e verso di voi, miei cari concittadini: dopo vent’anni di regno, è tempo di passare la fiaccola alla generazione seguente». La «generazione seguente» è l’erede al trono Filippo, 53 anni, che diventerà il settimo re dei belgi: educato in scuole dei gesuiti, una formazione adulta nei collegi militari, un brevetto da pilota e due lauree a Oxford e a Stanford negli Usa. Ma riservato, poco conosciuto al grande pubblico; con una moglie di nome Mathilde, bella quanto la suocera, e 4 figli.
    Alberto II se ne va accompagnato dai saluti contrastanti dei suoi sudditi, sui «blog» dei giornali.
    Due fra tanti: «Grazie, sire, per quanto avete fatto per il nostro Belgio grande e bello». Ma anche: «Grazie di cuore, signore. Vorrei solo che la vostra partenza avvenisse in armonia, e che riconosceste la vostra figlia nata fuori dal matrimonio. Questo sarebbe molto bello. Addio alla coppia belgo-italiana…».
    (Dal Corriere della Sera, 4/7/2013).

  • Risponde Sergio Romano

    CHE COSA ACCADREBBE SE L’ITALIA IMITASSE IL BELGIO

    Potrebbe spiegare le ragioni che rendono difficile nel nostro Paese l’attuazione dell’esperienza belga, e cioè la possibilità di restare senza un governo per i prossimi mesi? Si tratta solo dell’art. 89 della
    Costituzione sulla controfirma degli atti a parte dei ministri e del presidente del Consiglio? O non potrà
    essere anche e soprattutto la litigiosità che spesso contraddistingue i diversi partiti e quindi la loro
    incapacità di giungere a un accordo persino sulle principali riforme di cui ha urgente bisogno il Paese?
    Antonio Arrivabene anton.arrivabene@yahoo.it

    Il Belgio è stato quasi due anni senza esecutivo. Le varie leggi e riforme proposte dai deputati sono
    state approvate o respinte secondo «coscienza» dalle forze politiche del Paese.
    Una guida locale, nel corso di una gita a Bruxelles, aveva detto che la mancanza di un governo è stata un toccasana per il Paese. Perché non possiamo fare altrettanto anche noi? A parole (e obbligati a seguire l’onda del Movimento 5 Stelle), tutti i partiti che sono stati immobili negli ultimi vent’anni hanno grandi idee di rinnovamento: perché non viene data subito la, possibilità di metterle in pratica?
    Franco Milletti milletti@email.it

    Cari lettori,
    Quando le realtà confrontate sono molto diverse, i confronti sono quasi sempre ingannevoli.
    Il Belgio ha undici milioni di abitanti, poco meno di un sesto della popolazione italiana.
    I membri dei due rami del suo Parlamento (Camera dei rappresentanti e Senato) sono grosso modo un quarto di quelli del Parlamento italiano. Il Paese ha una vecchia monarchia in cui il re, Alberto II, ha gestito la crisi, tutto sommato, con grande equilibrio. Si compone di due grandi comunità (valloni e fiamminghi), parla tre lingue (fiammingo, francese, tedesco) e ha tre sottogoverni (Vallonia, Fiandre e la città bilingue di Bruxelles) che nei 541 giorni della crisi non hanno mai smesso di funzionate. E’ uno Stato bi-nazionale dove gli equilibri fra le due maggiori comunità, negli ultimi decenni, si sono drammaticamente rovesciati a scapito dei valloni e a vantaggio dei fiamminghi.
    Ma il fattore che ha maggiormente contribuito sinora a evitare il loro divorzio è il suo ruolo europeo. Bruxelles non è soltanto una città belga. E il cervello dell’Ue, il luogo che ospita continuamente
    tutta la classe dirigente europea e un gran numero di uomini pubblici provenienti da altri continenti.
    Grazie a Bruxelles, il Belgio ha nell’Unione un’importanza sproporzionatamente superiore al suo peso specifico. Anche quando si detestano, i fiamminghi e i valloni non possono ignorare che la città, per entrambe le comunità, è la gallina con le uova d`oro. Se la mettessero in padella per dividersela, entrambi resterebbero alla fine con le ossa e le penne. Aggiungo, cari lettori, che nei 541 giorni della crisi, il Belgio ha continuato ad avere un esecutivo che in qualche caso ha persino approfittato dell’impotenza del Parlamento per adottare provvedimenti impopolari come, per esempio, un bilancio particolarmente austero. Non esiste quindi un modello belga a cui l’Italia potrebbe ispirarsi nei prossimi mesi. Un parlamento autogestito produrrebbe un governo d’assemblea nello stile dei collettivi che pretendevano governare le università e le aziende all’epoca del Sessantotto. Prima o dopo da questi collettivi emerge qualcuno che dichiara d`interpretare la volontà di tutti. A differenza del Belgio, l’Italia ha già nel suo passato, in questa materia, qualche pericoloso precedente.
    (Dal Corriere della Sera, 8/4/2013).

  • Fiandre sempre più verso la secessione

    Belgio, i nazionalisti fiamminghi conquistano Anversa "la rossa"

    di MARCO ZATTERIN

    Il risultato è netto. Alle comunali belghe di domenica i populisti indipendentisti del NVa hanno conquistato le loro Fiandre, hanno vinto in 20 distretti su 35, strappato Anversa ai socialisti che la governavano da 70 anni, messo i candidati «gialli» alla guida di tre province su cinque. Un trionfo per il dimagrito Bart De Wever, un nazionalista con un pesante curriculum accademico e quattro lingue nella tasca, un tipo che nel proclamare l’ambizione secessionista rifiutava ogni paragone con la Lega: «Noi siamo una cosa seria», diceva.
    E sul serio vuole fare, tanto che – appena ricevuta la fascia di sindaco – ha chiesto al premier Elio Di Rupo, socialista e vallone, di avviare il confronto sulla riforma in senso confederale del Paese. Nessuno si attendeva di meno.
    I giornali scrivono che il Belgio ha fatto un passo avanti verso la separazione. Gli analisti ammettono che è presto per parlarne, perché non è un voto politico. Lo stato è diviso in due regioni, le Fiandre neerlandofone più popolose e ricche, la Vallonia francofona e più arretrata.
    Il seme dell’indipendentismo agita da anni i fiamminghi, che abitano la parte settentrionale del regno di Alberto II, e quella dell’altro ieri è la loro vittoria più netta. L’hanno aiutata la crisi e il diffuso malcontento.
    La gente di Anversa, città cosmopolita e ad alto tasso di immigrazione, non vuole più pagare i conti dei valloni in crisi. E così la pensano a Ostenda come a Bruges, mentre solo Gand e St. Trond restano socialiste, il partito del premier sempre più radicato a Sud insieme coi liberali dell’Mr di Didier Reynders.
    Facile vedere in tutto questo un passo verso la scissione, sebbene la maggioranza dei cittadini belgi non sia per nulla d’accordo.
    Di Rupo dovrà gestire attentamente la valanga indipendentista che cavalca un’insoddisfazione per la politica tradizionale. Con un’avvertenza: De Wever sa esattamente dove vuole andare; gli altri, in questo momento, non hanno ancora un piano che possa fermarlo.
    (Da La Stampa, 16/10/2012).

  • Di Rupo, il premier figlio del minatore partito dall’Abruzzo

    Dalla miseria da bambino alla guida del Belgio il socialista vallone corona il sogno "americano"

    di MARCO ZATTERIN

    Il sogno americano abita anche a Morlanwelz, Comune da meno di ventimila anime nel cuore
    della Vallonia. Elio Di Rupo è nato lì, in una baracca assegnata agli immigrati «venduti» dall’Italia
    al Belgio in cambio di carbone.
    La sua famiglia, come migliaia di altre, aveva lasciato l’Abruzzo per cercare lavoro nel maltempo dell’Hainaut, per soffrire sottoterra e alimentare la ripresa del dopoguerra.
    Il padre era partito a malincuore da San Valentino nel 1946, la madre era arrivata l’anno dopo, coni sei figli. Il settimo sarebbe venuto alla luce nel luglio 1951, per rimanere orfano del genitore nel giro di pochi mesi. Un dramma. Nemmeno i più ottimisti avrebbero mai immaginato che un giorno il piccolo Elio sarebbe diventato primo ministro.
    E’ successo ieri, e a molti è sembrato l’avverarsi di un sogno, anche se per il Belgio è stata piuttosto
    la conclusione di un incubo. Alle tre pomeridiane Elio Di Rupo, leader dei socialisti valloni, ha giurato con i suoi ministri nelle mani del re Alberto II. Un atto che ha posto fine alla stagnazione politica che ha lasciato il Belgio senza governo per 5411unghissimi giorni, in balia della crisi politica e degli indipendentisti fiamminghi del N-Va, partito che sogna di spaccare lo Stato in due, dividendo le ricche e dinamiche Fiandre dalla più depressa Vallonia.
    E che ora, mentre gli schieramenti si ricompattano, rischia di perdere non pochi consensi.
    Di Rupo si è presentato col papillon, come sempre. Ha scelto il bordeaux, un bel contrasto con la camicia candida. Appariva appena un po’ teso quando ha alzato la mano destra, lasciando spuntare solo l’indice e il medio, e ha pronunciato la formula davanti al sovrano dei Belgi. L’attimo ideale per ricordare i mesi roventi di negoziati tra í partiti e i tira e molla infiniti sino al patto fra socialisti, cristianodemocratici e liberali delle due regioni. Forse anche la storia personale difficile e il lungo cammino politico che ne ha fatto il primo francofono a riprendere il premierato dopo 37 anni di dominio fiammingo.
    Una fanciullezza dura, la sua. «Mia madre non ha mai imparato a leggere o scrivere – ha raccontato Di
    Rupo -, sapeva a malapena firmare con il suo nome, era commovente vedere quanto si sforzava». Il padre finì sotto un camion nel 1952 mentre andava a comprare del pollo per il matrimonio di Nicola, il secondogenito.
    Lasciò alla moglie una pensione misera di 300 franchi, sarebbe stata più alta se fosse morto in miniera. La donna affidò tre figli a un orfanotrofio. Non Elio però. «Per anni non abbiamo mangiato carne», ricorderà il politico, che viveva fra la scuola e la parrocchia.
    Faceva il chierichetto: «Il sacrestano mi aveva insegnato a mettere un po’ d’acqua e molto vino».
    In un libro intervista confesserà di non aver avuto nulla «se non l’amore di mia madre». C’era anche l’attento Welfare degli anni del boom che gli permise di laurearsi in chimica, salvo poi darsi alla politica. Carriera solida, ma ritmo del diesel. Nel 1982 è eletto consigliere comunale a Mons, poi sempre più su. Sindaco, eurodeputato, ministro dell’Istruzione, vicepremier e presidente della Vallonia. Ne11994 finisce su tutti i giornali italiani perché rifiuta di stringere la mano a Pinuccio Tatarella, ministro di An nel primo governo Berlusconi. Coi «fascisti» non voleva mischiarsi.
    Mai coinvolto direttamente nei tanti scandali della politica belga, Di Rupo è arrivato sulla vetta con pazienza e rigore. Nel giugno 2010 ha conquistato 26 seggi in Parlamento, uno in meno degli indipendentisti fiamminghi. Sin dall’inizio era il candidato ovvio, ma c’è voluto tempo. Adesso deve
    ricostruire il Paese e domani sarà già seduto coi grandi al vertice Ue. Lui, il figlio del minatore
    che parla un italiano arrugginito e ammette d’essere legato alla terra dei genitori.
    «L’ha scoperto solo a vent’anni, quando feci una sorta di pellegrinaggio – ha detto una volta – Sono andato a vedere la casa dei miei. Dalla finestra si godeva un panorama magnifico.
    Era povera, ma si vedeva tutto intorno per chilometri e chilometri».
    (Da La Stampa, 7/12/2011).

  • SI ALLONTANA LA SPACCATURA DEL PAESE, DIVISO TRA FIAMMINGHI E FRANCOFONI

    Belgio, Di Rupo premier dopo 540 giorni di attesa

    Chiusa la crisi-record, al via il nuovo governo del socialista vallone

    di MARCO ZATTERIN

    Dopo 540 giorni di vuoto e di governo sospeso in una prorogatio senza precedenti, l’accelerazione della politica belga appare brutale. Chiuso l’accordo per una coalizione a sei nel fine settimana, ieri sera il presidente del consiglio incaricato, Elio Di Rupo, è andato da Alberto II con l’elenco dei ministri e dopodomani potrà debuttare al vertice del leader dell’Ue. Figlio di emigrati abruzzese, sessant’anni
    compiuti in luglio, il socialista vallone sarà il primo premier francofono dall’aprile 1974. Dovrà dare stabilità a un Paese diviso da sempre e giunto a un passo dallo sgretolarsi, fra gli avversari che lo chiamano (ancora) «Petit Macaroni» e gli alleati bizzosi che gli chiedono comunque di andare avanti
    come ha promesso.
    In Belgio si è votato nel giugno 2010. Il partito che ha ottenuto più seggi (27) è stato il N-Va di Bart De Wever, formazione fiamminga e indipendentista, il cui leader è un Bossi che non insulta la stampa
    e parla le lingue; secondi i socialisti di Di Rupo (26 seggi). In una terra dove il federalismo ha sdoppiato tutto, la politica come le lingue, i nazionalisti di Fiandra si sono trovato soli a non avere una controparte in Vallonia. Il re, arbitro della formazione del governo come da noi è il Quirinale, avrebbe dovuto dare il mandato a loro, ma i numeri non sarebbero bastati. Col tempo si è arrivato Grandi esclusi sono í fiamminghi separatisti; primo partito al voto 2010 al Ps francofono che, forte di un omologo fiammingo, ha cominciato a tessere la tela. Impresa immane, vista la durata dello sforzo. C’erano intoppi di distribuzione di poste di bilancio, vecchia questione di dissensi fra i ricchi e dinamici fiamminghi, i valloni che hanno bisogno di più fondi statali per campare. Anche qui c’è un Nord e un Sud che litigano, in modo estremo. Di Rupo ha mediato con talento e pazienza, ha pure ceduto sullo rovente dossier delle municipalità dell’area Bhv – Bruxelles, Halle, Vilvoorde -, togliendo le concessioni francofone a comuni geograficamente fiamminghi.
    Il Belgio è anche questo. Due idiomi prevalenti, due mondi uniti dalla storia, dalle esigenze e dal re, detto «dei belgi». Schiumano i duri del N-va, volevano spaccare tutto e a forza di negare l’intesa sono rimasti fuori gioco. Ora c’è una prospettiva di equilibrio, comunque delicato, che potrebbe erodere i loro consensi: il potere logora chi non ce l’ha. Di Rupo ha messo insieme i partiti tradizionali, cristiano democratici, liberali e socialisti, fiamminghi e valloni. Avrà una maggioranza di 86 seggi su 150 in Parlamento, dove il voto di fiducia è in programma sabato. Nel frattempo Elio, l’uomo del farfallino nato in un campo di transito per immigrati, giovedì potrà sedere al tavolo dei grandi, perché oggi giurerà sulla costituzione. Poi da lunedì, si tratterà di ridare la carica a un Belgio che, mai come adesso, ha bisogno di serenità per crescere senza il dramma della divisione. Elio Di Rupo è nato in Vallonia il 18 luglio 1951, da emigrati abruzzesi.
    (Da La Stampa, 6/12/2011).

  • Dopo 535 giorni Di Rupo è premier

    Dopo una Crisi di 535 giorni è stato raggiunto ieri in serata un accordo per formare
    un governo in Belgio, presieduto dal socialista, francofono di origini italiane Elio di Rupo. Lo
    scrive Le Soir, secondo cui i sei partiti chiamati a formare la coalizione federale hanno raggiunto
    un’intesa di massima poco dopo le 21 di ieri.
    L’accordo verte su un documento programmatico di 185 pagine, oggi all’esame dei negoziatori. Se non ci saranno intoppi dell’ultimo minuto, il Belgio avrà un governo un anno e mezzo dopo le elezioni del 13 giugno 2010. Dopo i congressi dei partiti durante il fine settimana, il giuramento della nuova compagine e la fiducia parlamentare sono attesi per l’inizio della prossima settimana.
    Di Rupo sarà il primo ministro francofono e vallone dal 1974.
    (Dal Corriere della Sera, 1/12/2011).

  • Niente accordo sul bilancio del 2012. Alberto Il sospende la decisione

    L’agonia infinita del Belgio Di Rupo ascia l’incarico

    di Luigi Offeddu

    Uno dei Paesi più civili, ordinati e laboriosi d’Europa, tenta il suicidio con soave determinazione.
    Forse non c’è altro modo per raccontare l’enigma del Belgio e di quanto vi accade in queste ore.
    Elio Di Rupo, 6o anni, il primo ministro designato che era riuscito a risolvere la più lunga crisi politico-istituzionale nella storia del mondo (526 giorni di fila, fino a ieri) e a mettere d’accordo fiamminghi e valloni, a sera si è recato nelle Ardenne, nella residenza di campagna
    del re Alberto II; e invece di comunicargli la lista dei ministri – era attesa di ora in ora gli ha chiesto di essere sollevato dal suo incarico. Motivazione ufficiale: il mancato accordo fra i sei partiti in lizza, sul bilancio di previsione per il 2012; cioè uno dei temi, fra cento altri, forse meno scottanti.`
    C’è ancora il sole, quando Di Rupo arriva nella villa delle Ardenne. Maglioncino grigio informale, senza la giacca e senza il solito farfallino rosso al colletto (sostituito da un fiocchetto nero stile western), il leader socialista figlio di un minatore abruzzese ha conservato il suo sorriso gentile e tosto di sempre: sapeva e sa di avere la piena fiducia di Alberto II. Ma chiedere di «essere sollevato dall’incarico», nell’etichetta di Corte, vuol dire dimettersi: anche se Alberto ha «sospeso» la sua decisione, l’ha congelata chiedendo ai partiti di riflettere bene sulle conseguenze di quanto sta per succedere.
    Non tutto sarebbe perduto, insomma, e lo sbocco più ovvio, le elezioni anticipate, non sarebbe ancora scontato. Il re, simbolo e mediatore dell’unità nazionale, spera che i partiti riflettano davvero, che facciano cioè quel che non sembrano aver mai fatto, dalle elezioni del 13 giugno 2010 in poi. Ma intanto l’orologio della crisi ha ripreso a marciare, il vuoto torna a governare: e il Belgio, quinto Paese indebitato di tutta la Ue (debito previsto al 99,2% del Pil per il 2012), con un deficit esattamente doppio di quello italiano (previsione per il 2012: -4,6% del Pil) ma con una crescita tuttora più forte (Pii +o,9 nel 2012, contro il flebile +0,1% italiano) si trova un po’ più vicino al ciglio del rischio che accomuna molti altri Stati europei.
    È vero, per oltre un anno e mezzo, pur senza un governo («ma no, proprio per quello», dicevano gli osservatori più maliziosi) la disoccupazione è stata tenuta a freno e la crescita economica ha retto. Ma un vuoto così lungo ai vertici, prima o poi, può sempre presentare il conto.
    Ancora pochi giorni, forse poche ore, e Di Rupo avrebbe formato il governo.
    Aveva trovato la quadra, come si direbbe in Italia, su quasi tutto ciò che divide i 6 milioni di fiamminghi più conservatori e più benestanti dai 4 e passa milioni di valloni francofoni, più orientati a sinistra e più colpiti dalla crisi economica: dall’amministrazione della regione-capitale di Bruxelles, al diritto per ogni cittadino di essere processato nella propria lingua in un qualsiasi tribunale, ai finanziamenti per le scuole delle due comunità linguistiche, quasi tutto era stato appianato. E una volta gettate queste basi, il bilancio di previsione per il 2012 poteva essere solo un corollario.
    Ma alla fine hanno prevalso le diffidenze e i particolarismi che dividono da secoli certe parti del Belgio, e l’incapacità di ascoltarsi. O quella soave e feroce determinazione che sembra spingere la nave di questo Paese, come altre in Europa, verso una scogliera.
    (Dal Corriere della Sera, 22/11/2011).

  • SVOLTA L’ INTESA RAGGIUNTA SOTTO LA PRESSIONE DEL CRAC DEXIA E DEL DECLASSAMENTO ANNUNCIATO DA MOODY’ S

    Belgio, addio alla crisi da guinness

    di Luigi Offeddu

    Da ieri, possono far di nuovo l’amore. O tagliarsi barba e capelli. O buttarsi sulle «frites», le adorate patate fritte della tradizione nazionale. Gli studenti «indignados» del Belgio, fiamminghi e francofoni che avevano proclamato insieme lo sciopero del sesso, del rasoio o delle «frites» per protestare contro la crisi di governo, possono brindare: dopo 482 giorni, primato mondiale di lunghezza, la crisi è finita. Alle 5 del mattino, 8 partiti che non riuscivano più a parlarsi hanno siglato un complicatissimo accordo: via alla sesta riforma istituzionale nella storia belga per ridisegnare competenze e finanziamenti delle due maggiori comunità nazionali. Per adesso, niente scissione: 10 milioni di persone vogliono ancora convivere. Un nono partito è rimasto fuori: e proprio quello più grosso, l’ N-Va dei separatisti fiamminghi, che aveva vinto le elezioni del 2010. Chiedeva varie cose «federaliste», per esempio che i vigili del fuoco e la protezione civile obbedissero a Regioni e Comuni, in gran parte amministrate proprio dall’ N-Va: si vede che chiedeva troppo, o forse qualcuno ha sentito odor di milizie. Non c’ è oggi un nuovo governo: nascerà, si spera, alla fine del mese. Resta in carica il governo facente funzioni, quello protagonista per mesi di un paradosso economico (nonostante tutto, disoccupazione giù e prodotto interno lordo su). Però questa, ora, è la fine del vuoto assoluto. Piovono i complimenti su Elio Di Rupo, il leader socialista francofono che l’ 8 luglio 2010 era stato nominato mediatore dal re Alberto II; e che un mese dopo, davanti alla baruffa, aveva rinunciato, per poi tornare sul ring. Ma non è solo per merito suo, e neppure degli studenti «indignados», che il gelo di un anno e mezzo è stato cancellato di colpo. E’ anche perché, l’altra notte, 3 notizie hanno fatto il giro di Bruxelles, seminando inquietudine come petardi fumanti: il colosso bancario Dexia stava (sta) per fallire; lo Stato deve intervenire con i suoi soldi per salvarlo; e in vista di questo gran salasso, l’agenzia di rating «Moody’ s» preannuncia il declassamento del Belgio. La Dexia, istituto franco-belga fondato nel 1860 (e ben distinto dalla controllata italiana Dexia Crediop), ha 35 mila dipendenti e 8 mila correntisti, un capitale di 19,2 miliardi assicurato da tutte le comunità: e costituito quasi al 40%, così si dice, da titoli greci. Un altro «si dice» incontrollabile riguarda certe fughe di risparmi, un miliardo di euro già a settembre. Venerdì, dopo una slittata di quasi il 30%, il titolo Dexia è stato sospeso in Borsa. E oggi, con ogni probabilità, Bruxelles deciderà – come Parigi – il salvataggio, cioè la nazionalizzazione almeno parziale: per il pomeriggio è fissata una riunione straordinaria dei vertici della banca, mentre domani si avrà un primo responso pubblico con la riapertura dei mercati. È stato forse in vista di tutto ciò, che ieri all’alba l’«octopus» (il «polpo», come viene chiamata la galassia degli 8 partiti) ha ritrovato di colpo la voglia di dialogare. E anche da questo è nato l’accordo sulla riforma istituzionale, «la più significativa dai giorni dell’ultima guerra», per dirla con il riformista Charles Michel. Vi sono da quadrare non uno, ma mille cerchi. Oggi, 6 milioni di fiamminghi del Nord, più benestanti e orientati a destra, vivono con circa 4 milioni di francofoni del Sud, più colpiti dalla crisi e orientati a sinistra. E i loro territori si intersecano a pelle di leopardo: soprattutto nella regione bilingue di Bruxelles e sobborghi, il vero nervo scoperto. La riforma dovrebbe dare più autonomia fiscale o giudiziaria alle regioni, e così disinnescare i conflitti etnico-linguistici ai vertici del Paese. Per esempio, in cambio di nuovi fondi gli amministratori francofoni di Bruxelles concederanno ai loro distretti fiamminghi un auto-governo più ampio. O ancora: nei tribunali delle zone fiamminghe, un imputato vallone avrà sempre diritto a un suo giudice, e viceversa. Dopo un allenamento di 482 giorni, il federalismo modello «octopus» può riprendere a funzionare anche così.
    (Dal Corriere della Sera, 9/10/2011).

  • IL PARADOSSO DI BRUXELLES Politica fallimentare ma economia in forte crescita

    II Belgio ritrova il governo, finita la pacchia

    L’imminente tracollo di una grande banca spinge i partiti a un’intesa che manca da 18 mesi

    di Gian Micalessin

    La differenza alla fine non la fanno né i voti, né la politica, ma l’interesse e il danaro. Il segreto del compromesso capace, forse, di regalare un governo al Belgio dopo 18 mesi di crisi si nasconde nelle disastrate casse della banca Dexia. Da giorni il tracollo della banca franco-belga che minaccia trascinare nella voragine molti altri istituti preoccupa l’Europa.
    Ma più dell’Europa si preoccupano i 589 comuni fiamminghi e valloni che l’hanno finanziata con oltre un miliardo di euro. Se il ramo belga della Dexia venisse nazionalizzato quel miliardo sparirebbe e molti di quei comuni si ritroverebbero sul lastrico. Ed ecco allora il miracolo. Di fronte al disastro la rivalità che da 18 mesi impedisce a fiamminghi e valloni di trovare una accordo di governo improvvisamente svanisce. Da lunedì otto partiti, rappresentanti delle due principali comunità del Paese, lavoreranno per nominar ministri e premier. E per non gettare al vento il tesoro affidato alla banca Dexia.
    Per garantire l’accordo e salvare quel miliardo di euro dovranno mettere mano alla più radicale riforma istituzionale dalla fine dell’impero. Dovranno introdurre maggiori autonomie regionali e garantire alle ricche regioni fiamminghe del nord di trattenere una parte delle proprie tasse. I valloni francofoni dovranno invece rinunciare ad una parte dei soldi di Stato indispensabili per arginare disoccupazione e scarsa produttività.
    L’accordo più pericoloso per Elio Di Rupo, il socialista incaricato da re Alberto II di trattare l’uscita dalla crisi, è quello che taglia i privilegi dei valloni di Bruxelles.
    Per consentire l’intesa il leader socialista dovrà convincere i propri elettori valloni ad accettare la divisione di Brussels-HalleVilvoorde, il distretto amministrativo ufficialmente bilingue, ma di fatto a maggioranza francofona, che garantisce il controllo della capitale.
    Il leader socialista figlio d’immigrati italiani e gay dichiarato si gioca dunque il proprio futuro. Guiderà forse il nuovo governo, ma rischierà di perdere quel bagaglio di consensi che gli garantiva il 40 per cento dei voti francofoni. Probabilmente senza il crollo della Dexia non l’avrebbe mai fatto. Anche perchè i 18 mesi senza governo non sono poi stati un grande incubo.
    Sotto la guida del dimissionario premier democristiano fiammingo Yves Leterme il prodotto interno lordo belga è risalito dal tragico -2,8 del 2009 al + 2,3 per cento nel 2010. Una crescita confermata dalle previsione del + 2,4 per l’anno in corso e del + 2,2 per il 2012. Il tutto mentre la disoccupazione cala dall’8,5 per cento del 2010 al 6,8 per cento dell’agosto 2011. E mentre il debito sembra stabile a196,8 per cento, il rapporto deficit Pil scende, nel 2010, al 4,1 per cento.
    Con questi dati l’economia del Belgio è, in Europa, seconda solo a quella tedesca. Per far digerire ai propri elettori valloni l’inevitabile perdita di benessere e privilegi il futuro premier Elio di Rupo dovrà dunque riuscire a far di meglio.
    Se non ci riuscirà regalerà altri voti alla N-VA (NieuwVlaamse Alliantie) la formazione autonomista fiamminga che il 13 giugno 2010 ha conquistato il 30 per cento promettendo un’autonomia regionale e un federalismo fiscale molto più accentuato di quello previsto dall’intesa messa a punto ieri. Un’intesa a cui il leader della N-VABart de Wever, principale antagonista politico di Elio Di Rupo, si è ben guardato dall’aderire.
    (Da Il Giornale, 9/10/2011).

  • ACCORDO IN BELGIO PER AVERE UN GOVERNO TAGLIANDO LO STIPENDIO DEI MINISTRI

    di Luigi Offeddu

    "Tre giorni fa, il re è sbottato: «J’en ai marre», ha detto Alberto R. E cioè, aristocraticamente parlando: «Ne ho piene le tasche». Si riferiva alla crisi politica, che paralizza il Belgio da
    479 giorni. Paralizza? Sia pure di poco, in questi mesi la disoccupazione è scesa e il prodotto interno lordo è salito. E da oltre un anno, in mezza Europa si plaude e si sorride a questo Belgio che meno è governato, più sembra resistere alle tempeste.
    L’ultimo esempio: la terribile crisi della banca franco-belga Dexia, che il premier facente funzioni Yves Leterme – dal giugno 2010 in cerca di eredi – sta cercando di gestire da mastino. Si discute fra Parigi e Bruxelles sulle garanzie statali. Anche se il titolo Dexia perde il 22% e viene sospeso in Borsa (i mercati lanciano un nuovo allarme-Belgio proprio per questo), Leterme punta a dare «radici forti»
    alla parte belga della banca, a governare il salvataggio costi quel che costi. Forse ci riuscirà perfino. Nessuno fa dell’ironia. E lui sarà pure il premier fantasma di un governo-medusa (o polpo: «octopus», polpo in inglese, è il nome affibbiato agli 8 partiti che negoziano l’uscita dalla crisi), ma intanto si fa rispettare. Bruxelles è la capitale politica. della Ue: anche per questo, in molti pensano che se
    regge il Belgio regge anche l’Europa. Da ieri, poi, c’è una novità: sembra che la crisi politica stia per finire. Il mediatore Elio Di Rupo lo ha detto al re, nell’«Octopus» si tratta a oltranza sulla sesta riforma dello Stato, cioè su una nuova divisione di competenze tra fiamminghi (6 milioni, più benestanti) e valloni francofoni (4 milioni, più provati dalla crisi). Primo accordo, tagliare del 5% lo stipendio dei ministri: chissà se a Roma lo sanno. Secondo, la riforma della giustizia: a Bruxelles ci sarà una procura del re bilingue – fiamminga e francofona – e nella sua periferia una solo procura fiamminga, dove però verranno distaccati dei magistrati francofoni. Sembra confusione, e lo è. Ma anche un Paese senza governo da 479 giorni sembra incredibile: e infatti il re «en a marre».
    (Da Il Corriere della Sera, 7/10/2011).

  • Accordo cervellotico fra 8 partiti

    Dopo 459 giorni il Belgio trova un mezzo governo

    di MAURIZIO STEFANINI

    Il Belgio è in condizione di formare un nuovo governo! Dopo il record mondiale
    con 459 giorni di crisi, un rischio di tracollo definitivo e una notte in bianco a
    negoziare, ieri mattina i rappresentati di otto partiti convocati dall’incaricato Elio
    Di Rupo hanno annunciato infine di aver raggiunto il sospirato accordo. Quattro dei partiti sono fiamminghi: uno democristiano; uno socialista; uno liberale; uno ecologista. E quattro sono valloni: uno democristiano; uno socialista (quello di Di Rupo, figlio di immigrati abruzzesi); uno liberale; uno ecologista. Insomma, tutto sdoppiato. Ma la vicinanza ideologica non ha impedito alle versioni fiamminga e vallona degli stessi partiti di litigare furiosamente su Bruxelles-HalleVivorde: un collegio elettorale tra la capitale e 35 comuni del Brabante fiammingo, i cui elettori potevano votare sia per
    liste fiamminghe che vallone. I valloni volevano che rimanesse così. I fiamminghi
    che venisse scorporato, per ribadire il principio che nelle Fiandre si vota solo
    per partiti fiamminghi.
    È stato questo stallo a impedire per tutto questo tempo ogni accordo. Fino a quando all’improvviso Yves Leterme, che malgrado il cognome vallone era il leader dei dc fiamminghi, ha detto che non poteva continuare a fare il primo ministro a interim perché doveva andare a fare il vice-presidente dell’Ocse.
    All’estero si è molto insistito sul fatto che il Belgio senza governo dal punto di vista
    economico tirava lo stesso, ma nel Paese si è creata per un attimo un’ondata di panico,
    e lo stesso re Alberto II ha dovuto interrompere le vacanze. Sia stato il monarca
    o lo spavento o tutti e due, adesso si è arrivati al compromesso. Macchinoso,
    peraltro. In sei dei 35 comuni si potrà continuare a votare per liste fiamminghe
    e valloni, negli altri 29 si voterà solo per le liste fiamminghe, ma il collegio resterà
    intatto. I fiamminghi limitano così al massimo quell’isola di francofona nel
    loro territorio; i valloni ottengono di rispettare il principio che dove loro sono
    presenti hanno diritto alla loro identità anche se si tratta di territorio fiammingo.
    È possibile che l’accordo non venga accettato dai 2 deputati dei Federalisti
    Democratici Francofoni: un gruppo vallonista presente nell’alleanza dei liberali
    francofoni. Ovviamente sono contro i due partiti separatisti fiamminghi: il moderato
    Nva e il più estremista Vlaams Belang.
    Ma la coalizione a otto avrebbe comunque 113 deputati su 150 e 28 senatori
    su 40. Il problema è vedere che succederà dopo. L’Nva, che aveva nelle Fiandre
    i128%, secondo i sondaggi se si votasse ora arriverebbe a139%.
    (Da Libero, 16/9/2011).

  • IDEE & OPINIONI

    Tra Borsa, Cda e Barzellette i Valloni pensano a diventare Francesi

    di Stefano Montefiori

    In una delle migliaia di barzellette francesi sui belgi, il re Alberto II, disperato per gli eterni scherzi ai danni del suo popolo, chiede in ginocchio al presidente Sarkozy di commettere una gigantesca sciocchezza perché i belgi possano – almeno per una volta – prendersi gioco dei francesi. Sarkozy magnanimo accetta e fa costruire un ponte nel deserto. Dopo un anno, re Alberto torna da Sarkozy: «Grazie, abbiamo riso abbastanza, ora puoi abbatterlo il tuo ponte nel deserto». «Non posso – risponde il presidente francese -, prima devi fare scendere dal ponte tutti quei pescatori belgi». Come i canadesi negli Stati Uniti o i carabinieri in Italia, i belgi sono da sempre il soggetto preferito dell’umorismo popolare francese, che sta prendendo nuovo alimento dall’ipotesi del rattachement della Vallonia, la parte francofona del Belgio, alla Francia. Venerdì si è conclusa la missione di studio a Bruxelles dei due parlamentari francesi Robert Lecou (centrodestra) e Jean-Pierre Kucheida (socialista), che a settembre presenteranno la relazione al Parlamento: dopo le ultime mosse del leader fiammingo Bart de Wever, il loro dossier evoca apertamente la prossima scissione del Belgio in due entità principali, le Fiandre a lingua olandese e la Vallonia francese e – a differenza che in passato – un’unione con la Francia appare possibile. «Ormai il capitalismo vallone è già quasi completamente integrato a quello francese – dice François-Xavier Dudouet, ricercatore del Cnrs a Parigi -. Basta guardare al peso dei manager valloni nei consigli di amministrazione delle società quotate alla Borsa di Parigi. Le due economie sono già una sola». I sognatori del movimento «Rassemblement Wallonie France» potrebbero vedere soddisfatto il vecchio desiderio di abbattere la frontiera, sia pure immaginaria, del piccolo fiume Quiévrain. Intanto, nonostante le barzellette, i grandi belgi di espressione francese – da Georges Simenon a Jacques Brel – nel pantheon dell’Esagono ci sono già.
    (Dal Corriere della Sera, 17/7/2011).

  • IL CASO

    IL BELGIO VERSO LA SOLUZIONE DELLA CRISI DI RUPO PREMIER

    Dopo più di 400 giorni di crisi politica, i separatisti sono stati messi nell’angolo, grazie ad un accordo tra otto partiti fiamminghi e francofoni. Schiarita istituzionali e la formazione di un esecutivo.
    Incontro dall’esito positivo, tanto che il re Alberto II ha riconfermato il socialista vallone Elio Di Rupo nella sua missione di «formatore» di governo.
    Che però si profila essere senza i separatisti della Nuova Alleanza Fiamminga (N-va) di Bart De Wever, il principale vincitore delle ultime elezioni nelle Fiandre. A bloccare la situazione sono stati i cristiano democratici (CD&V) fiamminghi, partito di cui è esponente il premier dimissionario Yves Leterme e anche l’ex premier e attuale presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy. Dopo avere legato la propria posizione a quella dei separatisti della N-va, il leader del CD&V Wouter Beke ha deciso di staccarsi da De Wever e lavorare a un compromesso per riformare lo stato e dar vita a un governo, abbandonando così gli alleati separatisti.
    Si sta così delineando una coalizione a 8 partiti che includerebbe socialisti, cristianodemocratici, liberali e verdi sia fiamminghi che francofoni. In questo modo il governo, anche senza i seperatisti della N-va, primo partito delle Fiandre, disporrebbe comunque di una larga maggioranza.
    (Da Il Messaggero, 23/7/2011).

  • Fallito anche l’ultimo tentativo di conciliazione, il re ha sospeso per protesta la nomina di nuovi nobili

    Il Belgio «senza testa» da 400 giorni

    di Luigi Offeddu

    Nel mare in tempesta chiamato Eurozona, c’è una nave che tiene la rotta. Ed è proprio l’unica senza nocchiero. Cioè il Belgio, che ieri ha doppiato i suoi 40o giorni di crisi politico-istituzionale.
    Venerdì il giugno 2010, a elezioni imminenti; i suoi telegiornali annunciavano:
    «Domenica verso le 19 conosceremo il nostro destino…».
    Le elezioni passarono, arrivò la domenica, poi molte altre: e siamo ancora lì, quel destino è ancora ignoto. Dopodomani, festa nazionale, per il secondo anno di seguito il re Alberto II non nominerà visconti e baronesse, contrariamente a una tradizione secolare: messaggio di preoccupazione, non troppo velato. Eppure, c’è una sorpresa: l’economia va benino, meglio che in molti altri Paesi vicini,
    Italia compresa; il Pil, il prodotto interno belga, cresce annualmente oltre il doppio di quello italiano (più 2,4% l’uno, più 1% l’altro), Il regno trilingue, 6 milioni di fiamminghi e 4 milioni di francofoni più 8o mila cittadini di lingua tedesca che non riescono a trovare un compromesso politico fra loro, è retto da un governo federale facente funzioni, che può seguire solo l’ordinaria amministrazione.
    Invece i governi «regionali», espressioni delle rispettive comunità linguistiche, tirano con la lena di sempre, ognuno nel proprio orto: e forse è questa la prima spiegazione per quell’economia che va controcorrente. L’altra spiegazione, è l’Europa: Bruxelles è la capitale dell’Unione Europea, ne ospita le istituzioni più importanti, e tutto ciò porta lavoro e benessere. E potere: è pur sempre belga l’attuale presidente stabile della Ue, Herman Van Rompuy, che nonostante un profilo riservato ha rivelato nel bel mezzo della crisi notevoli poteri di mediazione. Poi c’è naturalmente la produttività che questo Paese ha sempre avuto di suo, e la vicinanza alla locomotiva Germania. Messi insieme questi ingredienti, e tenuto ben lontano ogni nocchiero dalla nave (Elio Di Rupo, socialista francofono, l’ultimo degli «esploratori» nominati dal re, ha appena gettato la spugna dopo mesi di angosce), ecco il risultato in cifre, secondo i dati Eurostat: il Pil belga, con il suo +2,4%, batte quest’anno non solo quello italiano, ma anche quello danese (+1,7%), o francese (+1,8%), o spagnolo
    (+1,5%). E l’anno prossimo, secondo le proiezioni, pur declinando un poco giungerà a superare quello tedesco (2,2% contro 1,9%). E vero che il debito pubblico è tornato alle stelle – 96% del Pil, ma era ancora più alto e l’Italia sfiora comunque il 120% – però ci sono altri dati che fanno pensare: sempre in questi lunghi mesi senza governo, è diminuita la disoccupazione – dall`8,4% al 7,7% ed è calato pure il deficit di bilancio, al 5,9% al 4,1%, «Meglio senza governo!»
    scandivano alcuni fra gli studenti scesi in piazza a primavera per chiedere esattamente l’opposto nella cosiddetta «rivoluzione delle patatine ritte» (piatto nazionale, insieme con le cozze). Ma era solo goliardia, la loro. Come lo era quella del movimento che ha invitato tutti a non far più l’amore, o gli uomini a non tagliarsi più la barba, fino a quando il vuoto istituzionale non sarà riempito.
    Dopo 40 giorni, le barbe dovrebbero arrivare fino in Olanda, la castità dovrebbe essere regola di vita. Ma non è così, naturalmente: e la nave senza nocchiero va a vele spiegate, o quasi.

    La storia Nato nel 1830 come stato centralizzato nel 1970 il Belgio diventa federale.
    Nord e Sud I contrasti sono linguistici, culturali ed economici: nelle ricche Fiandre,
    fiamminghe e di lingua olandese, sono forti i partiti che chiedono la scissione dalla
    francofona Vallonia, in crisi economica.
    Le proteste Il 23 gennaio 201150 mila persone (delle due comunità) sfilano a Bruxelles contro
    lo stallo politico e la mancanza di un governo.
    Lo «scherzo» Nel 2006 la tv pubblica annuncia la secessione delle Fiandre e la fuga del re,
    scatenando il panico, seguito dalle polemiche. Dopo 30 minuti, la confessione: e uno scherzo, per favorire la riflessione sulla situazione del Paese.
    (Dal Corriere della Sera, 19/7/2011).

  • Il duello: Belgio verso le elezioni

    Elio Di Rupo Presidente dei socialisti francofoni VS Bart De Wever Leader dei nazionalisti fiamminghi

    Elio Di Rupo “Ho presentato a re Alberto II le mie dimissioni dall’incarico di formare un nuovo governo per l’opposizione dei fiamminghi”.
    “La situazione è molto grave, ma bisogna evitare le urne: una radicalizzazione della politica sarebbe ancora più forte”.

    Bart De Wever “Ho detto no in olandese alle proposte di Di Rupo e quindi non appoggeremo mai la costituzione di un governo da lui guidato”.
    “E’ necessario tornare a votare, da troppo tempo affidiamo a un governo fantoccio il Paese”.
    (Da La Nazione, 9/7/2011).

  • Belgio senza governo: il premier si consola con sms hot

    dI CINZIA LEONE

    A lasciarli con le mani in mano, i politici finiscono per fare disastri. Il Belgio
    è senza governo da più di un anno, il vecchio esecutivo è in carica solo per
    gli affari correnti, a un politico disoccupato può capitare di sbizzarrirsi con la
    tastiera del cellulare: 849 gli sms bollenti che il premier belga cristiano-democratico
    fiammingo Yves Leterme ha scambiato con la sua amante di Anversa. Il
    premier nega tutto, ma la destinataria dei messaggi, di cui si conoscono solo
    le iniziali, nonostante fosse stata raccomandata da Leterme per un impiego al
    ministero degli Affari esteri, decide di vuotare il sacco, anzi la sim, e rilascia
    un’intervista affollata di dettagli piccanti alla rivista Story. Il dibattito infiamma
    valloni e fiamminghi: in questione non è l’amante, ma il favoritismo
    e che il comportamento «non corrisponde ai valori di base del suo partito».
    La relazione tra il premier e la misteriosa signora di Anversa durava
    da due anni. Fatti due conti si tratta di poco più di un sms al giorno.
    In fondo la trascurava
    (Da Il Riformista, 22/6/2011).

  • Undici mesi senza un premier

    Belgio, Re Alberto non si arrende: ennesimo incarico per un governo

    di Roberto Fabbri

    Un asettico comunicato del palazzo reale di Bruxelles informa che sua maestà Alberto II «ha ricevuto in udienza al castello di Laeken Elio Di Rupo e lo ha incaricato di formare un governo chiedendogli di prendere ogni iniziativa utile a questo scopo. Di Rupo ha accettato questa missione». La politica è spesso ipocrita, ma certe volte sa superarsi. Chi direbbe che dietro queste frasi di routine si nasconde l’ennesimo, disperato tentativo delle istituzioni belghe di superare una impasse che sta rendendo ridicolo il Paese agli occhi del mondo, oltre che certificando la sua incapacità di mantenere la sua stessa coesione?
    Eppure è così. Il Belgio ha battuto qualche settimana fa un imbarazzante record mondiale: quello di durata della sede vacante di un governo in tempo di pace, in precedenza nelle mani del poco invidiabile Irak. Il succitato signor Di Rupo, cinquantanovenne di evidenti origini italiane, è un politico di lunga esperienza, leader del partito socialista che il 13 giugno dello scorso anno ha vinto le elezioni politiche grazie al successo raccolto nella Vallonia di lingua francese e nella capitale Bruxelles.
    Questo però non gli è bastato a mettere insieme una maggioranza di governo,
    perché nelle Fiandre – la regione del Belgio in cui si parla il fiammingo, che è una varietà dell’olandese – ha prevalso un partito fieramente indipendentista, il cui leader Bart de Wever non ha alcuna intenzione di collaborare.
    Di Rupo ha già trascorso l’intera estate del 2010 nel vano tentativo di assolvere alla missione di «preformazione del governo» affidatagli dal re. Ma in settembre, preso atto delle distanze incolmabili tra il suo partito che si sforza di mantenere l’unità nazionale e quello di de Wever che vuole massimizzare le già amplissime autonomie locali, aveva gettato la spugna. Re Alberto, fedele al suo compito di tenere assieme un Paese che nella vita di tutti i giorni se ne va allegramente in due direzioni opposte, ha da allora nominato una serie di «mediatori», senza però più azzardarsi a incaricare nessuno formalmente di formare un governo.
    Questo fino a ieri, quando all’infelice Di Rupo è ricapitata nelle mani la patata bollente,
    o diremmo meglio fritta, visto che tra le poche cose per cui il Belgio va famoso
    nel mondo c`è l’invenzione delle squisite frites. Nel frattempo però il Paese non poteva
    restare senza una guida, ragion per cui il premier uscente Yves Leterme, sconfitto alle
    elezioni undici mesi fa, continua a mandare avanti la cosiddetta gestione corrente.
    Come si è detto, mai al mondo una situazione provvisoria è diventata più stabile di
    questa.
    RECORD Nessun Paese al mondo è mai rimasto senza esecutivo per quasi un anno, ma a Bruxelles tutto va avanti come se nulla fosse. A Leterme è toccato fungere da premier durante il semestre belga di presidenza dell’Ue e prendere la delicata decisione di far partecipare i caccia del suo Paese alla
    missione Nato in Libia. Nessuno si è accorto della differenza. Tanto che in Belgio ci hanno fatto l’abitudine. Alcuni pensano ormai che sia il Belgio stesso a essere un Paese provvisorio, lacerato
    com’è tra due comunità che mal si sopportano e avviato come sembra a una separazione indolore.
    Re Alberto però ci crede ancora: non solo perché è suo dovere, ma perché il giorno in cui il Belgio si dissolvesse dovrà trovarsi un’altra occupazione.
    (Da Il Giornale, 18/5/2011).

  • Belgio senza governo battuto ogni record

    Valloni e fiamminghi nel vicolo cieco, ma il Paese tiene

    di MARCO ZATTERIN

    I fisioterapisti belgi odiano la crisi e hanno ragione. Esiste nel «Paese piatto» una legge che fissa il tetto per il numero massimo di licenze per svolgere la professione, soglia che viene rivista con flessibile regolarità dall’amministrazione centrale. Il problema è che, trattandosi di una questione di gestione squisitamente ordinaria, non può essere affrontata perché l’esecutivo in carica è provvisorio – dunque segue solo gli affari correnti – dalle elezioni tenute il 13 giugno 2010, 290 giorni fa proprio oggi. Il che consente al regno di Alberto II di battere il record dell’Iraq (289 giorni), diventare
    il primatista mondiale di vita senza governo e ritrovarsi qualche decina di «massaggiatori» ufficialmente disoccupati e infuriati come bufali.
    A nulla sono serviti le proteste, i cortei della vergogna e le manifestazioni degli studenti. Lo sforzo è diventato troppo duro anche per chi, come la star locale del grande schermo Benoit Poelvoorde, aveva deciso di non radersi sino alla formazione della nuova coalizione. C’è chi la chiama la «crisi delle patate fritte» eppure i belgi hanno sfoderato un senso dell’umorismo e doti di gestione del quotidiano formidabili. La vignetta tipica simbolo è quella del negoziatore di turno che va a palazzo reale (il sovrano è l’arbitro della partita) e, ottenuto un mandato sino a fine marzo, domanda «di quale anno?».
    In questi 290 lunghi giorni il Belgio s’è arenato nelle sabbie di una dicotomia
    troppo perfetta. Il Paese è doppio, ci sono due popoli, due grandi regioni (Vallonia e Fiandre), due modelli di sviluppo (avanzato e finanziario al Nord, più tradizionale e meno ricco al Sud), due lingue. Il patto federale ha duplicato le istituzioni e la politica per scissione, esistono ad esempio due partiti socialisti (uno vallone e l’altro fiammingo), come doppie sono le federazioni sportive e i sindacati. Lo scorso giugno hanno vinto gli autonomisti fiamminghi (N-Va) e i socialisti francofoni, mentre sono crollati i popolari al Nord e i liberali al Sud. Nove mesi di negoziati non hanno portato a nulla.
    Troppe le forze centrifughe e i veti incrociati. A voler compilare l’elenco delle
    cose fatte, si scopre però che l’unica cosa veramente bizzarra è che non piove da dieci giorni (ma sta finendo, dicono le previsioni). Il governo di Yves Leterme, de fiammingo che controlla la maggioranza disegnata dal voto del 2007, non è finito fuori strada.
    Il Paese tiene, col suo federalismo perfetto e il suo buonsenso, se non altro perché i cinque governi-regionali e locali sono nel pieno dei poteri, il che garantisce la gestione del quotidiano, e non è poco. Leterme è riuscito a gestire bene la presidenza di turno dell’Ue nel secondo semestre 2010. Su invito di un preoccupato Alberto II ha anche fatto la finanziaria con un artificio forse incostituzionale su cui tutti hanno chiuso un occhio, anche Bart De Wever, l’indipendentista che stando al suffragio di quattro anni fa era all’opposizione e per quello dei nove mesi fa dovrebbe essere primo ministro. Invece non è né l’uno né l’altro. Leterme è riuscito anche a trovare lo slancio per aumentare
    le pensioni, prendere misure in favore dell’occupazione e partecipare alla Coalizione
    dei volenterosi partita a caccia di Gheddafi.
    La diatriba infinita ha logorato gli spiriti, oltre che molte strade della capitale scolpite dalle abbondanti nevicate invernali che i fondi ordinari faticano a ricoprire. Il più venduto quotidiano francofono, Le Soir, ha liquidato la disgrazia con un commento in prima pagina intitolato «Una democrazia? Vabbè…». La tesi è che tutto questo non concludere insulta gli elettori.
    Un sondaggio afferma che il separatista De Wever guadagna con la crisi, dunque difficilmente la farà finita.
    Tutti dicono che un nuovo voto sia inevitabile. C’è chi spera nell’affermazione
    del paradosso, ovvero che la gente si renda conto che effettivamente non serve un governo e li mandi tutti a casa, per sempre. Nessuno, però, ci crede veramente. La crisi
    continua. Il Belgio pure.
    (Da La Stampa, 30/3/2011).

  • IL BELGIO E’ ANCORA SENZA GOVERNO E ANCHE I VALLONI PARLANO DI SCISSIONE

    di LORENZO ROBUSTELLI

    La nuova carta geografica è pronta. Anche la bandiera nazionale è stata disegnata,
    la moneta resta l’euro. Qualche problema ancora sul fronte di quale nazionale di calcio avrà i migliori giocatori, ma si risolverà. La Vallonia si prepara alla scissione del Belgio e vuol prendere in contropiede i tradizionali separatisti fiamminghi. La crisi nel piccolo Stato non si risolve. Dopo tre mesi di inutili negoziati per formare il nuovo governo, re Alberto II rischia di perdere metà della sua fragile corona. La difficile convivenza di valloni e fiamminghi, le due identità culturali che formano il Belgio, ha subito un nuovo choc quando Laurette Onkelinx, vicepremier francofona e socialista del governo federale, ha detto che «il popolo deve essere pronto alla divisione del Belgio, altrimenti siamo cotti». È la prima volta che un politico vallone accetta apertamente la scissione, obiettivo strategico dei partiti del Nord. Cento giorni di negoziati non sono bastati ai vincitori delle elezioni di giugno, il socialista Elio Di Rupo (figlio di immigrati italiani, candidato premier) e Bart De Wever,
    capo della Nuova Alleanza fiamminga, a formare un governo, e ora è iniziato un nuovo giro di colloqui, per stabilire se sia possibile avviare un altro tentativo. Si cerca un’intesa che dia al Nord maggiore autonomia e al più povero Sud la possibilità di mantenere il suo Stato sociale. Intanto i francofoni si allenano alla scissione, «ma non si dica che, se ci arriviamo, la colpa è nostra» tuona Charles Piquet, presidente della Regione di Bruxelles. È stato il maggior quotidiano francofono, Le Soir, a diffondere il «Piano B»: una federazione di Vallonia-Bruxelles, con un re «di rappresentanza», disoccupazione al 17 per cento, ma un Pil per abitante di 31.307 euro, ‘lottavo nella Ue, più alto di quello italiano. Forse si potrebbe fare, iniziano a pensare al Sud.
    (Da Il Venerdì di Repubblica, 1/10/2010).

  • Scontro con i valloni

    Fiamminghi in rivolta

    Voto a rischio in Belgio

    di Ivo Caizzi

    Presentato un ricorso per separare i seggi secondo l’idioma

    In Belgio l’irriducibile contrasto tra le due principali etnie, i fiamminghi di lingua olandese e i valloni francofoni, sta mettendo a rischio perfino il diritto di votare domenica prossima alle elezioni europee in alcuni comuni, che è garantito dalla legge. Tre esponenti della comunità francofona hanno presentato un ricorso contro alcuni sindaci fiamminghi per costringerli a organizzare i seggi. Una protesta per la mancata separazione tra le due etnie nel distretto elettorale Bruxelles-Hal-Vilvorde avrebbe portato numerosi scrutatori a decidere di disertare la convocazione per le europee in modo da boicottare il voto. L’aria che tirava si era intuita quando in alcuni comuni fiamminghi del Brabante era stata impedita la diffusione di manifesti elettorali dei candidati francofoni.
    Alcuni borgomastri hanno minacciato di non riconoscere i certificati elettorali in francese. La giustificazione dei fiamminghi rinvia al fatto che il più ricco nord di lingua olandese è costretto a farsi carico della più depressa economia della Vallonia. Da qui scaturiscono infinite rivendicazioni separatiste. Il commissario Ue per la Giustizia, il francese Jacques Barrot, ha ricordato la competenza nazionale sull’argomento, ma ha aggiunto che il governo federale del Belgio si è impegnato a garantire l’organizzazione dei seggi dove i borgomastri fiamminghi si dimostrassero indisponibili.
    (Dal Corriere della Sera, 5/6/2009).
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    FIAMMINGHI, BASCHI, LEGHISTI
    IL MORBO DEL SECESSIONISMO

    Il Muro di Berlino è caduto da vent’anni, ma quello etnico, sottilmente ma ipocritamente definito linguistico, con cui i fiamminghi accerchiano Bruxelles, si consolida ogni giorno che passa. Infatti si stanno vieppiù rafforzando
    gli aneliti indipendentistici dei fiamminghi, i quali paralizzano da anni persino le nomine dei sindaci in certi Comuni bilingui della cintura di Bruxelles. L’animosità tra fiamminghi, valloni e città di Bruxelles rischia di arrivare al culmine in occasione della ventilata non lontana abdicazione del re in favore del principe Filippo, mal visto dai fiamminghi non solo per motivi di scarsa dimestichezza linguistica, ma perché un’abdicazione è considerata come un’occasione da non perdere nell’ottica dell’instaurazione della agognata Repubblica delle Fiandre, lasciando i valloni alla loro sorte. Non sembra anche a lei che il Belgio sia ormai un anacronismo della storia? Antonio Benazzo abenazzo@hotmail.com

    Caro Benazzo,
    Se il Belgio fosse un «anacronismo della storia», tali sarebbero molti altri Stati europei, afflitti con maggiore o minore intensità dagli stessi mali. Il problema della convivenza fra gruppi etnici o religiosi diversi accompagna tutta la storia europea, dalla nascita degli Stati moderni alla disgregazione dei grandi imperi multinazionali
    alla fine della Grande guerra. Ma diventa grave e insidioso quando, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, tutti gli Stati, anche quelli vincitori, si dimostrano sempre più inadatti a svolgere le loro funzioni tradizionali e perdono pezzi importanti della loro sovranità. Quanto più lo Stato centrale accusa sintomi di declino, tanto più le «piccole patrie» regionali fanno sentire la loro voce. L’Italia ebbe il merito di affrontare abbastanza tempestivamente e con formule nuove il problema dell’Alto Adige, della Val d’Aosta, della Sicilia, della Sardegna, del Friuli e della Venezia Giulia. Ma la Francia, la Spagna e la Gran Bretagna credettero per parecchi anni di poter resistere alle richieste autonomiste o indipendentiste dei corsi, dei catalani, dei valenciani, dei galiziani, dei baschi, degli irlandesi cattolici, dei gallesi e degli scozzesi. Cedettero finalmente concedendo quote diverse di autonomia, ma in alcuni gruppi etnici (i baschi ad esempio) esistono fazioni che pretendono l’indipendenza. Il Belgio è probabilmente il caso più complicato. Il Paese è nato nel 1830 dall’unione tra i valloni francofoni e i fiamminghi delle Fiandre spagnole. Per più di centocinquant’anni è stato governato da una classe dirigente francofona che ha lasciato poco spazio all’identità politica e culturale dei fiamminghi.
    Oggi il rapporto di potere si è invertito. Forti del numero (sono il 58% della popolazione contro il 31% dei valloni) e dei loro successi economici, i fiamminghi si dichiarano insoddisfatti dal federalismo realizzato negli anni ottanta e avanzano richieste che rimettono radicalmente in discussione i vecchi equilibri nazionali. È una posizione che ricorda per qualche aspetto quella della Lega in Italia e che è stata incoraggiata dalle tre disintegrazioni degli anni Novanta: Urss, Cecoslovacchia e Jugoslavia. Come la Lega e i baschi, anche i fiamminghi sembrano
    del tutto insensibili alle ricadute e ai rischi delle secessioni, per coloro che le fanno e coloro che le subiscono. Sergio Romano
    (Dal Corriere della Sera, 19/9/2009).
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    A Rhode-St-Genèse, prima linea del conflitto tra fiamminghi e valloni in Belgio

    Nelle Fiandre la casa non è per tutti

    In 69 città acquisto vietato a chi non è del posto – I francofoni: nuova discriminazione

    di Michele Pignatelli

    Rhode-Saint-Genèse sbuca all’improvviso dal bosco, con le sue sontuose ville circondate da giardini ben curati. « È un posto da ricchi», dicono nella vicina Bruxelles, neppure 20 chilometri di distanza. Un’immagine di tranquilla
    opulenza confermata anche dall’ordinato centro cittadino, raccolto attorno al municipio e alla chiesa di San Genesio, e scalfita appena dai cartelli stradali bilingue dove qualcuno ha cercato di cancellare o nascondere il nome in francese della via. Nel 2008 Alexia Philippart de Foy si trasferisce qui dalla vicina Forest, va a vivere nella casa del fidanzato. Trentotto anni, francofona, nata a Bruxelles da genitori belgi, lavora come key account manager nella sede di Vilvoorde (nelle Fiandre) di Quintiles, multinazionale che offre servizi alle case farmaceutiche.
    Pochi mesi dopo alla coppia nasce una bambina. «A febbraio – racconta Alexia – ho deciso di acquistare un’altra casa, vicino a quella in cui stavamo». Ed ecco che a mandare all’aria i piani spunta un decreto «stupido ed estremista», come lo definisce lei. Si chiama "Wonen in eigen streek", che in fiammingo significa "abitare
    nella propria regione". Riguarda 69 comuni delle Fiandre, una delle tre regioni dello stato federale belga, dove – recita la normativa varata nel settembre scorso dal governo regionale – per contrastare l’impennata dei prezzi immobiliari, è vietato l’acquisto in determinate aree (le zone «di estensione dell’abitato» rispetto al nucleo cittadino esistente) a chi non dimostri un solido legame con la comunità. Nel decreto erano già incappati due coniugi di Bruxelles, vicini alla pensione, che volevano comprare casa a Oostduinkerke, località balneare sul mare del Nord. Nel compromesso che Alexia firma viene inserita una clausola sospensiva che vincola l’acquisto al decreto. E a marzo la Commissione di valutazione provinciale informa il notaio che l’atto è nullo: il legame con la città non è sufficiente. La donna è infuriata. «Dicono – spiega – che la casa è in un’area di estensione dell’abitato, ma non è vero: la zona era tale nel 1977, non oggi. Il fatto è che la commissione, fiamminga, usa per noi francofoni la vecchia catalogazione, senza aggiornarla. Venendo al merito poi, ho una bimba di un anno che frequenta a Rhode l’asilo nido, il mio compagno ha una casa qui, seguo corsi di fiammingo per adattarmi a chi non ci vuole: se questo non è un legame con la città, che cos’è? Ma il loro obiettivo è sbatterci fuori dal Belgio». Da queste parti l’argomento è un nervo scoperto. Rhode-Saint Genèse, 18 mila abitanti, la città del presidente della Ue Herman Van Rompuy, è uno dei sei comuni della cintura di Bruxelles à facilités, a statuto linguistico speciale. Fanno parte del Brabante fiammingo, una delle sei province delle Fiandre, ma hanno una popolazione in maggioranza francofona; pertanto, sebbene la lingua ufficiale sia il fiammingo, la Costituzione prevede avvisi pubblici bilingue e comunicazioni in francese ai cittadini che lo chiedono. Negli ultimi tempi, però, le agevolazioni si stanno riducendo e il governo fiammingo sembra aver scelto la linea dura, come conferma il congelamento della nomina di tre sindaci di questi comuni, "rei" di aver distribuito ai francofoni materiale elettorale in francese. A Myriam Delacroix-Rolin, 58 anni, sindaco francofono di Rhode da 22 anni, è andata meglio grazie a un compromesso: in occasione delle ultime elezioni ha mandato a tutti comunicazioni in fiammingo, ai francofoni anche in francese. «In questa come in altre situazioni – chiarisce, rispondendo anche a chi l’accusa di aver tradito
    la causa – cerco di stare in equilibrio e di proteggere i diritti di tutti, anche dei fiamminghi, che sono il 4o% della popolazione di Rhode». Ma non è facile: per i cittadini – spiega ancora il sindaco – ricevere documenti in francese è sempre più difficile e richiede una trafila burocratica che tende a scoraggiarli, il governo regionale finanzia solo biblioteche e associazioni sportive con un bilancio in fiammingo, anche gli insegnanti delle due scuole primarie francofone devono avere titoli fiamminghi per poter essere nominati. «Se non obbediamo alle richieste del
    governo regionale aggiunge il primo cittadino, e qui il suo tono abitualmente pacato si fa più concitato – mandano gruppi di contestatori da altre città: Gand, Anversa, Ostenda. Una volta hanno bruciato una mia fotografia».
    Anche per il decreto "Wonen in eigen streek", secondo Delacroix-Rolin, la vera questione non è sociale ma linguistica, come per altri vincoli – vecchi e nuovi – sulla compravendita di case. «Non siamo d’accordo con questa normativa – commenta – la libertà di circolazione delle persone è violata». Non a caso contro il decreto sono
    state presentate due denunce alla Commissione europea. A Rhode in realtà tutti, dal sindaco agli operatori immobiliari (preoccupati delle ripercussioni sul mercato di questi vincoli) fino all’uomo della strada, dicono che le due comunità convivono pacificamente e il problema è solo politico, Ma se le domande si fanno più circostanziate, il pregiudizio e la diffidenza reciproca fanno capolino. Così Elona, fiamminga, che gestisce la centralissima Taverna Binnenhof fa notare che «i suoi clienti fiamminghi parlano francese, è più difficile l’inverso». E aggiunge che in troppi con la città hanno poco a che fare: «Comprano qui, ma ci dormono soltanto: lavorano a Bruxelles e non abitano veramente a Rhode». È il riemergere – come sottolinea Luckas Vander Taelen, deputato Groen (il partito ecologista fiammingo) di una ferita mai sanata, un passato in cui «i francesi che si stabilivano
    nelle città delle Fiandre non volevano imparare la lingua, erano i bourgeois», disinteressati a integrarsi con la comunità. Un passato in cui l’economia fiamminga era più debole e a trainare il Belgio erano le risorse minerarie del sud. Oggi i rapporti sono invertiti. Le autorità fiamminghe, da parte loro, respingono le accuse. «Il decreto – spiega Freya Van den Bossche, già vicepremier del governo federale e oggi ministro della Casa del governo delle Fiandre – riguarda appena il 5% delle zone residenziali di 69 comuni (su 308 dell’intera regione). Ha avuto un
    impatto limitato, se si pensa che da settembre ha riguardato 169 transazioni… soprattutto, è una misura sociale, non ha nulla a che fare con l’esclusione dei francofoni dalle Fiandre: tanto è vero che non ha requisiti linguistici». Il ministro assicura comunque che la normativa sarà modificata, chiarendo che va applicata solo alle aree edificabili ancora da sviluppare e non ai complessi già esistenti. Alexia Philippart de Foy, però, non sembra nutrire grandi speranze. «Il ministro dice da tempo che interverrà, ma non fa nulla: così perderò la mia casa». E conclude
    con un affondo: «Sono delusa. Non dal Belgio, che rimane il mio paese, ma dall’intolleranza verso i propri pari di gente che parla una lingua minoritaria nel mondo».
    (Da Il Sole 24 Ore, 22/4/2010).
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    CRISI POLITICA

    Belgio, nuova lite tra fiamminghi e valloni Si dimette il secondo governo Leterme

    Il governo del primo ministro Yves Leterme è caduto ieri dopo il ritiro dalla coalizione del Partito liberale fiammingo, innescando una crisi che potrebbe danneggiare la sua fragile economia e costringendo il Parlamento
    a rinviare la proposta di legge che avrebbe introdotto di indossare il burqa.
    Senza l’appoggio del partito di centrodestra Open Vld, gli altri quattro partiti della coalizione avrebbero 76 dei 150 seggi della Camera bassa del Parlamento, rendendo complicato governare con una maggioranza così risicata. Open Vld ha detto di avere perso fiducia nel governo, che raggruppa formazioni di centrosinistra e di centrodestra, perché non è riuscito a risolvere una controversia tra i partiti di lingua francese (valloni) e di lingua fiamminga sulle circoscrizioni elettorali attorno alla capitale, Bruxelles.
    L’oggetto del contendere è quello di sempre. In Belgio è conosciuto semplicemente con una sigla Bhv, vale a dire la circoscrizione Bruxelles-Hal-Vilvorde, che raccoglie 54 comuni alla periferia della capitale belga, già in territorio fiammingo, ma a forte presenza di francofoni. Si tratta dell’unica del Belgio in cui vige un doppio regime linguistico e amministrativo. Leterme, 49 anni, democratico cristiano fiammingo, dopo un consiglio dei ministri straordinario ha presentato a re Alberto le dimissioni, ma il sovrano si è riservato di accettarle.
    «Il re e il primo ministro hanno sottolineato congiuntamente che, nelle attuali circostanze, una crisi politica sarebbe inopportuna e danneggerebbe seriamente la situazione economica e sociale dei cittadini e il ruolo del Belgio in Europa», si legge in una nota di palazzo che manifesta tutta la preoccupazione
    della monarchia e delle altre istituzioni. Gli economisti hanno manifestato preoccupazione perché la paralisi politica nel paese di 10,6 milioni di abitanti ostacola le prospettive di riduzione del deficit, stimato nel 2010 al 4,8% del Pil, mentre il debito pubblico dovrebbe superare il 100% del Pil.
    (Da Il Giornale, 23/4/2010).
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    Nella strada dove il Belgio diventa due

    A Sint Joris Weert si toccano Fiandre e Vallonia

    di Marco ZATTERIN

    Non ho problemi coi fiamminghi, però non tollero che abbiano messo i castori nel bosco». Joel Staveaux ha lo sguardo del vecchio cowboy, perso nel verde delle rare colline che circondano il suo maneggio, un ranch incuneato in terra di Fiandre. Vive sulla frontiera interna del Belgio, la linea che divide il Paese, anzi lo spacca, a seconda della lingua che si parla. La casa rossa è il Nord, la regione che si esprime in neerlandese. Quella di mattoni undici passi a sinistra è il Sud francofono. Fra il «Goedendag» e il «Bonjour» ribollono tutti i perché della crisi politica che ha decapitato il governo Leterme e costretto ancora alle elezioni anticipate. Si vota il 13 giugno. Con stanchezza, perché nessuno si attende una vera svolta. Tutto questo fa passare i castori in secondo piano e il cowboy Joel protesta. «La lingua non è un problema reale assicura -, è un argomento che serve ai politici per difendere il
    potere e rimandare la soluzione delle questioni serie». Cita l’economia, l’agricoltura e i roditori che abbattono gli alberi e ostruiscono il ruscello lungo il quale corre il confine linguistico e amministrativo del Belgio, oltre che quello del ranch. Accusa i fiamminghi di pianificare troppo, anche gli animali. «Mi dicono di essere ecologista, ma ai castori non lo chiedono», borbotta. I valloni, se ne deduce, sono più liberali e meno ossessivi. Oltre la Rue de Weert SaintGeorge, il giovane fiammingo Simon Weckauysen conferma tutto. Lavora in un mulino. Produce mille farine, anche una anticolesterolo. «In effetti è proprio un confine – dice indicando fuori dalla finestra -. Di qui non possiamo tagliare o piantare alberi senza autorizzazione, di là si può». Gli pare il simbolo del litigioso dissidio fra valloni e fiamminghi che qui si confrontano apertamente, Sint Joris Weert e Nethen divise da una strada, dalla segnaletica e dai giornali. Sopra si legge Het Nieuswblad, sotto Le Soir. Sopra la stazione, senza una scritta in francese, sotto i salici che frusciano nella lingua di Molière. Una frontiera secolare e assoluta. Una scissione graduale. A vedere come ci si è arrivati si scopre che prima si sono separate le lingue e poi i popoli. E’ successo, lentamente, dopo la Grande Guerra, dopo che un’elite quasi tutta francofona aveva mandato al massacro una fanteria per lo più fiamminga. La partizione linguistica in tre regioni del Belgio – francese, neerlandese e tedesco – risale al 1921. La frontiera ufficiale fra Fiandre e Vallonia, il serpente che squarcia Sint Joris, è del 1962, mentre il ’68 ha prodotto la scissione universitaria e avviato una stagione di riforme che, nel 1994, hanno partorito il Belgio federale, senza però risolverne i terribili conflitti interni. All’inizio del nuovo secolo, il Paese di Simenon, delle patate fritte usurpate dai francesi, del sax e di Jacques Brel, si è ritrovato ad essere un sistema indebitato con oltre sei milioni di fiamminghi (più ricchi e dinamici) e quattro di valloni (più poveri e in declino industriale). Vige la duplicazione, sono doppi persino i partiti, ognuno per sé, de e socialisti fiamminghi, de e socialisti francofoni. Fare un governo, da queste parti, fa ridere chi si indignava negli anni del nostro centrosinistra. La fuga
    dalla politica tradizionale ha trovato terreno fertile per movimenti radicali e Anversa, secondo porto europeo, è nelle mani degli indipendentisti del Vlaams Belang. Unico è solo il re Alberto II, ultimo collante dell’unità nazionale.
    Lo scontro sulla lingua Il tempo ha trasformato la frontiera linguistica in un muro e approfondito la sfida. A Gent è più facile parlare inglese che francese, a Charleroi l’italiano batte il neerlandese. Ci sono storie drammatiche di pazienti (belgi) morti in ospedali (belgi) dove non erano capiti. Mesi fa un autista di un bus pubblico è stato multato per non aver cambiato il cartello all’uscita della zona bilingue. Non stupisce che il governo sia caduto perché nel distretto Bruxelles-Halle-Vilvoorde, fiammingo per geografia e francofono per popolazione, i politici delle Fiandre vogliono imporre la loro regola e i loro candidati. «Se i sondaggi sono giusti il governo si fa a Natale», lamenta un diplomatico della Corona. Il caos pare totale. Si parla di un esecutivo transitorio con programma limitato, visto che a luglio scatta il semestre di presidenza Ue. «La questione della lingua è complessa, alla gente non interessa», avverte Deborah, la fornaia di Sint Joris. «Bhv è solo questione di denaro», insiste Francis, davanti al banco delle paste. Entrambi sono neerlandofoni, entrambi non si curano dei valloni. «Ci vediamo poco, coi francofoni – confessa Frantine, mentre riassetta il giardino sulla Molenstraat -. Io, comunque, mi sento fiamminga». Perché? La donna posa la paletta e risponde: «Non lo so». Vuoi dire che siamo andati molto lontano, che il muro sta crescendo. E che non basteranno una, due o tre elezioni a rimettere le cose in ordine.
    (Da La Stampa, 31/5/2010).
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    Il Belgio rischia di sparire?

    di MARCO ZATTERIN

    E’ possibile che il Belgio si spezzi in due e sparisca dalla carta dell’Europa dopo 180 anni? In teoria, si. La spinta centrifuga si fa ogni giorno più potente, però il processo di separazione è talmente complesso che una scissione appare improbabile, sopratutto nel breve-medio periodo. Alla lunghissima non si può, comunque, escludere che un giorno il Belgio si divida fra Fiandre e Vallonia, forse con Bruxelles a statuto speciale come Washington D.C.
    Com’è la situazione attuale? Il Belgio è uno Stato federale, con parlamenti e governi sia a livello nazionale che regionale. Ha tre lingue ufficiali: il neerlandese, parlato nell’area settentrionale da 6 milioni di fiamminghi; a Sud il francese è la lingua dei 3,4 milioni di valloni; a Oriente una comunità di 70 mila persone si esprime in tedesco. La capitale, Bruxelles, città che ospita le principali istituzioni dell’Ue, composta da 19 municipalità, è anche se l’ 88% dei residenti usa il francese.
    Quando è nato il Belgio? E’ stato costruito nel 1830 al fine di unire due nazioni differenti per lingua e cultura, i fiamminghi e i valloni, decisi a staccarsi dal Regno di Olanda per formare un loro Stato. Sebbene solo una minoranza parlasse il francese, si decise che la lingua di Molière sarebbe stata la nazionale. Era una reazione
    a Guglielmo I d’Orange che voleva imporre l’olandese.
    Quando sono cominciati i dissidi? Sin dall’inizio i rapporti sono stati tesi. Il primo movimento fiammingo nasce nel 1856, ma è con la Grande Guerra che il conflitto diventa serio. I fiamminghi combattono nelle trincee comandati da un’élite che parla francese. Come i valloni subiscono perdite pesanti, ma per loro, neerlandofoni, la
    tragedia è amplificata dalla sensazione di aver subito un’umiliazione linguistica oltre che sociale. Finito il conflitto sono cominciate le rivendicazioni.
    Con quali risultati? La prima svolta risale agli anni Trenta. Quando l’università di Gand/Gent adotta il fiammingo come unica lingua, si scatena il ricorso delle Fiandre all’idioma unico in numerosi domìni, come l’amministrazione delle scuole e la Giustizia. Bisogna attendere gli anni Sessanta perché l’onda si trasformi in piena. Nel 1962 viene stabilito il confine linguistico tra le comunità. Il Nord, le Fiandre, adottano il neerlandese. Il Sud, la Vallonia, continua col francese. Sino a quel momento, le due nazioni hanno convissuto con difficoltà, ma tutto sommato
    senza grossi scossoni. L’identità è diversa, ma non è ancora definita. Sarà la nuova frontiera a creare i popoli piuttosto che il contrario.
    E’ sempre esistito il neerlandese? Nelle Fiandre si parlavano dialetti dell’olandese, come il brabante, il fiammingo occidentale, il fiammingo orientale ed il limburghese. Rifiutando la lingua degli Orange, sono confluiti nel neerlandese che, dicendola in modo che farà inorridire i linguisti, sta all’olandese come l’austriaco sta
    al tedesco.
    Solo un problema di lingua? E’ diventato un caso economico e culturale. Le Fiandre sono la parte che «tira»: Anversa è il secondo porto europeo, il Nord ha un chiaro dinamismo imprenditoriale. Il mezzogiorno vallone è più arretrato, ancora in cerca di sostituire l’attività mineraria.
    La siderurgia è in crisi e genera migliaia di disoccupati. Il Welfare investe molto da queste parti.
    Questo si riflette nella politica? Certo. Domenica si vota e i sondaggi dicono che nelle Fiandre si affermeranno gli indipendentisti, mentre nella Vallonia voleranno i socialisti di Elio di Rupo. Al Nord non vogliono pagare e il Sud chiede altri aiuti.
    Chi vincerà? I nazionalisti fiamminghi del Nva dicono che il federalismo è solo parziale, perché cultura, giornali e politica non sono federali per nulla. Le forze più tradizionali, anche in Fiandra, sono per tenere unito il Paese. Al punto che il premier potrebbe diventare Elio Di Rupo, socialista e vallone. Da metà anni Settanta hanno governato i fiamminghi. Cambiare lingua alla presidenza del consiglio potrebbe essere una via di mezzo fra un segnale di pace e un tentativo disperato di non divorziare.
    Se divisione fosse, chi resterebbe nell’Ue? Il Paese che mantiene il nome «Belgio». Se lasciano, le Fiandre devono ricominciare da zero per l’adesione.
    Che fine farà Bruxelles? De Wever (Nva) dice che è fiamminga. I fatti dicono di no. Nessuno vuole mollare. Forse ci saranno nuove riforme federaliste. Ma si immagina che sarà la capitale europea a fare da collante almeno per
    un altro po’.
    E il sovrano Alberto II? E’ il simbolo dell’unità del Paese. Oggi come non mai.
    (Da La Stampa, 8/6/2010).
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    Il partito scissionista: «La nostra vittoria non sarà la fine del Belgio»

    di CRISTINA MARCONI

    I toni si erano fatti troppo accesi e qualcuno è passato a più miti consigli: il dibattito politico belga a pochi giorni dalle elezioni di domenica è sempre dominato dai nazionalisti fiamminghi, che però stanno cercando di rendere il loro messaggio più sfumato, nel tentativo di parlare all’elettorato francofono e di scongiurare
    il panico che l’ipotesi di una separazione dei paese, su cui grava un pesante debito, potrebbe generare anche sui mercati. Bari de Wever, presidente del partito scissionista che, secondo i sondaggi, godrebbe di un 26% nelle Fiandre, ha lanciato un segnale di apertura dicendo che non esclude che il premier di uno Stato confederale possa essere un francofono, cosa finora avvenuta pochissime volte nella storia di questo paese diviso tra due comunità linguistiche di cui una, quella fiamminga, appare sempre più insofferente nei confronti dell’attuale
    sistema. «Se si accetta uno Stato confederale, che secondo noi è positivo anche per i cittadini francofoni dei nostro Paese, sarebbe il minimo offrire un posto di primo ministro a un francofono», ha spiegato De Wever, leader del NVA, Nuova Alleanza Fiamminga, partito il cui obiettivo è ridurre le competenze dello Stato centrale e che sta guadagnando sempre più terreno a scapito dei cristiano-democratici, formazione del premier uscente Yves Leterme, ma anche del Vlaams Belang, partito xenofobo famoso per le sue posizioni estremiste. E questo premier francofono potrebbe essere Elio Di Rupo, da anni indiscusso leader dei socialisti valloni, destinato, sempre secondo i sondaggi, a raccogliere il 30% delle preferenze nella regione e il 17% sul piano nazionale. Per De Wever, che avrebbe il 32% delle preferenze tra i fiamminghi ossia circa 6 dei 10,5 milioni di abitanti del paese – e il 19% tra i belgi, si tratterebbe di una concessione fatta in cambio dell’accettazione della sua linea, visto che finora "gli uomini politici fiamminghi che hanno accettato il ruolo di premier l’ hanno fatto sacrificando il programma". Sebbene nelle ultime settimane le preoccupazioni economiche abbiano fatto largo al dibattito elettorale, il problema dei conti pubblici belgi, e in particolare della regione di Bruxelles-Capitale dove siedono le istituzioni europee, è tornato a imporsi.
    Standard&Poor`s ha abbassato il rating di Bruxelles proprio per il timore di una nuova stagione di ingovernabilità. «Vediamo per Bruxelles una struttura di città più che di regione, ma siamo aperti. A una condizione: non vogliamo lo statu quo», ha spiegato De Wever alla stampa internazionale, assicurando: «Una nostra vittoria non segnerà la fine del Belgio: non vogliamo una rivoluzione, ma un’evoluzione
    dolce verso strutture migliori».
    (Da Il Messaggero, 9/6/2010).
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    AL VOTO IL 13 GIUGNO

    Belgio, sulle elezioni l’incognita dei separatisti

    di MAURIZIO CERRUTI

    Separati in casa, litigiosi e insofferenti gli uni verso gli altri, fiamminghi e valloni sono chiamati il 13 giugno alle ennesime elezioni politiche anticipate che secondo i sondaggi rafforzeranno i partiti indipendentisti nelle Fiandre e manterranno il Belgio sull’orlo della rottura in un clima di precarietà e incertezza che non
    giova certo alla affidabilità, anche economica, del Paese.
    Il Belgio è il classico esempio di federalismo fallito. L’unica cosa che mette tutti d’accordo è il divieto di burqa approvato il mese scorso, prima di sciogliersi, dall’Assemblea nazionale unanime, con due soli astenuti.
    C’è chi si chiede se non sarebbe meglio un divorzio consensuale, con Bruxelles capitale d’Europa – già adesso lo è più che capitale del Regno – le Fiandre nell’orbita olandese-tedesca e della Vallonia in quella francese, invece che tirare a campare tra una crisi all’altra.
    Sei mesi fa Herman Van Rompuy è stato nominato presidente stabile del Consiglio europeo, lasciando dopo solo un anno, la carica di premier belga nella quale aveva rivelato grandi doti di mediatore (o meglio di equilibrista) per tenere compatto l’esecutivo scosso da scandali bancari e lotte intestine. Il suo successore Yves Leterme (di padre vallone e madre fiamminga) ha resistito in sella, appunto, solo sei mesi. Ma, a sua volta, era stato il predecessore di Van Rompuy come capo di un governo durato appena nove mesi. Stavolta non ci sarà un Leterme ter. I cristiano-democratici fiamminghi puntano ora su una donna, Marianne Thvssen. Masi prevede che le trattative per una nuova coalizione saranno lunghe e laboriose, tanto da far temere per la funzionalità del semestre di presidenza dell’Ue che per rotazione tocca al Belgio dal 1 luglio.
    L’ultima crisi è stata provocata dal voto compatto e trasversale dei deputati fiamminghi – che sono in maggioranza nell’Assemblea nazionale – contro i francofoni sull’annosa controversia per l’assegnazione di un collegio elettorale
    bruxellese all’una o all’altra comunità. Mai la frattura tra fiamminghi e valloni si era spinta a tanto: a travolgere persino le barriere partitiche. Undici anni dopo l’introduzione del federalismo triregionale (Fiandra a nord, Vallonia a sud e Bruxelles-capitale al centro) ogni spazio di compromesso sembra esaurito. Creato nel 1830 per secessione dai Paesi Bassi, il regno del Belgio dove, all’epoca, Bruxelles era all`85%fiamminga, fu subito “francocentrico". Le battaglie della maggioranza fiamminga (oggi 60% della popolazione) hanno portato all’autonomia regionale e al riconoscimento del bilinguismo e del biculturalismo. Ma l’obiettivo dell’autodeterminazione rimane, ed è caldeggiato soprattutto dai nazionalisti fiamminghi che rastrellano consensi anche su temi come l’insicurezza, gli immigrati e la paura dell’islam. Sul fronte opposto nella comunità francofona, che risente della crisi industriale della Vallonia, cresce il risentimento per l’élite bruxellese accusata di aver tollerato l’assalto fiammingo alle istituzioni e alle leve politico-economiche nazionali. Modello del Quebec, lo stato francofono del Canada, o modello Cecoslovacchia spaccatasi negli anni 90? E’ l’eterno dilemma dei belgi.
    (Da Il Messaggero, 10/6/2010).
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    Domenica si vota in Belgio. E l’esito appare incerto

    La provocazione francese "Date a noi la Vallonia"

    di GIAMPIERO MARTINOTTI

    I francesi sono di buon cuore, non badano ai problemi ma reagiscono con i sentimenti e in caso di implosione del Belgio sarebbero pronti ad accogliere i poco meno di tre milioni e mezzo di valloni, quasi tutti francofoni.
    L’idea di vedere il Belgio separato in due è considerata remota, tanto più che le sue conseguenze sull’Europa sarebbero incalcolabili. Ma ad ogni elezione si accompagna un sondaggio in Francia sull’atteggiamento che il paese dovrebbe assumere nel caso di un’implosione. Anno dopo anno, cresce il numero dei francesi favorevoli ad integrare la Vallonia, ad accogliere i "fratelli" francofoni, oggetto delle barzellette più pesanti, ma in fondo amati come dalla contrapposizione tra fiamminghi e valloni, il Belgio si reca alle urne domenica per eleggere il nuovo parlamento.
    E le previsioni sono pessimistiche: formare un governo federale sarà difficilissimo, tanto più che i sondaggi predicono una vittoria del partito indipendentista fiammingo. Certo, la battaglia fra le due comunità è vecchia come il Belgio, le minacce di implosione ricorrenti e l’astio è praticamente un elemento strutturale del paese. Ma la pressione è sempre più forte e l’accentuazione del federalismo non ha frenato le spinte indipendentiste fiamminghe… Non a caso, i più favorevoli all’idea sono gli abitanti delle regioni limitrofe, per i quali il Belgio rappresenta una realtà di scambi quotidiani. Non è detto tuttavia che i valloni siano pronti a lanciarsi nelle braccia dei francesi. Per il momento, l’idea di una separazione non è ipotizzata. L’esito del voto di domenica è incertissimo e resta l’incognita del partito indipendentista fiammingo, l’NVA: dovrebbe essere il primo della regione con un quarto dei voti e la sua vittoria costituirà un ostacolo per la formazione del nuovo governo federale.
    (Da La Repubblica, 11/6/2010).
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    Per l’instabile Belgio si prospetta l’ipotesi “due popoli due stati"

    I belgi rischiano di dover ipotizzare una soluzione "due popoli, due stati" quando lunedì, di fronte ai risultati delle elezioni, si troveranno di nuovo di fronte a una lunga crisi, causata da un sistema politico-istituzionale diventato schizofrenico per le divisioni linguistico-regionali.
    Fiamminghi e francofoni non si parlano più. Le Fiandre e la Vallonia sono due mondi a parte che si ignorano. Le istituzioni sono paralizzate dai continui conflitti comunitari e si moltiplicano gli episodi di "pulizia linguistica". Inutile fare "un ennesimo tentativo di bloccare le aspirazioni di quelli che vogliono l’indipendenza delle Fiandre", dice al Foglio il sociologo belga Olivier Dupuis, ex europarlamentare dei Radicali. Ci vuole un "nuovo assetto istituzionale che garantisca la possibilità per una regione di fare la secessione, secondo modalità precise"… Difficilmente le cose cambieranno: i sondaggi puntano dritto all’ingovernabilità, con una coalizione di sei, sette, forse otto partiti. di destra e di sinistra, fiamminghi e francofoni. Solo che, questa volta, il grande vincitore dovrebbe essere Bart De Wever. leader del partito nazionalista delle Fiandre. La sua Nuova alleanza fiamminga, la cui campagna è incentrata sullo slogan "Prima la confederazione, poi l’indipendenza", è accreditata del 26 per cento nelle Fiandre: primo partito della regione, ma anche del paese. Toccherebbe a De Wever fare il premier, ma nessuno tra i partiti francofoni è disposto ad allearsi con il responsabile della crisi politica attuale. La Vallonia preferisce il socialista Elio di Rupo, che chiede "solidarietà" tra regioni e spesa pubblica, in un paese che ha il 100 per cento di debito.
    I brussellesi – in maggioranza francofoni – generalmente votano i liberali, ma sono tentati dal nuovo Partito popolare: un Tea Party belga, guidato dall’avvocato dei piccoli azionisti contrari alla nazionalizzazione della banca Fortis, che vuole "depoliticizzare la società". Ma se si sommano De Wever e le altre liste secessioniste, il 46 per cento delle Fiandre domani è intenzionato a votare per l’indipendenza.
    Con De Wever "la dissoluzione del Belgio, l’indipendenza delle Fiandre, l’annessione della Vallonia alla Francia non sono più tabù", spiega Dupuis. Il guaio è Bruxelles, enclave francofona nelle Fiandre che i fiamminghi hanno eretto a loro "capitale" irrinunciabile. Nei comuni alla sua periferia – a maggioranza fiamminghi, con alcune enclave francofone – le autorità hanno moltiplicato gli atti di pulizia linguistica contro la minoranza francofona: divieto di chiacchierare in francese nei cortili delle scuole, multe ai funzionari pubblici che usano la lingua di Molière,
    impossibilità di comprare casa per chi non parla fiammingo, Il Consiglio d’Europa, preoccupato che le Fiandre diventino un modello per gli xenofobi intenzionati a sloggiare comunità straniere, ha lanciato richiami sul rispetto dei diritti delle minoranze…
    (Da Il Foglio, 12/6/2010).
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    Belgio, separatisti contro socialisti

    di MARCO ZATTERIN

    Occhi puntati su Bart de Wever e le folte brigate che chiedono l’indipendenza delle Fiandre. Se i sondaggi dicono il vero, il nazionalista della Nuova Alleanza Fiamminga (Nva) potrebbe essere stasera il leader del primo partito
    della regione (26%) e forse anche del Belgio. I conti della vigilia dicono che se la gioca con Elio di Rupo, storico numero uno dei socialisti francofoni (Ps), accreditato per un 30% dei consensi in Vallonia. Non si potrebbe immaginare una coppia peggio assortita, eppure, secondo i bookmaker della politica, la scommessa più naturale è
    che uno di loro sarà il prossimo premier nel regno di Alberto II.
    Chi vuole può puntare. Non dimentichi però che sarà un processo complesso e che da anni le vicende parlamentari del Belgio sono in genere tumultuose. Due regioni che faticano a parlarsi, non solo perché usano idiomi diversi, vanno oggi alle urne – è la seconda volta in soli tre anni – per eleggere il parlamento federale dal quale
    avrà origine il nuovo governo destinato a rappresentarle entrambe.
    L’affluenza sarà alta perché presentarsi ai seggi è sostanzialmente obbligatorio. La tornata ha quasi il senso di un referendum sull’unità. Il ministro delle Finanze Reynders (vallone), ad esempio: «Vogliamo continuare a vivere insieme?», ha chiesto senza giri di parole agli elettori. Il Belgio è federale e doppio. Al Nord 6,5 milioni di fiamminghi, ricchi, dinamici e liberisti; al Sud, ì quattro milioni di francofoni della Vallonia, in ritardo economico e più statalisti. Fra i due mondi c’è un confine linguistico che duplica tutto, le regioni (tre con Bruxelles), i parlamenti, i giornali, la Croce Rossa e, naturalmente, i partiti. Il fatto che nelle Fiandre larghe fasce della popolazione pensino sia giunto il momento di smetterla di sovvenzionare i cugini poveri ha dato la carica a De Wever. È lucido quando spiega la sua tesi, quella della confederazione fra due stati autonomi, quale primo passo per una separazione effettiva. «Sogno le Fiandre nell’Ue», ha annunciato come se già non ci fossero. Chi lo ama, lo segue. Anche perché il governo di centrosinistra di Yves Leterme è caduto proprio per una disputa fra fiamminghi e valloni. E successo il 26 aprile sul dossier «Bruxelles-Halle-Vilvvorde», un distretto di Bruxelles capitale a maggioranza francofona in territorio fiammingo in cui i partiti del «Nord» voglio ripristinare il loro diritto a spese di chi parla francese in quella zona. «I confini sono i confini», giura de Wever. Di Rupo risponde: «Sapremo reagire».
    Comunque vada, l’iter sarà lungo. Fonti concordanti parlano di un governo di programma (con Leterme) per il semestre di presidenza Ue che parte a luglio. Nel frattempo l’esploratore incaricato dal Re studierà le possibili alleanze. Se vince De Wever tocca alla Nva, e qui si crea il primo ostacolo, perché è possibile che cristiano
    democratici e socialisti fiamminghi (32% in due nella Fiandre secondo i polls) decidano di non appoggiarlo. Questo potrebbe convincerli a far qualcosa che non succede dal 1974, accettare un premier vallone, cioè Di Rupo. Sarebbe un modo per mantenere in sella le forze tradizionali, allontanare lo spettro della scissione e cambiare il paese alla vecchia maniera. «L’84% dei belgi vuole le riforme, ma non il divorzio», dice la de fiamminga Marianne Thyssen. Sembrerebbe un punto per il socialista di origini italiane, sempre che i sondaggi abbiano ragione.
    Lo sfidante di origini abruzzesi Bart Albert Liliane De Wever, 39 anni, di Mortsel Laureato in Storia a Lovanio, è il presidente del Nva, il partito indipendentista fiammingo Accusato di essere di estrema destra, si definisce «un moderato»; nelle Fiandre è dato al 26%.
    Elio Di Rupo, 58 anni, è uno dei sette figli d’una famiglia di immigrati abruzzesi. Presidente dei partito socialista dal 1999, gay dichiarato, nel 1994 si rifiutò di stringere la mano a un ministro di An. In Vallonia il suo Ps ha il 30%.
    (Da La Stampa, 13/6/2010).
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    IL PROSSIMO PREMIER? UN GAY ITALIANO CHE ODIA GLI ITALIANI

    di Manila Alfano

    No, non è il Vendola della Vallonia. Elio Di Rupo è molto più duro e intransigente. Il destino del Belgio dicono sia nelle mani di questo signore di origine abruzzese, che va in giro da una vita con un papillon rosso, omosessuale orgoglioso, simbolo del meridione povero e in cerca di riscatto, non facile ai compromessi e costretto questa
    volta a dialogare con la rabbia secessionista fiamminga di Bart De Wever. Rispetto a lui il cattolico Nichi Vendola è un mezzo doroteo. Eppure valloni e fiamminghi sperano che sia il figlio di immigrati italiani che ha fatto
    fortuna con la politica a salvare il Belgio dalla scissione.
    Di Rupo, 58 anni, con una laurea in chimica, non è uno che stringe la mano facilmente. Non si sporca. Non si mischia, soprattutto quando è convinto, spesso a torto, che davanti a lui ci sia un fascista reazionario. Quando
    nel 1994 incontrò Pinuccio Tatarella, con un passato missino sì, ma maestro di mediazioni e padre intellettuale della svolta di Fiuggi, si girò dall’altra parte: «Non saluto i fascisti», disse. Non si convinse neppure quando cercarono di spiegargli che quel gentiluomo pugliese stava cambiando il dna della destra italiana e non era un picchiatore in camicia nera. Nulla da fare. Il buon Elio resta tuttora convinto che An sia un partito politico con cui non si scende a patti. Qualche problema, in verità, ce l’ ha pure con i santi. Nel gennaio del 2002 arriva tra le mani del sindaco di San Giovanni Rotondo, il forzista Antonio Squarcella, una lettera del sindaco di Frameri (paese della Vallonia) che, con toni piuttosto brutali, annulla il patto di gemellaggio – da tempo concordato – con il Comune pugliese. I motivi? Primo: la presenza di esponenti di An nella giunta che regge San Giovanni Rotondo:
    «Un partito – scrive il sindaco di Frameries, Didier Donfut – di estrema destra, che si pone fuori dai principi democratici». Secondo: «lo scandalo» creato nei salotti beni del Belgio dalle frasi di Berlusconi sulla superiorità
    dell’Occidente rispetto all’islam. Il sindaco pugliese, ovviamente, va su tutte le furie e a Frameries malissimo ci rimangono i tanti esponenti della comunità italiana, che già pregustavano la festa. Ma i belgi sono irremovibili.
    D’altronde, l’ordine di far saltare tutto pare sia partito proprio da Di Rupo che, nella sua veste di presidente dei socialisti belgi, sarebbe stato perentorio con il sindaco di Frameries, compagno dipartito: «Con gli italiani nessun gemellaggio, annulla tutto». Inutili le proteste della comunità pugliese. Al punto che il consolato italiano in Belgio, come ha rivelato uno dei consiglieri comunali di Frameries, Domenico Ciccone, «ci ha consigliato di lasciar perdere: non è il momento giusto, ci hanno detto, peri gemellaggi con città italiane».
    Questa antipatia perle origini è difficile da spiegare. Di Rupo viene dalla fatica, simile a quella di tanti italiani emigrati nelle miniere per fame e disperazione. Il padre è morto, quando lui era ancora un bambino, in un incidente stradale. La madre ha lavorato per due e ha fatto studiare il figlio, che si è conquistato spazio nella politica belga a testa alta, senza nascondere la sua identità, le sue scelte sessuali, le sue origine. Ma questo signore dal sorriso gentile non ha mai messo da parte il furore ideologico e una politica ben ancorata al Novecento. La sua italianità vene spesso fuori quando si tratta di dare una mano all’amico D’alema per racimolare il voto degli italiani all’estero. E lì si trasforma in una vera macchina elettorale che attraversa tutta la Vallonia. È questo l’uomo che dovrà dare una visione comune, un futuro, al Sud e al Nord del Belgio. Il Nord ricco che sogna la secessione e porta in piazza gli stessi discorsi di Bossi, con una carica ancora più radicale, e il Sud povero che si aggrappa ai sussidi e allo Stato sociale. C’è tanta Italia in questo Belgio che va alla ricerca del suo futuro e della sua identità. Il signor Papillon, socialista old style, ha in mano le carte del destino quando dice: «I francofoni saranno capaci di rispondere se le Fiandre decidessero un giorno per l’indipendenza».
    (Da Il Giornale, 14/6/2010).
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    BRUXELLES (E NON IL BELGIO) SPECCHIO DELL’EUROPA DEL FUTURO

    di Luigi Offeddu

    Alla sfida «muro a muro» nata dalle elezioni in Belgio assiste un’Europa che i muri, nell’ultimo ventennio, si è trovata a buttarli giù. Assiste un po’ distratta, ma forse è inevitabile: dopotutto, penserà qualcuno, quel Paese lassù raccoglie 10 milioni di valloni e fiamminghi, mentre i 27 Stati dell’Unione Europea ospitano insieme Belgio compreso – mezzo miliardo di anime. In più c’è la crisi economica, che fa sconquassi ovunque: con Grecia, Spagna, Portogallo e forse altri sull’orlo del burrone, e con l’euro che ha già un piede oltre il ciglio, ci si può preoccupare
    se il leone fiammingo e il gallo vallone si fanno gli occhiacci nel loro piccolo recinto? Sbagliano tutti, naturalmente. E non solo perché il Belgio è un Paese ricco, civile, pacifico, dunque importante per l’Unione Europea. Ma anche perché il Belgio, e Bruxelles che è il suo cuore, sono già lo specchio di ciò che potrebbe o dovrebbe essere l’Europa del futuro. E lo sanno bene coloro che lavorano proprio nelle istituzioni europee, decine di migliaia di persone: Bruxelles è un palcoscenico multietnico e multilingue, dove non solo convivono fiamminghi e valloni ma anche turchi e sloveni, italiani e cechi, maltesi, greci, arabi, cinesi, russi. Tutti, insomma. E con tutti i suoi problemi, Bruxelles è stata finora anche un laboratorio di tolleranza: un abitante su tre è musulmano, certo non va tutto liscio ma non si respirano neppure le tensioni di altre megalopoli. Avrebbero potuto offrire lo stesso scenario, alle istituzioni della Ue, Parigi, Roma o Berlino? Forse. Ma intanto, a Bruxelles, là dove per 180 anni valloni e fiamminghi hanno per primi tentato di convivere, magari storcendo un po’ il collo, l’esperimento firmato Ue è riuscito: come ha ben spiegato Sergio Romano sul Corriere di ieri, questa città può avere l’anima e il piglio
    di una Washington, di un distretto internazionale. Anzi lo ha già: e lo avrà comunque, anche sé il gallo e il leone dovessero strapparsi un giorno il pelo e le piume, dimentichi delle lezioni della storia.
    (Dal Corriere della Sera, 15/6/2010).
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    Si può dire che l’olandese sta sparendo dal Belgio e che la sola lingua della cultura è l’inglese: nella musica, nelle televisioni, nei film.
    Nelle carte d’identità il rispetto per le tre lingue ufficiali del Belgio –, l’olandese, il francese, il tedesco -, rimane solo nel titolo, ma insieme all’inglese. Per il resto la carta d’identità è in una sola delle lingue ufficiali del Belgio e in inglese…
    (Fonte Ret – Info, da Leo de Cooman, Euxropa Bulteno, novembro-decembro 2009,
    n-ro 11-12).
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    I consensi. Il nazionalista De Wever piace Forza decisiva Primo partito della regione ai portuali di Anversa ma anche agli studenti PN-va frena la nascita di un governo belga

    Fiamminghi stregati da Bart il secessionista

    Michele Pignatelli

    «A che gioco sta giocando Bart De Wever?». Se lo è chiesto il quotidiano francofono Le Soir, dopo l’ultima provocazione del leader della Nuova alleanza fiamminga (N-va), trionfatore alle elezioni del 13 giugno: un editoriale in cui lui, storico di formazione, rovescia sui valloni la tradizionale accusa di collaborazionismo con i nazisti, invitandoli a svolgere indagini meno sommarie sulle proprie responsabilità. Ma la domanda si presta a un’interpretazione più generale: che movimento è questo partito nazionalista che ha stravinto nelle Fiandre, interlocutore imprescindibile per formare un nuovo governo? E giusto includerlo nella lista dei partiti populisti di estrema destra, in ascesa in varie parti del mondo?
    I diretti interessati non ci stanno. Quanto meno i militanti più giovani, gli unici che accettino di raccontare il loro movimento. «Non siamo razzisti o populisti – protesta Arnout Coel, membro della Jong N-va – siamo un partito di centrodestra, liberale e conservatore, che vuole prima di tutto più autonomia per le regioni. Non siamo contro l’Islam o contro chi cerca diritto d’asilo; quanto all’immigrazione per lavoro, vogliamo regole più severe sui flussi e l’accettazione di lingua e cultura delle Fiandre». La frecciata sembra rivolta in effetti più ai "cugini" valloni che agli immigrati dall’estero, ma è sufficientemente ambigua. E va incontro, al tempo stesso, alla paura di perdere il lavoro di un paese nel quale la disoccupazione è all’8,8 per cento. «Non siamo affatto populisti – gli fa eco un altro militante – è un etichetta che ci è stata affibbiata dalla diplomazia francofona».
    Un invito alla cautela, però, non arriva solo dai membri del partito. «Bisogna distinguere – spiega Jean Faniel, ricercatore del Crisp, il Centro di ricerca e informazione sociopolitica di Bruxelles – tra la N-Va e il Vlams Belang (la destra estremista e xenofoba che ha dominato nelle Fiandre fino al 2007, ma ha perso voti a giugno, ndr): i primi sono un partito nazionalista e autonomista ma non xenofobo e sull’Islam non hanno una posizione estremista. Quanto all’immigrazione continua – l’accenno a regole più severe sembra riflettere più che altro i timori di un’"invasione" propri della classe medio – alta fiamminga…
    Da sempre roccaforte del nazionalismo fiammingo, Anversa ha premiato l’N-va con il 30% alle ultime elezioni… «Vincono perché riescono a semplificare: convincono la gente di avere una soluzione semplice ai problemi complessi del paese».
    Nelle parole di questo 24enne c’è forse una chiave interpretativa del successo dell’Nva: sa mandare messaggi comprensibili. «Ed essere coerente – aggiunge Jean Faniel – rifiutando ogni compromesso sull’obiettivo per cui è nata: l’autonomia delle Fiandre. I cittadini la percepiscono diversa dagli altri partiti»…
    (Da Il Sole 24 Ore, 26/9/2010).

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