FIAMMINGHI E VALLONI
Belgio diviso? «Un distretto per Bruxelles»
di Ivo Caizzi
La capitale del Belgio, sede principale delle istituzioni dell’Unione Europea, potrebbe diventare un distretto separato se il Paese venisse diviso in due come la Cecoslovacchia. Questa soluzione per Bruxelles sta emergendo come la meno irrealistica nell’acceso dibattito in corso tra i belgi sulla possibile divisione federale dei fiamminghi del nord di lingua olandese dai valloni francofoni del sud. Gli estremisti del Vlaams Belang (Interesse fiammingo), che vogliono allontanare le ricche Fiandre dalla meno sviluppata Vallonia, stanno sfruttando la difficoltà di formare una nuova coalizione di governo, a oltre tre mesi dalle elezioni, esasperata principalmente dai contrasti etnici. I partiti non riescono a mettersi d’accordo perché sono divisi al loro interno tra l’emanazione fiamminga e quella vallone, che presentano liste separate. Lo stallo ha fatto ammettere a molti belgi che gli infiniti contrasti tra le due comunità complicano spesso la vita di tutti. Due treni arrivarono a scontrarsi perché un capostazione fiammingo e un suo collega vallone rifiutarono ciascuno di farsi capire nella lingua dell’altro. La voglia di separazione sarebbe così aumentata non solo nelle Fiandre, dove il Vlaams Belang in alcune aree raggiunge il 30-40% dei voti. Anche tra i valloni, tradizionali difensori del Belgio unito, spunterebbero inattese aperture. Da giorni perfino il quotidiano francofono Le Soir di Bruxelles rilancia spesso in prima pagina articoli e dibattiti sulla possibile separazione tra Fiandre e Vallonia. La divisione dei due territori è netta e non appare difficile. Ma resta fuori Bruxelles, che è una regione a parte, bilingue, situata nella parte fiamminga, confinante con la Vallonia e abitata in maggioranza da francofoni. Entrambe le comunità la reclamano senza possibilità di mediazioni. Da qui è nata l’ipotesi di non scontentare né le Fiandre, né la Vallonia. E di trasformarla in distretto federale, sull’esempio di Washington DC, la capitale degli Stati Uniti.
(Dal Corriere della Sera, 18/9/2007).
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Il Paese da 134 giorni senza governo. L’estrema destra, circa 20% dei voti, vuole la separazione delle «sue» Fiandre dalla Vallonia francofona
Insulti, uova, bandiere in fiamme Il Belgio viaggia verso la scissione
I fiamminghi: se non dividiamo Bruxelles, niente accordo federale
di Luigi Offeddu
A mezzanotte, balza in piedi il borgomastro con i guancioni paonazzi di sdegno: «Chi ci ha scelto? I nostri elettori. E alors, lasciateci fare i sindaci. Che lingua parliamo? Il francese. E alors, lasciateci parlare». Ma ad ogni «alors», nell’aula comunale, metà del pubblico tuona: «Franse ratten!», «Topastri francofoni!». E l’altra metà: «Merules fiamminghi», intendendo con «merules» certi funghi infestanti. Poi lanci di uova, bandiere in fiamme, ragazzotti che riscrivono con lo spray le targhe stradali, nella lingua degli Orange o in quella di Rabelais. Nelle ultime notti è stato così, in alcune di queste periferie non lontane dal Parlamento europeo. «Hier Nederlands», «Qui Olanda», giurano vari cartelli. Ma no, qui è Belgio, piccolo cuore dell’unità europea che non riesce a trovare la sua, di unità. Per ora, prevale
l’innato civismo di questi popoli; e la gente comune, non gli estremisti, convive. «Ma non iniziò così anche in Bosnia?», già esagera qualcuno. Dicono di non capirsi più, fiamminghi e valloni che si spartiscono lo Stato federale e 2 Camere: ma si capiscono, stanno insieme da quasi 180 anni. Il guaio è che ora vivono sospesi nel vuoto: da 134 giorni, dalle elezioni di giugno, non c’ è più un governo vero, proprio per i contrasti fra le comunità. L’estrema destra fiamminga, circa 20% dei voti, vuole la scissione delle «sue» Fiandre dalla Vallonia francofona. Se no, tuona, niente accordo. Il suo leader Filip Dewinter ha una cura per il Belgio federale malato: l’eutanasia. I moderati mediano, la corda si logora. Eppure alle elezioni, per decidere chi doveva governare, 11 partiti spesero in tutto 20.492.393 euro e 23 centesimi. «Monta l’anti-politica», titolano i giornali, e qui non ci sono grilli o mastelli, non un Grillo fiammingo o un Mastella vallone. . La confusione è grande. «Ma questo è pur sempre il Paese che ci ha accolto tutti a braccia aperte», dice Giovanna Corda, deputata belga al Parlamento europeo, vicesindaco della città di Boussu, che ha immigrati di 42 nazionalità, e figlia di un minatore sardo arrivato 51 anni fa. «È un Paese esempio di integrazione per tutto il mondo». Alle finestre ritratti del re Alberto, simbolo di unità, e bandiere nazionali: già vendute 30 mila, furono di più solo quando morì Baldovino. Ma allora e oggi, il re non fa i governi. Designa chi deve formarli: e ora tocca al fiammingo Yves Leterme, malvisto dai francofoni perché nega la loro «capacità intellettuale» di imparare il neerlandese o fiammingo. Loro, in risposta, ricordano da 65 anni i collaborazionisti fiamminghi di Hitler. Vi sono accenni di farsa, il ministro vallone Paul Magnette sprona i suoi: «Imparate a far l’amore, la Vallonia starà meglio». Sono divise da altro, Vallonia e Fiandre: più disoccupazione tra i francofoni (21,9% a Charleroi), e più soldi tra i fiamminghi. Da qui, i luoghi comuni dilaganti: colpa del Congresso di Vienna, i fiamminghi erano il doppio dei valloni, se le Fiandre hanno 400 mila imprese e la Vallonia 200 mila «ci sarà un perché». Luoghi comuni a parte, il tutto è stato tenuto insieme dal re; e dall’orgoglio della Costituzione liberale; e da quel civismo diffuso. Ma quanto può durare? Dipenderà da Bruxelles-Hal-Vilvorde, il nervo scoperto, un’unica circoscrizione elettorale che comprende due territori. Il primo è zona fiamminga, con 35 comuni intorno alla capitale: parlano il neerlandese, ma in 6 di essi i francofoni sono una maggioranza, cui è vietata negli atti formali la propria lingua. L’altro è Bruxelles capitale con 19 comuni, zona bilingue anche se parla neerlandese solo un cittadino su 10. La rurale Hal-Vilvorde e Bruxelles cuore urbano europeo, intrecciate nella pelle del leopardo belga. Con la scissione, secondo i francofoni, Bruxelles sarebbe isolata come una cisti nel corpo delle Fiandre: per dirla con un loro leader, Serge Moureaux, «capitolazione alla Petain». Ma se le cose restano così, ribattono gli altri, niente accordo federale. Titolo di un famoso spettacolo, che riempie da tempo i teatri belgi: «Sii belga e stai zitto».
(Dal Corriere della Sera, 25/10/2007).
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LA SCHEDA
ECONOMIA È tra le più sviluppate in Europa, ma presenta alcuni deficit, tra cui il debito pubblico (al 93% sul Pil) e l’elevato tasso di disoccupazione, pari al 18% in Vallonia (con punte del 30% nelle zone più depresse). La ricchezza è distribuita in modo eterogeneo: Bruxelles e le Fiandre hanno tassi di produttività e redditi più elevati
IL RE Alberto II è re dal 9 agosto 1993. Il predecessore, il fratello Baldovino, morì nel luglio ‘ 93. Il Belgio è l’unica monarchia europea che non applica la legge salica dell’immediata successione. Il re diventa tale dopo il giuramento, non alla morte del predecessore
(Dal Corriere della Sera, 25/10/2007).
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Democrazie in crisi
Al Belgio non resta che e.Bay
Ci sarebbe da ridere, se le cronache del Belgio non suggerissero che lo spauracchio della secessione sia diventato un rischio reale. Ieri, all’indomani del colpo di mano fiammingo con cui è stata approvata la scissione della periferia di Bruxelles dalla capitale come distretto elettorale, Alberto II ha incaricato nuovamente Yves Leterme, cristiano-democratico fiammingo e vincitore delle elezioni dell’ormai lontano 10 giugno, di formare il governo. Non si sa bene come, visto che finora ha fallito, non riuscendo a mettere d’accordo i suoi (presunti) alleati della destra fiamminga, con quelli della destra vallone. E oramai, vittoria o non vittoria, al “provaci ancora Yves” non ci crede più nessuno. Per la metà dei cittadini francofoni questo è l’inizio della dissoluzione del paese e più della metà afferma che Leterme non dovrebbe più aspirare a diventare premier. E se non gli fosse apparso chiaro dopo i ripetuti fallimenti di questi mesi, un cittadino vallone ha sarcasticamente pensato di risolvere la questione, mettendo Leterme in vendita su e.Bay, specificando: “Yves Leterme viene consegnato con un manuale di istruzioni in francese e in fiammingo, ma bisogna fare attenzione, perché non dice la stessa cosa nelle due lingue”. E poco importa se (qualora la crisi istituzionale dovesse continuare a trascinarsi ancora per settimane, come tristemente probabile) Bruxelles, stavolta nella sua qualità di “capitale” europea, ha fatto sapere che il premier belga uscente Guy Verhofstadt potrà comunque sottoscrivere il trattato della Ue. Resta il dato, sottolineato ieri dal giornale (fiammingo) “Het Laatste Nieuws”, della fine di un modello che dava il potere alla concertazione e non alla legge dei numeri. Che significava convivenza tra comunità diverse e, soprattutto, la ricerca del reale consenso come strumento di governo. A questo punto, al Belgio non resta che e.Bay.
(Da Il Riformista, 9/11/2007).
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Sì a un progetto di legge che strappa alla capitale internazionale (e ai valloni) la sua cintura rurale
I fiamminghi votano per spaccare in due Bruxelles
di Luigi Offeddu
Promesso, minacciato, profetizzato da 150 giorni, nella più lunga crisi politica mai vissuta da questo Paese, alla fine il terremoto è arrivato: in diretta tv, con vari leader che invocavano l’intervento del re Alberto II come unico vero garante dell’unità del Paese, e con preoccupati «appelli alla pacificazione» che già si levano dalle periferie di Bruxelles pavesate di bandiere nazionali. Per la prima volta da quando esiste il Belgio e cioè dal 1830, la maggioranza fiamminga nel Parlamento ha imposto la sua volontà alla minoranza francofona. Lo ha fatto con un voto formale, limitato alla Commissione Interni, e che potrà ancora essere corretto, o congelato: ma comunque, un voto simbolicamente esplosivo. Perché i fiamminghi hanno chiesto, chiedono, la scissione di «Bhv», Bruxelles-Hal-Vilvoorde, la circoscrizione elettorale e amministrativa più importante, che comprende anche la capitale oltre a tutte le istituzioni centrali dell’Unione Europea: il cuore stesso dell’Europa unita, e di un Paese federale, che non riesce a stare più tutto intero, e in pace. Almeno sulla carta, nei palazzi della politica, se non nella vita quotidiana dei cittadini: nonostante i 5 mesi senza governo, questo resta infatti il Belgio, la nazione di secolari tradizioni democratiche che ha accolto milioni di stranieri da tutto il mondo; e non è naturalmente la Bosnia degli anni 90. Però il disagio c’è e si sente, lo stesso. Fino ad oggi, la «Bhv» è stata una circoscrizione unica: con quel cuore urbano, appunto la capitale, ufficialmente bilingue ma dove 8 cittadini su 10 parlano il francese; e con una cintura, il Brabante, dove invece si parla in gran parte il fiammingo ma dove vivono anche 120-150 mila cittadini francofoni, liberi finora di eleggere i propri sindaci, votare per i propri partiti, e parlare solo la propria lingua nei consigli comunali, nei tribunali, in ogni altra sede. La scissione amministrativa di «Bhv» significherebbe la fine di tutto questo: da una parte la capitale, in tutto bilingue o multilingue anche per le migliaia di stranieri che ci vivono, e dall’altra una gran fetta del Brabante, dove anche ai 120-150 mila francofoni – proprio questo chiede, anzi esige la maggioranza fiamminga – verrebbe imposta almeno nella vita pubblica una sola lingua ufficiale, lo stesso fiammingo o neerlandese. «Rottura intollerabile, attacco all’equilibrio del Paese», hanno subito reagito i partiti francofoni, ritirandosi dai negoziati per la formazione del nuovo governo. Mentre Yves Leterme, il fiammingo moderato che per incarico della Corona ha finora guidato gli stessi negoziati, tornava dal re in cerca di consiglio. Come sempre i moderati delle due parti cercano di mediare, e gli estremisti soffiano sul fuoco: Nord contro Sud, Est contro Ovest, campagne contro città. Due, o forse tre, le possibilità: nuovo incarico «in extremis» a Leterme; ritorno alle urne; o stallo completo, perché è certo che i francofoni faranno valere in Parlamento la clausola di garanzia che consente a ognuna delle comunità di porre il veto su proposte giudicate «discriminatorie». Comunque vada, da Bruxelles e dintorni dipende tutta la politica nazionale. Quello è il grande nervo scoperto: la «libertà di noi francofoni» era ed è la condizione posta per la formazione del governo federale, ma dalla parte opposta quella stessa condizione ha un altro nome: «la libertà e dignità di noi fiamminghi». Nel mezzo, un vuoto di potere che dura ormai dalle elezioni dello scorso 10 giugno. E che le bandiere nazionali ai balconi non riescono a riempire.
(Dal Corriere della Sera, 8/11/2007).
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Dal voto alla crisi
LE ELEZIONI
Il 10 giugno i belgi sono andati alle urne per le elezioni legislative. Grande vincitore è il Partito democristiano fiammingo dell’ex premier Yves Leterme.
L’IMPASSE Leterme rinuncia a formare un governo. La coalizione che sembrava scontata (democristiani e liberali fiamminghi con liberali ed ex democristiani valloni) si incrina sulle autonomie: i fiamminghi vogliono di fatto trasformare il Belgio in una confederazione. È l’impasse.
(Dal Corriere della Sera, 8/11/2007).
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Belgio diviso
Paradosso nel cuore dell’Ue
di Aldo Rizzo
Nel cuore dell’Europa integrata – quel Belgio che ospita da mezzo secolo le sedi istituzionali della Comunità, poi Unione, europea – si è sviluppato, a partire dal dieci giugno, data delle ultime elezioni generali, un fenomeno paradossale. Per mesi e mesi i belgi non sono riusciti a darsi un governo. E non per difficoltà scaturite dal voto, poiché era emersa una maggioranza di centrodestra, tra democristiani e liberali. Ma per aspri contrasti tra le due etnie, chiamiamole così, cioè tra i due gruppi linguistici e culturali, il fiammingo e il vallone. Contrasti che attraversavano e attraversano le formazioni puramente politiche. Fino a far temere una vera e propria divisione dello Stato…
Dietro c’è la storia stessa di questo Stato, già parte dei Paesi Bassi e poi staccatosi nel 1830, per l’impulso prevalente della borghesia cattolica e francofona, ma conservando una consistente aliquota di popolazione delle Fiandre, per lo più mercantile e agraria, e di lingua praticamente olandese. Fu per queste sue caratteristiche composite, e per esser uno Stato-cuscinetto tra Francia e Germania, le due potenze storicamente rivali, che il piccolo (relativamente) Belgio vide scelta Bruxelles, a preferenze di Parigi o Roma o Bonn, come capitale dell’Europa in via d’integrazione. Ma, se Bruxelles è bilingue, il resto del Paese ha conservato e anzi accentuato il proprio, specifico modo di esprimersi, e a ciò si è aggiunto un nodo di contrasti economici, per il progressivo spostamento dell’asse della ricchezza dalla Vallonia alle Fiandre. Con conseguente, crescente, rivendicazione di autonomia e di potere da parte fiamminga. Così… una maggioranza di belgi ritiene che tra dieci anni il Belgio in quanto tale non esisterà più…
Secondo gli analisti bruxellesi, influisce anche il fatto che, con l’ultimo allargamento, sono diventati membri dell’Ue Paesi ben più piccoli del Belgio o di ciò che sarebbero le sue due parti divise. Argomenti che rafforzerebbero le spinte autonomistiche-secessionistiche di altre regioni d’Europa, dalla Scozia alla Catalogna.
Dunque, in vario modo, l’unificazione europea potrebbe addirittura favorire la frammentazione dei singoli membri… Questo secondo, almeno apparente, paradosso potrebbe anche avere un suo aspetto positivo, in qualche caso. Sotto la coperta europea, si potrebbero pacificamente soddisfare autonomismi e localismi particolarmente sentiti. Ma il guaio è che la coperta è lungi da essere così ampia e spessa…
(Da La Stampa, 24/11/2007).
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Bruxelles: il vice premier giura solo in fiammingo
Belgio, varato il governo ma è subito gaffe
Sei mesi per varare un governo che ne durerà tre. Un risultato apparentemente modesto che invece per il Belgio è un successo. Guy Verhofstadt, liberale fiammingo, ha giurato ieri davanti a re Alberto con i suoi sedici ministri, calibrati per appartenenza politica e linguistica: sette fiamminghi e sette francofoni, in rappresentanza di cinque partiti. Il premier, che dovrà avviare la riflessione sulle riforme, avrà come vicepremier il suo successore, il cristiano democratico fiammingo Yves Leterme, famoso per aver confuso la Marsigliese con l’inno belga e che, anche ieri, è stato protagonista di una nuova gaffe, proprio durante la cerimonia di insediamento. Contrariamente alla consuetudine Leterme ha infatti pronunciato la formula di rito solo in fiammingo. Non è stato l’unico ministro a scegliere di usare solo la sua lingua, ma a sollevare l’accusa di provocazione è il fatto che sarà proprio Leterme a guidare il governo, finita la fase di transizione affidata a Verhofstadt…
(Da Il Giornale, 22/12/2007).
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Nel Belgio diviso. A Zaventem, sobborgo di Bruxelles, per comprare i terreni bisogna sapere parlare l’idioma
Non sai il fiammingo, niente casa
La decisione discrimina la minoranza vallone Ma il sindaco si difende: “Quale integrazione può esserci se non ci si capisce?”
di Enrico Brivio
… Siamo a Zaventem, nel cuore dell’Unione europea e nella periferia della capitale comunitaria, ma anche in una zona fiamminga, fiera di esserlo. A dimostrarlo c’è la controversa decisione, presa dal Comune locale, di non vendere terreni a chi non parli o non si impegni a imparare il fiammingo. Quell’idioma, molto vicino all’olandese, che in Belgio coesiste con il francese, marcando la diversità tra due etnie che non si amano.
“Credo – spiega Francio Vermeiren, il sindaco liberale di Zaventem – ci siano malintesi sulla nostra decisione: in una zona in cui i prezzi degli immobili sono in ascesa, a causa anche dell’arrivo di stranieri, abbiamo voluto assicurare appartamenti ai giovani della comunità locale a un prezzo più accessibile. Ma vogliamo assegnarli a persone che rispettano la cultura del posto: se non parli la lingua, come fai a integrarti, a farti capire al bar o nei negozi?”… “Non voglio discriminare nessuno, basta impegnarsi a frequentare corsi di fiammingo, se non lo si parla già”, si schermisce il borgomastro, che aggiunge: “Ho appena finito di illustrare per un’ora a un’altra persona i nostri programmi per integrare le comunità marocchine”.
Già, ma il sindaco non menziona i “cugini” valloni, indicati come vittime predestinate dalla discriminazione linguistica nelle gare per l’assegnazione dei 76 lotti comunali. Strana una decisione localista vicino a un hub internazionale come Zaventem, ben sapendo che lo scopo è proprio di arginare quell’ondata di francofoni generata dallo sviluppo dell’aeroporto. “Guardi – sbotta Vermeiren – io sono appena stato in Toscana e se venissi ad abitare a Siena in tre mesi imparerei l’italiano, noi stiamo parlando inglese e constato che gli americani che vengono ad abitare qui, ma anche gli inglesi, i tedeschi e gli italiani, imparano la lingua velocemente”. Altri no, sottintende il sindaco, riecheggiando l’infelice, ma sintomatica battuta di Yves
Leterme, il cristiano-democratico trionfatore delle ultime elezioni delle Fiandre.. che accusò i valloni di non voler imparare il fiammingo in quanto intellettualmente pigri.
Sulla legittimità del vincolo linguistico posto dal consiglio comunale di Zaventem la Commissione Ue prende tempo, mentre è stato respinto il ricorso alla magistratura presentato da Christian van Eycken, unico francofono eletto al Parlamento fiammingo. Anche se, secondo Hughes Dumont, docente della facoltà di Legge dell’Università di Saint Louis, la condizione posta “viola lo spirito e la lettera della legislazione comunitaria” e in particolare i regolamenti sulla libera circolazione dei lavoratori del 1968. E a riprova cita un codice fiammingo dell’edilizia del 2003, che doveva fissare gli stessi obblighi linguistici, ma poi esentò i cittadini comunitari.
Ma la di là delle dispute legali, la delibera di Zaventem ha dimostrato ancora una volta che la lingua può essere un muro che cristallizza ed evidenzia le divisioni tra fiamminghi e valloni. … “Cinquant’anni fa – ricorda Henry Deheyn, giornalista pensionato originario di Zaventem – qui vivevano solo fiamminghi e qualche ingegnere vallone che lavorava nelle imprese qui attorno. Ma poi con lo sviluppo dell’aeroporto e dell’indotto molti francofoni si sono installati qui. Pochi fanno lo sforzo di apprendere il fiammingo e ormai ci sono due società parallele, che non comunicano. Ma l’operazione di integrazione forzata di Vermeiren arriva tardi, bisognava semmai pensarci qualche decina di anni fa”.
Intanto, a dispetto della gloabalizzazione, dei depositi di merci internazionali tutt’attorno, dell’insegna in inglese che sul corso principale reclamizza la “Best chocolate in Belgium” e di quel Montenegro grill all’angolo, chi vuole un lotto pubblico a Zaventem è meglio che si presenti con una grammatica di fiammingo sottobraccio.
(Da Il Sole 24 Ore, 4/1/2008).
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Bilinguismo. Sono 35 i comuni fiamminghi separatisti
In Belgio una nuova crisi sulla divisione di Bruxelles
di Enrico Brivio
La crisi di Governo in Belgio è stata per il momento scongiurata. Ma la capitale d’Europa, crocevia delle aspirazioni politiche di 27 Paesi, resterà per altri quattro mesi ostaggio di dilanianti tensioni politiche tra le due comunità locali, i valloni francofoni e i fiamminghi.
E, paradossalmente, la stabilità politica della città che ospita funzionari e parlamentari di tutto il continente ed eserciti di interpreti e traduttori, chiamati a tradurre documenti comunitari in estone come in finlandese, rimarrà sotto scacco di una querelle politico – linguistica. Oggetto principale della disputa, che incombe come una spada di Damocle sul pentapartito belga guidato dal cristiano-democratico fiammingo Yves Le terme, è il sistema di voto dei 35 comuni della cintura urbana di Bruxelles: la circoscrizione di Hal-Vilvorde. Finora l’hinterland della capitale belga ha beneficiato dello stesso sistema dei 19 comuni del centro città. Gli abitanti delle periferie, sebbene siano in territori già parte integrante delle Fiandre, possono scegliere di votare per liste di candidati fiamminghi o per quelle di politici valloni.
Un’anomalia che attenterebbe all’autonomia linguistica delle Fiandre e deve perciò finire, secondo i deputati fiamminghi della Camera federale che, nella notte tra giovedì e venerdì, hanno deciso di votare un ordine del giorno per la scissione della circoscrizione Hal-Vilvorde da Bruxelles capitale. Negando così a una minoranza di 100 mila valloni abitanti nei quartieri periferici la possibilità di votare per i partiti francofoni.
Un’ipotesi considerata inaccettabile dai politici valloni, anche perché per la prima volta nella storia i partiti fiamminghi hanno sfruttato negli organi federali la loro maggioranza su questioni istituzionali (in Belgio la popolazione fiamminga è il 60%, la vallone il 40). Un voto che ha rischiato di mandare in frantumi, dopo meno di due mesi, i fragili equilibri della coalizione “asimmetrica” di Leterme, formata da due partiti fiamminghi (cristiano–democratici e liberali) e tre valloni (riformatori liberali, socialisti e centristi democratici).
L’astrusa macchina procedurale del federalismo belga è venuta però per il momento in aiuto dei francofoni e ha permesso di dare una boccata d’ossigeno al Governo Leterme. All’unanimità i 62 deputati francofoni del parlamento della regione di Bruxelles (una delle sette assemblee legislative previste dall’ordinamento belga) hanno prontamente adottato una mozione di “conflitto d’interessi”, qualche ora dopo il voto dei deputati fiamminghi alla camera federale. Innescando così un meccanismo che congela per 120 giorni la situazione, anche se non prospetta soluzioni.
Resta da vedere se l’esitante Leterme riuscirà in quattro mesi a sciogliere l’intricato nodo istituzionale che finora non è stato capace di sbrogliare. La crisi di Governo resta possibile, ha ammesso ieri il liberale vallone, Didier Reynders, vicepremier e ministro delle Finanze e delle Riforme istituzionali, in un’intervista a Apcom. “La questione riguarda la tutela dei diritti di una cultura e se questi diritti superino i confini, oppure se siano ristretti in base al territorio sul quale si vive – ha ricordato Reynders”. E ha aggiunto: “Attorno a Bruxelles vivono a centinaia di migliaia di francofoni che non possono essere cancellati come tali”.
(Da Il Sole 24 Ore, 10/5/2008).
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Dal 2009 si terranno due campionati distinti per le squadre giovanili
Fiamminghi contro Valloni in Belgio diviso anche il calcio
di Alberto D’Argenio
Quando una nazione scricchiola anche le piccole storie assumono una funzione fortemente simbolica. E’ il caso del Belgio, dove a partire dal primo gennaio esisteranno due campionati di calcio: uno per i francofoni e l’altro per i fiamminghi. Il tutto a due settimane dalla presentazione della cruciale riforma federalista chiamata a salvare, o affondare, uno Stato sempre più sull’orlo della scissione.
Le due leghe calcio saranno in rappresentanza delle due comunità linguistiche del Paese. Rimarranno sotto la cupola di quella nazionale, i ‘Diavoli rossi’ continueranno a rappresentare la bandiera belga e i campionati di serie A e B rimarranno intatti. Ma francofoni e fiamminghi avranno la libertà di finanziare le rispettive squadre giovanili e dilettantistiche, che giocheranno tornei separati, e la creazione di nuove infrastrutture. Con la comunità di lingua olandese, quella delle Fiandre, che grazie alla superiorità economica correrà su una corsia preferenziale. E le conseguenze potrebbero toccare anche l’Anderlecht, la prestigiosa squadra di Bruxelles – capitale in territorio fiammingo ma a maggioranza francofona – che riceverà benefici economici se deciderà di aderire alla lega fiamminga, manco a dirlo artefice della scissione.
Fiamminghi e valloni. I ricchi del nord di lingua olandese sempre più allergici all’unità nazionale. E i decaduti valloni, francofoni superiori dal punto di vista numerico ma sottomessi da quello economico. E non è il solito “al lupo al lupo”. Problemi e scontri sono tangibili in uno Stato, con due blocchi dalle lingue, culture e tradizioni che non comunicano: alla periferia di Bruxelles due comuni assegnano case popolari solo a chi passa un esame di fiammingo. Per non parlare dei sindaci francofoni eletti in tre comuni fiamminghi alle porte della capitale ma bloccati dal governo delle Fiandre per questioni linguistiche. Vicende che hanno richiamato l’attenzione, e le condanne, di Nazioni Unite, Ue e Consiglio d’Europa. Ma è la pancia del Paese che parla. E su internet già si mette in palio una fornitura di patatine fritte a chi indovina il giorno della scissione, mentre le tv sfornano fiction sulla separazione. Così si attende la metà di luglio, quando il premier Yves Leterme presenterà la riforma federalista su settori chiave come occupazione, salute, famiglia e funzione pubblica. Passaggio cruciale che potrebbe avvicinare la fine, o dare un po’ d’ossigeno, ad un Paese sul quale nessun suo cittadino si sentirebbe di scommettere.
(Da La Repubblica, 1/7/2008).
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Dopo quattro mesi
Cade il governo di Leterme Belgio sull’orlo della scissione
In Belgio è ricaduto il governo. Il primo ministro cristiano democratico Yves Leterme ha presentato le dimissioni nelle mani di Alberto II…Mai il paese era arrivato così vicino a spaccarsi in due.
Il Belgio è formato da due regioni, Fiandre e Vallonia, più numerosa, industriale e ricca la prima (124% della media del pil Ue), più debole, agricola e in difficoltà la seconda (90%). Le due comunità hanno lingue diverse e ritmi diversi. Messe insieme da un capriccio della storia hanno costruito un complesso meccanismo federale (1993) che sino a un certo punto ha funzionato, sdoppiando tutto, le amministrazioni, i partiti, e, da quest’anno, anche il campionato di calcio non professionisti. Col tempo, lentamente, le cose sono cambiate. I fiamminghi rivendicano maggiori poteri, non vogliono sovvenzionare il sud.
Il governo del fiammingo Leterme… sul suo cammino ha cozzato con due scogli insormontabili. Il primo è l’estensione dell’autonomia delle Fiandre in materia di occupazione, sicurezza sociale e su gran parte del fisco…
Il secondo riguarda la scissione della circoscrizione fiammingo-vallona di Bruxelles–Hal–Vilvorde (Bhv), alla periferia della capitale che è bilingue. I fiamminghi vogliono impedire alla minoranza di lingua francese la possibilità di votare per i candidati dei partiti francofoni alle elezioni politiche; i francofoni, invece, vorrebbero ridisegnare i confini di Bruxelles, includendo nella capitale bilingue alcuni comuni limitrofi delle Fiandre dove abitano i molti cittadini che parlano francese.
Non se ne esce, così i nazionalisti fiamminghi (al governo) rispolverano l’indipendenza delle Fiandre, regione nella quale Leterme appare sfiduciato al punto che si chiede il premierato per il liberale francofono Reynders, cosa del tutto inconsueta. “Quanto accaduto dimostra che il livello di concertazione a livello esclusivamente federale ha raggiunto i suoi limiti”, ha dichiarato il mesto Leterme…
(Da La Stampa, 16/7/2008).
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Crisi congelata
Belgio, il re lascia in sella Leterme
Nonostante le gaffes e i ripetuti insuccessi, al timone del Belgio per qualche tempo resterà ancora lui, Yves Leterme, il primo ministro uscente. Il re Alberto II nella notte fra giovedì e venerdì ha deciso infatti di respingere le dimissioni del leader democratico – cristiano fiammingo e di lasciarlo alla guida del Governo, affiancandolo però con tre saggi che si dovranno occupare delle riforme istituzionali.
Così facendo il sovrano belga ha in sostanza “commissariato” Leterme sul fronte più delicato, sul quale rimangono le dirompenti tensioni fra comunità vallone e fiamminga. E gli ha affidato il compito di concentrare il lavoro del suo pentapartito sulle tematiche economico – sociali.
I tre saggi sono due navigati politici francofoni, Francois Xavier de Donnea della regione di Bruxelles e il vallone Raymond Langendries, affiancati da Karl-Heinz Lambertz, presidente della comunità germanofona belga ed esperto costituzionalista. Un segnale che il re vuole avere dalla comunità vallone e dalla minoranza germanofona proposte di riforma da confrontare con le rivendicazioni fiamminghe di maggiore autonomia e di cambiamento dello status del distretto di Hal-Vilvorde nella cintura urbana di Bruxelles.
Entro il 31 luglio i tre saggi dovranno presentare il progetto di riforma istituzionale. Ma il governo Leterme, appena resuscitato, appare debole e prende quota l’ipotesi di un percorso limitato per poi avere elezioni anticipate, da svolgersi con le regionali e le europee nel giugno 2009.
(Da Il Sole 24 Ore, 19/7/2008).
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EUROPA E NAZIONALISMI
La crisi belga e l’incubo secessione
La Ue sembra incoraggiare gli stessi impeti per contenere i quali era stata costruita. I Fiamminghi mal sopportano di soccorrere i Valloni con il denaro delle loro tasse. È inquietante un popolo che rifiuta di condividere la propria ricchezza per ragioni etniche e linguistiche
di IAN BURUMA
(traduzione di Francesca Santovetti)
Il Belgio corre il pericolo di andare in pezzi: per più di sei mesi il Paese non è stato in grado di formare un governo capace di unire i valloni, francofoni (sono il 32% della popolazione) e i fiamminghi, di lingua tedesca (il 58%). Il re del Belgio, Alberto II, sta cercando disperatamente di impedire che i suoi sudditi disgreghino lo Stato-nazione. Se si esclude il re, naturalmente (senza il Belgio, rimarrebbe senza lavoro), tutto questo a chi interessa? Prima di tutto, ai valloni. I belgi di lingua francese che hanno dato inizio alla Rivoluzione industriale europea nel Diciannovesimo secolo ora vivono in una rustbelt impoverita e bisognosa di sussidi federali: una parte sostanziale di questi, però, sarebbe costituita dalle tasse pagate dai fiamminghi, più ricchi e high-tech. La questione interessa inoltre a un gruppo sparuto di sognatori olandesi di destra che coltivano la fantasia di unire le Fiandre del Belgio con la madrepatria olandese. Purtroppo per loro, tuttavia, i Fiamminghi non condividono affatto tale desiderio: il Belgio, dopo tutto, diventò uno Stato indipendente nel 1830 proprio per liberare i fiamminghi e i valloni cattolici dall’essere soggetti a una monarchia olandese protestante. Forse, però, la faccenda dovrebbe stare un po’ a cuore a tutti, perché quanto sta accadendo al Belgio è inconsueto, sì, ma in alcun modo straordinario. I cechi e gli slovacchi si sono già separati, e la stessa cosa è accaduta alle differenti nazioni della Jugoslavia. Molti cittadini baschi vorrebbero staccarsi dalla Spagna, e così pure molti catalani. Ai corsi piacerebbe sbarazzarsi della Francia, e a molti scozzesi della Gran Bretagna. Esiste naturalmente anche il problema del Tibet e della Cina, quello dei ceceni in Russia, e così via. Alcune di queste popolazioni, non vi sono dubbi, una volta indipendenti sopravvivrebbero benissimo. La storia sembra però suggerire altrimenti, perché l’effetto cumulativo di Stati che si disgregano è positivo in pochissimi casi. I separatisti belgi amano rilevare che il Belgio non è mai stato uno Stato-nazione naturale, quanto piuttosto un incidente storico. Questo si può dire tuttavia anche di tante altre nazioni, forse, addirittura, della maggior parte dei Paesi. L’incidente, nel caso del Belgio, si fa generalmente risalire all’inizio dell’Ottocento: come cause, gli vengono attribuite il crollo dell’Impero napoleonico in Europa da una parte, e l’arroganza olandese dall’altra. A volere essere precisi, potremmo anche pensare che l’incidente fosse avvenuto già nel Sedicesimo secolo, quando l’imperatore Asburgo si tenne la parte meridionale dei Paesi Bassi (l’attuale Belgio), mentre le province protestanti del Nord se ne separarono. In ogni caso, gli Stati-nazione presero forma nel Settecento e nell’Ottocento spesso per promuovere degli interessi comuni, al di là di differenze culturali, etniche, linguistiche o religiose: questo vale, come per il Belgio, per l’Italia e per la Gran Bretagna. Il problema ora è che gli interessi non sono più gli stessi, e, men che meno, condivisi. L’Unione Europea, che con vigore si fa promotrice di interessi regionali, ha indebolito di fatto l’autorità governativa delle nazioni. Perché mai dovremmo dipendere da Londra, si dicono gli scozzesi, quando Bruxelles ci offre dei maggiori vantaggi? Quando non si può più parlare di interessi comuni, lingua e cultura iniziano ad assumere un peso più rilevante: un motivo per il quale i fiamminghi belgi mal sopportano di prestare soccorso ai valloni con il denaro delle loro tasse, consiste nel fatto che considerano i valloni praticamente degli stranieri. La maggioranza dei lettori fiamminghi non legge giornali e romanzi scritti in francese, e viceversa; le loro stazioni televisive sono separate, come pure sono le loro scuole, le università, e i partiti politici. Agli italiani del Nord non piace che le loro tasse vadano a beneficiare il Sud, ma in questo caso, se non altro, tutti parlano (più o meno) la stessa lingua, hanno le stesse stelle televisive, la stessa squadra nazionale di calcio, e un unico Berlusconi. I belgi hanno soltanto un re che come la gran parte degli altri sovrani europei è di origine tedesca. Perché, di nuovo, la questione del Belgio dovrebbe sollevare interesse? Non proviamo forse solidarietà per i tibetani e la loro lotta per la libertà? Perché, allora, i fiamminghi non se ne dovrebbero andare per la loro strada? Una cosa, però, è sostenere un popolo oppresso da un regime dispotico (con i tibetani che corrono davvero il rischio di perdere la loro identità culturale), ma un’altra, più inquietante, è avere una popolazione che rifiuta di condividere la propria ricchezza per ragioni etniche e linguistiche. Se i cittadini fiamminghi non vogliono che il denaro delle loro tasse vada ai valloni, perché allora non si adoperano ad aiutare gli immigranti africani senza lavoro? Dopotutto i belgi hanno posseduto e sfruttato gran parte dell’Africa come una delle loro principali fonti di ricchezza. È chiaro, a questo punto, che il partito nazionalista fiammingo (Vlaams Belang) sia ostile anche agli immigranti. Il destino del Belgio dovrebbe stare a cuore a tutti gli europei, particolarmente a quelli che auspicano successo all’Ue. Quello che sta accadendo ora in Belgio potrà verificarsi in futuro su scala continentale: per quale motivo, a esempio, i ricchi tedeschi dovrebbero continuare a essere tassati per dare aiuto a greci e portoghesi? È difficile sostenere qualsiasi governo democratico sia su scala nazionale che su scala europea se manca un senso di solidarietà. È preferibile che tale solidarietà sia fondata su qualcosa di più profondo che degli interessi comuni: il linguaggio, il senso di una storia comune, e, pure, l’orgoglio di avere raggiunto dei traguardi in senso culturale. L’identità europea è in questo aspetto ancora ben lungi dall’essere solida. Probabilmente i cittadini belgi non hanno più in comune quanto sia necessario, e fiamminghi e valloni vivrebbero meglio dopo avere divorziato. Si spera comunque che ciò non accada: i divorzi non sono mai indolore, e quasi sempre il nazionalismo etnico sprigiona sentimenti poco augurabili. Tutti sappiamo come è andata a finire quando l’attrazione, gemella, del territorio e della consanguineità ebbe un ruolo determinante nella politica europea in passato. Oggi, senza averlo voluto, l’Unione Europea sembra incoraggiare proprio gli stessi impeti per contenere i quali era stata costituita l’unità europea del dopoguerra.
(Dal Corriere della Sera, 31/7/2008).
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Belgio. Verso il voto per le europee
Slogan elettorali solo in fiammingo
di Adriana Cerretelli
Si diceva che la grande crisi economico-finanziaria avesse raffreddato i bollenti spiriti in Belgio, riportandovi il buon senso, ingabbiando gli eterni fantasmi del separatismo linguistico e non. Invece è bastato un buon pretesto, le europee del 7 giugno, per far ripartire le ostilità. Nel focolaio mai spento della periferia di Bruxelles.
Sono fiamminghi e oltranzisti i comuni che circondano la capitale europea. Pretendono da tempo la scissione della circoscrizione Bruxelles-HalVolvoorde. Per ottenerla prima avevano minacciato, invano, di boicottare le europee. Ora hanno trovato di meglio: impedire semplicemente ai francofoni di fare campagna elettorale.
I mezzi sono vari. Per loro niente manifesti nelle strade o sulle case. Chi sfida il divieto viene oscurato, colla alla mano. Ma c’è chi sceglie l’intervento più radicale: via i cartelli per tutti e pazienza se così sono anche i fiamminghi ad andarci di mezzo.
Per legge l’affissione è libera, anche dai vincoli linguistici. I sindaci fiamminghi lo sanno benissimo ma se ne infischiano, perché, dicono, vogliono metterla in politica. I francofoni, meditano guerre per vie legali. Ma non è facile. Denunciare il sopruso a chi? Il Consiglio di Stato sarebbe l’organo naturale competente per i ricorsi in arrivo dalla periferia Est di Bruxelles però la sezione è non solo fiamminga ma arcinota per la sua giurisprudenza radicale, naturalmente tutta antifrancofona.
I giuristi sono al lavoro. La soperchieria non passerà, giurano. Di buono c’è che, lontano dal fronte, nelle Fiandre la gente sembra stufa della microguerriglia quotidiana, ha altro a cui pensare. I sindaci in armi con i loro stendardi, al momento, sembrano abbastanza isolati.
C’è poco da illudersi, però. Nella cintura di Bruxelles estremisti ed esaltati prosperano tra i più disparati divieti imposti ai malcapitati francofoni, che vogliono mettere piede dalle loro parti. Esempi: in un comune è vietata la pubblicità in francese al mercato, in alcuni altri è impossibile acquistare case popolari per chi non parli fiammingo. Ce n’e uno che ha addirittura creato uno sportello apposta per presentare reclami e denunce contro le imprese non “puriste”, quelle che si permettono di fare pubblicità non in fiammingo.
(da Il Sole 24 ore, 9/5/2009).















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