Politica e lingue

Traduzioni

LA TRUFFA WHATSAPP: La “crittografia” di WhatsApp potrebbe essere la più grande truffa ai consumatori della storia, ingannando m…

L’interprete Traduzione sbagliata

C’è un arabo classico ma i dialetti sono diversi
Rimon Kundari, siriano, vive a Cremona e a più riprese ha lavorato come traduttore dall’arabo per la magistratura. E’ basilare che il traduttore sia della stessa nazionalità della persona di cui si devono ascoltare e trascrivere le conversazioni. Questo perché esiste un arabo classico, scolastico, ma le varie etnie parlano i loro dialetti, che possono essere simili o del tutto diversi: capita così che un algerino possa comprendere un marocchino più di quanto non riesca a un siriano. Forse il primo traduttore, quello che ha sbagliato l’interpretazione della frase, non era marocchino e ha tradotto quello che ha creduto di capire, rivelando una competenza linguistica a livello medio basso. Trovo strano anche che della stessa frase vengano date quattro versioni simili ma non del tutto coincidenti. Un conto è dire perché un telefono non risponde e un conto è chiedersi perché la linea non passa. Anche se nella sostanza la conclusione è la stessa. Mi sarei aspettato che almeno due traduzioni su quattro coincidessero perfettamente".
(Da La Nazione, 8/12/2010).

25 commenti

  • CANTONE

    Quando l’USTRA non sa scrivere in italiano

    BELLINZONA – Scherzi della traduzione italiana da Google o ignoranza totale della lingua italiana? A leggere la risposta che l’Ufficio federale delle strade (USTRA) ha inviato a una ordinazione della tessera per l’odocronografo fatta da un nostro lettore, è chiaro che tanto gli scherzi di Google quanto l’ignoranza in italiano c’entrano entrambi.
    La risposta dell’Ustra è davvero "comica": Vostra carta del conducente produce con successo e la spedizione. Puoi guardare questo spettacolo con questo link". Chissà di quale altro spettacolo si tratta, visto che il primo, l’USTRA, lo ha già dato con la risposta.
    Per informazione, l’odocronografo digitale è un apparecchio delle dimensioni di un’autoradio montato sul veicolo nella cui memoria vengono registrati i periodi di lavoro, di guida e di riposo e altre attività oltre che dati relativi al veicolo. L’odocronografo visualizza tutti questi dati che possono, se necessario, essere stampati. In Svizzera l’odocronografo digitale è stato inizialmente introdotto su base volontaria (dal 1.11.2006); dal 1° gennaio 2007 invece tutti i veicoli di nuova immatricolazione soggetti all’ordinanza sulla durata del lavoro e del riposo dei conducenti professionali devono essere equipaggiati con un odo-cronografo digitale. È possibile adattare i veicoli più vecchi, ma non sussiste alcun obbligo in tal senso.
    (Da TicinOnline.ch, 6/8/2013).

  • A Prato via crucis per cinesi

    Preghiere in italiano e cinese. C’era anche il vescovo di Prato Franco Agostinelli a guidare la processione di cinesi cattolici, che per la prima volta hanno partecipato ad una Via Crucis a loro dedicata. La celebrazione si è svolta lungo via Pistoiese, l’arteria principale della Chinatown pratese. Il vescovo ha preso la parola nella piazzetta dove solitamente si radunano gli orientali e l’intervento è stato tradotto da don Wang, il cappellano dei cinesi di Prato.
    (Fonte Ansa, 23/3/2013).

  • Come si dice jeans in latino?

    Altro che lingua morta: il latino fa tendenza on line. Soprattutto dopo le dimissioni papali tradotte dal latino dall’Ansa. C’è la radio che trasmette notiziari (Yle) e il quotidiano online per le news Dal Conclave (Ephemeris). E per le parole recenti, c’è il “Lexicon recentis latinitatis”, sul sito del Vaticano: il barman? “Tabernae patòriae minister!”. I jeans? “Bracae linteae caerùleae”. Twitter? “Pagina publica breviloquentis”. (G.F.).
    (Da A n.11, 14/3/2013).

  • SLITTATO DI SEI ORE

    Serve l’interprete della Mongolia Processo di sera

    di Giuliana Ubbiali

    Lingua araba, rumena, russa. Di solito il tribunale non fatica a trovare un interprete per tradurre l’udienza agli arrestati stranieri. Stavolta, invece, è stata un’impresa. Colpa della lingua mongola, parlata da pochissime persone in Italia. Come i due arrestati: un cinese e un coreano, 27 e 25 anni, finiti in manette per un furto di prodotti alimentari del valore di 77 euro e di tre paia di stivali, totale 240 euro, al centro commerciale «Le due torri» di Stezzano. Li hanno presi i carabinieri della stazione locale. Poi, al processo per direttissima è spuntato il problema della lingua. Chi chiamare? Non c’era nessuno nell’elenco degli interpreti del tribunale. Un caso rarissimo a palazzo di giustizia. Quindi il giro di telefonate all’ufficio immigrazione della questura e, da lì, al consolato. È spuntato il nome di una donna nata e cresciuta in Mongolia, in Italia dal 1998 per amore di un bergamasco da cui ha avuto una bambina. Vivono a Ranica. Bene, trovata. Ma la vicenda non è stata risolta con una telefonata. L’interprete era piacevolmente sorpresa dalla chiamata, ma non poteva correre subito in udienza. Era a Vicenza ad allestire una tenda tradizionale del suo Paese, per una fiera della caccia. Così, da mezzogiorno, il processo è stato rinviato alle 18: il l tempo che lei terminasse almeno in parte il suo lavoro e poi si precipitasse a Bergamo. Così è stato. È arrivata con il marito e la bambina dai lunghi capelli lisci. L’hanno aspettata nel corridoio del tribunale, mentre lei traduceva ai due arrestati le contestazioni e, al giudice, la loro versione dei fatti. Il cinese si è preso la colpa dei furti e ha patteggiato 3 mesi di reclusione, pena sospesa. Così facendo, ha scagionato l’amico, che è stato assolto.
    (Dal Corriere della Sera, 22/2/2013).

  • L’ANTICHISTA

    Per non Copiare più si Traduca anche Dante

    di Canfora Luciano

    Puntuale come ogni anno giunge il preannuncio della prova di maturità classica: quest’anno latino. Sembra chiara l’intenzione ministeriale di rendere prevedibile la sorpresa, visto che il latino e il greco si alternano oramai regolarmente. Ciò non costituisce un fatto negativo, perché probabilmente aiuta gli allievi a prepararsi per tempo. È noto il lamento diffuso a riguardo degli strumenti tecnici attualmente disponibili, che consentono di raggiungere «tecnologicamente» la traduzione del brano proposto qualche minuto dopo che sono state rese note le tracce. Indubbiamente una pratica del genere depotenzia la prova, la rende superflua; e non è bello sul piano morale che questo accada. È escluso che il ministero ami farsi beffare e svuotare la prova di significato. Non vogliamo neanche ipotizzare una eventualità del genere. Ma un rimedio c’è, se solo si considera che il latino, divenuto lingua letteraria al tempo di Livio Andronico, ha seguitato ad esser tale e ha vissuto di una lunghissima vitalità tutto sommato fino ai tempi a noi vicini del Papa attualmente regnante. Il quale ex cathedra continua a scrivere, e forse anche a pensare in latino. Non c’è secolo alle nostre spalle in cui non si sia scritto in questa lingua: andando per cacumina potremmo indicare il trattato di Dante sulla Monarchia, lo scritto di Lorenzo Valla sulla donazione di Costantino, e ancora il Nuncius di Galileo, e ancora la Dissertatio de methodo di Cartesio, per non parlare di Leibniz e di Kant. E – perché no – di Giovanni Pascoli. Vi è poi una immensa letteratura latina della erudizione scritta in un magnifico latino dei moderni: mi riferisco alle prefazioni dei grandi umanisti poste in testa alle loro edizioni dei classici, per fare solo un esempio macroscopico. Questo costume durò fino al Novecento inoltrato: solo di recente la Clarendon Press ha sostituito una prefazione a Sofocle in inglese alla più ovvia e tradizionale prefazione in latino. E che dire della letteratura araba tradotta in latino nell’Ottocento da grandissimi arabisti? Insomma, la possibilità di scegliere un brano che non sia dopo cinque minuti sullo smartphone dello studente è vastissima. Allargare l’orizzonte ministeriale in questo (e in altri) campi mi parrebbe cosa buona e giusta.
    (Dal Corriere della Sera, 29/1/2013).

  • IL TORMENTONE DELLE TRADUZIONI SETTE A CONFRONTO: 5 DEL PM, UNA DEL DIFENSORE DELL’IMMIGRATO E UNA DELLA FAMIGLIA DI YARA
    Fikri, rispunta il verbo «uccidere»

    Lo indica l’interprete dei Gambirasio: «No all’archiviazione»

    di Giuliana Ubbiali

    Due consonanti, «q» e «t», radice del verbo «qatala», che in arabo significa «uccidere». La nuova traduzione della frase che – interpretata in sei modi diversi – aveva prima spedito in cella e poi scarcerato Mohamed Fikri riapre uno scenario che pareva chiuso dagli interpreti nominati dal pubblico ministero Letizia Ruggeri, che ha chiesto l’archiviazione dell’immigrato. Marocchino, è l’unico indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio in un fascicolo stralciato da quello principale a carico di ignoti (le indagini scadono il 25 febbraio prossimo). La nuova versione è dell’interprete marocchina a cui si è affidata la parte offesa, mamma Maura e papà Fulvio Gambirasio assistiti dall’avvocato Enrico Pelillo. Traduttrice che ha già lavorato per carabinieri e procura di Bergamo, nelle parole pronunciate da Fikri al telefono, il 3 dicembre del 2010, ha sentito quelle consonanti che ha attribuito al verbo uccidere. Ha quindi tradotto la frase con «Dio mio, Dio mio, non l’ho uccisa io», lo stesso significato dato dalle prime due interpreti. Quelle che, nel dicembre del 2010, fecero scattare i carabinieri all’inseguimento dell’immigrato, bloccato su una nave salpata da Genova per il Marocco. Fikri stava tornando a casa, un viaggio programmato da tempo. Ma questa ultima traduzione è la sola che conferma quelle prime due. Dopo che venne portato in carcere, Fikri disse al pm che al telefono invocava Allah perché un creditore tunisino gli rispondesse. Lo stesso che – risulta agli atti – l’indagato aveva chiamato 125 volte nei mesi precedenti senza ottenere risposta. Il magistrato si affidò quindi a quattro persone di lingua araba che si trovano in procura per sbrigare alcune pratiche. Due marocchini e due tunisini che indicarono un senso completamente diverso, escludendo il termine uccidere. Sulla base dei nuovi risultati, l’11 luglio del 2011 il pm ha chiesto l’archiviazione di Fikri. Ma la decisione del giudice delle indagini preliminari Ezia Maccora è slittata quattro volte, tra dubbi sollevati dalla parte offesa – in particolare quelli scientifici del consulente Giorgio Portera, genetista forense – inviti a integrare gli atti, richieste di verifiche e di relazioni. L’ultima il 18 ottobre scorso, quando il gip ha ordinato al pm una nuova traduzione della frase dibattuta, e di presentare la relazione con cui il Ris spiega come il dna del presunto assassino è stato isolato sugli slip e sui leggings di Yara e come questo è stato comparato con quello dell’indagato. Tutto pronto nel giro di meno di tre mesi. Prima le nuove traduzioni dei consulenti del pm: una libanese, un tunisino e tre marocchini, tutti escludono il termine «uccidere». Le interpretazioni vanno da «Dio, perché non funziona?» a «fa che si muova». Anche l’avvocato Roberta Barbieri che assiste Fikri ha nominato una consulente, una marocchina: «Fa che si sbrighi, devo partire», è la sua versione. Ma sullo scadere dei tempi per presentare l’opposizione all’archiviazione è arrivato il colpo di scena della parte offesa. «No, non congedate il fascicolo», è la richiesta. Oltre alla traduzione fuori dal coro, l’avvocato è tornato alla carica con la richiesta già avanzata da Portera mesi fa: analizzare tutti quei 200 peli trovati su Yara. «Della vittima e di origine animale», aveva spiegato il pm. Ma il consulente chiede che vengano analizzati tutti, per verificare che sulla scena del crimine non ci siano tracce anche di altre persone.
    (Dal Corriere della Sera, 23/1/2013).

  • «IMPRECAVA MA NON HA USATO IL VERBO UCCIDERE»

    Omicidio di Yara, la quarta traduzione scagiona ancora Fikri

    Le traduzioni della frase di Mohamed Fikri, il marocchino indagato per l’omicidio di Yara, sono salite a quattro. Tutte escludono il verbo uccidere. Sono imprecazioni del tipo: «Rispondi», «Fa che vada tutto bene», «Sbrigati». Dopo il lettore di lingua araba tunisino dell’università di Bergamo e la libanese che lavora per la Guardia di Finanza di Milano, il pubblico ministero Letizia Ruggeri ha nominato una donna marocchina, mediatrice culturale laureata in lingue. E nominerà altri due marocchini. Anche l’indagato, difeso dall’avvocato Roberta Barbieri, aveva nominato un consulente: una marocchina iscritta nell’albo degli interpreti del tribunale di Milano che lavora per la procura di Bergamo. È stato il giudice delle indagini preliminari Ezia Maccora a chiedere una nuova traduzione di quelle parole che, tradotte in sei modi diversi, il 4 dicembre del 2010 fecero finire in carcere l’immigrato e tre giorni dopo lo scagionarono. Il gip è chiamato a decidere sulla richiesta del pubblico ministero di archiviare il fascicolo a carico di Fikri, stralciato da quello principale ancora senza nome. Ma, prima di decidere, oltre alla nuova traduzione, ha chiesto al pm una relazione completa dei carabinieri del Ris di Parma su come è stato isolato il Dna dell’assassino dai leggings e dagli slip di Yara e come questo è stato comparato con quello dell’indagato. Una richiesta per escludere con assoluta certezza che il dna «altamente indiziario», considerato la firma dell’assassino, possa essere stato contaminato. Al momento i nuovi traduttori sembrano quindi escludere un coinvolgimento di Mohamed Fikri, fermato dai carabinieri di Bergamo in alto mare, sulla nave che sabato 4 dicembre 2010 lo portava da Genova a Tangeri, in Marocco. Prosegue, invece, il lavoro del Ris e della polizia scientifica, per confrontare il profilo genetico isolato dagli slip e dai leggings di Yara Gambirasio con i campioni prelevati a Brembate Sopra e non solo. Gli inquirenti sono convinti di aver individuato il Dna del padre dell’assassino: un uomo di Gorno morto nel 1999.
    (Dal Corriere della Sera, 31/10/2012).

  • IL PROFESSORE DI ARABO

    «Il migliore? Marocchino»

    I dialetti «L’arabo classico è quello del Corano. Nella vita quotidiana la lingua cambia da zona a zona»

    Giuliano Mion è docente di lingua e traduzione araba all’Università D’Annunzio di Pescara. È anche autore del libro «Sociofonologia dell’arabo». Un esperto, quindi. Secondo il professore, l’ideale è far tradurre la frase pronunciata da Fikri a un marocchino. Questione di dialetti e di aree geografiche. L’arabo classico è quello del Corano. Ma nella vita quotidiana che lingua viene parlata? «Il dialetto. Le faccio un esempio. Un presidente della Repubblica di uno Stato arabo farà il suo discorso alla nazione in arabo classico. Poi, però, se deve chiedere al suo assistente un bicchiere di acqua per schiarirsi la voce, lo farà in dialetto». Il dialetto ha lo stesso significato che ha per noi italiani? «No. Spesso noi lo colleghiamo con la mancanza di cultura e di conoscenza della lingua nazionale. Nei paesi arabi, invece, va al di là dello status sociale». La frase pronunciata da un marocchino può essere compresa da chi non è marocchino? «Un algerino potrebbe arrivarci, così come un tunisino. Certo, l’ideale sarebbe un marocchino». E, per esempio, un libanese? «Meglio che il libanese traduca il libanese». Perché? «È una questione di aree geografiche. Si possono dividere in due macroaree: da un lato il Maghreb, cioè Marocco, Tunisia e Algeria; dall’altro l’area orientale, dall’Egitto all’Iraq. Pensi che chi abita nella seconda zona ritiene che i dialetti maghrebini non siano arabo». Tra un marocchino che ha esperienza nell’ascolto di intercettazioni e chi, invece, non ce l’ha, chi è meglio scegliere? «Dipende dalla persona. Chi è abituato a tradurre intercettazioni forse è più accorto nell’interpretare il segnale audio». Due marocchini possono tradurre significati diversi?«Se questo succede è perché il suono non si sente bene». Il suono può essere ripulito? «Poco, perché il rischio è che anche la frase venga cancellata». Sarebbe bene affiancare un italiano al traduttore straniero? «A volte in situazioni delicate si fa se l’italiano è uno specialista, al fine di fornire un’assistenza tecnico-scientifica anche di tipo strumentale». Si è parlato molto di questo caso delle traduzioni. C’è il rischio che i traduttori siano condizionati? «Rispetto alle prime versioni, il rischio è molto forte».
    (Dal Corriere della Sera, 23/10/2012).

  • Fikri e l’intercettazione «Si traduca di nuovo»

    di Giuliana Ubbiali

    Maura, la mamma di Yara Gambirasio, si era alzata in piedi e aveva detto al gip: «Com’è possibile che le traduzioni siano così diverse?». Era il 24 settembre, udienza per decidere sulla richiesta del pm di archiviare Mohamed Fikri. Il marocchino è l’unico indagato per l’omicidio della tredicenne di Brembate Sopra, in un fascicolo stralciato da quello principale ancora senza un nome. Mamma Maura (anche ieri in aula) si riferiva alla frase pronunciata dall’immigrato e che, tradotta in modi diversi, lo aveva prima spedito in carcere e poi fatto uscire. Ieri quarta udienza. C’era anche il procuratore aggiunto Massimo Meroni a ribadire la linea della Procura: archiviare Fikri. Ma la decisione ancora non è arrivata. Anzi, il gip Ezia Maccora ha disposto nuove indagini. Tre i punti dell’ordinanza di 11 pagine. Uno, nodo ancora da sciogliere e perno dell’inchiesta su Fikri, la frase da lui pronunciata in attesa che un tunisino gli rispondesse al telefono. Intercettata, viene tradotta in sei modi diversi. Due, nella sostanza, i significati. Il primo. Due interpreti, una algerina e una marocchina, scelte dall’elenco della Procura, così traducono: «Perdonami Dio, non è quella che ho ucciso io. Ascoltami, ascoltami» e «Perdonami Dio, non l’ho uccisa io. Ascoltami, ascoltami». Si pensa alla svolta. Fikri viene fermato su una nave diretta in Marocco. Ma, interrogato dal pm, smentisce le traduzioni. È lui stesso a chiedere: «Traducete di nuovo». Detto, fatto. Il pm affida l’incarico in fretta e furia a due tunisini e a due marocchini trovati in Procura mentre sbrigavano delle pratiche. Tre sono uno studente, un impiegato a un operaio. Altre quattro versioni, coerenti tra loro ma divergenti dalle prime due: «Che Dio lo spinga a rispondere»; «Dio, perché non vuole andare questo telefono?»; «Dio, perché non passa (La linea)?» e «Dio, perché non rispondi?». Per Fikri si spalancano le porte del carcere: il pm chiede l’archiviazione convinto che non c’entri nulla. Ma il percorso è in salita. Il consulente della famiglia Gambirasio, il genetista forense Giorgio Portera, e l’avvocato Enrico Pelillo sollevano molti dubbi. Indagini scientifiche trascurate, rischio di contaminazione del Dna del presunto assassino isolato sugli slip e sui leggings di Yara, relazioni degli esperti mancanti. Così la decisione slitta quattro volte. Anche ieri. Il gip dispone una nuova traduzione: il pm ha sei mesi di tempo e deve scegliere «un soggetto con una conoscenza specifica della lingua usata da Fikri», si legge nell’ordinanza. Perché? Riferendosi ai quattro traduttori, indica che «agli atti non c’è prova della loro conoscenza della lingua araba e non sono inseriti nell’albo della Procura o del Tribunale». Non solo. Il pm ? sono gli altri due punti dell’ordinanza ? deve depositare la relazione con cui il Ris spiega nei dettagli come è stato isolato il Dna del presunto assassino e come questo è stato comparato con il profilo genetico di Fikri. Un accoglimento pieno delle richieste della parte offesa: «Altri sei mesi di indagini sono un punto a favore di tutti», commenta Portera. Già, perché le indagini del fascicolo senza nome scadono a gennaio. La pista è sempre quella di Gorno, del presunto figlio illegittimo e di suo padre morto nel 1999. Il Dna del defunto è stato isolato da una marca da bollo e da un francobollo. Altra richiesta di Portera: riesumare la salma per verificarlo. «Torneremo a chiederlo», assicura lui. «Sono sfiduciato, perché si torna ancora su quella frase dopo due anni?», dice Fikri. Gli fa eco il suo avvocato Roberta Barbieri: «La parte offesa ha avuto un anno e mezzo per chiedere una nuova traduzione. Le altre indagini disposte dal gip porteranno in direzione opposta a Fikri».
    (Dal Corriere della Sera, 19/10/2012).

  • IDEE & OPINIONI

    Il Fenomeno Sociale dell’«assholism» Immune dalle Regole del Decoro

    di Filippo La Porta

    Negli States ferve il dibattito su un nuovo, pervasivo fenomeno sociale: l’«assholism» (New republic recensisce un libro di Geoffey Nunberg in proposito). Ora, chi è un «asshole»? Il termine è parecchio volgare e non agevole da tradurre. Potrei tentare con «testa di c.», ma non sono sicuro di esaurirne tutte le sfumature di significato che ha nella lingua inglese (altre proposte sono ben accette, anche con il prefisso neo.). L’articolo comincia dicendo che l’«asshole» è immune dalle regole del decoro. Pieno di sé, aggressivo (specie quando è in torto), brutale. All’autore viene in mente un celebre rapper, Kanye Weste e quella che definisce la sua «spudorata sfrontatezza» (ma anche il «tono» di un blog come Jezebel, che mescola gossip e femminismo d’assalto). L’assholism implica un certo grado di autoconsapevolezza, che ad esempio impedirebbe di definire tale un Osama Bin Laden che maltratta mogli e subordinati. Il suo comportamento ha esplicito contenuto «incivile»: si pensi a chi con l’auto si mette sulla corsia laterale (con differente semaforo) per poi spostarsi all’improvviso su quella centrale e passare con il verde. Immaginate un personaggio dei Mostri di Risi, ma che si senta pienamente autorizzato ad agire così. E anche se la prima attestazione letteraria risale a Il Nudo e il morto di Mailer, del 1948 – dove di un tenente si dice che è un «perfect asshole» – , l’articolo sostiene (New republic è una rivista piuttosto conservatrice) che il fenomeno nasce negli anni 60, con quel clima libertario e una cultura che prevede solo diritti, non doveri, e con l’idea che se non rispettiamo le convenienze siamo più autentici. L’«asshole» è soprattutto chi si ritiene sempre in diritto di dire o fare qualsiasi cosa e non sente mai il bisogno di difendersi o scusarsi. Lascio ai lettori il compito di esplorare la variegata area semantica, non sempre perspicua, di «asshole», e di applicarlo oggi a chi vogliano. Mi limito a suggerire, contro tutti i nemici degli anglicismi superflui, che in questo caso usare la parola inglese potrebbe risparmiarci un ulteriore degrado stilistico.
    (Dal Corriere della Sera, 29/7/2012).

  • QUELLA METAMORFOSI DAL GRECO AL LATINO

    di GIUSEPPE PUCCI

    Il Dio dell’Antico Testamento, si sa, non è stato tenero con il genere umano: non pago di averlo cacciato dall’Eden, gli ha fatto anche il dispetto di confondergli le lingue.
    Collocarsi «dopo Babele» significa nella prospettiva indicata da George Steiner – abbandonare per sempre l’utopia di una lingua universale (sagacemente indagata da Umberto Eco, dalla Kabbalah all’Esperanto) e rassegnarsi alla condanna della traduzione, cercando casomai nella diversità le possibili radici di un’etica dell’ospitalità. Perché non si traduce solo per necessità pratiche: esiste anche – ce lo ha spiegato Paul Ricoeur – «il piacere di abitare la lingua dell’altro» e quello, non meno gratificante, «di ricevere presso di sé, nella propria dimora di accoglienza, la parola dello straniero».
    Sono termini, questi, che di per sé proiettano la traduzione in una dimensione antropologica. E proprio
    all’antropologia della traduzione è dedicato l’ultimo, affascinante libro di Maurizio Bettini, filologo classico e scrittore noto al vasto pubblico anche per i suoi interventi sulle pagine culturali di Repubblica: Vertere Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, «Piccola Biblioteca Einaudi Ns», pp. XX-316, € 23,00. L’approccio antropologico che caratterizza in modo originale tutta la produzione di questo autore – fa sì che l’esposizione spazi proficuamente fra culture diverse, alla ricerca dei diversi paradigmi che in ciascuna di esse definiscono l’operazione del tradurre.
    In Nigeria tradurre equivale a «rompere» l’originale per poi ricomporlo in una narrazione che – come
    di norma nelle culture orali – fa ampio spazio alle varianti. In India il termine vivartana equipara la traduzione a una simulazione, a una riproduzione di tipo illusionistico che prescinde dalla fedeltà all’originale.
    In Cina il termine fanyi apparenta la traduzione al ricamo, quasi ne fosse il rovescio (un’immagine che si ritrova in Cervantes e che è stata ripresa modernamente anche da Borges e da Sciascia). Bettini si concentra sull’antichità, anzi, va precisato, sull’antichità classica. Rimangono infatti fuori del suo orizzonte le civiltà del Vicino Oriente, dove pure la traduzione letteraria – basti pensare alle molte traduzioni dell’epopea di Gilgamesh dall’originale sumero – fu praticata per millenni. La ricognizione parte dal primo testo della letteratura occidentale che affronta esplicitamente un problema di traduzione: il Poenulus di Plauto. L’esilarante scena in cui uno schiavo traduce in maniera tanto spericolata quanto improbabile una conversazione tra un personaggio che parla punico e un altro che parla latino sembra l’illustrazione di un bon mot di Diderot: «non è necessario conoscere una lingua per tradurla, perché si traduce soltanto per persone che non la conoscono»; ma lo sguardo antropologico di Bettini ci dimostra che qui è operante il principio – assurdo per un traduttore moderno, ma non tale per la mentalità antica – della riarticolazione per similarità fonica: ovvero tradurre cercando all’interno della propria lingua delle parole simili per suono a quelle straniere.
    Lo impiegarono autorevoli letterati antichi, tra cui Varrone, ma non faceva diversamente – lo ricorda
    Tzvetan Todorov – Cristoforo Colombo nei suoi primi incontri con gli indigeni del Nuovo Mondo: quel-
    li dicevano Cariba e lui intendeva Caniba, cioè sudditi del Gran Khan!
    Ma allora, come si pensa la traduzione a Roma?
    Più di un lettore sarà sorpreso nello scoprire che mentre molte lingue neolatine adoperano per essa un
    verbo derivato dal latino traducere nel senso di «portare al di là», di «traghettare» un enunciato linguistico da un territorio culturale a un altro i Romani stessi non usavano affatto tralucere in questo senso (il primo a farlo – non si sa se per errore o per genialità – pare sia stato l’umanista fiorentino Leonardo Bruni), perché altri erano i paradigmi di riferimento.
    Quando Plauto si riferisce alla propria attività di traduttore (le sue commedie erano «adattate» da originali greci), usa il verbo vertere. Il suo significato letterale è «rovesciare» e Giulio Paolini, illustrazione per gli scritti sull’arte antica di Johann J. Winckelmann, 1977 si applica – ci spiega Maurizio Bettini – a tutte quelle situazioni in cui si produce una mutazione radicale (talora anche per magia: versipellis è in latino il lupo mannaro). Vertere riconduce insomma a una metamorfosi, che tuttavia non oblitera del tutto la forma originale: piuttosto vi convivono due nature, così come, per esempio, in Dafne tramutata da Apollo in alloro si assommano l’identità umana e quella vegetale.
    Il vertere romano non è tanto finalizzato a rendere fruibili in latino delle opere greche quanto a crearne di latine metamotfosando le greche.
    Perciò la traduzione a Roma non è quasi mai letterale, è piuttosto una riscrittura. Cicerone, che di traduzioni si intendeva, diceva che più che tradurre i verba, si doveva tradurre ad verbum. Sembra un indovinello, ma Bettini ce ne dà la chiave: non si dovevano rendere le singole parole, ma il senso globale dell’enunciato e la sua forza espressiva. Il traduttore a Roma non è quello «invisibile» preconizzato da Norman Shapiro, ma uno che si mette in competizione con l’originale: un concetto, questo, che Bettini indaga in maniera penetrante, anche se rinuncia ad analizzare – perché già oggetto di una vasta bibliografia – il termine che in latino definisce esattamente questa pratica: aemulatio. Di tale categoria si servono invece con profitto gli storici dell’arte antica. Consapevoli di quanto l’estetica delle arti plastiche dipenda dalla linguistica, nel trattare oggi le copie di età romana di originali greci essi non cercano più come nell’Ottocento – di arrivare attraverso quelle all’archetipo perduto, ma le guardano piuttosto come degli ipertesti che si innestano su uno o più preesistenti ipotesti (per dirla con Genette): insomma, un altro modo tutt’altro che pedissequo per vertere delle forme da una cultura a un`altra. Copiare dai Greci non era disdicevole, a patto di essere altrettanto – e magari più – bravi. Invece copiare da un altro autore latino che aveva a sua volta copiato un autore greco era considerato concorrenza sleale. Prendere da dentro la propria cultura era furtum; prendere dai Greci – che dopotutto i Romani avevano conquistato – non lo era.
    L’altro termine fondamentale del tradurre latino è interpretari. L’etimologia illumina uno scenario inatteso: per i Romani la traduzione ha a che fare con la mediazione (inter) e il prezzo (pretium); equivale a una transazione commerciale e il traduttore ne è il sensale. Del resto anche hermenéìa, il termine greco per «traduzione», ha a che fare con Hermes, dio dello scambio e dei mercati.
    Il fidus interpres di cui parla Orazio non è – ci svela Bettini – il traduttore che, banalmente, si attiene
    strettamente all’originale, ma il mediatore affidabile, quello che non inganna le parti e dà a ciascuna quel che le spetta.
    È difficile rendere conto della straordinaria ricchezza (e piacevolezza di scrittura) di questo lavoro. Se un appunto gli si può muovere, è quello di aver privilegiato la traduzione letteraria rispetto a quella di altri tipi di testi (politici, giuridici, religiosi, economici ecc.), per lo più noti da iscrizioni, che non sono meno rilevanti per un’antropologia della traduzione.
    Che fare poi di testi decisamente borderline, come le Res Gestae Divi Augusti, l’autobiografia/testamento politico del primo imperatore?
    Certo, è un documento storico, ma ci sono buone ragioni per considerarlo anche un’opera letteraria.
    Che fu tradotta in greco, adattando con varie astuzie lessicali il messaggio del destinatore alla cultura
    dei destinatari.
    L’ultima parte del libro è dedicata alla creazione del mito della traduzione perfetta, quella della Bibbia in greco. Se nel II secolo a.C. la cosiddetta Lettera di Aristea garantiva l’autorevolezza di una traduzione concordata fra i Settanta sapienti inviati da Gerusalemme ad Alessandria, in seguito si giunse a sostenere che essi avevano lavorato senza avere contatti l’uno con l’altro e che, miracolosamente, tutte le traduzioni erano risultate assolutamente identiche: prova che c’era stata non una mera trasposizione in un’altra lingua, ma una riscrittura da parte del suo Autore. Può esistere qualcosa di meglio di un dio che si autotraduce?
    A tanta perfezione l’umana pratica del tradurre non potrà mai ambire, ma è pur vero che, come dice Steiner, «senza traduzione abiteremmo province confinanti con il silenzio».
    (Da Alias (Il Manifesto), 8/7/2012).

  • Ha ragione Gove quando invia agli scolari la Bibbia per imparare l’inglese

    di Richard Newbury
    (traduzione Studio Brindani)

    Gove, superministro dell’Istruzione del Regno Unito, sta inviando una copia della Bibbia di Re Giacomo a tutte le ventimila scuole statali inglesi per celebrare il 400° anniversario della sua pubblicazione. Contemporanea delle grandi tragedie di Shakespeare, la cosiddetta "Versione Autorizzata" costituisce il fondamento della lingua inglese e rappresenta il soggetto universalmente conosciuto della letteratura inglese. L’inglese popolare è permeato di citazioni inconsce. Per mettersi al riparo dalle accuse di associazioni di atei sull’uso improprio" dei fondi pubblici, il costo di 377 mila sterline è stato sostenuto da donatori privati ed enti di beneficienza. Per Gove, "la Bibbia di Re Giacomo ha avuto un profondo impatto sulla nostra cultura. Ogni scolaro dovrebbe avere l’opportunità di conoscere questo libro e l’influsso che ha esercitato sulla nostra storia, lingua, letteratura e democrazia".
    Il Libro dei Libri, nella Versione Autorizzata di Re Giacomo della Bibbia, ha superato nelle vendite tutti gli altri libri del mondo e nel 1780 è stato "autorizzato" anche dal Congresso degli Stati Uniti. Ha avuto il vantaggio inestimabile di essere stato tradotto da 47 studiosi suddivisi in 6 commissioni che a quel tempo, tra il 1604 e il 1611, si incontravano a Cambridge, Oxford e Westminster. E tuttavia la Versione Autorizzata è un’opera paradossale, in quanto si tratta di una traduzione che nega di essere una nuova traduzione e un capolavoro letterario che non mostra alcun segno di cercare di produrre un effetto letterario. Le istruzioni ufficiali prevedevano che non avrebbe dovuto essere né un’opera nuova – ne esistevano già 7 traduzioni- né originale. In effetti per l`85 per cento proviene dalla traduzione a causa della quale William Tyndale nel 1536 fu messo al rogo come eretico ad Anversa. Doveva piuttosto "seguire la Bibbia ordinaria che veniva letta in chiesa ed era comunemente chiamata la Bibbia dei Vescovi (1560)", introducendo "solo lievi modifiche laddove il testo originale lo richiedesse". Come raccontò un traduttore, "si radunavano insieme e uno leggeva la traduzione mentre gli altri tenevano in mano alcune Bibbie nelle lingue erudite (ebraico, aramaico, siriaco, latino, greco) o in francese, spagnolo, italiano ecc. e se trovavano qualche errore intervenivano, cosicché la lettura veniva interrotta". Il "compromesso elisabettiano", che nel 1559 con un atto del Parlamento istituì la Chiesa d’Inghilterra, aveva mantenuto una gerarchia di vescovi, un monarca come Governatore Supremo, paramenti, musiche e cerimoniali che sembravano cattolici, anche se la dottrina espressa nei, 39 articoli era rigorosamente calvinista. All’epoca della morte di Elisabetta I, avvenuta nel 1603, l’Inghilterra era passata dall’essere un paese prevalentemente cattolico a una realtà in cui solo il 4 per cento degli abitanti era cattolico. Quando nel 1603 Giacomo VI di Scozia, che aveva regnato riluttante sotto una Chiesa di stato scozzese rigidamente calvinista, succedette a Elisabetta I assumendo anche il titolo di Giacomo I d’Inghilterra, volle una Bibbia che seguisse una via intermedia tra la Bibbia di Ginevra del 1560, con le sue note testuali che attaccavano i vescovi e il diritto divino dei re, e la traduzione gesuita di Douai-Rheims, che poneva l’enfasi sulla dottrina cattolica e sulla legittimità del regicidio. "Da un lato abbiamo evitato", scrissero i traduttori di i Giacomo, "la scrupolosità dei puritani, che lasciano i vecchi termini ecclesiastici; dall’altro abbiamo rischiarato l’oscurità dei papisti, con i loro termini quali azymes, tunike, rational, holocausts, prepuce, pasche e molti altri simili, di cui la loro ultima traduzione è piena, e che di proposito rendono il senso più oscuro, dato che per loro necessità devono tradurre la Bibbia, ma in modo che il linguaggio della stessa impedisca di comprenderla. Ma è nostro desiderio che le Scritture possano parlare nel proprio modo, come nella lingua di Canaan affinché possano essere comprese dal volgo". La grande influenza che la Bibbia ebbe sulla lingua e la letteratura inglese e sulla cultura in senso più ampio è rappresentata dal fatto che, come Shakespeare, era scritta in una lingua popolare ed era "autorizzata a essere letta nelle chiese". Il culto protestante è incentrato su due "Letture" tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento e un Sermone. Il Lezionario aveva la funzione di far sì che in chiesa o nella scuola comunitaria chiunque, persona istruita o no, assorbisse i racconti biblici, gli slogan – usati ancora oggi nei titoli dei tabloid – e la retorica. I discorsi di Churchill riecheggiavano le cadenze del Libro di Isaia. Come Jeanette Winterson ricorda oggi della sua infanzia in ambiente proletario, "Shakespeare, come la Bibbia, è stato scritto per essere ascoltato; come Shakespeare, la Bibbia è teatro. Re Giacomo non fa uso di proposizioni subordinate o dipendenti; è un inglese diretto, che ancor oggi si può avvertire nella parlata degli inglesi delle regioni settentrionali, il tipo di inglese che apprezziamo in Alan Bennett. Il linguaggio è grammaticalmente pulito, ma con un vocabolario ricco e pieno di immagini", come del resto è la lingua inglese – e americana – grazie alla Versione Autorizzata. E’ l’unico libro da sempre presente in ogni casa di campagna inglese, ma anche in ogni baita americana, come quella del grande oratore Abraham Lincoln, che si autodefiniva "un uomo da un unico libro". Ed è sulla sua copia della Bibbia di Re Giacomo che Barack Obama ha giurato durante la cerimonia d’insediamento come presidente. Anche le parole di "The Battle Hymn of the Republic" provengono direttamente dalla Versione di Re Giacomo, tuttora la Bibbia più venduta negli Stati Uniti. E’ il Libro che ha infuso quell’audacia della speranza" (Esodo 6) in generazioni di schiavi e che ha prestato le parole agli spiritual dei neri e il vocabolario e le cadenze a Martin Luther King nel suo discorso "I have a dream". La Bibbia di Re Giacomo arrivò nelle colonie britanniche portata dai missionari, e la musica popolare giamaicana, per esempio, dal genere ska alla dancehall, è piena di sue citazioni, come nel caso di Bob Marley.
    Per finire, un elogio da parte dell’uomo che per primo si è definito un agnostico, il cosiddetto "bulldog di Darwin", vale a dire Thomas Huxley: "Per tre secoli, questo libro si è intrecciato con la vita di tutto quanto vi è di meglio e più nobile nella storia inglese; è divenuto l’epica nazionale della Gran Bretagna ed è conosciuto intimamente tanto dai nobili come dai semplici. E scritto nell’inglese più nobile e puro e abbonda di bellezza squisita in una forma letteraria pura".
    (Da Il Foglio, 14/6/2012).

  • L’IMPRESA MICHAEL SULLIVAN HA TRADOTTO 323 COMPONIMENTI DEL POETA

    I sonetti del Belli in inglese, il «paradosso della distanza»

    di Lauretta Colonnelli

    «Er mostro de natura» e «La lingua nova», dove si parla di bulli e puttane, vengono bene se recitati con l’accento popolare di Glasgow o di Dublino. «Er momoriale» richiede il vernacolo di Manchester, «Er medemo» quello dei sobborghi dell’ Essex, «Le confidenze de le regazze» la cadenza un pò snob di una casa altoborghese dello Yorkshire con almeno due servitori, «Li dù ladri» lo slang londinese dei dintorni di Soho. Parola di Michael Sullivan, inglese originario di Dukinfield, catapultato una quarantina di anni fa a Roma, dove ha messo radici nella zona di Trastevere. Da allora si barcamena tra Londra, dove insegna filosofia, e la Città Eterna, dove un giorno ha incontrato i sonetti del Belli e ha cominciato a tradurli in inglese. Sembra un’impresa impossibile. «Un caso limite tra i problemi posti dalla traduzione della poesia in dialetto», come lo definisce Riccardo Duranti, professore a La Sapienza che ha dedicato all’argomento uno studio intitolato «Il paradosso della distanza: Belli tradotto in inglese». Eppure in vent’anni Sullivan ha trascritto ben 323 sonetti del poeta ottocentesco. «Quando avevo dubbi sul significato di qualche verso – racconta – scendevo per strada e chiedevo aiuto agli abitanti più anziani, quelli che conoscono ancora il romanesco autentico». I primi centosei componimenti li ha pubblicati, con testo originale a fronte, in un volume (Vernacular Sonnets of Giuseppe Gioachino Belli, ed. Windmill Books) che sarà presentato domani alle 20,30 al bar Camponeschi in piazza Farnese. Sullivan leggerà i sonetti in inglese e l’ orafo Luigi Scialanga quelli in romanesco. Il contrasto è esilarante solo a pensarlo. Sia per la strascicata pronuncia capitolina di fronte al compassato british, sia per il contenuto dei versi, pieni di doppi sensi e sconcezze liberatorie, che erano pane quotidiano per la plebe romana ma che oltremanica hanno messo in imbarazzo scrittori del calibro di Antony Burgess. L’autore di «Arancia meccanica», non una mammoletta qualsiasi. Burgess tradusse una settantina di poesie del Belli e le pubblicò nel 1977 in appendice al suo romanzo «Abba Abba», in cui immagina un incontro tra Belli e Keats nella Roma del 1821. Ma sceglie solo i versi di argomento biblico, più vicini alla sensibilità di un pubblico anglofono. Mentre un altro traduttore, Robert Garioch, ebbe la brillante idea di trasformare il romanesco in un dialetto Scots e di trapiantare i personaggi belliani in un quartiere popolare di Edimburgo omologabile a quello della Roma dell’Ottocento. Con il risultato di una resa straordinaria e vivace dei versi. Ma con il limite, fa notare Duranti, di una certa pruderie nell’affrontare temi e termini osceni. Garioch tradusse 220 degli oltre duemiladuecento sonetti del Belli. Sullivan ha intenzione di continuare. Intanto, se questo primo volume avrà successo, ne usciranno presto altri due. Chi vuole seguirlo nelle letture romane, oltre alla serata di domani, può annotare queste date: il 25 gennaio alle 20,15 presso la John Cabot University e il 31 alle 17 all’Accademia di San Luca. Le scenografie dei reading sono state allestite dal pittore Luigi Serafini, che ha anche illustrato la copertina e le pagine del libro con i suoi disegni visionari sulla Roma del Seicento.
    (Dal Corriere della Sera, 18/1/2012).

  • TERZA PAGINA CLASSICI DA NEWTON COMPTON UNA NUOVA TRADUZIONE ITALIANA DEL CAPOLAVORO, FEDELE AL SUO SPIRITO SOCIALISTA

    Il vero Joyce, popolare e sboccato

    di Dario Fertilio

    A voler essere irriverenti, o spiritosi, il romanzo totale di Joyce si potrebbe riassumere in un lunga frase. Tra le otto del 16 giugno 1904 e le prime ore del mattino seguente, a Dublino, un certo Bloom prepara la colazione per sé e per la moglie, va al bagno per liberare gli intestini, si reca al funerale di un amico, tenta invano di piazzare un annuncio pubblicitario al giornale per cui lavora, pranza e digerisce, ascolta musica in un pub, in un altro locale ha un diverbio con un violento, si masturba sulla spiaggia, va a visitare una donna in travaglio al reparto maternità dell’ ospedale, finisce in un bordello per tentare di salvare un giovane intellettuale da avventure che stanno volgendo al peggio, lo soccorre durante una rissa, gli offre un caffè in un locale notturno, lo porta a casa dove gli passa una tazza di cacao, e infine fa pipì sotto le stelle. Un po’ poco, conveniamolo, per dare a chi non l’ ha letto un’idea dell’impalcatura su cui si regge l’Ulisse , uno dei romanzi-caposaldo del ‘ 900. Perché c’ è tanto di più, dentro a questa storia dublinese, a partire dai primi tre capitoli e da quelli di coda, monopolizzati dai coprotagonisti: il giovane Stephen e la moglie di Bloom, Molly, autrice del monologo mentale forse più famoso della letteratura moderna, espresso in un flusso di coscienza ininterrotto per decine di pagine. A causa di questo, e degli innumerevoli altri significati nascosti nel testo, la nuova traduzione italiana del capolavoro per la Newton Compton non fa notizia soltanto tra i fan dello scrittore irlandese. Anche chi ha tenuto finora il libro su uno scaffale della libreria come status symbol, o progetto di lettura mai realizzato, sarà interessato a confrontarlo con quello appena uscito dalla penna del traduttore Enrico Terrinoni. In realtà, l’unico paragone legittimo è quello con l’edizione del 1960, oggi disponibile nei Meridiani Mondadori, tradotta da Giulio De Angelis con Melchiori, Izzo e Cambon; perché quella successiva, aggiornata sempre dallo stesso traduttore e pubblicata negli Oscar, risente a tal punto del percorso extra-testuale di Joyce (manoscritti, taccuini, bozze eccetera) da risultare di fatto troppo differente. Si può affermare, allora, che Terrinoni ci metta di fronte a un Joyce mai visto? In parte sì, ma per comprenderlo bisogna tener presenti i motivi ispiratori del curatore, che insegna letteratura inglese all’università per stranieri di Perugia, e che – soprattutto – ha vissuto per anni a Dublino, immergendosi nell’atmosfera e negli ambienti joyciani, respirando fumo di sigaro ed esalazioni alcoliche irlandesi, familiarizzandosi con i doppi sensi, i tic culturali e linguistici, le allusioni e la toponomastica di cui è impregnata ogni fibra dell’ Ulisse . In sintesi, la nuova edizione joyciana si caratterizza per tre elementi fondamentali. Il primo è un abbassamento del linguaggio dal tono aulico a quello popolare, un adeguamento alla straripante colloquialità dell’Ulisse originale, rivolto soprattutto al lettore comune, quasi a rispettare l’autodefinizione dello stesso Joyce, che più volte si era proclamato autore «democratico» e «socialista», cioè lontano dalle fumisterie e raffinatezze aristocratiche cui apparentemente la sua inclinazione allo sperimentalismo lo avvicinava. Il secondo è un ritorno alla matrice iniziale, tipicamente irlandese, con un’infinita serie di allusioni a ballate, canzoni e operette. Il terzo aspetto è il recupero della comicità, in gran parte perduta attraverso gli anni e le edizioni critiche, man mano che il testo andava trasformandosi nel monumento letterario del secolo. Più complesso, naturalmente, confrontare i singoli passi e valutare le differenze. Per dare un’idea, la Circe del Bordello (protagonista di una delle scene più famose e volgari del romanzo), non si rivolge più al povero Bloom con l’espressione «Conciagli le brache, a questo villan rifatto! Con le stelle e le strisce sopra!», ma più realisticamente così: «Percuotigliele a sangue le chiappe, a quel parvenu! Faglielo a stelle e strisce». Oppure l’espressione scutter , che De Angelis aveva interpretato all’inglese come «tagliare la corda», viene restituito allo slang irlandese, molto più prosaico, di «diarrea», ovvero all’espressione «merda!». O ancora la Molly del monologo, arrivata a parlare delle sue scabrose confessioni con Padre Corrigan, anziché domandarsi «Oh Signore non poteva dir subito il sedere e buona notte» divaga così: «O Signore non poteva dire direttamente culo e farla finita». Non è abbastanza da cambiare il nostro modo di affrontare la lettura di Joyce, probabilmente; tuttavia la nuova versione prelude a dibattiti roventi fra i critici. Del resto le date incalzano: il 13 e 14 dicembre si svolgerà all’università a Milano un convegno internazionale sullo scrittore irlandese; il 13 gennaio del prossimo anno scadranno i diritti settantennali sulla sua opera; il 2 febbraio ci sarà la ricorrenza dei 130 anni dalla nascita; il 16-17 seguirà un altro convegno internazionale all’ università di Roma Tre, organizzato dalla James Joyce italian foundation. È tempo, allora, di riproporre le grandi e opposte interpretazioni riguardo al suo capolavoro. Quella di T.S. Eliot: «L’espressione più importante dell’era presente». La replica di Virginia Woolf: «Mi ha interdetto, annoiato, irritato e disilluso, come di fronte a un disgustoso studente universitario che si schiaccia i brufoli». L’osservazione di Richard Ellmann: «Il più difficile tra i romanzi d’intrattenimento e il più divertente tra i romanzi difficili». La battuta di Derek Attridge: «Un libro che figura nella lista delle opere più frequentemente iniziate e mai finite». La provocazione di Seamus Deane: Joyce a volte è «illeggibile», ma solo nel senso che propone un nuovo tipo di approccio interattivo fra testo e lettore. L’avvedutezza ironica di Fritz Senn: «Un copione teatrale, il cui primo discorso è messo in bocca a un irlandese la cui lingua è l’inglese, il quale intona una messa in latino, il cui testo è la traduzione di un salmo ebraico».
    (Dal Corriere della Sera, 10/12/2011).

  • Addio ad Allen Mandelbaum Il più grande traduttore di Dante

    Il poeta e critico letterario statunitense Allen Mandelmaum, uno dei più grandi traduttori in lingua inglese di capolavori della poesia italiana a partire dalla “Divina Commedia” di Dante Alighieri, è morto nella sua casa di Winston-Salem, nel North Caroline (Usa), all’età di 85 anni. Mandelbaum, che nel 2000 è stato il primo traduttore di Dante ad ottenere dal Comune di Firenze il Fiorino d’oro, era nato ad Albany il 14 maggio 1926.
    La sua traduzione integrale della “Commedia”, tra le prime e le più fluide, ha richiesto 40 anni di lavoro: l’Inferno è stato pubblicato nel 1980, il Purgatorio nel 1982 e il Paradiso nel 1984, con l’appoggio della studiosa di Dante Irma Brandeis. La sua traduzione dantesca è adottata nelle principali università angloamericane. In seguito Mandelbaum ha curato la “Lectura Dantis”, raccolta di saggi in tre volumi sulla “Commedia”.
    Ha tradotto raccolte di poeti contemporanei italiani come Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto. Nel 1973 Mandelbaum ha ricevuto l’American National Book Award per la sua traduzione dell’Eneide di Virgilio. Ha tradotto in lingua inglese a anche l’Odissea (1990), le Metamorfosi di Ovidio (1993) e l’ungarettiana “Vita di un uomo” (1958). Ha conquistato numerosi riconoscimenti in Italia: i premi Mondello, Leonardo, Biella, Lerici-Pea, Montale e Circe-.Sabaudia Award.
    (Da La Nazione, 6/11/2011).

  • «Sto bene» Ma è giallo sulla traduzione

    Trattato bene da Hamas? Sì, ma forse solo nella traduzione in arabo. Nella prima intervista alla tv egiziana, Shalit avrebbe detto di essere stato trattato bene, ma secondo il sito israeliano «ynet» non è così. L’intervistatore ha fatto le domande in inglese, poi tradotte in ebraico.
    Le risposte di Shalit, sempre in ebraico, sono state tradotte in arabo. Secondo «ynet», alla domanda sulle sue condizioni di salute, avrebbe infatti risposto «non mi sento affatto bene».
    (Da La Stampa, 19/10/2011).

  • STORIE DI COPERTINE

    Mann e l’aggettivo sbagliato

    Da quando è comparsa La montagna magica (2010) il conformismo italiano ha subito ripudiato La montagna incantata . In testa a una copertina come questa, con una cima così aspra eppure così rapinosa, presto non vedremo più quell’aggettivo, incantata, che ci ha accompagnato per quasi un secolo. Le nuove traduzioni aggiornano la lingua. Ma non è detto che siano sempre convincenti. Se la scelta dell’aggettivo «magica» discende dall’ammissione di Thomas Mann d’aver pensato al Flauto di Mozart, «magica» dopo montagna non è più preciso di «incantata». In tedesco Zauber significa l’una e l’altra cosa; in italiano tale sdoppiamento non regge. Per noi, magici sono gli oggetti creati dall’uomo, i suoi manufatti, il flauto, la bacchetta, l’acciarino. Mai la natura produce magia. Chi dice magico un giardino o un bosco? I giardini sono incantati, come incantati, eventualmente, sono i boschi o, incantate, le montagne.
    (Dal Corriere della Sera, 9/8/2011).

  • DANTE ALIGHIERI LA RIVISTA E LA QUALITÀ DELLE TRADUZIONI

    «Lettera internazionale», lo stile

    La traduzione: uno strumento essenziale per la vitalità delle lingue. È questo uno dei temi centrali della rivista trimestrale di cultura «Lettera Internazionale», diretta da Biancamaria Bruno… Il periodico ribadisce l’importanza della pluralità delle culture linguistiche nel mondo di oggi, non solo per consentire l’assoluto confronto e dialogo tra culture differenti, ma anche come forma di arricchimento personale e collettivo. La maggior parte dei testi pubblicati da «Lettera internazionale» sono tradotti perché inediti in italiano, nella convinzione che la traduzione costituisca la strada primaria per infrangere barriere geografiche, culturali e linguistiche. Nel 1997 alla rivista è stato conferito il Premio nazionale per la traduzione dal ministero per i Beni e le attività culturali.
    (Dal Corriere della Sera, 8/6/2011).

  • RICORSI STORICI L’ERRORE NEL CATECHISMO YOUCAT NON È UN CASO ISOLATO

    Dalla Bibbia al Padre Nostro Se la traduzione ci inganna

    Armando Torno

    L’incidente capitato all’edizione italiana del catechismo per i giovani, o YouCat come suona l’acronimo nato dalle due abbreviazioni inglesi, per cui una coppia cristiana potrebbe ricorrere alla contraccezione, è l’ultimo di una lunga storia. Simili guai nascono forse a causa dei tempi stretti, di urgenze e cose simili. Ieri il cardinale Schönborn ha fatto sapere che se ne è parlato nella Congregazione per la Dottrina della Fede ed è nato un gruppo di studio che raccoglierà i «corrigenda». Del resto, a volte quelli che chiamiamo errori potrebbero rivelare una diversa ideologia. Aprendo il Catechismo di Pio X si legge che i due misteri principali della fede sono: 1) Unità e Trinità di Dio, 2) Incarnazione, Passione e Morte in Croce di Gesù Cristo; dopo il Concilio, a quest’ultima parte, si è aggiunta la «Risurrezione». Che dire? Semplicemente che nel primo testo il risorgere di Cristo era inteso come argomento apologetico per credere, in seguito invece come centro della fede. Né mancano problemi a ogni traduzione della Bibbia. Si narra che Paolo VI, dopo il Concilio, facesse inviare a Enrico Galbiati, formidabile conoscitore di lingue antiche, il testo in volgare chiedendogli un parere. Ma monsignore tardò e dall’altra parte non mancarono pressioni per accelerare. Risultato: l’elenco degli errori arrivò quando l’opera era in stampa e si poterono soltanto aprire le braccia. Anche nell’ultima edizione de La nuova Bibbia della Cei (2008) ci sono passi che necessitano di ritocchi. Due esempi ci vengono suggeriti da Gianantonio Borgonovo, docente alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, dottore dell’Ambrosiana ed ebraista, che tra l’altro ha collaborato alla versione. Il primo lo indica nel Deuteronomio (21,17): «Riconoscerà invece come primogenito il figlio dell’odiata, dandogli il doppio di quello che possiede». «Come è possibile? – si chiede – È un assurdo». Ricorda che si doveva tradurre: «Dandogli doppia parte di eredità» (il paradosso c’era anche nella Bibbia Cei precedente). Il secondo lo prendiamo in 1 Re (17,15): «Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni». Osserva Borgonovo: «Era meglio lasciare il testo vecchio: "Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni", così si evitava il pasto alla casa». Nulla di grave, sia chiaro, ma questo è l’inizio di un elenco di quattro pagine di errori che l’ebraista ha stilato sull’ultima traduzione. Passiamo al canone della Messa, preghiera eucaristica terza. Si legge che «continui a radunare intorno a te un popolo che da un confine all’altro della terra offre al tuo nome il sacrificio perfetto», invece il testo latino di riferimento parla di «un popolo che dall’alba al tramonto offre al tuo nome il sacrificio perfetto». La differenza è sostanziale, perché da una parte c’è una concezione proselitistica, dall’altra l’idea di un sacrifico continuo, che prende la vita. Ma questo è intenzionale, non si può parlare di errore ma di adattamento ideologico alla liturgia. E che dire del Padre Nostro con il vecchio «indurre in tentazione»? Era un tentavo di intendere il calco del latino, che è il calco del greco, che è il calco dell’ebraico: ma nelle lingue semitiche quella forma verbale può avere due significati: uno causativo («non farci entrare in tentazione») e uno permissivo («non permettere che noi entriamo in tentazione»). Ora è diventato «non abbandonarci alla tentazione». Borgonovo nota che tale scelta rintuzza «la rudezza dell’espressione ma non risolve il problema». Certo, perché è come se Dio dovesse intervenire per cambiare la nostra volontà. Ma libertà significa poter agire paradossalmente anche contro la volontà di Dio. Continuiamo? Soltanto per dire che non mancò chi vide in Atti 1, 11: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» il monito biblico a Galileo. Errore? No, soltanto esegesi comica. Che, per fortuna, non causò problemi.
    (Dal Corriere della Sera, 14/4/2011).

  • RITIRATA L’ EDIZIONE ITALIANA PER I GIOVANI: UN ERRORE APRIVA ALLA CONTRACCEZIONE

    Il catechismo tradito dal traduttore

    Un pomeriggio tra blog e siti Internet. Si sparge la voce che la Chiesa abbia rivoluzionato il catechismo e detto «sì» a preservativi e pillole, si leggono titoli come «Contraception Ok!» pure su giornali online australiani. E tutto per un (tragico) errore di traduzione di un libro sul catechismo che ieri sera ha costretto la casa editrice italiana, Città Nuova, a decidere di «sospendere temporaneamente» l’edizione e ritirare le copie già distribuite.
    (Dal Corriere della Sera, 13/4/2011).

  • LA TRADUZIONE

    I periti e il dialetto Cinque versioni per la stessa frase

    di Claudio Del Frate

    La prima versione era stata «Allah mi perdoni non l’ ho uccisa io» e costò il carcere a Mohamed Fikri con l’accusa di omicidio e sequestro di persona. L’ ultima è stata «Dio, perché non passa? Dio, Dio» e ha riabilitato in pieno Fikri. Ma in mezzo ci sono altre tre versioni delle parole pronunciate al telefono in una lingua definita «dialetto tunisino» nell’ordinanza di scarcerazione. Sarà stato l’arabo vernacolare a trarre in inganno il primo traduttore, fatto sta che il provvedimento di scarcerazione dà atto che è stata la stessa pm Letizia Ruggeri a voler ricontrollare il senso della frase rivolgendosi a 4 interpreti. Le cui conclusioni sono riassunte nell’ordinanza. Si comincia con Yunes Bahsine, secondo il quale Fikri avrebbe pronunciato «Che Dio lo spinga a rispondere, Dio, Dio» sollecitando una risposta dall’altra parte della cornetta. E già questo aveva istillato dubbi. Ecco allora un nuovo interprete, Khebbi Sami Marzouk, secondo il quale il significato è «Dio, Dio, perché non vuole andare? Dio, Dio». Una prova d’appello che ribalta il quadro indiziario e trova conferma in altri due traduttori. Nell’ordinanza sono indicati come Youssef e Msallem. Per l’uno la frase va letta come «Dio, perché non rispondi?» e per l’altro «Dio, perché non passa?» con riferimento alla telefonata. Tutto fuorché un omicidio.
    (Dal Corriere della Sera, 8/12/2010).

  • LIBRI LIBRO ANTICO

    Lo Shakespeare curdo tradotto in Turchia

    Si intitola «Mem u Zin’ », ed è considerato la variante curda dello shakesperiano Romeo e Giulietta: è il primo romanzo d’amore in lingua curda tradotto e pubblicato in Turchia. Lo ha annunciato il ministro turco della Cultura Ertugrul Gunay ricordando che il volume è opera dello scrittore e filosofo Ahmad-i Hani, vissuto tra la metà del ‘600 e i primi del ‘700. Il volume contiene anche la copia anastatica dell’opera originale.
    (Dal Corriere della Sera, 5/12/2010).

  • Lorca in lingua barbaricina

    «La Sardegna più profonda dà corpo alle passioni più forti»

    di Claudia Cannella

    U n amore osteggiato dalle faide familiari. Leonardo e la Sposa divisi dalle convenzioni sociali e da due matrimoni infelici, accettati per ripiego, fuga da una passione impossibile o forse anche per vendetta. Ma la passione spesso si alimenta di ostacoli, esplodendo poi con violenza: lei abbandona il neo marito, lui la moglie incinta del secondo figlio. Braccati, la loro fuga finisce con un duello mortifero tra i due pretendenti. È «Nozze di sangue», scritto da Federico García Lorca nel 1933 e trasferito, nella nuova coproduzione fra Teatro Stabile della Sardegna e Compagnia Atir, dall’ Andalusia alla campagna barbaricina, affidando la traduzione in sardo a Marcello Fois su drammaturgia realizzata con Serena Sinigaglia, che firma anche la regia… «Lorca ha quella potenza epica», dice la regista, «che solo i classici possono restituire raccontandoti le passioni ancestrali che accompagnano l’umanità. Ma quel che è attuale non è che la società ostacoli la Sposa e Leonardo, ma il loro tormento. Ha un fascino terribile lo scontro tra l’ ordine sociale e le autolimitazioni che ci si impone. Non è detto che seguire l’istinto sia giusto, ma ci si deve fare i conti. E spesso tutto finisce in tragedia. Il gesto di libertà viene punito dalla comunità o con la morte o con l’isolamento: Lorca sarebbe perfetto ambientato in Islam. Per noi occidentali la lotta tra istinto e legge ha invece una doppia valenza, sia sociale che esistenziale»…….. Otto attori (Mattia Fabris, Sandra Zoccolan, Lia Careddu, Isella Orchis, Maria Grazia Bodio, Marco Brinzi, Cesare Saliu e Sax Nicosia) affrontano Lorca nella lingua della Barbagia. «Una storia elementare, la sua fruibilità prescinde dalle parole», conclude la Sinigaglia. «Serviva una lingua di terra e sangue, anche se quella che utilizziamo rimane una lingua "inventata" per la scena per evitare le trappole del vernacolo e del folklore»..
    (Dal Corriere della Sera, 24/11/2010)..

  • TALMUD TRADOTTO COSI’ IL CAV SOFFIA GLI EBREI AL FLI

    di FRANCO BECHIS

    Gianfranco Fini ci ha impiegato una vita per scrollarsi dalle spalle il passato e conquistarsi
    il favore di una delle comunità più piccole, ma potenti del paese: quella ebraica. Ci sono
    voluti anni di abiure e distacchi, pazienti lavori (…) diplomatici degli amici Alessandro Ruben e Giancarlo Elia Valori che furono alla base del suo antico viaggio in Israele.
    A Silvio Berlusconi è bastato un secondo e quattro righe di testo per conquistare da quella
    piccola, ma potente comunità non solo simpatia, ma gratitudine e riconoscenza proprio
    un uno dei momenti più difficili e delicati della vita del governo.
    Lo scorso tre dicembre infatti il governo Berlusconi ha mandato in Senato a firma del
    ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini (fedelissima
    berlusconiana) le scelte del ministero e dell’intero esecutivo per finanziare in ogni settore
    la ricerca: dalla scienza alle lettere, dalle arti alla tecnologia.
    La somma trovata, pur fra le pieghe dei tagli imposti da Giulio Tremonti, è rilevante:
    un miliardo e 754 milioni di euro. Ed è anche più alta di quella proposta l’anno precedente
    (era un miliardo e 628 milioni di euro), contrariamente a quel che si dice in convegni non solo delle forze di opposizione. E in quel fiume di fondi pubblici che spunta una decisione piccola ma importantissima per la comunità ebraica: il fondo governativo per la ricerca ha deciso di finanziare un progetto che il Cnr ha siglato con l’Unione delle Comunità ebraiche italiane Collegio
    rabbinico nazionale.
    Si mette a disposizione un milione di euro per il 2011 e se ne garantiscono già altri quattro
    milioni fino al 2015 (qualsiasi governo sarà tenuto a rispettare la decisione) per «la traduzione
    integrale in lingua italiana, con commento e testo originale a fronte, del Talmud, opera fondamentale e testo esclusivo della cultura ebraica».
    Il Talmud accanto alla Torah è il principale testo sacro della tradizione ebraica ed è
    un’opera monumentale. Letteralmente la parola Talmud significa "insegnamento" ed è in
    sostanza la "Torah orale" rivelata sul monte Sinai a Mosè e da lui trasmessa di generazione
    in generazione fino a quando non fu messa per iscritto da maestri e sapienti dopo la distruzione
    del secondo Tempio di Gerusalemme, nel timore che gli israeliti potessero scomparire. Scritto in aramaico è stato tradotto dal rabbino Adin Steinsaltz in ebraico moderno, un lavoro che ha visto
    schierati con lui i massimi esperti di testi sacri ebraici e che è durato 50 anni, con alcune
    traduzioni terminate proprio in questo 2010. Quella traduzione ha naturalmente contribuito
    a diffondere il Talmud fra gli ebrei di tutto il mondo in modo più comprensibile di quanto non fosse avvenuto finora.
    Grazie al rabbino Steinsaltz il testo sacro è stato tradotto più agevolmente anche in francese, russo, tedesco e inglese. In italiano esistono solo alcune parzialissime traduzioni, ma il lavoro sarà più
    semplice di quello di Steinsaltz perché basterà partire dall’ebraico moderno e dalle interpretazioni del testo già adottate in questi 50 anni (era la parte più difficile). Vista la complessità dell’opera, non deve stupire l’impegno finanziario per la traduzione in italiano (5 milioni di euro), visto
    che per cinque anni dovrà lavorare una squadra di trenta persone.
    La scelta del governo e del Cnr ha ovviamente scatenato l’entusiasmo sia del rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni, sia del direttore del collegio rabbinico, Gianfranco Di Segni (che è biologo molecolare proprio al Cnr) secondo cui «con la traduzione si potrebbe rendere accessibile ai più il Talmud. Potrebbe essere un primo passo per spingere molte persone ad intraprendere il
    difficile cammino dello studio dei trattati indispensabili per comprendere la nostra realtà»…
    (Da Libero Quotidiano, 8/12/2010).

  • L’EDIZIONE ITALIANA PARLANDO DELL’USO DEL PROFILATTICO, RATZINGER HA FATTO UN ESEMPIO AL MASCHILE. IL VATICANO: PER EVITARE IL LUOGO COMUNE

    Quell’errore di traduzione che cambia il «prostituto» in «prostituta»

    di Luigi Accattoli

    Il Papa ha detto «prostituto» o «prostituta»? Ha detto «prostituto» al maschile, ma parlando in tedesco e il traduttore che l’ ha voltato in italiano ha preso un bel granchio. E pensare che la nostra lingua, a differenza di altre che hanno costretto i traduttori a ricorrere a delle parafrasi, ha da sempre la parola «prostituto». In Vaticano dicono che «la sostanza» non cambia: cioè il ragionamento di Benedetto XVI sui «casi giustificati» di uso del profilattico resta valido alla pari, sia che quell’uso lo realizzi in proprio un «prostituto» sia che una prostituta l’esiga dal cliente. Ma resta la questione del perché il Papa sia andato a prendere un caso più raro: e forse si deve pensare all’attitudine dell’intellettuale che non ama il luogo comune e – magari – intende segnalare la particolare esposizione all’Aids delle persone coinvolte in rapporti omosessuali. Siamo alla fine del capitolo 10 del libro intervista «Luce del mondo», (che sarà nelle librerie martedì nelle edizioni tedesca, italiana, inglese e francese), dove Benedetto risponde a due domande dell’intervistatore Peter Seewald sull’uso del profilattico nella lotta all’Aids. Secondo la traduzione italiana anticipata sabato dall’Osservatore Romano, il Papa direbbe tra l’altro: «Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole». Il testo tedesco ha «ein Prostituierter» e non «eine Prostituierte», come avrebbe dovuto essere se il Papa avesse inteso dire «una prostituta». In inglese hanno tradotto «male prostitute», in francese «homme prostitué». Il traduttore italiano avrebbe potuto utilizzare la parola «prostituto» che il Grande Dizionario UTET documenta alla pari con prostituta e che è usata anche da grandi autori recenti come Montale e Pasolini. Come se ne esce? Assodato che il senso non cambia – perché, dicono in Vaticano, si tratta in ambedue i casi di un uso del profilattico finalizzato a contenere il rischio dell’infezione, in un rapporto sessuale comunque «disordinato» – non resta che correggere la traduzione in vista della prima ristampa, che dovrebbe arrivare a giorni: la tiratura iniziale è stata di 50 mila copie. Nei blog e nei siti internet che si occupano di cose papali si sono fatte varie speculazioni sulla valenza più ampia che potrebbe avere il caso della «prostituta» rispetto a quello del «prostituto», in quanto nel secondo caso il profilattico avrebbe una pura funzione di protezione mentre nel primo vi sarebbe anche la funzione contraccettiva. Ma gli esperti del Vaticano fanno osservare che il «prostituto» potrebbe anche avere una cliente donna e in questo caso saremmo di nuovo nella doppia funzione. Sembra più ragionevole attribuire la scelta – da parte del Papa – del caso del «prostituto» al desiderio di uscire dalla casistica abituale: una coppia sposata in cui l’uno dei due sia sieropositivo, un soggetto non capace o non disponibile a evitare rapporti promiscui, una prostituta che può fare da trasmettitrice del contagio ai clienti. Un poco lo stesso atteggiamento colto e anticonformista che aveva spinto Benedetto XVI a citare un imperatore bizantino – Manuele II Paleologo – in disputa con «un persiano», nella famosa lectio di Regensburg.
    (Dal Corriere della Sera, 22/11/2010).

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