«The Donald» fa tremare l’Europa.

«The Donald» fa tremare l’Europa.

di Adriana Cerretelli

Barack Obama? Un presidente impossibile come un nero alla Casa Bianca, ripetevano in molti nel 2008. Questa volta l’America va ben oltre e scandalizza il mondo eleggendo Donald Trump, l’impresentabile, il guastatore di ogni ordine costituito, l’accanito e iperbolico anti-politico che vuole spostare indietro le lancette dell’orologio della storia in nome della sua America, l’ “America first”. Costi quel che costi. Senza guardare in faccia nessuno.
Il mondo e i mercati attendono con il fiato sospeso. Il salto nel buio non è più l’incubo da scongiurare ma la nuova realtà con cui misurarsi. Il mondo intero si affaccia sull’ignoto. L’Europa trema. Non lo dice ma lo sa di avere molto da perdere in una partita che la sorprende forse nel momento peggiore della sua storia: democrazie in crisi, populismi e nazionalismi in ascesa dovunque, integrazione spezzata dalla storica secessione della Gran Bretagna, euro e mercato unico fragilizzati e da troppi anni in bilico su se stessi.
Ma forse a farla vacillare ancora di più, nel pieno di una stagione elettorale che interesserà nell’ordine Italia, Austria, Olanda, Francia e Germania, è l’effetto Trump, il domino emulativo dentro casa di un incredibile successo politico tra i tanti piccoli e grandi The Donald che la popolano: tutti ansiosi di abbattere il sistema, nazionale o europeo che sia, tutti a sognare il ritorno alla “nazione first”, difesa da muri e frontiere, fuori gli immigrati, l’euro, investimenti e commerci sgraditi. La loro vittoria sarebbe la fine dell’Unione, la scintilla della disintegrazione progressiva.
Ma anche ammesso che questa bomba non le scoppi in casa, ce ne sono altre che le potrebbero esplodere addosso se il nuovo inquilino della Casa Bianca manterrà soltanto la metà delle promesse fatte in campagna elettorale.
Trump non ama l’Europa, forse non la conosce granché, non sente la solidarietà transatlantica. Sembra più aperto e possibilista con la Russia di Vladimir Putin che con i vecchi alleati. Il suo approccio alle cose e ai problemi sembra tutto business-like, da imprenditore spregiudicato, guidato dalla sola logica del do ut des.
Dunque non coglie, per esempio, l’importanza della Nato, anzi la ritiene una realtà obsoleta concentrata sulla deterrenza per contenere la Russia invece che per combattere terrorismo e flussi migratori. Quindi o gli europei si decidono a rimborsare gli americani per gli enormi costi della loro protezione militare oppure si difendano da soli.
Almeno in apparenza, non ci sono mediazioni possibili nella dottrina Trump, che è tutto un prendere o lasciare, una bruta questione di rapporti di forza. Esattamente il contrario della dinamica che muove, anzi frena la vita dell’Europa, con la quale è quasi perfetta l’assenza di ogni tipo di affinità elettive.
Ma proprio l’intersezione apparentemente impossibile tra i due mondi paralleli che sono il trumpismo e l’europeismo (sia pure in crisi), promette incomunicabilità, non dialogo costruttivo. A meno che il Trump presidente non smentisca il Trump candidato. E’ già successo tante volte in passato.
Il protezionismo, convinto e a tutto tondo, come arma di sviluppo economico rischia di infliggere un altro vulnus alla relazione transatlantica. Il nuovo presidente ha promesso di fare piazza pulita di tutti i grandi accordi di libero scambio in vigore negli Stati Uniti. Quello con l’Europa, il Ttip, che doveva essere l’arma segreta dell’Occidente per tener testa alla globalizzazione, e più in particolare alla prepotente ascesa del colosso economico cinese, è già finito su un binario morto. Improbabile a questo punto che Trump decida di riportarlo sul tavolo negoziale euro-americano.
Se l’ingresso alla Casa Bianca non cambierà il nuovo presidente e le convinzioni fin qui professate, il mondo globale potrebbe finire per imboccare una strada a ritroso, diventando sempre più piccolo, chiuso, introverso. E l’Europa allontanarsi dagli Stati Uniti: per crescere o spaccarsi. Non è mai un male cambiare, purché non sia in peggio.
(Da Il Sole 24ore, 9/11/2016).

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