Tedesco, la lingua da salvare

Tedesco, la lingua da salvare

da Il Sole-24 Ore, domenica 14 gennaio 2001

Lettera da Berlino

Dietro la polemica sulla riforma linguistica, la crisi di identità di una nazione
Una " guerra delle sillabe " che è arrivata addirittura davanti alla Corte costituzionale di Karlsruhe

di Lea Ritter Santini

La furia della sparizione che trasforma le apparenze del mondo sembra voler rinunciare alla memoria, affidarsi alle percezioni e sempre meno alla mediazione delle parole da scegliere per nominare e descrivere le realtà nuove. Una situazione che in Germania inquieta chi del mondo pensa di essere insostituibile governante, i politici, grandi consumatori di parole ma non sempre utilizzatori coscienti del loro senso.
Se è vero che una nazione costituisce e riconosce la propria identità non certo nella vaghezza di un modello di linee, di costumi, di colori ma nella coscienza di una lingua comune – come affermava Leibniz – l’anno appena finito, con la sua lunga polemica sulla trasformazione e la riforma della lingua ha significato un anno di crisi.
E’ stata proprio la forma delle parole a occupare e preoccupare commissioni, accademie, ministeri, redazioni di giornali, edizioni di vocabolari e più maestri e bambini delle scuole elementari, tutti alla caccia all’errore quasi che, dopo la caduta del muro, la cura di una nuova riformata ortografia rappresentasse l’unico comandamento da rispettare per unire, in uso comune, l’informazione e la scuola, la burocrazia e la cultura, la politica e la scienza. La divisione delle sillabe, il numero delle consonanti da raddoppiare e no, le particelle da unire o separare, gli avverbi cui concedere dignità di nome e quindi di maiuscola, sono questi i segni dei turbamenti capaci di muovere gli animi dei ministri della cultura e dei loro consiglieri dediti a un’operazione di solerte noia linguistica costata al governo già diversi milioni di marchi ?
" A chi vede nell’ortografia solo una questione pratica – aveva scritto del resto Wittgenstein – manca una percezione come quella che mancherebbe a chi è cieco di significato ". Gia’, ma che cosa fare se quella questione dura, fra brusche alternanze, da un secolo e dovrebbe giungere, secondo i piani, fino al primo decennio del prossimo ? La sua storia non è certo priva di ambiguità : una recente pubblicazione ha dimostrato la continuità, taciuta da smemorati tecnici, con la rifoforma dell’ortografia promossa ancora nel 1944 dal ministro dell’educazione del Reich, Rust. Annotazioni storiche destinate a suscitare l’insofferenza dei politici come l’osservazione che in Europa non sarebbe, a dire il vero, proprio affare di ministri codificare, mutare le forme della lingua e della scrittura e decidere la data della loro entrata in vigore, ma semmai quello di illustri accademie che da secoli sanno come esercitare quella funzione.
Ma i tedeschi, si sa, preferiscono seguire ordini impartiti da istanze piu’ potenti di quelle di una qualsiasi accademia, se entrasse in concorrenza. Interpretando il disagio e le insicurezze di scrittori e lettori, rendendosi conto degli equivoci provocati da due sistemi concorrenti arrivati, per dirimere le loro controversie, sino alla Corte costituzionale di Karlsruche, calcolando i costi delle correzioni inutili e contemplando le assurdità degli errori di senso coniugati a quelli della composizione digitale, la " Frankfurter Allgemeine Zeitung " decideva lo scorso agosto di ritornare all’uso delle vecchie forme, con grande sollievo di chi poteva scrivere di nuovo, per esempio, anche la parola-terrore delle pronunce straniere : " Dampfschiffahrtsgesellschaft " (Societa’ di navigazione a vapore) solo con due e non con le tre effe di " Schifffahrt " come era obbligatorio secondo la riforma dell’ortografia.
Non era la prima volta del resto che precetti e regole per migliorare la lingua venivano ordinati dall’alto delle gerarchie politiche e che i sudditi non ne fossero convinti. Basta ricordare gli sforzi pedagogici del sovrano che scriveva male in tedesco e pochi anni prima della morte, non amando la letteratura del suo Paese, scriveva un libretto sui difetti che le si potavano rimproverare, sulle loro cause e sui mezzi con i quali poterli correggere (" De la litterature allemande, des d‚fauts qu’on peut lui reprocher, quelles en sont les causes et par quel moyen on peut les corriger ", 1780). Era stato proprio il grande Federico, amico di Voltaire, a proporre in Prussia, fra le altre riforme, quella di " aggiungere una vocale alla fine di ogni verbo per addolcire la lingua tedesca ".
Una dama straniera di grande malizia letteraria e di non minore intelligenza politica che qualche decennio piu’ tardi viaggiava per conoscere la Germania e sfuggire all’ira di Napoleone, era convinta invece che i consigli di Sua Maesta’ fossero assai maldestre correzioni e " quel tedesco mascherato d’italiano avrebbe prodotto l’effetto piu’ buffo del mondo e che nessun monarca, nemmeno in Oriente, potesse aver tanto potere da influenzare non il senso ma il suono di ogni parola pronunciata nel suo impero ". Cercando di capire le differenze fra il semplice comunicare e la conversazione, Germaine de Sta‰l affermava di non sentirsi a suo agio, fosse pure parlando con Goethe e con Schiller, perche’ il tedesco frenava il suo libero conversare con il rigore della costruzione grammaticale che non permetteva di capire se non alla fine delle lunghe frasi con che verbo si concludessero e se fosse con un’affermazione bisognava aspettare, sempre fuori tempo, prima di poter interrompere l’interlocutore con l’immediatezza della propria osservazione.
Forse a questo svantaggio potrebbero riparare le conseguenze dell’altro smarrimento che s’insinua ora nella coscienza dei tedeschi : la sopraffazione della loro lingua da parte dell’inglese. Sembra compiersi senza violenza, con la seduzione di un’apparenza familiare legata non a vecchie diffidenze ma a etimi e a radici verbali comuni, a semantiche parentele e a fonetiche somiglianze, con la comoda rinuncia alle declinazioni degli aggettivi ; potrebbe semplificare anche le regole della costruzione e assegnare al verbo una posizione intermedia ? Quello che non era riuscito a Federico, disciplinare la scrittura e la lingua come le sue armate, accadrebbe con la lingua che ha fatto ormai scomparire l’eleganza illuministica del francese e la memoria degli Ugonotti anche dal linguaggio letterario.
La resistenza e’ minima, anzi, come accade con i vincitori non si attende altro che godere della loro protezione per sentirsi sicuri. Dietro la maschera con-sonante con gli echi di parole apprese nell’infanzia e a scuola i tedescchi che scelgono l’inglese come lingua franca di una quotidianita’ di affari e di sentimenti nascondono il desiderio di un’altra maniera di essere, di una identita’ meno aggredibile dall’oscuro malessere della storia. Non e’ solo la convenzione della lingua del commercio o di quello dello scambio scientifico a favorire l’uso dell’inglese ma anche l’ideale di una estranea, acquisibile leggerezza, piu’ sostenibile della genetica gravita’ e che meglio s’adatta alla strategia della " coolness ", la lucida indifferenza nel segno del successo – o dell’imbarazzo – . Una bravura e una duttilita’ che sempre di piu’ preoccupano chi ascolta con attenzione lo scambio di frasi e di formule dai segni confusi, appena riconoscibili. Si agglutinano in significati trasposti e non tradotti, accompagnati da " falsi amici ", da parole cioe’ simili nella forma e dissimili, traditrici nel senso come si incontrano nell’affrettata migrazione di vocaboli e di formule divelte dal contesto. Linguisti e scrittori, editori e giornalisti, rappresentanti di pubbliche istituzioni, accademici e intellettuali, gli stessi che si oppongono alla riforma dell’ortografia, esortano all’ostinazione, a non cedere alle lusinghe della lingua franca che, cancellando anche la sottile eleganza dell’inglese, garantisce l’entrata in quella sorta di paese dei balocchi della comunicazione universale.
Pubblicazioni, congressi, dibattiti sul futuro della lingua tedesca se accettano e riconoscono l’irreversibile potere di una lingua comune per la ricerca scientifica, scoprono anche gli stranianti effetti della riconversione di quella della filosofia, della psicologia, del discorso critico sulle scienze umane dell’inglese in un tedesco che, non riconoscendo i termini e concetti li ritraduce e non sa piu’ ricomporli nel contesto originale. Facile diventa allora il gioco della mistificazione, la meraviglia dei maleintesi, la pretesa di genialita’ quando parole e cose si ripresentano nascoste dalla maschera del nuovo. Nella vecchia Prussia il francese aveva reso europea la lingua di Lutero, nella Germania riunificata l’inglese ne cancella la memoria.
Del resto i giovani " cool ", riottosi discepoli nella tolleranza, maestri della competizione sembrano aver fiducia negli stessi mezzi di allora, quelli che gia’ irritavano Aurelie, la sensibile attrice amica di Guglielmo Meister. Nei suoi " anni di apprendistato " Goethe le fa raccontere l’infedelta’ dell’amato, il suo lamento e’ particolarmente amaro, e’ un lamento linguistico : " Al tempo del nostro legame amoroso mi scriveva in tedesco, e che tedesco affettuoso, vero, vitale! E adesso, adesso che vuol liberarsi di me comincia a scrivermi in francese, come qualche volta faceva prima per scherzo. Io sapevo, sentivo, quello che voleva dire… "
Oggi Aurelie e’ lei la prima a usare l’inglese.

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