Strafalcioni e gaffe quanti politici somari.

Casta Italia.

Ignoranza Razzi: «Buona pascuetta».

Strafalcioni e gaffe quanti politici somari.

Senza fine Dagli errori di sintassi a quelli ortografici E Di Maio dopo Pinochet rincara con «la telefono».

di Pietro De Leo.

Lasciamo stare la storiografia allegra di Luigi Di Maio, che teletrasporta Pinochet dal Cile al Venezuela. Abbandoniamo anche la sua grammatica naif, tra congiuntivi toppati e pronomi con licenza poetica, «se voglio dirle qualcosa la telefono», ha detto l`altra sera a Politics a proposito di Virginia Raggi. Lasciamo anche i fantozzismi di Di Battista (Mi facci parlare!), l’economia di Carla Ruocco che scambiò la legge di stabilità con il patto di stabilità. Lasciamo stare tutto questo, perché le forze politiche che oggi nell’emiciclo ridacchiano non sono immuni dal virus dello strafalcione. Nessuna. È un batterio che prolifera in abbondanza, resiste alle temperature e ai cambi di epoche politiche. Regalando qualche chicca, che proviene persino dagli insospettabili. Come Romano Prodi, di cui si ricorda ancora la celebre, ventennale gaffe, quando disse, a spregio della fisica e della logica, che nel Polo «volano polpette avvelenate sotterranee». Ma il suo grande competitor della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, si è spesso lanciato in scivoloni concettuali. Tipo quando, duellando con Bertinotti sull`antifascismo a Porta a Porta (era, il 2000), espresse il desiderio di incontrare il papà dei fratelli Cervi, partigiani arrestati e poi giustiziati dai fascisti, «a cui va tutta la mia ammirazione». Soltanto che era morto trent’anni prima, ultranovantenne. Più veniale fu il lapsus durante il famoso vertice Nato-Russia convocato a Pratica Di Mare. Ripercorrendo agli illustri ospiti la storia di Roma, il Cavaliere ne attribuì le origini a «Romolo e Remolo». Altro grande gaffeur, oltreché pugile grammaticale, fu Antonio Di Pietro, specialista in metafore e proverbi riadattati con effetto disastrosi, tipo «Non c’è niente di peggio del cieco che non vuole vedere», oppure con qualche errore di calcolo: «Dei nostri 1500 dirigenti ce ne saranno stati anche due disonesti. Ma, vivaddio, gli altri 1499 sono persone perbene». Era la seconda Repubblica, epoca di fasti e di meteore più o meno gloriose. Ce ne fu una che fece in tempo a lasciare un segno profondo. Tale Giuseppe Fini, deputato veneto di Forza Italia, eletto solo nella brevissima legislatura 2006-2008. Fu intercettato dall’inflessibile Sabrina Nobile delle Iene, che lo interpellò sul Darfur, e lui placidamente confuse la tormentata provincia del Sudan con il «fasi fo od»: «Darfur? Sono cose fatte in fretta» e argomentò che mentre noi italiani siamo il popolo del «buon mangiare», abbiamo il vizio di prendere «velocità e cose di altri Paesi». Altra legislatura, altri sfondoni. Tipo quella di cui si rese protagonista Eraldo Isidori, eletto alla Camera nelle Marche con la Lega Nord. In un brevissimo, quanto memorabile intervento in Aula stabili un principio legalista: «Il carcere è un penitenziario, non è un villaggio di vacanza. Si deve scontare la sua pena prescritta, che gli aspetta. Lo sapeva prima fare il reato. Io ritengo come Lega di non uscire prima della sua pena erogata». Altro che fa a pugni con la grammatica, ma non se ne cruccia e anzi se ne serve per alimentare il personaggio, è il buon Antonio Razzi, che l’anno scorso in uno slancio di affetto augurò a tutti i suoi follower «buona pascuetta». E in un intervento in aula si premurava affinché i bambini adottati dalle coppie omosessuali «non patiscono turbe di carattere pisicofisico tali da menomenarne la personalità». Già, l`argomento era la stepchild adoption, che per il suo collega di gruppo Domenico Sciipoti diventava «Stepchild Association». Con i tempi che corrono, poi, la gaffe è social. Certo, il flusso è continuo e non si può, di certo, controllare tutto così è molto facile cadere in trappole e ne sa qualcosa Maurizio Gasparri. Quando gli venne chiesto di commentare la foto di un pericoloso rapinatore dal nome slavo che però ogni volta viene rilasciato. «Una vergogna» commentò il vice presidente del Senato, solo che quella foto era di Jim Morrison, il leader dei Doors. E poi si difese: «Conosco Platone, Hegel e Beethoven di questa star occupatevi voi». Ben maggiore fu il pandemonio quando nel suo profilo comparve «chiesimo» al posto di «chiedemmo». Ma íl tweet recava la scritta ST accanto, a indicare che era stato scritto dallo staff, e infatti il responsabile social si dimise. Spesso la fretta è madrina degli errori più grossolani. Forse così si spiega il fatto che, nell’account del Comune di Roma, qualche settimana fa, nell’esprimere cordoglio per la morte di un cittadino ebreo reduce della Shoah fu postata la fotografia di un’altra persona, viva. E allo staff diede la colpa Francesco Boccia, del Pd, quando, dialogando con i suoi follower, dal suo profilo twitter uscì che gli F35 sono elicotteri. Dulcis in fundo, i dominatori della scena di oggi. Salvini è bocciato in analisi grammaticale: per lui «il migrante è un gerundio» (detta in tv, a Virus) e non un participio. A Renzi si può perdonare l’aver scritto su Twitter «Republica» con una «b» soltanto. E chissà se qualcuno avrà dato una strigliata a Maria Elena Boschi. Anche lei, di cui filtra l’immagine perfezionista, è stata contagiata dal batterio dello svarione. A Otto e Mezzo, con Lilli Gruber si parlava dell’ipotesi muro austriaco al Brennero per non far passare i profughi dall’Italia. Nel tentativo di stigmatizzare l’idea, la ministra disse alla giornalista:- «Anche lei lo sa bene che viene da quelle terre dove la costruzione di un muro evoca terribili ricordi». Solo che Lilli Gruber è di Bolzano, non di Berlino. Altra storia, e molta distanza. Quasi settecento chilometri. Mai come quelli che separano Cile e Venezuela, però…
(Da Il Tempo, 15/9/2016).

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