Storie di parole
Se la lingua sa di plastica
di Maria Luisa Altieri Biagi
Si’ e no sono avverbi impegnativi, spesso decisivi nella vita di un uomo; servono per sposarsi, per giurare, per rispondere a un referendum, ecc. Ma da qualche tempo sembra che non bastino piu’: e’ di moda anticipare a si’/no un altro avverbio, ingombrante e pretenzioso: “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!”. A volte l’affermazione e’ espressa dal solo: “Assolutamente!”. Si tratta di un “anglismo” (“Positively yes!”, “Absolutely!”, ecc.) che forse ha avuto la sua incubazione nell’ambiente lombardo dei giovani manager: quello stesso che ha messo in circolazione il “piuttosto che…”(la’ dove sarebbe bastata una virgola, o un semplice “e”): “…vendiamo oggetti da arredamento: quadri “piuttosto” che lampadari, soprammobili…”(dal parlato); “le peate veneziane portavano di tutto: farina “piuttosto che” materiali da costruzione…” (dal parlato trasmesso di “Linea Blu”, 20 aprile 2002, Rai Uno).
Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc.
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003).
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Quella cosa e’ un’ameba
di Maria Luisa Altieri Biagi
L’ameba e’ un organismo (un ‘protozoo’) formato da un’unica cellula. Quando si ha un cellula sola bisogna ingegnarsi, per muoversi e nutrirsi; e infatti la cellula dell’ameba e’ molto deformabile ed emette delle protuberanze o filamenti temporanei, di varia forma (‘pseudopodi’, “falsi piedi”), con cui puo’ muoversi strisciando e nutrirsi avvolgendo e inglobando particelle alimentari (‘fagocitosi’). Chiamo parole-ameba quelle che hanno un comportamento simile, inglobando e fagocitando altre parole. Le parole-ameba sono utili nel discorso quotidiano, familiare, quando e’ giusto fare economia linguistica, perche’ la conoscenza reciproca degli interlocutori consente di interpretare le approssimazioni e di integrare le lacune. Ma l’abuso di esse –in altri tipi di discorso – favorisce l’indolenza mentale e puo’ compromettere la capacita’ di distinzione concettuale e quindi la lucidita’ della comunicazione. Capofila della parola-ameba e’ la parola “cosa”; e scagli la prima pietra chi non ha mai chiesto un telecomando dicendo: “Passami il ‘coso’ ”. Ma in poesia no, protestava Galileo, rimproverando al Tasso l’impiego di “quelle vostre ‘cose’ generalissime” nella “Gerusalemme liberata”: “Leggiadra cosa e’ quel…’magnifico di cose’, con questa voce ‘cosa’ tanto cara a questo poeta e tante volte usata in questo significato generale, sotto il quale possiamo intendere non piu’ battaglie, assedi, armate, eserciti, che cavalli, carrozze, argani, stivali, casse e barili…” (“Opere”, Ed. Nazionale, vol. IX, p.65).
Affascinato dalla lingua nitida e precisa dell’Ariosto, lo scienziato toscano non sopportava nel Tasso i significati generici, sfocati, gli usi impropri della parola. Censurava, ad esempio, l’abuso di un aggettivo vago come ‘grande’: “Avvertisco che si comincia a metter mano alla scatola del ‘grande’ per condire…molte e molte minestre di ‘gran’ capi, ‘gran’ tauri, ‘gran’ corpi, ‘gran’ cavalli, e di molte altre ‘gran’cose” (vol. IX, p.79). Che cosa avrebbe detto Galileo, del nostro onnivoro ‘grosso’? Oltre a inglobare sinonimi (o quasi-sinonimi) piu’ specifici, come ‘massiccio’, ‘voluminoso’, ‘spesso’, ‘tarchiato’, ‘robusto’, ‘corpulento’, ecc., questo aggettivo ha ormai invaso molte aree confinanti. Tutto e’ ‘grosso’: una ‘grossa’ famiglia, una grossa ‘azienda’, una ‘grossa’ eredita’, un ‘grosso’ successo, un ‘grosso’ applauso, un ‘grosso’ uomo politico; Dante e’ un “ ‘grosso’ poeta”; I promessi sposi sono “un ‘grosso’ romanzo”; Italo Calvino e’ “un ‘grosso’ scrittore”, Maradona “un ‘grosso’ calciatore”, ecc. E gli aggettivi ‘numeroso’, ‘nobile’, ‘fiorente’, ‘solido’, ‘cospicuo’, ‘notevole’, ‘straordinario’, ‘prodigioso’, ‘scrosciante’, ‘fragoroso’, ‘importante’, ‘abile’, ‘illustre’, ‘famoso’, ‘eccelso’, ‘interessante’, ‘significativo, ‘avvincente’, ‘magnifico’, ‘straordinario’, ‘eccezionale’, ecc.: che fine hanno fatto? Inglobati, fagocitati senza pieta’. E’ solo un esempio, ma rappresentativo di una tendenza che – per dirla con il Calvino delle “Lezioni americane”- porta “a livellare l’espressione sulle formule piu’ generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole”.
(Da La Nazione, 4/12/2003).
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Il moto dei mondi
di Maria Luisa Altieri Biagi
Diceva Heinrich Boll in un discorso del 1958:
“Chi scrive o pronuncia la parola “pane” non sa cosa ha fatto: si sono combattute guerre per questa parola, essa ha provocato omicidi, porta in se’ un’eredita’ formidabile, e chi la scrive dovrebbe sapere quale eredita’ porta e di che metamorfosi sia capace. Se noi, consapevoli dell’eredita’ insita in ogni parola, esaminassimo i nostri vocabolari, studiassimo questo catalogo della nostra ricchezza, scopriremmo che dietro ogni parola si nasconde un mondo, e chi pratica le parole, come fa chiunque redige una notizia giornalistica o mette in carta il verso di una poesia, dovrebbe sapere che mette in moto dei mondi, che scatena forze polivalenti…”
Nelle parole, dunque, e’ incisa la nostra storia; un solo esempio, ma importante: il profondo mutamento spirituale prodotto dal diffondersi del cristianesimo nella Roma imperiale si rivela nel cambiamento di significato di molte parole:
-il latino “salus”, che significava solo “salute fisica”, “sanita’”, assume il significato di “salute spirituale”, “salvezza”;
-dal latino “tradere”, “consegnare” (vedi, in italiano, “tradizione”, cioe’ “consegna di notizie”, credenze, consuetudini, ecc. da una generazione all’altra”)si sviluppa l’italiano “tradire”; e non capiremmo un tal peggioramento del significato senza la suggestione del passo evangelico (Matteo, XXVI) che presenta Giuda come colui che “consegno’ ” (“tradidit”) Gesu’, e quindi lo tradi’;
-il passaggio dal latino “captivus”, “prigioniero”, all’italiano “cattivo”, “malvagio”, presuppone l’uso latino-cristiano di espressioni come “captivus diaboli”, “prigioniero del diavolo”, e quindi “peccatore”, cattivo;
-in latino “feria” era la “festa” e “feriale(m)” il giorno “festivo”. Ancora oggi parliamo di “ferie”, cioe’ di “vacanze”, e di “Ferragosto” (lat. “Feriae Augusti”). Ma il calendario liturgico elevando la “domenica” (“dies dominica”) a “giorno del Signore” e quindi a giorno festivo per eccellenza, ha declassato a lavorativi i giorni “feriali”, cioe’ quelli in cui si festeggia solo (si fa per dire!), un Santo;
-in latino “parlare” si diceva “loqui” (vedi, in italiano, “colloquio”, “loquace”, “interloquire”, ecc.) e la “parola” era detta “verbum” (vedi “verboso”, “verbale”,ecc.). Ma nel latino cristiano si chiamava “parabola” (dal greco “parabole’”, “paragone”, “similitudine”) il discorso di Gesu’ che procede per “esempi”. La “parabola” era dunque la “parola” divina, e si capisce che abbia avuto la meglio sul “verbum” degli uomini, diventando la “parola” della predicazione in chiesa e quindi la “parola”di tutti. Anche il verbo “parlare” (dal latino medievale “parabolare”) prevale su “favellare”, che e’ ancora usato in prosa – oltre che in poesia – da Leopardi (“Non sara’ poco se vi daro’ spazio di mangiare e di dormire, che non vi assedi del continuo col mio “favellare”) e da D’Annunzio (“le mani ‘favellavano’ meglio della lingua e delle pupille”);
-alcune parole passano dalla sfera civile a quella religiosa: la “tunica” romana diventa la “tonaca” dei religiosi; “plebe(m)”che in latino significa “il popolo”, diventa in italiano la “pieve”, cioe’ la “parrocchia di campagna”. In italiano esiste anche “plebe”,nel significato di “popolo”: ma questa e’ un’altra storia di cui parleremo.
(Da La Nazione,18/12/2003).
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I “tronisti”della Tv
di Maria Luisa Altieri Biagi
Trent’anni fa Giacomo Devoto prevedeva che gli italiani avrebbero parlato l’italiano della televisione; cosi’ e’ stato. Ma oggi stiamo assistendo al fenomeno inverso: la televisione parla sempre di piu’ la lingua degli italiani che quotidianamente la invadono come “ospiti”.
All’inizio gli ospiti erano “esperti” in qualche settore, o personaggi in qualche modo selezionati: attori, cantanti, politici, sportivi, ufologi, maghi, cercatori dell’arca di Noe’, bambine poetesse, ultracentenari in buono stato, ecc.; oggi prevale la gente comune, che arriva in torpedone dalle varie regioni italiane per partecipare in massa a trasmissioni in cui e’ stata invitata a raccontare i fatti suoi, a ballare, a cantare, a fare il salto in alto, insomma a “esibirsi”.
Ci sono, ad esempio, giovani – uomini e donne di bella presenza – che si incontrano quotidianamente davanti alle telecamere per trovare l’anima gemella; alcuni di loro sono chiamati “tronisti” (e puo’ darsi che la parola entri nel nostro vocabolario, come gia’ “veline”) perche’ seduti su poltrone di velluto e oro, a osservare le “esibizioni” dei loro “corteggiatori”: travestiti da Zorro, da Dracula, da Rodolfo Valentino, da Uomo-ragno, ecc.; oppure da Alice, da Biancaneve, da Rossella O’Hara, da Marilyn Monroe, ecc. Il tutto si svolge davanti a un pubblico fisso che – essendo li’ da tempo – ha perso ogni inibizione linguistica; suo compito e’ esprimere “opinioni” su tronisti e corteggiatori, preferibilmente insultandoli (l’insulto fa salire l’indice di ascolto).
E gli spettatori a casa come reagiscono? Evidentemente bene, se questo tipo di trasmissione attecchisce e prolifera; se esperti di televisione e conduttori (persone intelligenti, che sanno il fatto loro) si ritirano sempre piu’ dalla scena (e dal dialogo) per lasciar parlare quello che Guido Ceronetti chiamava l’ “imbecille onnipotente”: colui che “ha il controllo del linguaggio, il monopolio dei pensieri triviali” e la cui “imbecillita’, in condizioni di perfetta, scorrevole, ben lubrificata unita’ linguistica pan-peninsulare, impregna pensieri, linguaggio, modi di espressione, modi di vita, insomma le teste, perche’ tutto sta li’, nelle povere teste…” (“L’imbecille onnipotente”, in “Sigma”, 1985).
Il processo di identificazione e’ perfetto: lo spettatore e’ al tempo stesso “cronista”, “corteggiatore”, “opinionista”. Anche lui, in un certo senso, si “esibisce”, “trasmette emozioni”, “prova sensazioni”,reagisce “a pelle” (espressione frequentissima, per istintivamente) giudicando il cronista “persona bella, fuori e dentro”, oppure come individuo inaffidabile e “viscido”; osserva come “si pongono” corteggiatore e tronisti; discerne quelli “sinceri e solari” (perche’ desiderosi di convolare a giuste nozze o almeno di avere “una storia seria”) da quelli “falsi” e “finti” che compaiono in video con l’unico scopo di farsi notare e diventare personaggi televisivi. La lingua e’ ripetitiva, piena di stereotipi, di frasi fatte, con una sintassi rudimentale e un vocabolario ristretto, in cui pero’ si infilano e si banalizzano, per rapida usura, anche parole di un certo livello, come “viscido” e “solare”.
Qualche colpa di tutto questo ce l’ hanno anche gli “esperti” della prima ora: ricordo ad esempio illustri medici di “Check-up” che consigliavano a una commessa di “usare “mezzi elastocompressivi” ” (!) per le sue vene varicose; o che – per spiegare a una madre come accorgersi della scoliosi del figlio – la invitavano a “osservare la schiena del bambino in “ortostasi” ”(!). Forse, se avessero consigliato l’uso di “calze” o “fasce elastiche” e avessero detto che il bambino doveva stare “in piedi”, avrebbero potuto contendere ai “tronisti” l’attenzione dei telespettatori. Forse…
(Da La Nazione, 8/1/2004).
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Dante, Cambronne e le mammole
di Maria Luisa Altieri Biagi
Qualche giorno fa ero in attesa, davanti al portone di un famoso liceo classico, mentre uscivano gli studenti.
Sono rimasta impressionata, nell’ordine, dalla loro alta statura e dall’altissima frequenza di parole-tabù, cioè di quelle parole che sono state investite dalla censura sociale; e lo sono ancora oggi, se la televisione le “copre” pudicamente con “bip”, per risparmiare le caste orecchie dei telespettatori. Le mie orecchie non sono caste perché avvezze al linguaggio degli studenti universitari che soggiornano nei corridoi della facoltà di Lettere; e la mia reazione al turpiloquio non è lo scandalo: per chi si interessa di lingua le “parolacce” sono parole. Ammetto invece un certo disappunto nel sentire sprecare come intercalari (come se fossero vuoti “cioè”) parole che -se tenute in serbo in occasioni di particolare tensione emotiva- potrebbero avere un forte potere risolutivo, liberatorio.
Il generale napoleonico Pierre-Jacques-Etienne, barone di Cambronne, è universalmente noto per aver detto –in francese- una parola-tabù: “Merde!”. Ma la disse dopo la battaglia di Waterloo (1815), in efficace e comprensibile reazione agli inglesi che chiedevano la sua resa. Si sarà sentito meglio, dopo averla detta.
Alcuni anni fa, in televisione, un ospite di Maurizio Costanzo insultò una signora declinando al femminile una parola di antica origine germanica (longobardo “strunz”): lo scandalo fu tale da promuovere immediatamente l’individuo a personaggio e da segnare l’inizio di una sua rapida ascesa televisiva (e politica). Quale parola potremmo usare, oggi, per ottenere lo stesso effetto?
Ciò che vorrei dire, a partire da questa osservazione è che le parole non hanno valore assoluto, ma relativo alla situazione comunicativa: alla sensibilità dell’interlocutore, al momento e al luogo in cui vengono dette o scritte, allo scopo che devono raggiungere. Dante ha scritto la più sublime preghiera alla Vergine che io conosca, nell’ultimo canto del “Paradiso”, ma non ha avuto scrupoli ad usare nell’ “Inferno”, parole di estrema violenza, adeguate alla bestialità e trivialità di diavoli e dannati. Paragonati a lui , i nostri liceali sono “mammole”…
(Da La Nazione, 15/1/2004).
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Trani a gogò
di Maria Luisa Altieri Biagi
Le parole convogliano non solo la Storia, ma anche la cronaca spicciola. La lingua è “un luogo dove ogni generazione lascia tracce e può ritrovare se stessa”, scrivono Massimo Castaldi e Ugo Salvi, autori di un libro bello e divertente (“Parole per ricordare, Dizionario della memoria collettiva”, Zanichelli, 2003) che segnalo e raccomando ai lettori proprio perché salva quelle “tracce”: significativi brandelli della vita, delle passioni, degli affetti nostri e di chi ci ha preceduto. Ho avuto una nonna toscana che, quando ero piccolissima, mi chiamava “Tompusse”. E per parecchi anni ho creduto che la nonna avesse inventato per me quella parola, che invece esiste in Toscana e in altre regioni: dal Piemonte (“tamburo”) e dal Friuli-Venezia Giulia (“tampùs”) fino alla Sicilia (“tompussu”). Sul “Dizionario” di Castaldi e Salvi, alla voce “tompussi”, troviamo la storia della parola: si parte da “ Tom Thumb” (in inglese “Tom Pollice” o “Pollicino”), nome di un celeberrimo nome di un nano del circo Barnum, che in Francia veniva tradotto “Tom Pouce”
(“pouce”/pronuncia: pus/=”pollice”), da cui i nostri “tompusse”, “tampùs”, ecc. Mia nonna, che conosceva bene il personaggio, mi chiamava con il suo nome, nel significato affettuoso di “nanerottola”.
Altro esempio: gli italiani hanno imparato l’espressione “trani a gogò” da una famosa canzone di Giorgio Gaber , il “Signor G.(1962): “Si passa la sera / scolando barbera, / nel valpolicella / la vecchia zitella cerca l’amor / ‘trani a
gogò’ ”? Molti sanno che il francesismo “a gogò” significa “in grande quantità”, “a profusione”; “whisky a gogò”, vuol dire “whisky a volontà”. Ma quanti italiani, se non sono milanesi, sanno che cos’è un “trani” e quindi capiscono “trani a gogò”? Il “Dizionario” delle “Parole per ricordare” (alle voci “trani” e “a gogò”) spiega che – nel Novecento, a Milano – si chiamavano “trani” (o “barletta”) osterie in cui si potevano bere vini pugliesi di basso costo, provenienti da “Trani” e da “Barletta”. Nella canzone di Gaber si parla appunto di uno di questi “trani”, in cui personaggi afflitti dai problemi della vita potevano bere “a gogò”, affogando nel vino le loro frustrazioni.
Ancora: i giovani di oggi sanno chi è il “Pinturicchio” nel gioco del calcio; ma sanno chi era il “Veleno”, per cui tifavano nonni e padri? Il “Dizionario” di Castoldi e Salvi li informa che fu detto “Veleno”, per il suo atteggiamento beffardo e per la parola corrosiva, da “toscanaccio”, il pistoiese Benito Lorenzi, attaccante dell’Inter fra il 1947 e il 1958: centotrentotto gol e due scudetti!
La memoria, purtroppo, è labile: i nostri pronipoti dovranno sfogliare questo “Dizionario” per sapere chi era il “Pinturicchio” calcistico (l’altro “Pinturicchio”, Bernardino di Bette, pittore del Quattrocento, è al sicuro nella Storia dell’arte e in qualsiasi enciclopedia).
Più tempo passa, maggiore è il cumulo di memoria perduta. Chi si ricorderebbe di “Cianghella” o di “Lapo Saltarello” se Dante non li avesse “nominati” nella “Commedia”, eleggendoli a simboli della corruzione fiorentina, in contrapposizione alla virtù romana di Cornelia, madre dei Gracchi, e di Cincinnato? “Saria tenuta allor tal maraviglia “una Cianghella, un Lapo Saltarello / qual or sarìa Cincinnato e Corniglia” (“Paradiso”, XV, vv. 127-29). Ben vengano dunque strumenti che – come questo “Dizionario” – restituiscono la trasparenza a parole ormai opacizzate dal tempo, salvando la memoria in esse contenuta.
(Da La Nazione, 23/1/2004).
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Il nostro neologismo quotidiano
di Maria Luisa Altieri Biagi
Ho già segnalato, in questa rubrica, un “Dizionario della memoria collettiva” (Zanichelli, 2003), ed ecco che mi arriva da Firenze un altro “dizionario”, degno dell’attenzione degli specialisti e degli “appassionati” di lingua: Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, “Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio”, Firenze, Olschki, 2003.
L’interesse storico-linguistico di quest’opera si associa alla piacevolezza della consultazione, o meglio della “lettura”, visto che il libro – più che un dizionario – è una raccolta alfabetica di recentissimi materiali linguistici (dal 1998 al 2003), che individuano parole e tendenze emergenti, o appena affermate, nell’italiano dell’uso. Lo scopo che gli autori si pongono non è solo salvare la memoria recente, ma proiettarsi nel futuro, segnalando sul nascere fenomeni che potranno affermarsi oppure scomparire, rivelandosi moda transitoria. Un esempio: fino a ieri “girotondo” era solo un gioco infantile; oggi è anche una manifestazione di protesta: uno dei tanti slittamenti di significato che testimoniano della inesauribile potenzialità della lingua e della creatività dei parlanti. Le probabilità di affermazione del “girotondo” simbolico sono buone perché motivi di dissenso e di protesta ce ne saranno sempre, in un paese libero; nel frattempo, la vitalità attuale di questo “girotondo” è dimostrata dai molti “derivati”, che il dizionario Adamo-Della Valle puntualmente registra e documenta: “girotondaio”, “girotondare”, “girotondaro”, girotondino”, “girotondismo”, “girotondista”, “alla girotondina”.
Questa fioritura di parole testimonia anche della produttività della “derivazione”, nella nostra lingua. Per definire chi partecipa ai “girotondi” sarebbe bastato “girotondaio” (come “fornaio”, “lattaio”, ecc.) oppure “girotondino” (come “postino”, “imbianchino”, ecc.). Ma nell’elenco figura anche un “girotondaro” di romanesco sapore e un girotondista, con suffisso –ista ormai onnipresente; dal dizionario di Adamo – Della Valle ecco qualche –“ista” dell’ultimo lustro: “angiottista” (ma Giotto non c’entra!): “contestatore del
Gi-8”; “casinista”: “aderente al partito dei Democratici” (che hanno per simbolo un asino); “briochista”: “chi ha aristocratico disprezzo per la rivoluzione popolare” (con allusione al detto di Maria Antonietta, regina di Francia: “Il popolo non ha pane? Mangi brioches!”); “bugattista”: “appassionato di macchine Bugatti”; “cellularista”; “chattista”; “contattista”: “chi crede in contatti con gli extraterrestri”; “enoturista”: “turista alla ricerca di vini pregiati”; “malpancista”: “persona insofferente, soprattutto in politica”; “nannista”: “seguace di Nanni Moretti”; “quarantunista”: “detenuto a cui si applica l’articolo 41” (sull’inasprimento delle pene); “saldista”: “chi aspetta i saldi, per comprare”, ecc. A questo elenco aggiungiamo “lottarmatista”, che figura in due comunicati nel filone anarchico, quello che oggi spedisce libri-bomba e colloca pentole esplosive.
Accanto alla “derivazione” – che è mezzo tradizionale per la creazione di parole nuove – si rafforza, in Italiano, la “giustapposizione” di parole, con o senza “trattino”, che è strumento ben più recente, importato da altre lingue (inglese in testa). Ed è indicativo della precarietà della nostra vita (e delle ansie che l’accompagnano) la lunghezza di alcune “serie”: per esempio la serie di “allarme” (48 voci, fra le quali: “allarme alghe”, “allarme alluvioni”, “allarme antrace”, “allarme-bomba”, “allarme cianuro”, “allarme mucca pazza”, “allarme pedofilia”, “allarme-pensioni”, “allarme una bomber”, “allarme valanghe”…) o la serie di “killer” (50 voci, fra le quali: “aereo killer”, “antrace killer”, “enzima-killer”, “eroina-killer”, “geometra-killer”, “giocattolo-killer”, “maestra killer”, perfino “cozza killer”…).
(Da La Nazione, 30/1/2004).
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Il sacrificio totale
di Maria Luisa Altieri Biagi
Il 27 gennaio è stato “il giorno della memoria”, quello in cui, ogni anno, viene ufficialmente ricordato l’ “olocausto” del popolo ebreo durante la seconda guerra mondiale. Penso che l’origine e la storia della parola “olocausto” siano largamente noti. Ma basterebbe una persona che non sapesse, o non ricordasse, a giustificare la mia decisione di parlarne in questa rubrica.
Nel mondo greco e nella tradizione rituale ebraica l’ “holokauston” era un sacrificio totale, che si svolgeva bruciando la vittima fino alla sua completa consumazione. E proprio questo significa la parola, che è composta da “holos” = “tutto”, “intero” e da “kaustos” = “bruciato”, aggettivo verbale di “kaio” = “(io) brucio” (vedi, in italiano, l’aggettivo “caustico”, nel significato di “corrosivo”, “bruciante”). L’ “olocausto” era dunque un sacrificio totale perché non prevedeva l’utilizzazione delle carni dell’animale sacrificato (bue, agnello, o altro animale di età non superiore all’anno) da parte del sacerdote o dell’offerente. Tutto ciò che era commestibile andava distrutto dal fuoco; rimaneva – in certi casi – la pelle. Il rito è antichissimo, di origine micenea; e se ne parla nell’ “Odissea” (libri X e XI). La parola si è estesa a significare una dedizione spirituale, l’offerta totale di sé (spinta fino alla morte, nel sacrificio di Cristo).
In italiano la parola arriva – attraverso il tardo latino “holocaustum” – alla fine del Duecento, quando si comincia a tradurre la “Bibbia” nella lingua parlata dal popolo: “Offerse […] un bue dell’armento e uno montone e uno agnello di uno anno, nello ‘olocausto’ ”. (“Bibbia Volgare”; vedi “Grande dizionario della lingua italiana”, Torino, Utet, vol. XI, 1981, p.883). “Olocausto” compare in Boccaccio, nel significato proprio (“Essendo il sacrificio d’Abel accetto a Dio, il fumo dell’olocausto saliva direttamente verso il cielo”) e in Dante, nel significato spirituale di “offerta della propria anima a Dio” (“Con tutto ‘l core, e con quella favella / ch’è una in tutti, a Dio feci “olocausto”…”: “Paradiso”, canto XIV, vv. 89-90). La parola è presente, nei due sensi, in tutti i secoli della nostra storia letteraria, fino al Novecento (la usano D’Annunzio, Baccelli, Buzzati, ecc.). Ma nel secolo scorso il termine religioso-rituale è stato applicato al massacro del popolo ebraico, compiuto sistematicamente nei campi di sterminio della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. In questo significato “olocausto” alterna, sempre più spesso, con “shoah”, parola ebraica che significa “catastrofe”, “sterminio” e che tutti i nostri vocabolari dovrebbero ormai registrare. E’ un capitolo tragico della storia dell’uomo su cui dobbiamo continuare a “meditare”, come ci ha chiesto Primo Levi:
“Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case, / Voi che trovate tornando a sera / Il cibo caldo e visi amici: / Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no. / Considerate se questa è una donna, / Senza capelli e senza nome / Senza più forza di ricordare / Come una rana d’inverno. / Meditate che questo è stato […] (“Se questo è un uomo”, Torino [1947], Einaudi, 1958).
(Da La Nazione, 6/2/2004).
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Carnevale, giorni di vita
di Maria Luisa Altieri Biagi
Siamo in carnevale, cioè in quel periodo che precede la quaresima, e che, per tradizione, è dedicato a festeggiamenti pubblici: balli, mascherate, sfilate di carri allegorici, ecc.:
“Ovunque, per la scala della nave, /per le strade gremite, /sui predellini dei tramvai,/ non c’è più nulla che non balli/sia cosa, sia bestia, sia gente,/ giorno e notte, e notte/ e giorno, essendo Carnevale.” (G. Ungaretti, “Un grido e paesaggi”, Milano, 1954, p. 14).
Non tutti festeggiavano: il Foscolo, ad esempio, trovava il carnevale noioso per sé e dannoso per le “belle donne”:
“Anche a me il carnevale diviene noioso; né so che piacere ci trovino le belle donne, perché quasi sempre dopo i balli e le notti perdute son triste, sparute e stanche…”. (“Epistolario”, Firenze, 1949-56, vol. II, p.370).
Comunque il carnevale continua, concentrandosi in certi luoghi (a Venezia, a Viareggio, ecc.) o specializzandosi come festa dei bambini, soprattutto nei giorni che precedono il mercoledì delle Ceneri, dal venerdì al martedì: giorni considerati “grassi” perché la festa diventa baldoria, quasi a compensare in anticipo le penitenze che seguiranno.
La parola “carnevale” viene dal latino medievale “carnevalare”,”proibire la carne” (con caduta di “-le” e con passaggio del secondo “r” a “l”; ma in piemontese “carlevé”, in genovese “carlevà”, ecc.): è dunque la festa che introduce alle vigilie quaresimali; in origine era – più particolarmente – il banchetto conclusivo del martedì grasso: una specie di festoso e trasgressivo “addio alla carne”.
Dunque “carnevale” – è già stato osservato – non significa il piacere dell’oggi, ma la privazione del domani, il rimpianto per un godimento che sta per finire. Forse per questo il carnevale predilige Venezia, dove vita e morte, eternità e precarietà, felicità e disperazione sono complementari. Mi viene in mente un personaggio di Paolo Barbaro: il nano – felice e disperato – che, di Carnevale, gira per Venezia con un tricorno in testa:
“Giorno e notte, tra la gente in maschera e non in maschera, il tricorno va su e giù nei campi più grandi e nelle corti più povere senza fermarsi mai, cammina sul filo delle rive, vola per i ponti. “Giorni di vita” – fischia, si ferma un momento, felice, con gli amici – e continua. Eccolo, guarda, scende al traghetto, inciampa…Ma siccome è un nano si tira su subito da terra, come i bambini. “S’è fatto male?”, fa Kramer, preoccupatissimo. Il nano lo guarda con distacco, freddo, da sotto il tricorno: “Male me lo sono fatto sì, e come”. Come? –prova Kramer. Il nano fa un segno su di sé con la mano, dall’alto in basso: “Na-scendo”. Ma subito ride, con il suo potente tricorno ben calcato, prende il battello in arrivo, parte. Lui continua i suoi giri, noi i nostri, in questi giorni di vita. Lo ritroveremo ridente a Rialto, a San Martino, alla Celestia…” (P.Barbaro, “Venezia.La città ritrovata”, Padova, 1998, p.126).
(Da La Nazione, 13/2/2004).
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Ma che bell’ambaradan
di Maria Luisa Altieri Biagi
Uno dei conduttori di “Striscia la notizia”, Enzo Iacchetti, ha usato recentemente una parola che sarà suonata strana a molti spettatori: “Cos’è tutto questo ‘ambaradan’ ?” (19 gennaio 2004, Canale 5, ore 20,30). Aiutati dalla mimica, dalla gestualità del personaggio e dalla scenografia (un tavolo ingombro di oggetti, su cui passeggia liberamente un cane) gli spettatori avranno facilmente interpretato “ambaradan” come “disordine”, “confusione”, ma molti di loro avranno attribuito questa parola alla fantasia verbale dell’attore comico.”Ambaradan”, invece, è un nome geografico, diffuso in Italia al tempo della seconda guerra Italo-Etiopica (1935-6). Il conduttore di “Striscia la notizia” avrà imparato la parola in seguito, come elemento del lessico familiare.
Si chiama “Amba Aradam” il massiccio etiopico su cui, nel 1936, i soldati italiani sconfissero l’esercito abissino. La propaganda fascista esaltò l’episodio, sottolineando l’asprezza della battaglia e l’eroismo dei nostri soldati. Il nome di luogo contiene “amba”, che in abissino significa “altura” e che ricorre, nella zona, associato al nome proprio dei vari monti: “amba Aradam”, “amba Alagi”, ecc. In Italia questo nome passò presto a significare “confusione”, “baraonda”: un significato suggerito dal caos della battaglia, ma anche dal suono della parola, particolarmente suggestivo nella successione delle quattro /a/ e nel ritmo creato dai due accenti (quello principale sull’ultima sillaba e quello secondario sulla prima: “àmbaradàn”).
Un’osservazione: le “voci” del “disordine”, in italiano, sono molto più numerose e fantasiose di quelle dell’ordine.
Le elenco alfabeticamente, senza distinguere se la confusione coinvolge oggetti, o persone, o suoni, ecc.: “accozzaglia”, “ambaradan”, “arruffio”, “babele”, “Babilonia”, “bailamme”, “baraonda”, “caos”, “casino”, “farragine”, “guazzabuglio”, “marasma”, “pandemonio”, “parapiglia”, “putiferio”, “scompiglio”, “trambusto”, “Tresibonda”, “zibaldone”, ecc. Evidentemente il concetto negativo di “disordine”, “confusione”, ci impressiona di più di quello positivo di “ordine”, “buon assetto”, “compostezza”, “regolarità”, ecc.
In realtà ogni lingua suddivide e organizza in modo diverso la totalità dell’esprimibile. Per esempio: “si nasce” con una sola parola; o al massimo si “viene alla luce” con una perifrasi. Ma per “morire” esistono molte alternative: attenuazioni e riguardi verbali (“eufemismi”): “spirare”, “mancare”, “decedere”, “defungere”, “trapassare”, “andarsene”, “perire”, “scomparire”, “cessare di vivere”, “andare all’altro mondo”, “esalare l’ultimo respiro”, “rendere l’anima a Dio”, “mancare all’affetto dei propri cari”, “passare a miglior vita”, ecc.; o, viceversa, accentuazioni espressive: “crepare”, “schiattare”, “tirare le cuoia”, ecc. Alessandro Manzoni, per annunciare solennemente al mondo che Napoleone era morto, iniziò il “5 Maggio” scrivendo: “Ei fu…”.
(Da La Nazione, 20/2/2004).
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A che cosa serve una lingua?
di Maria Luisa Altieri Biagi
Se chiediamo “A che cosa serve una lingua?” la risposta largamente prevalente sarà che “serve per comunicare con gli altri”. Risposta giusta (non esiste strumento più potente per stabilire rapporti sociali e per realizzare forme efficaci di collaborazione), ma parziale: la lingua infatti serve all’uomo – prima di tutto – per parlare con se stesso, in quel particolare “monologo” interiore che è la formulazione linguistica del suo pensiero. E’ il linguaggio che consente al pensiero di articolarsi, di formularsi, di conquistare piena coscienza di sé.
La realtà immaginaria
E’ sempre il linguaggio – scriveva un grande linguista del Novecento, Emile Benveniste – che “instaura una realtà immaginaria, anima le cose inerti, fa vedere ciò che ancora non esiste, riconduce qui ciò che è scomparso”. Ciò, per fare qualche esempio: l’ “ippogrifo” è una “realtà immaginaria” che la parola dell’Ariosto rende più evidente e palpabile di quella dell’ “armadillo”, (che esiste davvero, nell’ America centrale e meridionale, ma che forse non avremo mai occasione di vedere e di toccare). Ancora: chi non ha mai visto un prato falciato da poco? Quei fili d’erba, che spuntano appena dal terreno, sono “cosa inerte”, finché un Italo Calvino non li riscatta con un’espressione stupenda: “L’erba livellata ritrova una ‘sua ispida infanzia ’ ” (“Il prato infinito”, in “Palomar”, Einaudi, 1983). La parola che immagina – quella di Dante nella “Divina Commedia” – “fa vedere ciò che ancora non esiste”; la parola che ricorda – quella di Leopardi in “A Silvia” – “riconduce qui ciò che è scomparso”…
Ma la lingua serve anche a risvegliare e ad alimentare il senso della storia.
Il pensiero storico
La storia si studia fin da bambini; ma si imparano – spesso a memoria – fatti, dati, personaggi lontani, estranei. Alcuni anni fa gli esperti di didattica hanno proposto di invertire l’itinerario, per renderlo più “motivante”: di partire cioè dai tempi moderni – dal “quartiere”; dal sindaco della città! – per risalire ad Hammurabi. Ma ai bambini il sindaco della città è indifferente quanto il re babilonese e il passaggio dei tempi moderni al XVIII secolo a.C. è altrettanto e forse più arduo di quello inverso. E’ raro, dunque, che – su questo terreno – spunti la vera curiosità storica, che si sviluppi quel “pensiero storico” che non si limita a memorizzare fatti, ma che è capace di organizzarli, di metterli in rapporto fra loro, di interpretarli. Questa forma di pensiero trova invece nella lingua la sua applicazione iniziale più motivata e sollecitante, perché gli “oggetti” di cui si fa storia (le parole, le strutture sintattiche, ecc.) sono gli stessi che usiamo ancora oggi ogni giorno. E conoscerne la storia significa percorrere a ritroso un itinerario su cui siamo noi stessi viandanti.
(Da La Nazione, 27/2/2004).
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Alvaro, Ines e il lombrico
di Maria Luisa Altieri Biagi
Il nome proprio “Alvaro” identifica un preciso individuo. Se invece si parla del lombrico (“Il lombrico è un comunissimo Anellide degli Oligocheti…”), il nome “lombrico” – come tutti i nomi “comuni”- ha un “significato” che è la nostra “rappresentazione mentale” (il “concetto”) di quel tipo di animali. Tanto è vero che, per parlare di un singolo lombrico, occorre individuarlo in qualche modo: “Guarda “quel” lombrico “che sta attraversando il sentiero!”. I “nomi propri” sono quindi parole molto particolari; né sono mancati gli studiosi che li hanno paragonati a “etichette” prive di “significato”. Ci sono però nomi propri che “significano” qualcosa (“Aurora”, “Benvenuto”, “Bianca”, “Clemente”, “Grazia”, “Leone”, “Letizia”, “Pacifico”, “Primo”, “Viola”, ecc.) o che l’hanno significato in passato: “Claudio” (latino “Claudiu(m)”), in origine era un soprannome: “lo zoppo” (lat.”claudu(m)”); vedi l’italiano “claudicare”, “claudicante”). “Dante” è abbreviazione di “Durante” (latino tardo “Durante(m), participio presente del verbo “durare”): “colui che resiste, che sopporta”. “Adolfo” è di origine germanica: “Athawulf”, composto da “adal” (“nobile”) e “Wulf” (“lupo”). Ultimo esempio: “Agnese” (greco “Hagné”) era l’aggettivo greco “hagné”: “pura, “casta”. Furono i primi cristiani a portare il nome in Italia, con la forma “Agnés”, e in Spagna con la forma “Inés”. E dalla Spagna alcuni secoli dopo – durante la dominazione spagnola (1559-1712) – la “pura e casta” “Inés” passò in Italia, cambiando l’accento: da “Inés” (sull’ultima sillaba, o “tronco” quale era in spagnolo) a “Ines” (sulla penultima sillaba o “piano”, come di solito in italiano). Nell’Italia dell’Ottocento il nome “Ines” diventò una “moda”, favorita dalla fortuna romantica di opere letterarie portoghesi come “I Lusiadi” (1572), poema epico di Luis Vaz de Camoes, e “Inès de Castro” (1558), tragedia di Antonio Ferriera. I nomi propri, dunque, danno informazioni di tipo storico, geografico, “culturale”, ecc.: un “Efisio” o una “Bonaria” dichiarano l’origine sarda e la motivazione religiosa; così come “Nicola” a Bari, “Rosalia” a Palermo ecc.”Amedeo”, “Umberto”,
“Vittorio Emanuele”, “Italia”, “Vittorio”, “Benito”, “Palmiro”, “Lenin”, “Marx”…sono portatori di ideologie politiche e patriottiche. E’ episodio reale quello di un socialista fervente che aveva progettato di formare, con i nomi delle future figlie, il motto “Folla Unita, Vittoria Certa”.”. Nacquero solo tre femmine ed ebbero i nomi previsti; “Certa” evitò la sua sorte. Tornando ad “Alvaro”, la sua diffusione è letteraria e musicale. Alvaro (accento sulla terzultima o “sdrucciolo”) entrò in Italia con Carlo Goldoni, nella commedia “La vedova scaltra” (1748): si chiamava così il pretendente spagnolo della vedova. Ma si affermò a metà dell’Ottocento, grazie al protagonista della “Forza del destino” (1862) di Verdi, che Piave, librettista dell’opera, chiamò Alvàro, italianizzandone l’accento. La storia di questo nome proprio è dunque culturalmente ricca; certamente più ricca e suggestiva di quella di “lombrico” (lat. “lumbricu”(m) ), di cui ignoriamo significato originario e storia remota.
Sono molti i nomi suggeriti da opere letterarie e musicali, o da passioni sportive: “Tancredi”, “Clorinda”, “Amleto”, “Ofelia”, ecc.; “Violetta”, “Aida”, “Radames”, “Amneris” ecc.; “Diego Armando”, soprattutto a Napoli; e ci fermiamo qui, nella speranza che Kakhaber Kaladze non diventi troppo famoso. (Da La Nazione, 5/3/2004).
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Il greco di Trebisacce
di Maria Luisa Altieri Biagi
I nomi propri di persona risentono prontamente degli eventi storici e culturali, vanno soggetti a mode, riflettono le idee, le ideologie, la sensibilità personale di chi l’impone. I nomi propri di luogo non hanno la stessa reattività né la stessa labilità. La loro lunga durata dipende ovviamente dalla permanenza dell’oggetto a cui sono applicati: città, monte, fiume ecc.; ma anche all’essere affidati a una solida documentazione scritta (oltre che alla tradizione orale): registrazioni catastali e anagrafiche, contratti di affitto e compra-vendita, testamenti, mappe, carte geografiche, ecc. Essi possono dunque sopravvivere all’avvicendamento di popoli diversi e di lingue diverse, cristallizzando situazioni remote: diventando – per così dire – dei “fossili linguistici”. Ovviamente è la loro forma che dura, mentre il loro significato diventa opaco per chi non conosce la lingua a cui il nome proprio è appartenuto. Questa opacità, però, non pregiudica la funzionalità del nome: non sapere che “Napoli” (greco Neàpolis) significa “Nuova (néa) città (pòlis)”, che “Forlì” (latino “Forum Livii”) significa “mercato (forum) di Livio” e “Friuli” (“Forum Julii”) “mercato di Giulio”, che “Loreto” (in latino “Lauretum”) significa “bosco di lauri”, ecc., non compromette affatto la funzione distintiva di questi nomi. Può invece stimolare false interpretazioni, visto che la curiosità spinge gli uomini a interrogarsi sul nome dei luoghi in cui vivono e a darne spiegazione. “Trebisacce”, sulla costa ionica della Calabria, è una località balneare che vive di pesca e di agricoltura. La città vecchia, circondata da una cinta muraria di cui rimangono i resti, sorge su un ripiano collinare. L’interpretazione popolare del nome è quella di “tre bisacce”, dal latino “bisaccia” (plurale di “bisaccium”), “borsa formata da un doppio (“bi”) sacco (“saccus”): un nome che potrebbe alludere a forme tondeggianti del terreno. Succede spesso, infatti, che il nome di un luogo si riferisca alle sue caratteristiche fisiche: “Ancona” (dal greco “ankòn”, “gomito”) allude al “gomito” della costa creato dal promontorio del Cònero; “Brescia”e “Bressanone” (Brixen) derivano da un
pre-latino “briga”, “altura”, “rocca”; “Brenta”, da un
pre-latino “brenta”, “conca”, “vasca”, “luogo incavato”; ecc.
Tornando a “Trebisacce”: in un documento del 1196, scritto in greco, il nome compare come “Trapezàkion”, che viene latinizzato in “Trabesadium” in un successivo documento, scritto in latino (1324). Il nome è dunque di origine greca: “trapeza” in greco significa “tavola” e “trapezakion” è un suo diminuitivo: “piccola tavola”, e quindi “tavoliere”, con riferimento all’altezza e alla forma del ripiano su cui sorge il paese. L’attuale “Trebisacce” è una deformazione popolare del nome vero, per falsa interpretazione di esso da parte di persone che ignoravano il greco.
(Da La Nazione, 19/3/2004).
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Il foruncolo? Un ladro di bellezza
di Maria Luisa Altieri Biagi
“Mentre gli preparavano la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto.
“A che cosa ti servirà?” – gli fu chiesto.
“A sapere quest’aria prima di morire”.” (Emil Michel Cioran)
Penso a questo episodio, quando mi vengono dubbi sull’interesse che le Storie di parole possono avere per persone che hanno appena letto dell’ultima carneficina in Irak o dell’ultima bancarotta nostrana. In realtà ogni parola – anche la più semplice e quotidiana – può accrescere un patrimonio di idee e di conoscenze che nessuna bancarotta potrà insidiare.
Difficile immaginare una parola più grigia di “egregio”, più mortificata dal suo uso convenzionale: “Egregio signore…”. Eppure anche solo “egregio” insegna qualcosa: dal latino “egregiu(m)”, significa “che emerge dal (e-) gregge (lat. “grex”, “gregis”)”, quindi “eccellente”. E’ una metafora ambientata in una società di allevatori, in cui l’animale migliore è quello che spicca nel gruppo dei suoi simili. Molte parole italiane riconducono a questo ambiente di uomini impegnati nel lavoro dei campi e nella cura degli animali:
– "aggettivo “alto” ha una radice AL- che significa “nutrire” (la stessa che troviamo nel verbo “alere”, “nutrire”, e poi nelle parole italiane “alimento”, “alimentare”, “alunno”, ecc.). Sicchè il significato originario di “alto” è quello di animale “ben nutrito”, e quindi “ben sviluppato in altezza”;
– "delirare” (latino “delirare”, da “de”, “fuori da”+”lira”, “solco”) significava “uscire dal solco”. E’ dunque una metafora agricola;
– "foruncolo”, infezione della pelle, risale al latino “forunculu(m)”, diminuitivo di “fur”, “ladro”: dunque un “ladruncolo”. Si chiamava così il getto secondario della vite che “ruba” alimento al tralcio principale. Da questo significato si passa a quello di “escrescenza della pelle”, “pustola”.
A un ambiente popolare ci riconduce un altro, importante fenomeno: quando in latino, per esprimere un concetto, c’erano due parole – una di livello alto, letterario, e l’altra di livello usuale, familiare – l’italiano di solito continua la seconda. Fra il poetico “sidus”, “sideris”, e la familiare “stella” prevale in italiano la seconda; fra “domus” e “casa” (“abitazione rustica”) prevale “casa”.
La stessa cosa avviene per “bocca” (lat. “os, oris”/”bucca”), per “fuoco”
(lat. “ignis”/”focus” “focolare”), per “cavallo” (lat. “equus/caballus”), per “piangere” (lat. “flere”/”piangere” “percuotere (il petto)”), ecc.
Insomma, l’italiano non discende dal latino scritto dalla persone colte, ma dal latino parlato: quello delle persone comuni, che alternavano il lavoro alle cure familiari, che esibivano il dolore picchiandosi il petto, che usavano il cavallo come animale da tiro (non come nobile cavalcatura), che parlavano quotidianamente con i figli, trasmettendosi così la loro lingua (la “nostra” lingua) alle generazioni future.
(Da La Nazione, 2/4/2004).
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Tre forme di gentilezza
di Maria Luisa Altieri Biagi
L’aggettivo “gentile”, oggi, è parola sbiadita, soprattutto se irrigidita nell’uso epistolare ( “ ‘Gentile’ signora…”). Eppure, se c’è una parola che ha avuto vita intensa, questa è proprio “gentile”.
Si parte dal latino “gentile(m), che deriva da “gente(m)”, “gruppo di famiglie che discendono dallo stesso capostipite, e che quindi appartengono allo stesso nobile ceppo”. L’aggettivo latino, dunque, e poi quello italiano definiscono chi “è nobile di nascita, di sangue”. Quando il Petrarca chiama gli italiani “Latin ‘sangue gentile’” (“Rime”, CXXVIII, v.74) è perché contrappone la nobiltà della stirpe latina alla rozzezza del “barbarico sangue” (quello dei mercenari tedeschi che spadroneggiarono in un’Italia divisa e rissosa). Ma nella seconda metà del Duecento, in età comunale, si fa strada l’idea che l’appartenenza a un “casato” non sempre si traduca in nobiltà di sentimenti e comportamenti. Lo dirà Dante, nel “Convivio”: “L’uom chiama colui/omo ‘gentil’ che può dicere: “Io fui/nipote o figlio, di cotal valente”,/ benché sia da niente.”; sempre nel “Convivio”, Dante, preciserà che è il “valore” a render “gentili”, non la ricchezza o altri privilegi:
“Dirò del valore,/ per lo qual veramente omo è ‘gentile’/…riprovando ’l giudizio falso e vile/ di quei che voglion che di “gentilezza”/ sia principio ricchezza.”. E il Boccaccio, pur sapendo che “quanto gli uomini sono più antichi, più son ‘gentili’ ” (“Decameron”, VI,6), ci presenta Restagnone come “un giovane ‘gentile’ uomo; avvegna che povero fosse” (“Decameron”, IV, 3).
“Gentile” è dunque chi ha “nobiltà di cuore” e “virtù”: come la Beatrice di Dante, nella “Vita nuova” (“Tanto ‘gentile’ e tanto onesta pare/ la donna mia quand’ella altrui saluta…”) e come altre “donne gentili”, lodate dai poeti del
Due-Trecento. In una lettera di Santa Caterina da Siena si legge che “Solo la virtù è quella cosa che ci fa ‘gentili’ ”.
Fra Cinque e Seicento, nel clima di nuova razionalità laica creato dalla “rinascita” delle lettere e dalla “rivoluzione”scientifica, la “gentilezza” è spesso associata alle capacità intellettuali. Si parla di “ ‘gentili’ invenzioni”, di “ ‘gentile’ e spiritoso intelletto” (A. Tassoni, “Pensieri diversi” 1628); Galileo, nei “Discorsi sopra due nuove scienze” definisce “gentilissima” una dimostrazione geometrica (“ ‘Gentilissima’ dimostrazione e molto acuta”) e “gentile” un’ipotesi scientifica (“La speculazione mi par tanto ‘gentile’ e peregrina…”). Nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, lo scienziato lamenta che molti ingegni umani siano “poco curanti delle cose pellegrine e ‘gentili’ ” trattate dagli scienziati. Alla “gentilezza del sangue” e a quella “del cuore” si affianca dunque, nel Seicento, una “gentilezza della mente” che Aurelio Bertela de’Giorgi (1753-1798) individuerà con chiarezza, nel secolo dei “lumi”: “Diciamo fino e “gentile”ciò che riguarda la mente; delicato e voluttuoso ciò che va al cuore”.
(Da La Nazione, 10/4/2004).
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Tutti al concerto
Voci e strumenti in nobile gara
di Maria Luisa Altieri Biagi
“Concerto” viene dal verbo “concertare”: “concertare un piano, una fuga”; “concertarsi sul da fare”, ecc. Il verbo risale al latino: “*****” (“insieme”)+ “certare” (“combattere”, “gareggiare”); il “concerto” è quindi (o meglio “era”, perché oggi quel senso della parola è in disuso) il raggiungimento combattivo di un accordo, di un’intesa…Possono “gareggiare” fra loro, armonizzandosi, anche voci e strumenti. Ed ecco il significato musicale di “concerto” come “musica formata da più voci o strumenti che cantino o suonino insieme o alternandosi variamente”. Questo è il significato della parola nel più famoso poeta del Seicento, Gianbattista Marino, che scriveva nel suo “Adone” (1623):
“ ‘Concerto’ allor di musici concenti/ da basso incominciò, d’alto e da lato, / e concordi s’udir vari istromenti, / qual da man, qual da gamba, e qual da fiato”. Nel significato di composizione musicale, “concerto” compare già alla fine del Cinquecento (sono del 1587 i “Concerti” di Andrea e Giovanni Gabrieli); nel 1619 Claudio Monteverdi chiama “Concerto” (al singolare!) il suo VII libro di madrigali; Alessandro Stradella (1644-1682) compone una “Sonata di viole, cioè concerto grosso di viole [E]concertino de due violini e leuto”, dove un gruppo nutrito di viole “gareggia” con un gruppo piccolo (“concertino”) di tre soli strumenti. La presenza di strumenti solisti, e dunque di un rapporto agonistico tra “tutti” e “solo” (o “soli”), si consolida nella prima metà del Settecento con Giuseppe Torelli (1658-1709), Antonio Vivaldi (1678-1741), Johann Sebastian Bach (1685-1750). Dalla metà del Settecento in poi “concerto” (e altri derivati) perdono, in Italia, quel nucleo agonistico del “gareggiare assieme”, che nel Seicento si era tradotto in spiccati contrasti e forti sbalzi sonori (“stile ‘concertante’ ”, riconosciuto dagli storici della musica come principio costruttivo musicale tipicamente barocco) e assumono la sfumatura più neutra e ovvia di una raggiunta “concordia”. Ma altrove, dove fiorirà il genere “sinfonico”, un Cajkovskij continuerà – in pieno Ottocento – a vedere il concerto solistico come “lotta tra l’orchestra, potente e variopinta, ed il suo antagonista [“pianoforte” o “violino”], debole eppure animoso”.
Settecentesco, in Italia, è anche il significato sociologico di “concerto” come “intrattenimento musicale”, “esecuzione musicale pubblica o privata”: i viaggiatori stranieri parlano tranquillamente dei “concerti” dati dalle pulzelle nell’Ospedale della Pietà di Venezia. Da qui deriverà “concertista” come “artista che canta o esegue con uno strumento parti solistiche in un concerto”. Importanti, per gli addetti ai lavori, due termini che sono manifestazioni della sfumatura neutra di “concerto”:
-“concertare” nel senso di “provare un pezzo di musica”; da cui “maestro concertatore”, ancora usato per il teatro d’opera, ma perlopiù sostituito da “direttore d’orchestra”;
-“concertato” (“pezzo ‘concertato’ ”) che, nel melodramma dell’Ottocento, significa “pezzo a più voci, che va preventivamente concordato, tra i cantanti”. Il “concertato” segna, in un’opera (spesso alla fine del primo atto), un picco drammatico e musicale, dando sfogo allo stupore collettivo suscitato da un colpo di scena: nel “Barbiere di Siviglia”: “Freddo ed immobile come una statua”; nella “Lucia di Lammeroor”: “Chi mi frena in tal momento?”; nel “Trovatore”: “E deggio…e posso crederlo?”. (Da La Nazione, 16/4/2004).
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Un tasso che si chiama Zero
di Maria Luisa Altieri Biagi
La pubblicità gioca spesso con la lingua. Il gioco può investire la “forma” delle parole: per esempio la loro finale in “rima” (più o meno perfetta), ed ecco il cognac “con etichetta ‘n(éra)’ ”, che “crea un’atmosf(èra)”. Ricordo anche – come gioco di sapore enigmistico – un “rabarbaro” che “si trova nel bar” come “il bar si trova nel ra/bar/bar/o…”
La pubblicità gioca anche sul “significato” delle parole: pensiamo allo “spot” televisivo in cui un ciclista trasporta “un ‘pennello grande’ ” perché deve “dipingere una ‘parete grande’ ”; il vigile che lo ferma con un fischio imperioso gli spiega che “non ci vuole un ‘pennello grande’, ma un ‘grande pennello’!”.
E’ bastato anticipare al nome l’aggettivo ‘grande’ per cambiare il significato: da
“ pennello ‘di grandi dimensioni’ ”a “pennello ‘di alta qualità’ ” (ovviamente quello della marca pubblicizzata).
Possono sembrare giochetti ingenui; ma se la pubblicità continua a usarli vuol dire che funzionano: che attirano l’attenzione sul prodotto, facendone salire le vendite. Lo “spot” pubblicitario che mi ha suggerito queste riflessioni viene trasmesso attualmente da Mediaset: un uomo si aggira in una stanza, scrutando per terra, fra divano e poltrone, e urla: “Zero!”, “Zero!”. La moglie spiega a una coppia di amici incuriositi che il marito sta cercando un tasso, di nome Zero. L’animaletto – un piccolo Mustelide dalla pelliccia bianca e nera – viene anche inquadrato, mentre indietreggia impaurito, per sfuggire all’affettuosa cattura: è “il nostro tasso, ‘il tasso Zero’ ” – dice la signora. Lo stesso “tasso zero”che è stato applicato a poltrone e sofà che arredano la stanza: un recente acquisto, che i padroni di casa pagheranno ratealmente, senza interessi, a partire dal gennaio 2005. Lo “spot” gioca dunque su due parole di diverso significato (e di diversa origine), che hanno casualmente la stessa “forma” (parole “omonime”): “tasso”/ “animale” (parola germanica entrata nel latino medievale: “taxo, -onis”) e “tasso” / “interesse percentuale” (un francesismo dell’Ottocento: fr. “tax”, dal verbo “taxer”, “tassare”).
Ha osato di più Achille Campanile nel racconto intitolato “La quercia del Tasso” (in “Vite degli uomini illustri”, Rizzoli, 1975): Torquato Tasso, trovandosi a Roma, ha l’abitudine di sedersi all’ombra di un tasso, sul Gianicolo; tutti cominciano a chiamare quell’albero “il tasso del Tasso”. Gli fa compagnia un animaletto, un tasso, che ha il suo covo fra le radici dell’albero e viene quindi chiamato “il tasso del tasso del Tasso”. Il Comune di Roma decide che il poeta deve pagare qualcosa per il soggiorno del suo animaletto sotto l’albero, su terreno pubblico; ma non è facile stabilire la cifra, cioè “il tasso del tasso del tasso del Tasso”… Se pensiamo che anche Bernardo Tasso (padre di Torquato e anche lui poeta), ha l’abitudine di andare sul Gianicolo, per sedersi all’ombra di un tasso barbasso, fra le cui radici abita un piccolo tasso; e che anche a lui il Comune vuol far pagare “il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso”, ci rendiamo conto che la creatività letteraria è più ardita (e meno costosa) di quella pubblicitaria.
(Da La Nazione, 23/4/2004).
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I dizionari sono come i coppi
di Maria Luisa Altieri Biagi
“L’ho trovato sul vocabolario!”, assicurava il ragazzo; dovendo tradurre dal latino un brano sulla congiura dei Pisoni, aveva effettivamente trovato nel vocabolario latino che “pisum” significa pisello (da cui il soprannome “Piso”; al plurale “Pisones”) e aveva avuto il coraggio di deformare il testo – almeno il pezzo di testo da lui tradotto – per adattarlo al ben noto legume: “I Pisoni si riunivano”? Niente paura: “I piselli si raggrumavano…”
Un vocabolario ispira fiducia: costruito da esperti sui vocabolari precedenti, le informazioni sono ben collaudate, e quindi attendibili, se la tradizione è buona (quella italiana è ottima). Il che non toglie che – essendo opera umana – anche il vocabolario possa contenere errori. Il guaio è che – diceva un grande poeta del Novecento, Camillo Sbarbaro – “I dizionari sono come i coppi dei tetti: ciascuno dà l’acqua all’altro”. Sicché, se in quell’acqua c’è un errore, anche l’errore passa da un coppo all’altro. Stavo scrivendo la storia dell’aggettivo “gentile” che risale – attraverso il latino gentile(m), da gente(m) – alla radice “GENE”, “generare”, vecchia di almeno cinque millenni; la stessa radice a cui risalgono altre parole italiane, come “genere”, “genitore”, “genio”, “germe” (lat. “germen”, da una precedente forma “gen-men”), “generoso”, “genuino”, ecc. Ho elencato anche “genuino”, nonostante che i dizionari recenti colleghino questo aggettivo al latino “genu”, “ginocchio”. Il primo a proporre questo collegamento fu, nel 1926, un grande linguista francese, Antoine Millet, che sei anni dopo introdusse la sua ipotesi nel “Dictionnaire étimologique de la langue latine” (A.Ernout – A.Meillet, Paris, 1932 IV ed. 1959, p.273, alla voce “genu”), spiegandola così: “ alle origini di Roma, il padre, per testimoniare che riconosceva come suo il figlio neonato e l’ammetteva nella famiglia, lo prendeva da terra –dove il bambino era stato deposto- e lo appoggiava sulle sue ginocchia; il bambino, così legittimato, era detto “genuinus” […] ma, caduto in disuso questo rito, si è persa coscienza della parentela di “genuinus” con “genu”…” (traduzione mia). Ma nella storia romana non c’è traccia di questo rito (gli specialisti me lo confermano, precisando che i padri romani, per legittimare il neonato, lo sollevavano in alto con le braccia tese); e nei testi latini l’aggettivo “genuinus” non è mai attribuito a “filius” o a “filia”, come dovrebbe essere se la sua origine fosse quella proposta da Meillet. Dunque l’ipotesi di Meillet non è sostenibile (come già riconosciuto, nel 1863, da un altro linguista famoso, M.Leumann. Ma vedi anche “Thesaurus linguae latinae”, vol. VI, p. 61 sgg); il che non le ha impedito di passare da un “coppo” all’altro, negli ultimi settant’anni.
(Da La Nazione, 30/4/2004).















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