Storie di parole

Storie di parole

Se la lingua sa di plastica

di Maria Luisa Altieri Biagi

Si’ e no sono avverbi impegnativi, spesso decisivi nella vita di un uomo; servono per sposarsi, per giurare, per rispondere a un referendum, ecc. Ma da qualche tempo sembra che non bastino piu’: e’ di moda anticipare a si’/no un altro avverbio, ingombrante e pretenzioso: “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!”. A volte l’affermazione e’ espressa dal solo: “Assolutamente!”. Si tratta di un “anglismo” (“Positively yes!”, “Absolutely!”, ecc.) che forse ha avuto la sua incubazione nell’ambiente lombardo dei giovani manager: quello stesso che ha messo in circolazione il “piuttosto che…”(la’ dove sarebbe bastata una virgola, o un semplice “e”): “…vendiamo oggetti da arredamento: quadri “piuttosto” che lampadari, soprammobili…”(dal parlato); “le peate veneziane portavano di tutto: farina “piuttosto che” materiali da costruzione…” (dal parlato trasmesso di “Linea Blu”, 20 aprile 2002, Rai Uno).
Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc.
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003).
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Quella cosa e’ un’ameba
di Maria Luisa Altieri Biagi

L’ameba e’ un organismo (un ‘protozoo’) formato da un’unica cellula. Quando si ha un cellula sola bisogna ingegnarsi, per muoversi e nutrirsi; e infatti la cellula dell’ameba e’ molto deformabile ed emette delle protuberanze o filamenti temporanei, di varia forma (‘pseudopodi’, “falsi piedi”), con cui puo’ muoversi strisciando e nutrirsi avvolgendo e inglobando particelle alimentari (‘fagocitosi’). Chiamo parole-ameba quelle che hanno un comportamento simile, inglobando e fagocitando altre parole. Le parole-ameba sono utili nel discorso quotidiano, familiare, quando e’ giusto fare economia linguistica, perche’ la conoscenza reciproca degli interlocutori consente di interpretare le approssimazioni e di integrare le lacune. Ma l’abuso di esse –in altri tipi di discorso – favorisce l’indolenza mentale e puo’ compromettere la capacita’ di distinzione concettuale e quindi la lucidita’ della comunicazione. Capofila della parola-ameba e’ la parola “cosa”; e scagli la prima pietra chi non ha mai chiesto un telecomando dicendo: “Passami il ‘coso’ ”. Ma in poesia no, protestava Galileo, rimproverando al Tasso l’impiego di “quelle vostre ‘cose’ generalissime” nella “Gerusalemme liberata”: “Leggiadra cosa e’ quel…’magnifico di cose’, con questa voce ‘cosa’ tanto cara a questo poeta e tante volte usata in questo significato generale, sotto il quale possiamo intendere non piu’ battaglie, assedi, armate, eserciti, che cavalli, carrozze, argani, stivali, casse e barili…” (“Opere”, Ed. Nazionale, vol. IX, p.65).
Affascinato dalla lingua nitida e precisa dell’Ariosto, lo scienziato toscano non sopportava nel Tasso i significati generici, sfocati, gli usi impropri della parola. Censurava, ad esempio, l’abuso di un aggettivo vago come ‘grande’: “Avvertisco che si comincia a metter mano alla scatola del ‘grande’ per condire…molte e molte minestre di ‘gran’ capi, ‘gran’ tauri, ‘gran’ corpi, ‘gran’ cavalli, e di molte altre ‘gran’cose” (vol. IX, p.79). Che cosa avrebbe detto Galileo, del nostro onnivoro ‘grosso’? Oltre a inglobare sinonimi (o quasi-sinonimi) piu’ specifici, come ‘massiccio’, ‘voluminoso’, ‘spesso’, ‘tarchiato’, ‘robusto’, ‘corpulento’, ecc., questo aggettivo ha ormai invaso molte aree confinanti. Tutto e’ ‘grosso’: una ‘grossa’ famiglia, una grossa ‘azienda’, una ‘grossa’ eredita’, un ‘grosso’ successo, un ‘grosso’ applauso, un ‘grosso’ uomo politico; Dante e’ un “ ‘grosso’ poeta”; I promessi sposi sono “un ‘grosso’ romanzo”; Italo Calvino e’ “un ‘grosso’ scrittore”, Maradona “un ‘grosso’ calciatore”, ecc. E gli aggettivi ‘numeroso’, ‘nobile’, ‘fiorente’, ‘solido’, ‘cospicuo’, ‘notevole’, ‘straordinario’, ‘prodigioso’, ‘scrosciante’, ‘fragoroso’, ‘importante’, ‘abile’, ‘illustre’, ‘famoso’, ‘eccelso’, ‘interessante’, ‘significativo, ‘avvincente’, ‘magnifico’, ‘straordinario’, ‘eccezionale’, ecc.: che fine hanno fatto? Inglobati, fagocitati senza pieta’. E’ solo un esempio, ma rappresentativo di una tendenza che – per dirla con il Calvino delle “Lezioni americane”- porta “a livellare l’espressione sulle formule piu’ generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole”.
(Da La Nazione, 4/12/2003).
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Il moto dei mondi
di Maria Luisa Altieri Biagi

Diceva Heinrich Boll in un discorso del 1958:
“Chi scrive o pronuncia la parola “pane” non sa cosa ha fatto: si sono combattute guerre per questa parola, essa ha provocato omicidi, porta in se’ un’eredita’ formidabile, e chi la scrive dovrebbe sapere quale eredita’ porta e di che metamorfosi sia capace. Se noi, consapevoli dell’eredita’ insita in ogni parola, esaminassimo i nostri vocabolari, studiassimo questo catalogo della nostra ricchezza, scopriremmo che dietro ogni parola si nasconde un mondo, e chi pratica le parole, come fa chiunque redige una notizia giornalistica o mette in carta il verso di una poesia, dovrebbe sapere che mette in moto dei mondi, che scatena forze polivalenti…”
Nelle parole, dunque, e’ incisa la nostra storia; un solo esempio, ma importante: il profondo mutamento spirituale prodotto dal diffondersi del cristianesimo nella Roma imperiale si rivela nel cambiamento di significato di molte parole:
-il latino “salus”, che significava solo “salute fisica”, “sanita’”, assume il significato di “salute spirituale”, “salvezza”;
-dal latino “tradere”, “consegnare” (vedi, in italiano, “tradizione”, cioe’ “consegna di notizie”, credenze, consuetudini, ecc. da una generazione all’altra”)si sviluppa l’italiano “tradire”; e non capiremmo un tal peggioramento del significato senza la suggestione del passo evangelico (Matteo, XXVI) che presenta Giuda come colui che “consegno’ ” (“tradidit”) Gesu’, e quindi lo tradi’;
-il passaggio dal latino “captivus”, “prigioniero”, all’italiano “cattivo”, “malvagio”, presuppone l’uso latino-cristiano di espressioni come “captivus diaboli”, “prigioniero del diavolo”, e quindi “peccatore”, cattivo;
-in latino “feria” era la “festa” e “feriale(m)” il giorno “festivo”. Ancora oggi parliamo di “ferie”, cioe’ di “vacanze”, e di “Ferragosto” (lat. “Feriae Augusti”). Ma il calendario liturgico elevando la “domenica” (“dies dominica”) a “giorno del Signore” e quindi a giorno festivo per eccellenza, ha declassato a lavorativi i giorni “feriali”, cioe’ quelli in cui si festeggia solo (si fa per dire!), un Santo;
-in latino “parlare” si diceva “loqui” (vedi, in italiano, “colloquio”, “loquace”, “interloquire”, ecc.) e la “parola” era detta “verbum” (vedi “verboso”, “verbale”,ecc.). Ma nel latino cristiano si chiamava “parabola” (dal greco “parabole’”, “paragone”, “similitudine”) il discorso di Gesu’ che procede per “esempi”. La “parabola” era dunque la “parola” divina, e si capisce che abbia avuto la meglio sul “verbum” degli uomini, diventando la “parola” della predicazione in chiesa e quindi la “parola”di tutti. Anche il verbo “parlare” (dal latino medievale “parabolare”) prevale su “favellare”, che e’ ancora usato in prosa – oltre che in poesia – da Leopardi (“Non sara’ poco se vi daro’ spazio di mangiare e di dormire, che non vi assedi del continuo col mio “favellare”) e da D’Annunzio (“le mani ‘favellavano’ meglio della lingua e delle pupille”);
-alcune parole passano dalla sfera civile a quella religiosa: la “tunica” romana diventa la “tonaca” dei religiosi; “plebe(m)”che in latino significa “il popolo”, diventa in italiano la “pieve”, cioe’ la “parrocchia di campagna”. In italiano esiste anche “plebe”,nel significato di “popolo”: ma questa e’ un’altra storia di cui parleremo.
(Da La Nazione,18/12/2003).
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I “tronisti”della Tv
di Maria Luisa Altieri Biagi

Trent’anni fa Giacomo Devoto prevedeva che gli italiani avrebbero parlato l’italiano della televisione; cosi’ e’ stato. Ma oggi stiamo assistendo al fenomeno inverso: la televisione parla sempre di piu’ la lingua degli italiani che quotidianamente la invadono come “ospiti”.
All’inizio gli ospiti erano “esperti” in qualche settore, o personaggi in qualche modo selezionati: attori, cantanti, politici, sportivi, ufologi, maghi, cercatori dell’arca di Noe’, bambine poetesse, ultracentenari in buono stato, ecc.; oggi prevale la gente comune, che arriva in torpedone dalle varie regioni italiane per partecipare in massa a trasmissioni in cui e’ stata invitata a raccontare i fatti suoi, a ballare, a cantare, a fare il salto in alto, insomma a “esibirsi”.
Ci sono, ad esempio, giovani – uomini e donne di bella presenza – che si incontrano quotidianamente davanti alle telecamere per trovare l’anima gemella; alcuni di loro sono chiamati “tronisti” (e puo’ darsi che la parola entri nel nostro vocabolario, come gia’ “veline”) perche’ seduti su poltrone di velluto e oro, a osservare le “esibizioni” dei loro “corteggiatori”: travestiti da Zorro, da Dracula, da Rodolfo Valentino, da Uomo-ragno, ecc.; oppure da Alice, da Biancaneve, da Rossella O’Hara, da Marilyn Monroe, ecc. Il tutto si svolge davanti a un pubblico fisso che – essendo li’ da tempo – ha perso ogni inibizione linguistica; suo compito e’ esprimere “opinioni” su tronisti e corteggiatori, preferibilmente insultandoli (l’insulto fa salire l’indice di ascolto).
E gli spettatori a casa come reagiscono? Evidentemente bene, se questo tipo di trasmissione attecchisce e prolifera; se esperti di televisione e conduttori (persone intelligenti, che sanno il fatto loro) si ritirano sempre piu’ dalla scena (e dal dialogo) per lasciar parlare quello che Guido Ceronetti chiamava l’ “imbecille onnipotente”: colui che “ha il controllo del linguaggio, il monopolio dei pensieri triviali” e la cui “imbecillita’, in condizioni di perfetta, scorrevole, ben lubrificata unita’ linguistica pan-peninsulare, impregna pensieri, linguaggio, modi di espressione, modi di vita, insomma le teste, perche’ tutto sta li’, nelle povere teste…” (“L’imbecille onnipotente”, in “Sigma”, 1985).
Il processo di identificazione e’ perfetto: lo spettatore e’ al tempo stesso “cronista”, “corteggiatore”, “opinionista”. Anche lui, in un certo senso, si “esibisce”, “trasmette emozioni”, “prova sensazioni”,reagisce “a pelle” (espressione frequentissima, per istintivamente) giudicando il cronista “persona bella, fuori e dentro”, oppure come individuo inaffidabile e “viscido”; osserva come “si pongono” corteggiatore e tronisti; discerne quelli “sinceri e solari” (perche’ desiderosi di convolare a giuste nozze o almeno di avere “una storia seria”) da quelli “falsi” e “finti” che compaiono in video con l’unico scopo di farsi notare e diventare personaggi televisivi. La lingua e’ ripetitiva, piena di stereotipi, di frasi fatte, con una sintassi rudimentale e un vocabolario ristretto, in cui pero’ si infilano e si banalizzano, per rapida usura, anche parole di un certo livello, come “viscido” e “solare”.
Qualche colpa di tutto questo ce l’ hanno anche gli “esperti” della prima ora: ricordo ad esempio illustri medici di “Check-up” che consigliavano a una commessa di “usare “mezzi elastocompressivi” ” (!) per le sue vene varicose; o che – per spiegare a una madre come accorgersi della scoliosi del figlio – la invitavano a “osservare la schiena del bambino in “ortostasi” ”(!). Forse, se avessero consigliato l’uso di “calze” o “fasce elastiche” e avessero detto che il bambino doveva stare “in piedi”, avrebbero potuto contendere ai “tronisti” l’attenzione dei telespettatori. Forse…
(Da La Nazione, 8/1/2004).
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Dante, Cambronne e le mammole
di Maria Luisa Altieri Biagi

Qualche giorno fa ero in attesa, davanti al portone di un famoso liceo classico, mentre uscivano gli studenti.
Sono rimasta impressionata, nell’ordine, dalla loro alta statura e dall’altissima frequenza di parole-tabù, cioè di quelle parole che sono state investite dalla censura sociale; e lo sono ancora oggi, se la televisione le “copre” pudicamente con “bip”, per risparmiare le caste orecchie dei telespettatori. Le mie orecchie non sono caste perché avvezze al linguaggio degli studenti universitari che soggiornano nei corridoi della facoltà di Lettere; e la mia reazione al turpiloquio non è lo scandalo: per chi si interessa di lingua le “parolacce” sono parole. Ammetto invece un certo disappunto nel sentire sprecare come intercalari (come se fossero vuoti “cioè”) parole che -se tenute in serbo in occasioni di particolare tensione emotiva- potrebbero avere un forte potere risolutivo, liberatorio.
Il generale napoleonico Pierre-Jacques-Etienne, barone di Cambronne, è universalmente noto per aver detto –in francese- una parola-tabù: “Merde!”. Ma la disse dopo la battaglia di Waterloo (1815), in efficace e comprensibile reazione agli inglesi che chiedevano la sua resa. Si sarà sentito meglio, dopo averla detta.
Alcuni anni fa, in televisione, un ospite di Maurizio Costanzo insultò una signora declinando al femminile una parola di antica origine germanica (longobardo “strunz”): lo scandalo fu tale da promuovere immediatamente l’individuo a personaggio e da segnare l’inizio di una sua rapida ascesa televisiva (e politica). Quale parola potremmo usare, oggi, per ottenere lo stesso effetto?
Ciò che vorrei dire, a partire da questa osservazione è che le parole non hanno valore assoluto, ma relativo alla situazione comunicativa: alla sensibilità dell’interlocutore, al momento e al luogo in cui vengono dette o scritte, allo scopo che devono raggiungere. Dante ha scritto la più sublime preghiera alla Vergine che io conosca, nell’ultimo canto del “Paradiso”, ma non ha avuto scrupoli ad usare nell’ “Inferno”, parole di estrema violenza, adeguate alla bestialità e trivialità di diavoli e dannati. Paragonati a lui , i nostri liceali sono “mammole”…
(Da La Nazione, 15/1/2004).
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Trani a gogò
di Maria Luisa Altieri Biagi

Le parole convogliano non solo la Storia, ma anche la cronaca spicciola. La lingua è “un luogo dove ogni generazione lascia tracce e può ritrovare se stessa”, scrivono Massimo Castaldi e Ugo Salvi, autori di un libro bello e divertente (“Parole per ricordare, Dizionario della memoria collettiva”, Zanichelli, 2003) che segnalo e raccomando ai lettori proprio perché salva quelle “tracce”: significativi brandelli della vita, delle passioni, degli affetti nostri e di chi ci ha preceduto. Ho avuto una nonna toscana che, quando ero piccolissima, mi chiamava “Tompusse”. E per parecchi anni ho creduto che la nonna avesse inventato per me quella parola, che invece esiste in Toscana e in altre regioni: dal Piemonte (“tamburo”) e dal Friuli-Venezia Giulia (“tampùs”) fino alla Sicilia (“tompussu”). Sul “Dizionario” di Castaldi e Salvi, alla voce “tompussi”, troviamo la storia della parola: si parte da “ Tom Thumb” (in inglese “Tom Pollice” o “Pollicino”), nome di un celeberrimo nome di un nano del circo Barnum, che in Francia veniva tradotto “Tom Pouce”
(“pouce”/pronuncia: pus/=”pollice”), da cui i nostri “tompusse”, “tampùs”, ecc. Mia nonna, che conosceva bene il personaggio, mi chiamava con il suo nome, nel significato affettuoso di “nanerottola”.
Altro esempio: gli italiani hanno imparato l’espressione “trani a gogò” da una famosa canzone di Giorgio Gaber , il “Signor G.(1962): “Si passa la sera / scolando barbera, / nel valpolicella / la vecchia zitella cerca l’amor / ‘trani a
gogò’ ”? Molti sanno che il francesismo “a gogò” significa “in grande quantità”, “a profusione”; “whisky a gogò”, vuol dire “whisky a volontà”. Ma quanti italiani, se non sono milanesi, sanno che cos’è un “trani” e quindi capiscono “trani a gogò”? Il “Dizionario” delle “Parole per ricordare” (alle voci “trani” e “a gogò”) spiega che – nel Novecento, a Milano – si chiamavano “trani” (o “barletta”) osterie in cui si potevano bere vini pugliesi di basso costo, provenienti da “Trani” e da “Barletta”. Nella canzone di Gaber si parla appunto di uno di questi “trani”, in cui personaggi afflitti dai problemi della vita potevano bere “a gogò”, affogando nel vino le loro frustrazioni.
Ancora: i giovani di oggi sanno chi è il “Pinturicchio” nel gioco del calcio; ma sanno chi era il “Veleno”, per cui tifavano nonni e padri? Il “Dizionario” di Castoldi e Salvi li informa che fu detto “Veleno”, per il suo atteggiamento beffardo e per la parola corrosiva, da “toscanaccio”, il pistoiese Benito Lorenzi, attaccante dell’Inter fra il 1947 e il 1958: centotrentotto gol e due scudetti!
La memoria, purtroppo, è labile: i nostri pronipoti dovranno sfogliare questo “Dizionario” per sapere chi era il “Pinturicchio” calcistico (l’altro “Pinturicchio”, Bernardino di Bette, pittore del Quattrocento, è al sicuro nella Storia dell’arte e in qualsiasi enciclopedia).
Più tempo passa, maggiore è il cumulo di memoria perduta. Chi si ricorderebbe di “Cianghella” o di “Lapo Saltarello” se Dante non li avesse “nominati” nella “Commedia”, eleggendoli a simboli della corruzione fiorentina, in contrapposizione alla virtù romana di Cornelia, madre dei Gracchi, e di Cincinnato? “Saria tenuta allor tal maraviglia “una Cianghella, un Lapo Saltarello / qual or sarìa Cincinnato e Corniglia” (“Paradiso”, XV, vv. 127-29). Ben vengano dunque strumenti che – come questo “Dizionario” – restituiscono la trasparenza a parole ormai opacizzate dal tempo, salvando la memoria in esse contenuta.
(Da La Nazione, 23/1/2004).
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Il nostro neologismo quotidiano
di Maria Luisa Altieri Biagi

Ho già segnalato, in questa rubrica, un “Dizionario della memoria collettiva” (Zanichelli, 2003), ed ecco che mi arriva da Firenze un altro “dizionario”, degno dell’attenzione degli specialisti e degli “appassionati” di lingua: Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, “Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio”, Firenze, Olschki, 2003.
L’interesse storico-linguistico di quest’opera si associa alla piacevolezza della consultazione, o meglio della “lettura”, visto che il libro – più che un dizionario – è una raccolta alfabetica di recentissimi materiali linguistici (dal 1998 al 2003), che individuano parole e tendenze emergenti, o appena affermate, nell’italiano dell’uso. Lo scopo che gli autori si pongono non è solo salvare la memoria recente, ma proiettarsi nel futuro, segnalando sul nascere fenomeni che potranno affermarsi oppure scomparire, rivelandosi moda transitoria. Un esempio: fino a ieri “girotondo” era solo un gioco infantile; oggi è anche una manifestazione di protesta: uno dei tanti slittamenti di significato che testimoniano della inesauribile potenzialità della lingua e della creatività dei parlanti. Le probabilità di affermazione del “girotondo” simbolico sono buone perché motivi di dissenso e di protesta ce ne saranno sempre, in un paese libero; nel frattempo, la vitalità attuale di questo “girotondo” è dimostrata dai molti “derivati”, che il dizionario Adamo-Della Valle puntualmente registra e documenta: “girotondaio”, “girotondare”, “girotondaro”, girotondino”, “girotondismo”, “girotondista”, “alla girotondina”.
Questa fioritura di parole testimonia anche della produttività della “derivazione”, nella nostra lingua. Per definire chi partecipa ai “girotondi” sarebbe bastato “girotondaio” (come “fornaio”, “lattaio”, ecc.) oppure “girotondino” (come “postino”, “imbianchino”, ecc.). Ma nell’elenco figura anche un “girotondaro” di romanesco sapore e un girotondista, con suffisso –ista ormai onnipresente; dal dizionario di Adamo – Della Valle ecco qualche –“ista” dell’ultimo lustro: “angiottista” (ma Giotto non c’entra!): “contestatore del
Gi-8”; “casinista”: “aderente al partito dei Democratici” (che hanno per simbolo un asino); “briochista”: “chi ha aristocratico disprezzo per la rivoluzione popolare” (con allusione al detto di Maria Antonietta, regina di Francia: “Il popolo non ha pane? Mangi brioches!”); “bugattista”: “appassionato di macchine Bugatti”; “cellularista”; “chattista”; “contattista”: “chi crede in contatti con gli extraterrestri”; “enoturista”: “turista alla ricerca di vini pregiati”; “malpancista”: “persona insofferente, soprattutto in politica”; “nannista”: “seguace di Nanni Moretti”; “quarantunista”: “detenuto a cui si applica l’articolo 41” (sull’inasprimento delle pene); “saldista”: “chi aspetta i saldi, per comprare”, ecc. A questo elenco aggiungiamo “lottarmatista”, che figura in due comunicati nel filone anarchico, quello che oggi spedisce libri-bomba e colloca pentole esplosive.
Accanto alla “derivazione” – che è mezzo tradizionale per la creazione di parole nuove – si rafforza, in Italiano, la “giustapposizione” di parole, con o senza “trattino”, che è strumento ben più recente, importato da altre lingue (inglese in testa). Ed è indicativo della precarietà della nostra vita (e delle ansie che l’accompagnano) la lunghezza di alcune “serie”: per esempio la serie di “allarme” (48 voci, fra le quali: “allarme alghe”, “allarme alluvioni”, “allarme antrace”, “allarme-bomba”, “allarme cianuro”, “allarme mucca pazza”, “allarme pedofilia”, “allarme-pensioni”, “allarme una bomber”, “allarme valanghe”…) o la serie di “killer” (50 voci, fra le quali: “aereo killer”, “antrace killer”, “enzima-killer”, “eroina-killer”, “geometra-killer”, “giocattolo-killer”, “maestra killer”, perfino “cozza killer”…).
(Da La Nazione, 30/1/2004).
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Il sacrificio totale
di Maria Luisa Altieri Biagi

Il 27 gennaio è stato “il giorno della memoria”, quello in cui, ogni anno, viene ufficialmente ricordato l’ “olocausto” del popolo ebreo durante la seconda guerra mondiale. Penso che l’origine e la storia della parola “olocausto” siano largamente noti. Ma basterebbe una persona che non sapesse, o non ricordasse, a giustificare la mia decisione di parlarne in questa rubrica.
Nel mondo greco e nella tradizione rituale ebraica l’ “holokauston” era un sacrificio totale, che si svolgeva bruciando la vittima fino alla sua completa consumazione. E proprio questo significa la parola, che è composta da “holos” = “tutto”, “intero” e da “kaustos” = “bruciato”, aggettivo verbale di “kaio” = “(io) brucio” (vedi, in italiano, l’aggettivo “caustico”, nel significato di “corrosivo”, “bruciante”). L’ “olocausto” era dunque un sacrificio totale perché non prevedeva l’utilizzazione delle carni dell’animale sacrificato (bue, agnello, o altro animale di età non superiore all’anno) da parte del sacerdote o dell’offerente. Tutto ciò che era commestibile andava distrutto dal fuoco; rimaneva – in certi casi – la pelle. Il rito è antichissimo, di origine micenea; e se ne parla nell’ “Odissea” (libri X e XI). La parola si è estesa a significare una dedizione spirituale, l’offerta totale di sé (spinta fino alla morte, nel sacrificio di Cristo).
In italiano la parola arriva – attraverso il tardo latino “holocaustum” – alla fine del Duecento, quando si comincia a tradurre la “Bibbia” nella lingua parlata dal popolo: “Offerse […] un bue dell’armento e uno montone e uno agnello di uno anno, nello ‘olocausto’ ”. (“Bibbia Volgare”; vedi “Grande dizionario della lingua italiana”, Torino, Utet, vol. XI, 1981, p.883). “Olocausto” compare in Boccaccio, nel significato proprio (“Essendo il sacrificio d’Abel accetto a Dio, il fumo dell’olocausto saliva direttamente verso il cielo”) e in Dante, nel significato spirituale di “offerta della propria anima a Dio” (“Con tutto ‘l core, e con quella favella / ch’è una in tutti, a Dio feci “olocausto”…”: “Paradiso”, canto XIV, vv. 89-90). La parola è presente, nei due sensi, in tutti i secoli della nostra storia letteraria, fino al Novecento (la usano D’Annunzio, Baccelli, Buzzati, ecc.). Ma nel secolo scorso il termine religioso-rituale è stato applicato al massacro del popolo ebraico, compiuto sistematicamente nei campi di sterminio della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. In questo significato “olocausto” alterna, sempre più spesso, con “shoah”, parola ebraica che significa “catastrofe”, “sterminio” e che tutti i nostri vocabolari dovrebbero ormai registrare. E’ un capitolo tragico della storia dell’uomo su cui dobbiamo continuare a “meditare”, come ci ha chiesto Primo Levi:
“Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case, / Voi che trovate tornando a sera / Il cibo caldo e visi amici: / Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no. / Considerate se questa è una donna, / Senza capelli e senza nome / Senza più forza di ricordare / Come una rana d’inverno. / Meditate che questo è stato […] (“Se questo è un uomo”, Torino [1947], Einaudi, 1958).
(Da La Nazione, 6/2/2004).
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Carnevale, giorni di vita
di Maria Luisa Altieri Biagi

Siamo in carnevale, cioè in quel periodo che precede la quaresima, e che, per tradizione, è dedicato a festeggiamenti pubblici: balli, mascherate, sfilate di carri allegorici, ecc.:
“Ovunque, per la scala della nave, /per le strade gremite, /sui predellini dei tramvai,/ non c’è più nulla che non balli/sia cosa, sia bestia, sia gente,/ giorno e notte, e notte/ e giorno, essendo Carnevale.” (G. Ungaretti, “Un grido e paesaggi”, Milano, 1954, p. 14).
Non tutti festeggiavano: il Foscolo, ad esempio, trovava il carnevale noioso per sé e dannoso per le “belle donne”:
“Anche a me il carnevale diviene noioso; né so che piacere ci trovino le belle donne, perché quasi sempre dopo i balli e le notti perdute son triste, sparute e stanche…”. (“Epistolario”, Firenze, 1949-56, vol. II, p.370).
Comunque il carnevale continua, concentrandosi in certi luoghi (a Venezia, a Viareggio, ecc.) o specializzandosi come festa dei bambini, soprattutto nei giorni che precedono il mercoledì delle Ceneri, dal venerdì al martedì: giorni considerati “grassi” perché la festa diventa baldoria, quasi a compensare in anticipo le penitenze che seguiranno.
La parola “carnevale” viene dal latino medievale “carnevalare”,”proibire la carne” (con caduta di “-le” e con passaggio del secondo “r” a “l”; ma in piemontese “carlevé”, in genovese “carlevà”, ecc.): è dunque la festa che introduce alle vigilie quaresimali; in origine era – più particolarmente – il banchetto conclusivo del martedì grasso: una specie di festoso e trasgressivo “addio alla carne”.
Dunque “carnevale” – è già stato osservato – non significa il piacere dell’oggi, ma la privazione del domani, il rimpianto per un godimento che sta per finire. Forse per questo il carnevale predilige Venezia, dove vita e morte, eternità e precarietà, felicità e disperazione sono complementari. Mi viene in mente un personaggio di Paolo Barbaro: il nano – felice e disperato – che, di Carnevale, gira per Venezia con un tricorno in testa:
“Giorno e notte, tra la gente in maschera e non in maschera, il tricorno va su e giù nei campi più grandi e nelle corti più povere senza fermarsi mai, cammina sul filo delle rive, vola per i ponti. “Giorni di vita” – fischia, si ferma un momento, felice, con gli amici – e continua. Eccolo, guarda, scende al traghetto, inciampa…Ma siccome è un nano si tira su subito da terra, come i bambini. “S’è fatto male?”, fa Kramer, preoccupatissimo. Il nano lo guarda con distacco, freddo, da sotto il tricorno: “Male me lo sono fatto sì, e come”. Come? –prova Kramer. Il nano fa un segno su di sé con la mano, dall’alto in basso: “Na-scendo”. Ma subito ride, con il suo potente tricorno ben calcato, prende il battello in arrivo, parte. Lui continua i suoi giri, noi i nostri, in questi giorni di vita. Lo ritroveremo ridente a Rialto, a San Martino, alla Celestia…” (P.Barbaro, “Venezia.La città ritrovata”, Padova, 1998, p.126).
(Da La Nazione, 13/2/2004).
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Ma che bell’ambaradan
di Maria Luisa Altieri Biagi

Uno dei conduttori di “Striscia la notizia”, Enzo Iacchetti, ha usato recentemente una parola che sarà suonata strana a molti spettatori: “Cos’è tutto questo ‘ambaradan’ ?” (19 gennaio 2004, Canale 5, ore 20,30). Aiutati dalla mimica, dalla gestualità del personaggio e dalla scenografia (un tavolo ingombro di oggetti, su cui passeggia liberamente un cane) gli spettatori avranno facilmente interpretato “ambaradan” come “disordine”, “confusione”, ma molti di loro avranno attribuito questa parola alla fantasia verbale dell’attore comico.”Ambaradan”, invece, è un nome geografico, diffuso in Italia al tempo della seconda guerra Italo-Etiopica (1935-6). Il conduttore di “Striscia la notizia” avrà imparato la parola in seguito, come elemento del lessico familiare.
Si chiama “Amba Aradam” il massiccio etiopico su cui, nel 1936, i soldati italiani sconfissero l’esercito abissino. La propaganda fascista esaltò l’episodio, sottolineando l’asprezza della battaglia e l’eroismo dei nostri soldati. Il nome di luogo contiene “amba”, che in abissino significa “altura” e che ricorre, nella zona, associato al nome proprio dei vari monti: “amba Aradam”, “amba Alagi”, ecc. In Italia questo nome passò presto a significare “confusione”, “baraonda”: un significato suggerito dal caos della battaglia, ma anche dal suono della parola, particolarmente suggestivo nella successione delle quattro /a/ e nel ritmo creato dai due accenti (quello principale sull’ultima sillaba e quello secondario sulla prima: “àmbaradàn”).
Un’osservazione: le “voci” del “disordine”, in italiano, sono molto più numerose e fantasiose di quelle dell’ordine.
Le elenco alfabeticamente, senza distinguere se la confusione coinvolge oggetti, o persone, o suoni, ecc.: “accozzaglia”, “ambaradan”, “arruffio”, “babele”, “Babilonia”, “bailamme”, “baraonda”, “caos”, “casino”, “farragine”, “guazzabuglio”, “marasma”, “pandemonio”, “parapiglia”, “putiferio”, “scompiglio”, “trambusto”, “Tresibonda”, “zibaldone”, ecc. Evidentemente il concetto negativo di “disordine”, “confusione”, ci impressiona di più di quello positivo di “ordine”, “buon assetto”, “compostezza”, “regolarità”, ecc.
In realtà ogni lingua suddivide e organizza in modo diverso la totalità dell’esprimibile. Per esempio: “si nasce” con una sola parola; o al massimo si “viene alla luce” con una perifrasi. Ma per “morire” esistono molte alternative: attenuazioni e riguardi verbali (“eufemismi”): “spirare”, “mancare”, “decedere”, “defungere”, “trapassare”, “andarsene”, “perire”, “scomparire”, “cessare di vivere”, “andare all’altro mondo”, “esalare l’ultimo respiro”, “rendere l’anima a Dio”, “mancare all’affetto dei propri cari”, “passare a miglior vita”, ecc.; o, viceversa, accentuazioni espressive: “crepare”, “schiattare”, “tirare le cuoia”, ecc. Alessandro Manzoni, per annunciare solennemente al mondo che Napoleone era morto, iniziò il “5 Maggio” scrivendo: “Ei fu…”.
(Da La Nazione, 20/2/2004).
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A che cosa serve una lingua?
di Maria Luisa Altieri Biagi

Se chiediamo “A che cosa serve una lingua?” la risposta largamente prevalente sarà che “serve per comunicare con gli altri”. Risposta giusta (non esiste strumento più potente per stabilire rapporti sociali e per realizzare forme efficaci di collaborazione), ma parziale: la lingua infatti serve all’uomo – prima di tutto – per parlare con se stesso, in quel particolare “monologo” interiore che è la formulazione linguistica del suo pensiero. E’ il linguaggio che consente al pensiero di articolarsi, di formularsi, di conquistare piena coscienza di sé.

La realtà immaginaria

E’ sempre il linguaggio – scriveva un grande linguista del Novecento, Emile Benveniste – che “instaura una realtà immaginaria, anima le cose inerti, fa vedere ciò che ancora non esiste, riconduce qui ciò che è scomparso”. Ciò, per fare qualche esempio: l’ “ippogrifo” è una “realtà immaginaria” che la parola dell’Ariosto rende più evidente e palpabile di quella dell’ “armadillo”, (che esiste davvero, nell’ America centrale e meridionale, ma che forse non avremo mai occasione di vedere e di toccare). Ancora: chi non ha mai visto un prato falciato da poco? Quei fili d’erba, che spuntano appena dal terreno, sono “cosa inerte”, finché un Italo Calvino non li riscatta con un’espressione stupenda: “L’erba livellata ritrova una ‘sua ispida infanzia ’ ” (“Il prato infinito”, in “Palomar”, Einaudi, 1983). La parola che immagina – quella di Dante nella “Divina Commedia” – “fa vedere ciò che ancora non esiste”; la parola che ricorda – quella di Leopardi in “A Silvia” – “riconduce qui ciò che è scomparso”…
Ma la lingua serve anche a risvegliare e ad alimentare il senso della storia.

Il pensiero storico

La storia si studia fin da bambini; ma si imparano – spesso a memoria – fatti, dati, personaggi lontani, estranei. Alcuni anni fa gli esperti di didattica hanno proposto di invertire l’itinerario, per renderlo più “motivante”: di partire cioè dai tempi moderni – dal “quartiere”; dal sindaco della città! – per risalire ad Hammurabi. Ma ai bambini il sindaco della città è indifferente quanto il re babilonese e il passaggio dei tempi moderni al XVIII secolo a.C. è altrettanto e forse più arduo di quello inverso. E’ raro, dunque, che – su questo terreno – spunti la vera curiosità storica, che si sviluppi quel “pensiero storico” che non si limita a memorizzare fatti, ma che è capace di organizzarli, di metterli in rapporto fra loro, di interpretarli. Questa forma di pensiero trova invece nella lingua la sua applicazione iniziale più motivata e sollecitante, perché gli “oggetti” di cui si fa storia (le parole, le strutture sintattiche, ecc.) sono gli stessi che usiamo ancora oggi ogni giorno. E conoscerne la storia significa percorrere a ritroso un itinerario su cui siamo noi stessi viandanti.
(Da La Nazione, 27/2/2004).
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Alvaro, Ines e il lombrico
di Maria Luisa Altieri Biagi

Il nome proprio “Alvaro” identifica un preciso individuo. Se invece si parla del lombrico (“Il lombrico è un comunissimo Anellide degli Oligocheti…”), il nome “lombrico” – come tutti i nomi “comuni”- ha un “significato” che è la nostra “rappresentazione mentale” (il “concetto”) di quel tipo di animali. Tanto è vero che, per parlare di un singolo lombrico, occorre individuarlo in qualche modo: “Guarda “quel” lombrico “che sta attraversando il sentiero!”. I “nomi propri” sono quindi parole molto particolari; né sono mancati gli studiosi che li hanno paragonati a “etichette” prive di “significato”. Ci sono però nomi propri che “significano” qualcosa (“Aurora”, “Benvenuto”, “Bianca”, “Clemente”, “Grazia”, “Leone”, “Letizia”, “Pacifico”, “Primo”, “Viola”, ecc.) o che l’hanno significato in passato: “Claudio” (latino “Claudiu(m)”), in origine era un soprannome: “lo zoppo” (lat.”claudu(m)”); vedi l’italiano “claudicare”, “claudicante”). “Dante” è abbreviazione di “Durante” (latino tardo “Durante(m), participio presente del verbo “durare”): “colui che resiste, che sopporta”. “Adolfo” è di origine germanica: “Athawulf”, composto da “adal” (“nobile”) e “Wulf” (“lupo”). Ultimo esempio: “Agnese” (greco “Hagné”) era l’aggettivo greco “hagné”: “pura, “casta”. Furono i primi cristiani a portare il nome in Italia, con la forma “Agnés”, e in Spagna con la forma “Inés”. E dalla Spagna alcuni secoli dopo – durante la dominazione spagnola (1559-1712) – la “pura e casta” “Inés” passò in Italia, cambiando l’accento: da “Inés” (sull’ultima sillaba, o “tronco” quale era in spagnolo) a “Ines” (sulla penultima sillaba o “piano”, come di solito in italiano). Nell’Italia dell’Ottocento il nome “Ines” diventò una “moda”, favorita dalla fortuna romantica di opere letterarie portoghesi come “I Lusiadi” (1572), poema epico di Luis Vaz de Camoes, e “Inès de Castro” (1558), tragedia di Antonio Ferriera. I nomi propri, dunque, danno informazioni di tipo storico, geografico, “culturale”, ecc.: un “Efisio” o una “Bonaria” dichiarano l’origine sarda e la motivazione religiosa; così come “Nicola” a Bari, “Rosalia” a Palermo ecc.”Amedeo”, “Umberto”,
“Vittorio Emanuele”, “Italia”, “Vittorio”, “Benito”, “Palmiro”, “Lenin”, “Marx”…sono portatori di ideologie politiche e patriottiche. E’ episodio reale quello di un socialista fervente che aveva progettato di formare, con i nomi delle future figlie, il motto “Folla Unita, Vittoria Certa”.”. Nacquero solo tre femmine ed ebbero i nomi previsti; “Certa” evitò la sua sorte. Tornando ad “Alvaro”, la sua diffusione è letteraria e musicale. Alvaro (accento sulla terzultima o “sdrucciolo”) entrò in Italia con Carlo Goldoni, nella commedia “La vedova scaltra” (1748): si chiamava così il pretendente spagnolo della vedova. Ma si affermò a metà dell’Ottocento, grazie al protagonista della “Forza del destino” (1862) di Verdi, che Piave, librettista dell’opera, chiamò Alvàro, italianizzandone l’accento. La storia di questo nome proprio è dunque culturalmente ricca; certamente più ricca e suggestiva di quella di “lombrico” (lat. “lumbricu”(m) ), di cui ignoriamo significato originario e storia remota.
Sono molti i nomi suggeriti da opere letterarie e musicali, o da passioni sportive: “Tancredi”, “Clorinda”, “Amleto”, “Ofelia”, ecc.; “Violetta”, “Aida”, “Radames”, “Amneris” ecc.; “Diego Armando”, soprattutto a Napoli; e ci fermiamo qui, nella speranza che Kakhaber Kaladze non diventi troppo famoso. (Da La Nazione, 5/3/2004).
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Il greco di Trebisacce
di Maria Luisa Altieri Biagi

I nomi propri di persona risentono prontamente degli eventi storici e culturali, vanno soggetti a mode, riflettono le idee, le ideologie, la sensibilità personale di chi l’impone. I nomi propri di luogo non hanno la stessa reattività né la stessa labilità. La loro lunga durata dipende ovviamente dalla permanenza dell’oggetto a cui sono applicati: città, monte, fiume ecc.; ma anche all’essere affidati a una solida documentazione scritta (oltre che alla tradizione orale): registrazioni catastali e anagrafiche, contratti di affitto e compra-vendita, testamenti, mappe, carte geografiche, ecc. Essi possono dunque sopravvivere all’avvicendamento di popoli diversi e di lingue diverse, cristallizzando situazioni remote: diventando – per così dire – dei “fossili linguistici”. Ovviamente è la loro forma che dura, mentre il loro significato diventa opaco per chi non conosce la lingua a cui il nome proprio è appartenuto. Questa opacità, però, non pregiudica la funzionalità del nome: non sapere che “Napoli” (greco Neàpolis) significa “Nuova (néa) città (pòlis)”, che “Forlì” (latino “Forum Livii”) significa “mercato (forum) di Livio” e “Friuli” (“Forum Julii”) “mercato di Giulio”, che “Loreto” (in latino “Lauretum”) significa “bosco di lauri”, ecc., non compromette affatto la funzione distintiva di questi nomi. Può invece stimolare false interpretazioni, visto che la curiosità spinge gli uomini a interrogarsi sul nome dei luoghi in cui vivono e a darne spiegazione. “Trebisacce”, sulla costa ionica della Calabria, è una località balneare che vive di pesca e di agricoltura. La città vecchia, circondata da una cinta muraria di cui rimangono i resti, sorge su un ripiano collinare. L’interpretazione popolare del nome è quella di “tre bisacce”, dal latino “bisaccia” (plurale di “bisaccium”), “borsa formata da un doppio (“bi”) sacco (“saccus”): un nome che potrebbe alludere a forme tondeggianti del terreno. Succede spesso, infatti, che il nome di un luogo si riferisca alle sue caratteristiche fisiche: “Ancona” (dal greco “ankòn”, “gomito”) allude al “gomito” della costa creato dal promontorio del Cònero; “Brescia”e “Bressanone” (Brixen) derivano da un
pre-latino “briga”, “altura”, “rocca”; “Brenta”, da un
pre-latino “brenta”, “conca”, “vasca”, “luogo incavato”; ecc.
Tornando a “Trebisacce”: in un documento del 1196, scritto in greco, il nome compare come “Trapezàkion”, che viene latinizzato in “Trabesadium” in un successivo documento, scritto in latino (1324). Il nome è dunque di origine greca: “trapeza” in greco significa “tavola” e “trapezakion” è un suo diminuitivo: “piccola tavola”, e quindi “tavoliere”, con riferimento all’altezza e alla forma del ripiano su cui sorge il paese. L’attuale “Trebisacce” è una deformazione popolare del nome vero, per falsa interpretazione di esso da parte di persone che ignoravano il greco.
(Da La Nazione, 19/3/2004).
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Il foruncolo? Un ladro di bellezza
di Maria Luisa Altieri Biagi

“Mentre gli preparavano la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto.
“A che cosa ti servirà?” – gli fu chiesto.
“A sapere quest’aria prima di morire”.” (Emil Michel Cioran)
Penso a questo episodio, quando mi vengono dubbi sull’interesse che le Storie di parole possono avere per persone che hanno appena letto dell’ultima carneficina in Irak o dell’ultima bancarotta nostrana. In realtà ogni parola – anche la più semplice e quotidiana – può accrescere un patrimonio di idee e di conoscenze che nessuna bancarotta potrà insidiare.
Difficile immaginare una parola più grigia di “egregio”, più mortificata dal suo uso convenzionale: “Egregio signore…”. Eppure anche solo “egregio” insegna qualcosa: dal latino “egregiu(m)”, significa “che emerge dal (e-) gregge (lat. “grex”, “gregis”)”, quindi “eccellente”. E’ una metafora ambientata in una società di allevatori, in cui l’animale migliore è quello che spicca nel gruppo dei suoi simili. Molte parole italiane riconducono a questo ambiente di uomini impegnati nel lavoro dei campi e nella cura degli animali:
– "aggettivo “alto” ha una radice AL- che significa “nutrire” (la stessa che troviamo nel verbo “alere”, “nutrire”, e poi nelle parole italiane “alimento”, “alimentare”, “alunno”, ecc.). Sicchè il significato originario di “alto” è quello di animale “ben nutrito”, e quindi “ben sviluppato in altezza”;
– "delirare” (latino “delirare”, da “de”, “fuori da”+”lira”, “solco”) significava “uscire dal solco”. E’ dunque una metafora agricola;
– "foruncolo”, infezione della pelle, risale al latino “forunculu(m)”, diminuitivo di “fur”, “ladro”: dunque un “ladruncolo”. Si chiamava così il getto secondario della vite che “ruba” alimento al tralcio principale. Da questo significato si passa a quello di “escrescenza della pelle”, “pustola”.
A un ambiente popolare ci riconduce un altro, importante fenomeno: quando in latino, per esprimere un concetto, c’erano due parole – una di livello alto, letterario, e l’altra di livello usuale, familiare – l’italiano di solito continua la seconda. Fra il poetico “sidus”, “sideris”, e la familiare “stella” prevale in italiano la seconda; fra “domus” e “casa” (“abitazione rustica”) prevale “casa”.
La stessa cosa avviene per “bocca” (lat. “os, oris”/”bucca”), per “fuoco”
(lat. “ignis”/”focus” “focolare”), per “cavallo” (lat. “equus/caballus”), per “piangere” (lat. “flere”/”piangere” “percuotere (il petto)”), ecc.
Insomma, l’italiano non discende dal latino scritto dalla persone colte, ma dal latino parlato: quello delle persone comuni, che alternavano il lavoro alle cure familiari, che esibivano il dolore picchiandosi il petto, che usavano il cavallo come animale da tiro (non come nobile cavalcatura), che parlavano quotidianamente con i figli, trasmettendosi così la loro lingua (la “nostra” lingua) alle generazioni future.
(Da La Nazione, 2/4/2004).
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Tre forme di gentilezza
di Maria Luisa Altieri Biagi

L’aggettivo “gentile”, oggi, è parola sbiadita, soprattutto se irrigidita nell’uso epistolare ( “ ‘Gentile’ signora…”). Eppure, se c’è una parola che ha avuto vita intensa, questa è proprio “gentile”.
Si parte dal latino “gentile(m), che deriva da “gente(m)”, “gruppo di famiglie che discendono dallo stesso capostipite, e che quindi appartengono allo stesso nobile ceppo”. L’aggettivo latino, dunque, e poi quello italiano definiscono chi “è nobile di nascita, di sangue”. Quando il Petrarca chiama gli italiani “Latin ‘sangue gentile’” (“Rime”, CXXVIII, v.74) è perché contrappone la nobiltà della stirpe latina alla rozzezza del “barbarico sangue” (quello dei mercenari tedeschi che spadroneggiarono in un’Italia divisa e rissosa). Ma nella seconda metà del Duecento, in età comunale, si fa strada l’idea che l’appartenenza a un “casato” non sempre si traduca in nobiltà di sentimenti e comportamenti. Lo dirà Dante, nel “Convivio”: “L’uom chiama colui/omo ‘gentil’ che può dicere: “Io fui/nipote o figlio, di cotal valente”,/ benché sia da niente.”; sempre nel “Convivio”, Dante, preciserà che è il “valore” a render “gentili”, non la ricchezza o altri privilegi:
“Dirò del valore,/ per lo qual veramente omo è ‘gentile’/…riprovando ’l giudizio falso e vile/ di quei che voglion che di “gentilezza”/ sia principio ricchezza.”. E il Boccaccio, pur sapendo che “quanto gli uomini sono più antichi, più son ‘gentili’ ” (“Decameron”, VI,6), ci presenta Restagnone come “un giovane ‘gentile’ uomo; avvegna che povero fosse” (“Decameron”, IV, 3).
“Gentile” è dunque chi ha “nobiltà di cuore” e “virtù”: come la Beatrice di Dante, nella “Vita nuova” (“Tanto ‘gentile’ e tanto onesta pare/ la donna mia quand’ella altrui saluta…”) e come altre “donne gentili”, lodate dai poeti del
Due-Trecento. In una lettera di Santa Caterina da Siena si legge che “Solo la virtù è quella cosa che ci fa ‘gentili’ ”.
Fra Cinque e Seicento, nel clima di nuova razionalità laica creato dalla “rinascita” delle lettere e dalla “rivoluzione”scientifica, la “gentilezza” è spesso associata alle capacità intellettuali. Si parla di “ ‘gentili’ invenzioni”, di “ ‘gentile’ e spiritoso intelletto” (A. Tassoni, “Pensieri diversi” 1628); Galileo, nei “Discorsi sopra due nuove scienze” definisce “gentilissima” una dimostrazione geometrica (“ ‘Gentilissima’ dimostrazione e molto acuta”) e “gentile” un’ipotesi scientifica (“La speculazione mi par tanto ‘gentile’ e peregrina…”). Nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, lo scienziato lamenta che molti ingegni umani siano “poco curanti delle cose pellegrine e ‘gentili’ ” trattate dagli scienziati. Alla “gentilezza del sangue” e a quella “del cuore” si affianca dunque, nel Seicento, una “gentilezza della mente” che Aurelio Bertela de’Giorgi (1753-1798) individuerà con chiarezza, nel secolo dei “lumi”: “Diciamo fino e “gentile”ciò che riguarda la mente; delicato e voluttuoso ciò che va al cuore”.
(Da La Nazione, 10/4/2004).
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Tutti al concerto
Voci e strumenti in nobile gara

di Maria Luisa Altieri Biagi

“Concerto” viene dal verbo “concertare”: “concertare un piano, una fuga”; “concertarsi sul da fare”, ecc. Il verbo risale al latino: “*****” (“insieme”)+ “certare” (“combattere”, “gareggiare”); il “concerto” è quindi (o meglio “era”, perché oggi quel senso della parola è in disuso) il raggiungimento combattivo di un accordo, di un’intesa…Possono “gareggiare” fra loro, armonizzandosi, anche voci e strumenti. Ed ecco il significato musicale di “concerto” come “musica formata da più voci o strumenti che cantino o suonino insieme o alternandosi variamente”. Questo è il significato della parola nel più famoso poeta del Seicento, Gianbattista Marino, che scriveva nel suo “Adone” (1623):
“ ‘Concerto’ allor di musici concenti/ da basso incominciò, d’alto e da lato, / e concordi s’udir vari istromenti, / qual da man, qual da gamba, e qual da fiato”. Nel significato di composizione musicale, “concerto” compare già alla fine del Cinquecento (sono del 1587 i “Concerti” di Andrea e Giovanni Gabrieli); nel 1619 Claudio Monteverdi chiama “Concerto” (al singolare!) il suo VII libro di madrigali; Alessandro Stradella (1644-1682) compone una “Sonata di viole, cioè concerto grosso di viole [E]concertino de due violini e leuto”, dove un gruppo nutrito di viole “gareggia” con un gruppo piccolo (“concertino”) di tre soli strumenti. La presenza di strumenti solisti, e dunque di un rapporto agonistico tra “tutti” e “solo” (o “soli”), si consolida nella prima metà del Settecento con Giuseppe Torelli (1658-1709), Antonio Vivaldi (1678-1741), Johann Sebastian Bach (1685-1750). Dalla metà del Settecento in poi “concerto” (e altri derivati) perdono, in Italia, quel nucleo agonistico del “gareggiare assieme”, che nel Seicento si era tradotto in spiccati contrasti e forti sbalzi sonori (“stile ‘concertante’ ”, riconosciuto dagli storici della musica come principio costruttivo musicale tipicamente barocco) e assumono la sfumatura più neutra e ovvia di una raggiunta “concordia”. Ma altrove, dove fiorirà il genere “sinfonico”, un Cajkovskij continuerà – in pieno Ottocento – a vedere il concerto solistico come “lotta tra l’orchestra, potente e variopinta, ed il suo antagonista [“pianoforte” o “violino”], debole eppure animoso”.
Settecentesco, in Italia, è anche il significato sociologico di “concerto” come “intrattenimento musicale”, “esecuzione musicale pubblica o privata”: i viaggiatori stranieri parlano tranquillamente dei “concerti” dati dalle pulzelle nell’Ospedale della Pietà di Venezia. Da qui deriverà “concertista” come “artista che canta o esegue con uno strumento parti solistiche in un concerto”. Importanti, per gli addetti ai lavori, due termini che sono manifestazioni della sfumatura neutra di “concerto”:
-“concertare” nel senso di “provare un pezzo di musica”; da cui “maestro concertatore”, ancora usato per il teatro d’opera, ma perlopiù sostituito da “direttore d’orchestra”;
-“concertato” (“pezzo ‘concertato’ ”) che, nel melodramma dell’Ottocento, significa “pezzo a più voci, che va preventivamente concordato, tra i cantanti”. Il “concertato” segna, in un’opera (spesso alla fine del primo atto), un picco drammatico e musicale, dando sfogo allo stupore collettivo suscitato da un colpo di scena: nel “Barbiere di Siviglia”: “Freddo ed immobile come una statua”; nella “Lucia di Lammeroor”: “Chi mi frena in tal momento?”; nel “Trovatore”: “E deggio…e posso crederlo?”. (Da La Nazione, 16/4/2004).
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Un tasso che si chiama Zero
di Maria Luisa Altieri Biagi

La pubblicità gioca spesso con la lingua. Il gioco può investire la “forma” delle parole: per esempio la loro finale in “rima” (più o meno perfetta), ed ecco il cognac “con etichetta ‘n(éra)’ ”, che “crea un’atmosf(èra)”. Ricordo anche – come gioco di sapore enigmistico – un “rabarbaro” che “si trova nel bar” come “il bar si trova nel ra/bar/bar/o…”
La pubblicità gioca anche sul “significato” delle parole: pensiamo allo “spot” televisivo in cui un ciclista trasporta “un ‘pennello grande’ ” perché deve “dipingere una ‘parete grande’ ”; il vigile che lo ferma con un fischio imperioso gli spiega che “non ci vuole un ‘pennello grande’, ma un ‘grande pennello’!”.
E’ bastato anticipare al nome l’aggettivo ‘grande’ per cambiare il significato: da
“ pennello ‘di grandi dimensioni’ ”a “pennello ‘di alta qualità’ ” (ovviamente quello della marca pubblicizzata).
Possono sembrare giochetti ingenui; ma se la pubblicità continua a usarli vuol dire che funzionano: che attirano l’attenzione sul prodotto, facendone salire le vendite. Lo “spot” pubblicitario che mi ha suggerito queste riflessioni viene trasmesso attualmente da Mediaset: un uomo si aggira in una stanza, scrutando per terra, fra divano e poltrone, e urla: “Zero!”, “Zero!”. La moglie spiega a una coppia di amici incuriositi che il marito sta cercando un tasso, di nome Zero. L’animaletto – un piccolo Mustelide dalla pelliccia bianca e nera – viene anche inquadrato, mentre indietreggia impaurito, per sfuggire all’affettuosa cattura: è “il nostro tasso, ‘il tasso Zero’ ” – dice la signora. Lo stesso “tasso zero”che è stato applicato a poltrone e sofà che arredano la stanza: un recente acquisto, che i padroni di casa pagheranno ratealmente, senza interessi, a partire dal gennaio 2005. Lo “spot” gioca dunque su due parole di diverso significato (e di diversa origine), che hanno casualmente la stessa “forma” (parole “omonime”): “tasso”/ “animale” (parola germanica entrata nel latino medievale: “taxo, -onis”) e “tasso” / “interesse percentuale” (un francesismo dell’Ottocento: fr. “tax”, dal verbo “taxer”, “tassare”).
Ha osato di più Achille Campanile nel racconto intitolato “La quercia del Tasso” (in “Vite degli uomini illustri”, Rizzoli, 1975): Torquato Tasso, trovandosi a Roma, ha l’abitudine di sedersi all’ombra di un tasso, sul Gianicolo; tutti cominciano a chiamare quell’albero “il tasso del Tasso”. Gli fa compagnia un animaletto, un tasso, che ha il suo covo fra le radici dell’albero e viene quindi chiamato “il tasso del tasso del Tasso”. Il Comune di Roma decide che il poeta deve pagare qualcosa per il soggiorno del suo animaletto sotto l’albero, su terreno pubblico; ma non è facile stabilire la cifra, cioè “il tasso del tasso del tasso del Tasso”… Se pensiamo che anche Bernardo Tasso (padre di Torquato e anche lui poeta), ha l’abitudine di andare sul Gianicolo, per sedersi all’ombra di un tasso barbasso, fra le cui radici abita un piccolo tasso; e che anche a lui il Comune vuol far pagare “il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso”, ci rendiamo conto che la creatività letteraria è più ardita (e meno costosa) di quella pubblicitaria.
(Da La Nazione, 23/4/2004).
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I dizionari sono come i coppi
di Maria Luisa Altieri Biagi

“L’ho trovato sul vocabolario!”, assicurava il ragazzo; dovendo tradurre dal latino un brano sulla congiura dei Pisoni, aveva effettivamente trovato nel vocabolario latino che “pisum” significa pisello (da cui il soprannome “Piso”; al plurale “Pisones”) e aveva avuto il coraggio di deformare il testo – almeno il pezzo di testo da lui tradotto – per adattarlo al ben noto legume: “I Pisoni si riunivano”? Niente paura: “I piselli si raggrumavano…”
Un vocabolario ispira fiducia: costruito da esperti sui vocabolari precedenti, le informazioni sono ben collaudate, e quindi attendibili, se la tradizione è buona (quella italiana è ottima). Il che non toglie che – essendo opera umana – anche il vocabolario possa contenere errori. Il guaio è che – diceva un grande poeta del Novecento, Camillo Sbarbaro – “I dizionari sono come i coppi dei tetti: ciascuno dà l’acqua all’altro”. Sicché, se in quell’acqua c’è un errore, anche l’errore passa da un coppo all’altro. Stavo scrivendo la storia dell’aggettivo “gentile” che risale – attraverso il latino gentile(m), da gente(m) – alla radice “GENE”, “generare”, vecchia di almeno cinque millenni; la stessa radice a cui risalgono altre parole italiane, come “genere”, “genitore”, “genio”, “germe” (lat. “germen”, da una precedente forma “gen-men”), “generoso”, “genuino”, ecc. Ho elencato anche “genuino”, nonostante che i dizionari recenti colleghino questo aggettivo al latino “genu”, “ginocchio”. Il primo a proporre questo collegamento fu, nel 1926, un grande linguista francese, Antoine Millet, che sei anni dopo introdusse la sua ipotesi nel “Dictionnaire étimologique de la langue latine” (A.Ernout – A.Meillet, Paris, 1932 IV ed. 1959, p.273, alla voce “genu”), spiegandola così: “ alle origini di Roma, il padre, per testimoniare che riconosceva come suo il figlio neonato e l’ammetteva nella famiglia, lo prendeva da terra –dove il bambino era stato deposto- e lo appoggiava sulle sue ginocchia; il bambino, così legittimato, era detto “genuinus” […] ma, caduto in disuso questo rito, si è persa coscienza della parentela di “genuinus” con “genu”…” (traduzione mia). Ma nella storia romana non c’è traccia di questo rito (gli specialisti me lo confermano, precisando che i padri romani, per legittimare il neonato, lo sollevavano in alto con le braccia tese); e nei testi latini l’aggettivo “genuinus” non è mai attribuito a “filius” o a “filia”, come dovrebbe essere se la sua origine fosse quella proposta da Meillet. Dunque l’ipotesi di Meillet non è sostenibile (come già riconosciuto, nel 1863, da un altro linguista famoso, M.Leumann. Ma vedi anche “Thesaurus linguae latinae”, vol. VI, p. 61 sgg); il che non le ha impedito di passare da un “coppo” all’altro, negli ultimi settant’anni.
(Da La Nazione, 30/4/2004).

26 commenti

  • Incubo e succubo che strana coppia

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Ci sono parole che hanno una storia semplice, lineare, di lunga durata. Spesso si tratta di “termini”, cioè di parole appartenenti a un settore specialistico (giuridico, economico, scientifico, ecc.); ma possono avere questa caratteristica anche parole che si riferiscono a oggetti così importanti e suggestivi da richiedere uno e un solo nome, senza definizioni alternative. La parola italiana “mare”, per esempio, esisteva già in latino, con la stessa forma e con lo stesso significato: dunque vive nella nostra penisola da più di 2500 anni. Più numerose le parole che hanno una storia movimentata, esposta a cambiamenti di forma (dal latino “pluvia” all’italiano “pioggia”, nella pronuncia delle varie generazioni di parlanti), a modifiche del significato (dalla “penna d’oca” alla “penna biro”) o condannata a scomparire assieme all’oggetto a cui si riferiscono (la parola “lampionaio” è scomparsa assieme all’uomo che accendeva a mano tutte le sere i lampioni stradali).
    Appartengono a questo secondo gruppo le parole di cui oggi racconterò la storia: “incubo” e “succubo”. –“Incubo” significa oggi “sogno angoscioso”, “preoccupazione ossessiva”. Viene dal latino tardo “incubu(m)” che a sua volta deriva dal verbo “incubare”, composto da in, “sopra” e dal verbo cubare, “giacere” (o “covare”, riferito a bestie): complessivamente “giacere sopra”, “sovrastare”.
    -“Succubo/succuba” (o “succube”, per tutti e due i generi) significa oggi “totalmente sottomesso”, “soggiogato”. Viene dal latino tardo “succubu(m)” che a sua volta deriva dal verbo “succubare”, composto da “sub”, “sotto” e dal verbo “cubare”: complessivamente “giacere sotto”, “soggiacere”.
    Le due parole conservano oggi una somiglianza di forma, ma appartengono a categorie grammaticali diverse (“incubo” è un “nome”, “succubo” è un “aggettivo”) e hanno significati notevolmente diversi. Ben più stretto rapporto hanno avuto queste due parole in passato, quando donne e uomini, accusati di essere streghe e maghi, venivano processati, torturati, condannati al rogo. Parla di questo argomento un libro scritto in latino da Heinrich Krämer e Jacob Sprenger, intitolato “Il martello delle streghe” (“Malleus Maleficarum”) che – stampato in Germania nel 1487 – ebbe ben 13 edizioni fra il 1489 e il 1520. Si credeva che dèmoni maschi e femmine assumessero aspetto umano per avere rapporti sessuali con esseri viventi: a seconda della posizione assunta dal dèmone si distingueva l’ “incubo” (colui che “sovrastava” la vittima) e la “succuba” (colei che alla vittima “soggiaceva”). Non mancavano gli increduli che consideravano queste storie diaboliche pure fantasie o comodi alibi, a mascherare intrighi amorosi del tutto terrestri.
    (Da La Nazione, 15/2/2013).

  • I derivati dell’efficienza

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Il brano che segue è l’inizio di una “nota” di un partito politico sui progetti di rilancio di un’importante azienda. La parola che segnalo (in corsivo) all’attenzione dei lettori è la penultima del brano: “Le decisioni assunte oggi dall’assemblea degli azionisti con i chiarimenti forniti dal Presidente (…) e dall’amministratore delegato (…), accompagnate da qualche dato incoraggiante sulla ripresa di redditività (…) vanno nella direzione del rilancio dell’azienda, del suo rafforzamento patrimoniale e del suo “efficientamento” industriale.”.
    In una prosa così gonfia di parole l’“efficientamento”industriale” poteva essere evitato ai lettori, utilizzando una parola in più (una parola semplice come “crescita”; o come “aumento”): “crescita di efficienza” industriale” o “aumento di efficienza” industriale” sarebbero andati benissimo, risparmiando un sussulto agli inesperti di linguaggio burocratico.
    Perché “efficientamento” (1997) è nato proprio lì, ai margini della selva burocratica: ultimo di un grappolo di neologismi di fine Novecento – “efficientista”, “efficientistico”, “efficientismo”, ecc. – già registrati dal “Grande Dizionario della lingua italiana” (Supplemento, Torino, Utet, 2004) come derivati da “efficiente” (1268): parola di alto livello, che risale al latino.
    Si potrebbe forse concludere che stupisce, in questa “nota”, la presenza di una parola che significa “aumento dell’efficienza” ma viene da un settore “burocratico”, che spesso è accusato di “inefficienza”.
    Conclusione maligna, ma confermata dall’uso retorico della sintassi: frequentissima, nell’intero testo, l’anticipazione ornamentale di un aggettivo al nome: “ ‘massima’ coesione”, “ ‘difficile’ cammino”, “ ‘forte’ senso di responsabilità”, “ ‘straordinaria’ coesione”, “ ‘forti’ strumentalizzazioni”, “ ‘facili’ demagogie”, “la ‘necessaria’ autocritica”, “una ‘sterile’ resa dei conti”, “con ‘grande’ attenzione”, “ ‘alto’ impatto sociale”…
    Ma sono frequenti anche i moduli sintattici a tre elementi, del tipo: “vanno nella direzione “del rilancio dell’azienda,/ del suo rafforzamento patrimoniale/ e del suo efficientamento industriale”; “è la condizione indispensabile per” “salvaguardare l’occupazione, /continuare a creare ricchezza per il nostro territorio/ e mantenere il legame secolare”…
    Mi chiedo: quando capiranno i burocrati, i politici e altri responsabili della cosa pubblica che esiste un italiano semplice ma dignitoso, persuasivo ma non retorico?
    (Da La Nazione, 26/10/2012).

  • Ma “esodato” è un’offesa

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    La negatività della parola “esodato/esodati” emerge soprattutto dal confronto con la parola esodo da cui è derivata e che risale, attraverso il latino cristiano “èxodu(m)”, al greco “éxodos”, “strada, o via (“hodòs”) d’uscita (“ex”-). Una parola nobile, di tradizione anche letteraria (si chiamava “esodo” l’episodio finale della tragedia greca) ma soprattutto di ambientazione storico religiosa: ascoltandola, la prima associazione che ci viene in mente è biblica: l’ “esodo dall’Egitto” del popolo ebraico, guidato da Mosè verso la terra promessa; Esodo di intitola il secondo libro del “Pentateuco” che racconta l’episodio.
    La parola “esodo” mantiene un alto livello e un significato positivo anche nell’uso giornalistico: si parla di “grande esodo”, “esodo ferragostano”, cioè, di partenza estiva dalle città di un gran numero di cittadini, per un periodo di vacanza; oppure di emigrazioni di massa, che promettono agli emigranti un miglioramento delle condizioni economiche. Si tratta insomma di un’uscita volontaria, liberatoria. La strada da cui felicemente si esce si associa infatti all’idea di una costrizione da cui ci si libera, di una “routine” a cui si sfugge. Ho citato la parola francese “routine” (da noi importata in italiano) perché è proprio un diminutivo di “route” “strada” (dal latino (“viam”) rupta(m), cioè “via aperta, tracciata”; vedi anche la nostra “rotta”, (cioè la via tracciata in mare): una strada che sappiamo dove porta, dunque, ma che – proprio per questo, è simbolo di una “normalità” che confina con l’abitudine, degenerando in monotonia e costrizione.
    Detto questo, possiamo capire perché la parola “esodato” produce un’impressione negativa, comunica un’impressione desolata. Come participio passato di un verbo transitivo “esodare” (derivato da “esodo”) “esodato/esodati” assume un significato passivo che suggerisce la violenza subita: un “esodato” non è qualcuno che ha preso una decisione (giusta o sbagliata che questa sia), ma che l’ha subita, vittima di un di sopruso, senza poter reagire.
    Quell’ “esodo” che era manifestazione attiva della volontà del lavoratore diventa una costrizione imposta ad altri (vedi anche “estradato”: “fatto uscir fuori”, “estromesso”). In una lingua l’offesa può essere anche “morfologica”, cioè dipendente dalla “forma” della parola, non solo dal suo significato.
    (Da La Nazione, 14/9/2012).

  • La lingua oscura

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    A Bologna (in via Oriani) è comparso un cartello su un tronco di un albero, che invita i cittadini a lasciar libero il terreno circostante “per eradicazione ceppi”! Alcuni lettori del cartello ridono trovando comica l’espressione, quando sarebbe stato possibile dire che quell’albero doveva essere “tagliato”, o “sradicato”. Altri sostano davanti al cartello, leggendolo più volte; poi si allontanano perplessi.
    L’ampia diffusione di parole “riempibocca”, ai danni di parole semplici ma giuste, si spiega anche con l’indolenza di chi le accetta, nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia mentale e di raffinatezza linguistica. L’ “autorità” (cittadina, in questo caso) dovrebbe esprimersi con parole “autorevoli”, invece usa spesso parole “autoritarie”, che sottolineano la distanza fra chi comanda e chi deve comunque obbedire. Chi non conosce le parole “eradicazione” e “ceppo” ha dunque tempo per misurare la vastità della sua ignoranza, prima di capire, o di farsi spiegare, che non dovrà posteggiare lì vicino la sua bicicletta o il suo camioncino.
    Mi torna in mente il giovane ufficiale dell’aeronautica che – dopo aver letto in TV (Rai 1) il bollettino del tempo – disse: “E ora vado a ‘posizionare la fenomenologia’”. Si girò con una carta geografica dell’Italia che stava alle sue spalle e, con una bacchetta, indicò su essa (“posizionò”) i simboli grafici dei vari fenomeni atmosferici (la “fenomenologia”): “nuvolette” a nord-ovest, “fiocchi di neve” sui rilievi alpini, “frecce” dei venti variamente orientate, ecc. Un vero spreco della parola che era servita a G. W. Friedrich Hegel per la “Fenomenologia dello spirito” (1807) e a Edmund Husserl per la “Filosofia fenomenologica”(1913).
    “Eradicazione ceppi”e “posizionare la fenomenologia” sono episodi di quella “antilingua” che Italo Calvino denunciava, traducendo il discorso “umano” di un testimone nel verbale battuto a macchina da un brigadiere. Diceva, il cittadino: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino”. E il brigadiere, impassibile, traduceva: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato, per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara di essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli”. Dopo il burocratese spinto del “brigadiere”, i due esempi bolognesi con cui concludo sembrano quasi tollerabili: “E’ fondamentale ‘conferire i rifiuti in maniera corretta’”, si legge nella “Guida alla raccolta differenziata di carta e cartone” che il Comune di Bologna ha inviato agli abitanti del centro storico. “Confidiamo che vorrete “far accedere i letturisti” fino all’alloggiamento del contatore”, scrive “Hera” agli utenti del gas, preoccupata della riluttanza con cui i controllori vengono accolti in casa.
    (Da La Nazione, 15/6/2012).

  • Polpette e crocchette

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Sono entrata con un’amica in una grande rosticceria. Polpette di forma allungata, esposte in un banco, venivano richieste da clienti diversi con nomi diversi: “polpette”, “crocchette”, “supplì” La mia amica mi ha chiesto quale fosse il nome giusto e io ho rinviato la risposta a dopo l’assaggio, consigliandole di usare uno qualsiasi dei tre nomi, visto che il commesso rispondeva a tutti e tre fornendo un unico prodotto. In realtà non si trattava di “polpette” perché – come abbiamo scoperto a cena – erano fatte di riso; la “polpetta” (dal latino “pulpa” “carne senza osso”) invece dovrebbe essere fatta di carne tritata, mescolata ad altri ingredienti. Generalmente è di forma piccola, quasi sferica, fritta in padella, oppure sempre tonda, ma schiacciata e cotta in tegame. Potevano invece essere chiamate “crocchette” perché di forma bislunga, fatte di riso (ma anche di patate, di pesce, di carne), passate nell’uovo, impanate e fritte. La parola “crocchetta” è stata importata in Italia e in Italiano dalla Francia: fr. “croquette”, “polpetta bislunga”, dal verbo “croquer”, che riproduce – con i suoni da cui è composto – il rumore di cibi “croccanti”masticati dai denti. Infine abbiamo scoperto che c’era un ripieno di formaggio, all’interno della crocchetta di riso; il nome giusto, in questo caso, dovrebbe dunque essere “supplì”, dalla parola francese “surprise”, “sorpresa”, importata a metà Ottocento in Italia, allusiva proprio al ripieno che si presenta improvvisamente, a sorpresa.
    Non sono pochi i prelievi italiani di parole della cucina francese (soprattutto nei due secoli di massima influenza della Francia sul nostro paese: Settecento e Ottocento): vedi “besciamella”, “bigné”, “casseruola”, “crêpe”, “entremé”,
    “fricandò”, “fricassea”, “griglia”, “potage”, “puré”, “purea”, “ragù”, “tartina”, “vol-au-vent”, ecc. A questi vanno aggiunti i prelievi da altre lingue (in particolare dall’inglese), passati attraverso la Francia, spesso ricevendo nel passaggio qualche modifica di forma. Altre volte non si tratta di prelievi dal francese, ma di parole italiane costruite per derivazione, seguendo il modello francese; per es. all’inizio di questo mio discorso ho usato la parola “rosticceria”, che è derivata da “rosticcere”, sul modello del francese “rôtisserie” (che a sua volta deriva da “rôtisseur”).
    (Da La Nazione, 4/5/2012).

  • Il condizionale di Celentano

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Ho visto e ascoltato i due interventi di Adriano Celentano al Festival di Sanremo e ho lasciato passare qualche giorno, in attesa che gli “opinionisti” facessero il loro mestiere (mestiere antico, ma parola recente: 1982) e che gli italiani dimenticassero per qualche giorno i loro guai meteorologici e finanziari (spread, défault, ecc.) discutendo i comportamenti di un cantautore certamente bravo e molto amato.
    Non esprimerò un parere personale perché non ho particolari competenze per farlo. Mi sento invece autorizzata, in questa rubrica, a precisare il valore del “modo” “condizionale”, che Celentano ha usato nella prima giornata del festival, quando ha sentenziato che giornali come “Famiglia Cristiana” e l’ “Avvenire” “andrebbero chiusi definitivamente”.
    E’ stato Celentano stesso a sottolineare l’importanza di questa sua scelta linguistica, quando si è ripresentato al Festival: ha infatti detto che il condizionale “andrebbero” mette in dubbio e quindi “alleggerisce” il suo discorso contro i due giornali, trasformando in “eventualità” quella che era apparsa una definitiva condanna.
    E’ possibile che qualcuno abbia suggerito a Celentano questa interpretazione del “condizionale”.
    Ma si tratta di una interpretazione sbagliata, chiunque ne sia l’autore. Il modo “condizionale” suggerisce l’idea che l’evento espresso da chi parla o scrive (“soggetto”) possa in qualche modo essere condizionato o ostacolato; ma questo condizionamento o ostacolo è prodotto da persone o avvenimenti indipendenti dalla volontà del “soggetto” o contrari ad essa. Se dico a un bambino “Dovresti lavarti i denti” non ho alcun dubbio personale sulla necessità del lavaggio; ma devo ammettere che il bambino possa resistere al mio invito o respingerlo. Quando Celentano dice che due giornali “‘andrebbero’ chiusi definitivamente”, non è in dubbio la sua idea né la sua volontà; ma, poiché quella chiusura dipende da altri (non da lui), il condizionale segnala la convinzione che non verrà eseguita. Tutto qui, dal punto di vista linguistico.
    Dal punto di vista umano, invece, si può pensare che questa interpretazione del “condizionale” sia una specie di decorosa ritrattazione; l’ammissione che forse, trascinato dall’emozione di tornare su un palcoscenico dopo una lunga assenza, un uomo può anche sbagliare.
    (Da La Nazione, 2/3/2012).

  • Lo sfigato ha una lunga storia

    di Luisa Altieri Biagi

    “Sfigato”, cioè “sfortunato”, “scalognato”, (da “sfiga”, “sfortuna”), nasce a fine Novecento nel gergo giovanile e si diffonde nel parlato popolare. Ma non mancano personaggi noti che usano “sfiga” e “sfigato” nella scrittura giornalistica, rivolgendosi a pubblici ampi, socialmente e culturalmente stratificati.
    E’ Lucio Dalla che scrive: “Questo insieme di piccole “sfighe”, o sindrome, è nato all’inizio della mia carriera canora.” (Corriere della Sera, 3-II-1987); è Umberto Eco che – pochi anni dopo il successo del suo primo romanzo “Il nome della Rosa” – scrive: “Perché non iniziare una serie di campagne martellanti? Pensate… Sei stronzo, sfigato, cornuto? Non ti resta che metterti con la mafia.” (L’Espresso, 20-X-1991). E’ un cronista sportivo l’Ansaldo che si rivolge con il superlativo “sfigatissimo” al vasto e eterogeneo popolo dei tifosi di calcio: “Nonostante gli infortuni che hanno costellato gli ultimi due mesi della Nazionale e qualche sgarbo degli arbitri, è difficile sradicare l’impressione che ci sia una stella a proteggere il ct come non aveva fatto con aveva fatto con il suo predecessore, lo “sfigatissimo” Vicini.” (“La Stampa”, 7-VIII-1994).
    L’aggettivo “sfigato” aveva dunque già vinto ampiamente la sua lotta per la sopravvivenza nel vocabolario italiano, quando l’attuale viceministro Michel Martone gli ha permesso di conquistare il “rinvio della prima pagina” e intere pagine di “primo piano”, o di “attualità” nei giornali del 25 gennaio 2012. Alcuni dei giornali che ho letto dedicavano al viceministro del welfare (o “benessere sociale” assicurato dallo Stato) due intere pagine. Il trentasettenne viceministro si è scusato; ma dovrebbe anche ricavare dall’episodio consapevolezza del potere della parola, delle difficoltà della sua scelta, e anche – a volte – dell’opportunità del silenzio. Elsa Fornero, il ministro con cui il dott. Martone lavora, ha conquistato la simpatia di molti italiani perché non è riuscita a pronunciare la parola “sacrificio”, che pure è “arrivata” agli spettatori: non perché suggerita da altre persone, ma perché veicolata da altri “segni”, in quel momento più efficaci dei “segni” verbali.
    Mi vengono in mente, a questo proposito, versi di Montale: “… le parole/ Non sono affatto felici/ di essere buttate fuori/ come zambracche e accolte/ con furore di plausi/ e disonore…le parole/ sono di tutti e invano/ si celano nei dizionari/ perché c’è sempre il marrano/ che dissotterra i tartufi/ più puzzolenti e più rari/…” (“Le parole, in Satura”). Che cosa sarebbe successo se un “marrano” (o “villano”) avesse dissotterrato “sfigato” dalla sua storia, scoprendo che risale a un antico plurale italiano, le “fica” (dal latino tardo “fica” “organi genitali femminili”), presente anche in Dante, a descrivere il gesto osceno che un dannato fa stringendo le mani a pugno, con il pollice inserito fra l’indice e il medio: “Al fine delle sue parole il ladro/ le mani alzò con ambedue le fiche/gridando…” (“Inferno”, XXV).
    (Da La Nazione, 3/2/2012).

  • Pingue vuol dire bello? E al quiz tv c’è chi balbetta

    di Maria Luisa Biagi

    Gerry Scotti conduce un nuovo gioco televisivo che offre un milione di euro a coppie di concorrenti variamente assortite: parenti, colleghi, amici, ecc. Novità importante è la consegna iniziale ai concorrenti dei molti pacchetti di banconote (“tutte vere, tutte autentiche”, assicura il conduttore) che formano il premio. Si gioca, dunque, non per “guadagnare” un milione, ma per “non perderlo”: il percorso in perdita è più rapido e più doloroso.
    Un esempio: due giovani diplomati, che hanno già ricevuto il loro milione di euro, ascoltano la prima domanda: “Fra le quattro parole – “pingue”, “leggiadro”, “ameno”, “vezzoso” – ce n’è una (una sola) che non può sostituire la parola “bello” perché ha significato molto diverso, Quale parola è?”.
    Dopo essersi rapidamente consultati (hanno solo un minuto per rispondere) i concorrenti si accostano a un tavolo si cui stanno quattro schermi televisivi, ciascuno dei quali contiene una delle quattro parole proposte. I due concorrenti sono incerti sulla scelta e decidono di puntare il loro denaro su due parole: più della metà viene ammucchiato sul tavolo davanti a “pingue”, “grasso”; il resto davanti a “ameno”, “piacevole, ridente”. Dopo una palpitante attesa si apre nel tavolo una botola che ingoia la banconote ammucchiate davanti a “ameno”. Rimangono ai due giovani i pacchetti schierati davanti alla parola giusta, “pingue”; ma il milione è quasi dimezzato, dopo questa prima risposta. Si azzererà completamente due domande dopo.
    Penso che questi due giovani hanno percorso un lungo curriculum scolastico che li ha portati alle soglie dell’Università. So bene che qualcuno potrà dire che “pingue”, “leggiadro”, “ameno”, “vezzoso”, sono parole non di prima necessità, un po’ ingiallite dal tempo, che possono essere sostituite da altre più semplici e correnti: “grasso”, “grazioso”, “ridente”, “gradevole”, ecc. E’ giusto graduare l’insegnamento delle parole cominciando da quelle più quotidiane per arrivare a parole più specializzate (“termini” scientifici) o di livello più alto, a cui però i parlanti hanno ugualmente diritto.
    Ma non mettiamo limiti all’apprendimento del vocabolario: “pingue” dice più di grasso, aggiungendo all’idea della quantità quella della pesantezza e della rilassatezza adiposa, verso l’obesità. “Vezzoso” non può essere completamente sostituito da “gradevole” o “grazioso” perché implica una sfumatura di “leziosità”, cioè di comportamento consapevolmente e volutamente garbato, che in “gradevole” e in “grazioso” non c’è.
    Ogni parola nuova porta con sé un concetto nuovo. Sicché imparare nuove parole vuol dire “arredare” la mente con nuove idee. Scriveva Leopardi: “Non si pensa se non parlando. Quindi è certissimo che, quanto la lingua di cui ci serviamo pensando è più lenta, più bisognosa di parole e di circuito per esprimersi, ed esprimersi chiaramente, tanto è più lenta la nostra concezione, il nostro pensiero, ragionamento e discorso interiore, il nostro modo di concepire e d’intendere”. (“Zibaldone”, 3 Dicembre 1821).
    (Da La Nazione, 6/1/2012).

  • La purezza della casta

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Oggi si parla molto di “casta”, in senso spregiativo. Si indica, con questo nome, un gruppo di persone che – unite fra loro da certe caratteristiche o da interessi comuni – si procurano particolari diritti e privilegi e li difendono, per goderne senza condividerli con altri. Basta accendere la televisione o sfogliare un giornale per raccogliere esempi di insofferenza per le varie “caste”, prima fra tutte quella “parlamentare”.
    Il significato attuale di “casta” rovescia addirittura quello dell’aggettivo latino da cui discende: “Castus”/ “casta”, “puro”/ “pura”. E’da questo aggettivo che deriva la parola spagnola e portoghese “casta” (1583) “(razza) pura”, poi entrata in Francia (“caste”, 1676). Fu Filippo Sassetti (Firenze, 1540 – Goa, India, 1588), mercante e viaggiatore, che – dopo aver soggiornato in Spagna – si stabilì in India e usò per primo la parola italiana “casta” in una lettera che parlava di un re indiano “di “casta” di bramante (“bramini”), ch’è la più nobele”. In seguito anche il Manzoni parlerà delle “ ‘caste’ indiane” sulle quali si erano fondati “Stati che son durati discretamente, o che durano ancora” (“Del trionfo della libertà”, 1801) e Carducci si lamenterà che proprio la poesia fosse “la macchia originaria” che lo escludeva dalla “ ‘casta’ politica”. Ma ricordiamo anche il significato aggettivale della famosa “aria” della “Norma”, di Vincenzo Bellini: “ ‘Casta Diva’ che inargenti queste sacre antiche piante, a noi volgi il bel sembiante”. Paragonando a questi esempi il significato attuale di “casta” si può dunque dire che questa parola è passata dalla “purezza” al “fango”.
    Leggendo una lettera del 27 febbraio 1629, scritta dal matematico Bonaventura Cavalieri al patrizio bolognese Cesare Marsili, mi sono imbattuta nel verbo “collaudare”, che non pensavo fosse già in uso nel Seicento (anche gli “esperti” sbagliano!).
    “Gli mando il mio libro di geometria, acciò, essendo ricercata, possa mostrare qualche cosa del mio. Questo fu già visto dal S. r Galileo e da lui mi fu “collaudato” il farlo stampare” (in G. Galilei, Opere, Ed. Nazionale, vol XIV, lettera n. 1934). Dunque Cavalieri manda a Marsili un suo libro, da presentare a professori universitari amici (che ne facessero richiesta), per convincerli a “chiamare” la stessa Cavalieri sulla cattedra di Matematica dell’Università di Bologna, in quel momento disponibile. Cavalieri precisa che è stato Galileo ad “apprezzare” il suo libro e ad approvarne la stampa!
    “Collaudare”, dunque (dal latino “cum” “con” e “laudari” “elogiare”, “approvare”) esiste in italiano – ben prima che arrivino le macchine – nel significato originario di “lodare”. Ma chi loda qualcosa vuol dire che l’apprezza, e quindi che la garantisce (magari dopo averla ben controllata). A partire dalla fine dell’Ottocento, dunque, cesseranno le lodi e cominceranno i “collaudi” (delle automobili).
    (Da La Nazione, 2/12/2011).

  • Lo scolaro all’università

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Uno studente straniero, a cui ho dato qualche consiglio, mi scrive per ringraziarmi e si firma “il suo ‘discepolo’” X. Y. “Discepolo” è parola eccessiva, in rapporto al modesto aiuto ricevuto. Forse lo studente l’ha trovata in un vocabolario, come sinonimo di “allievo”, “alunno”, “scolaro”, e l’ha scelta perché non la conosceva e gli è sembrata più raffinata delle altre. In realtà “discepolo” è parola colta, che gli italiani del Due – Trecento hanno ripescato dal latino scritto (“discipulus”, dal verbo “discere”, “imparare”) per sottolineare l’intensità e la continuità del rapporto fra chi impara e chi insegna, se chi insegna è un Maestro.
    Si parla dei “discepoli” di Cristo perché questi sono religiosamente fedeli al suo insegnamento. O anche dei “discepoli” di Galileo (di Newton, ecc.) per sottolineare il forte legame intellettuale che li unisce allo scienziato Benedetto Castelli, Evangelisto Torricelli, Nicolò Aggiunti, ecc. si definiscono “devoti” o “devotissimi discepoli”, quando scrivono a Galileo. Bonaventura Cavalieri parla modestamente di un suo “scolaro”, in una lettera del 21 settembre 1632 indirizzata a Galileo, ma si firma “suo ‘discepolo’”. Anche il principe Federico Cesi (fondatore dell’Accademia dei Lincei) di definisce “discepolo” di Galileo; e Cesare Marsili, nobile bolognese, “si gloria di essere ‘suo discepolo’”. E si potrebbe continuare con gli esempi.
    Ma, a livelli meno sublimi, useremo “scolaro”, “alunno”, “allievo”. I vocabolari segnalano una tendenza dei parlanti a specializzare “scolaro” per la scuola elementare; ma la nostra tradizione letteraria autorizza l’uso di “scolaro” anche al livello universitario: si parte dal Duecento con lo “scolaro” (“scolaio”) di Brunetto Latini: “incontra’ uno “scolaio”/ su’n un muletto baio/ che venia da Bologna, / e, sanza dir menzogna,/ molt’era savio e prode.” (“Il Tesoretto”) e si arriva al Novecento con Giosuè Carducci, professore all’Università di Bologna, che scriveva, in una lettera: “quest’anno, ho veramente “scolari” iscritti, non uditori dilettanti. E imbroglierò colle mie ciance quegl’infelici e sconsiderati giovinotti, che farebbero meglio ad ire a caccia e a fare all’amore che studiare lettere.”. Ammetto la mia preferenza per “scolaro” (a tutti i livelli, in particolare a quello universitario) perché la parola definisce lo studente in rapporto all’istituzione, cioè alla “scuola” (lat. “schola” che, a sua volta, viene dal greco “scholé”, “tempo libero”, dedicato a un’attività mentale non lavorativa e quindi liberatoria). Invece “alunno” (lat. “alumnus”, dal verbo “alere” “nutrire”) e “allievo” (lat. “ad levare” “levare in alto”, “far crescere”) individuano il rapporto di chi studia con chi insegna. Un rapporto molto importante, ma tutt’altro che semplice: ricco di soddisfazioni, ma anche di responsabilità.
    (Da La Nazione, 28/10/2011).

  • Una grammatica d’autore

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Lo scorso 16 settembre, centesimo anniversario della nascita di Giovanni Nencioni, l’Accademia della Crusca lo ha ricordato con una “giornata” a lui dedicata. A lui è stata anche intitolata la sala che contiene la sua biblioteca, donata all’accademia. Nel programma figurava anche la presentazione, in ristampa anastatica, di un piccolo libro (77 pagine) di cui si erano perse le tracce: scritto da Nencioni, con la collaborazione pedagogica del maestro Felice Socciarelli, il libro si intitola “Parlar materno”. Si tratta di una piccola grammatica per la III elementare. Pubblicato da Mondatori nell’agosto del 1946, questo libretto seguiva un’altra opera di Nencioni, “Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio” (Firenze, La Nuova Italia, , 15 luglio 1946) che produsse scompiglio ai massimi livelli della cultura italiana: Nencioni sosteneva che la lingua era un’“istituzione” sociale, che ha una sua autonomia e normatività nei confronti dei parlanti, suscitando una replica di Benedetto Croce e dibattiti fra noti linguisti e giuristi, L’episodio consolidò l’interesse di Nencioni per la “linguistica strutturale”, proposta da Ferdinand de Saussure e dalla sua scuola, in particolare da Albert Sechehaye, il linguista più presente nel capitolo finale di “Idealismo e realismo”.
    Fra le due opere sopra citate sembra non esserci nessun contatto. Ma chi legga attentamente “Parlar materno” si rende conto che il limpido discorso rivolto da Nencioni a bambini di 8 anni non è una momentanea deriva del suo pensiero linguistico; ma rappresenta l’estremo margine applicativo di quel pensiero, mostrandone la fecondità didattica. E’ un’impressione, questa, che mi viene dalla partecipazione alla commissione ministeriale che ha prodotto i programmi del 1985 per la scuola primaria: un’esperienza che mi aiuta a capire scelte che Nencioni – rivolgendosi ai bambini – non ha potuto esplicitare. Alcune di queste scelte anticipano (di circa quaranta anni!) le indicazioni di quel programma. Un esempio: si legge nel programma che “La grammatica va concepita come consapevolezza di fenomeni che l’alunno è già in grado di produrre o percepire”. Proprio questa è la procedura utilizzata in “Parlar materno”; per spiegare la distinzione “nome comune / nome proprio” il discorso parte (come sempre) da un “figura”: un girotondo di ragazzi (uno solo dei quali con berretto) contraddistinti dal loro nome. Segue il commento, in cui “comune e proprio” compaiono nel significato abituale, prima di assumere quello terminologico accoppiandosi stabilmente con “nome (nome comune / nome proprio)”:
    Il nome “ragazzo” è “comune” a tutti, ma ciascuno di essi ha un suo nome proprio che serve solo per lui.
    Se tu chiami: “Ragazzi!”, rispondono in coro, ma se vuoi che risponda solo quello che ha il berretto, devi chiamare: “Giorgio!”. Tutte le persone hanno un “nome comune” e un “nome proprio” (p.9). E’ la procedura abituale: semplice, efficace, facilmente imitabile.
    (Da La Nazione, 30/9/2011).

  • Da “Fare quattro passi” a Grazie mille”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    I numeri (“uno”, “due”, “tre”…) sono parole che meritano attenzione. Meno coinvolgenti di altri tipi di parola dal punto di vista emotivo e fantastico, hanno in compenso un alto grado di astrazione e di esattezza (ogni numero ha uno e un solo significato). Pensiamo per contrasto alla pluralità di significati di altri tipi di parola. Per sapere se “fiera” significa “belva”, o “mercato periodico”, o “persona orgogliosa”, dovremo leggere il testo in cui la parola compare.
    Ma – si chiedono Carlo Bazzanella, Rosa Pugliese e Erling Strudsholm (autori di un libro intelligente: “Numeri per parlare”, Laterza, 2011). “Quando diciamo “in due parole”, pensiamo davvero di usare due parole?”; “Quando proponiamo a un’amica di “fare quattro passi”, ci fermeremo dopo averne fatti quattro?”.
    Dobbiamo ammettere che – accanto all’uso preciso di numeri che servono per indicare quantità, calcolare distanze, valutare prove d’esame, ecc. – esistono nel discorso quotidiano numeri che indicano quantità indeterminate o approssimative.
    Ciò avviene in tutte le lingue, ma in modi diversi in ogni lingua: in Italia possiamo chiedere “due fagiolini” a cena; ma sarà meglio non fare la stessa richiesta a una signora australiana da poco residente in Italia (episodio reale, raccontato da Carla Buzzanella, p. 21) che – non conoscendo bene la nostra lingua – potrebbe metterci nel piatto i 2 fagiolini richiesti:
    A questo proposito Rosa Pugliese avverte che all’uso italiano di “due” (nel senso di “quantità ridotta”: “dire in due parole” equivale in inglese e in francese l’uso di “uno: in a word, en un mot” (pp. 72-73). Un avvertimento che può risparmiarci brutte figure, nei contatti con chi parla altre lingue: si ricorda ancora un uomo politico italiano, De Michelis, che – trovandosi in Inghilterra – tradusse in inglese l’espressione italiana “in quattro e quattr’otto”; ne venne fuori un “four and four eigt”, incomprensibile per il suo interlocutore. Ma i numeri, oltre ad essere vaghi e indeterminati, possono anche essere coinvolti nella narrazione e produrre, a loro volta, atmosfere strane, inquietanti, surreali. E’ il caso di un racconto di Roberto Einaudi, “Il negozio” (Einaudi, 2004, pp. 123-27), citato da Rosa Pugliese, in cui la frequenza di numeri indicanti i vari piani del palazzo, le scale, i prezzi, il numero delle persone in fila, ecc. trasformano quel luogo in un incubo”:
    “Dove trovo un cappello di lana?”. “Prenda la scala mobile “quattro” fino al “settimo” piano(…). Ritorno velocemente (…) è al “quinto” piano scala “sette” (…). Mi risulta che in questo momento ci siano “tre” uscite aperte, la “C-2”, la “D-7” e la “F-6”…
    Concludo con parole di questo libro (che certamente piacerà a chi si interessa di lingue: danese incluso, a cura di Erling Strudsholm): “I numeri collaborano nel creare emozioni”.
    (Da La Nazione, 19/8/2011).

  • Sinonimi perfetti, o quasi

    di Mari Luisa Altieri Biagi

    In un vecchio numero del giornale “La Crusca per voi” (Aprile 2009) leggo la domanda che un lettore francese, Jean Luc Roux, rivolge all’Accademia per sapere se “Esistano differenze d’uso” fra i verbi “accadere”, “succedere”, “capitare” e se ci siano “vincoli particolari nella scelta dell’uno o dell’altro”.
    Gli risponde Giada Mattarucco premettendo che “i sinonimi perfetti sono rarissimi”, ma che parole quasi – sinonime possono alternarsi, in certi testi, senza cambiarne il significato; è il caso di “ Cose che “capitano”!”/ “Cose che “succedono!”/ “Cose che “accadono!”. Eppure i tre verbi, se più ampiamente confrontati, rivelano differenze di significato (“capitare” ospita più degli altri due l’inaspettato, il casuale) o di livello linguistico (“accadere” è “appena appena più sostenuto degli altri due verbi”). Allargando il confronto, “avvenire” appare “un po’ più ricercato” dei tre verbi sopra elencati; “verificarsi”, “aver luogo” si rivelano “più formali” dei precedenti e quindi più adatti al “linguaggio burocratico”. La risposta utilizza anche testi letterari: di Ariosto, Galileo, Manzoni, Pontiggia.
    A questi testi vorrei aggiungere l’inizio di un racconto di Calvino in cui compare il verbo “capitare”: “Mi “capitò” una volta, a un crocevia, in mezzo alla folla, all’andirivieni.” (“Il lampo”, in “Prima che tu dica pronto”, Mondatori, 1993).
    Calvino avrebbe potuto scegliere “Mi “successe” una volta” o magari “Mi “accadde” una volta”. Avrebbe anche potuto scrivere “ “Avvenne” una volta”, anticipando la raffinatezza di scelte seguenti (“crocevia” invece di “incrocio”; “andirivieni” invece di “viavai”) ma eliminando il “Mi” iniziale perché un verbo di livello medio – alto come avvenire non accetta familiarità con un pronome personale.
    Se Calvino decide per “Mi “capitò” una volta” è perché il verbo “capitare” (dal latino popolare “capitare”, derivato da “caput”, “capo”, con il significato di “mettere il capo in qualche luogo”) è quello che meglio introduce un evento casuale e istantaneo (anticipato dal titolo: “Il lampo”. Ma la motivazione più probabile della scelta, per uno scrittore che si dichiara attento al suono della parola prosastica quanto a quello della parola poetica, è il ritmo “tronco” di “capitò), più raro e più impressivo del ritmo piano di “accadde”, “successe”, “avvenne”.
    E’ una sensibilità ritmica che Calvino condivide con lo scrittore da lui stesso indicato come suo unico “modello” italiano: quel Dino Buzzati che iniziava così un racconto breve: “Sopra la bella villa dove si conduce una vita spensierata un macigno “pencola”.” (“Il macigno”, in “In quel preciso momento”, Mondatori, 1963). Buzzati avrebbe potuto usare molti quasi – sinonimi di “pencola”: “sporge”, “pende”, “oscilla”, “vacilla”, “tentenna”, “incombe”, ecc Ma nessuno di questi verbi “piani”, accentati sulla penultima sillaba, avrebbe potuto sostituire efficacemente pèncola”, che –collocato sull’orlo estremo del periodo- mima con il suo ritmo “sdrucciolo” l’evento tragico della caduta del “macigno” (simbolo della morte).
    (Da La Nazione, 15/7/2011).

  • A proposito di lingua maltrattata e di nuove mode tutte televisive

    Maria Luisa Altieri Biagi

    Guardo uno spettacolo televisivo del Sabato sera su canale 5 (Italias’ got talent): una giuria composta da Maria De Filippi, Gerry Scotti e Rudy Zerbi, noto discografico, seleziona dilettanti che si presentano come musicisti, cantanti, ballerini, ginnasti, maghi, ventriloqui, ecc. E’ la volta di un fachiro, a cui Maria De Filippi, chiede se la sua esibizione “può centrare qualcosa” (cioè può “entrarci” in qualche modo, “avere qualche rapporto”) con il suo lavoro quotidiano. La De Filippi usa, di solito, un italiano televisivo efficace: giustamente semplice e corretto. Stupisce dunque che sia proprio lei a fornire esempio di una moda linguistica recente, che mi era stata appena segnalata da un amico giornalista. Moda che può generare un grave errore nella scrittura, se il “ ‘c’entrare’ qualcosa”viene scritto senza apostrofo (come in effetti succede), diventando “centrare qualcosa” e così confondendosi con il legittimo verbo italiano “centrare”, quello che significa “colpire al centro”.
    Episodi di questo tipo sono frequenti e spesso sono proprio i lettori di questa rubrica a segnalarmeli. Un lettore di Lucca Francesco B., mi scrive elencandomi “mode linguistiche” a lui “odiose”: “l’espressione “piuttosto che”, usata come semplice congiunzione al posto di “via…sia”; -“l’aggettivo “importante”, usato a proposito di una collana, di un seno, di un armadio…”; – “l’aggettivo “pesante” nel senso di “rilevante, notevole””; -“progetto musicale o fatica” usati enfaticamente per dischi di musica pop.” “…”
    L’elenco di Francesco B. si conclude con la frase “Ne succedono di “ogni”!”, usata da Nicole Minetti in una telefonata e poi pubblicata dai giornali.
    “Che sia la nuova moda?”, chiede il lettore lucchese.
    Ho aspettato, prima di rispondergli, perché da tempo trascuravo i programmi televisivi più redditizi per la raccolta di novità linguistiche: il “Grande Fratello”, le trasmissioni pomeridiane di pettegolezzo (“gossip”) televisivo, ecc.
    Non ero dunque aggiornata; ma ho recuperato rapidamente guardando e ascoltando “Pomeriggio cinque”, condotto da una Barbara D’Urso molto disponibile all’innovazione linguistica. In un solo pomeriggio la suddetta ha colmato molte mie lacune; ha iniziato la trasmissione promettendo al suo pubblico: “Succederà la “qualunque”!” e, quando è veramente successo di tutto, ha ribadito il concetto commentando: “Ne succede “di ogni”!”. Il dubbio di Francesco B. trova dunque conferma: si tratta proprio di un “modo”.
    In seguito Barbara D’Urso ha prodotto una terza perla linguistica che si ricollega all’episodio iniziale: “Non può “c’entrare”!” – ha detto – confermando anche questa moda linguistica.
    (Da La Nazione, 3/6/2011).

  • Chi l’ha mai vista una “strage umanitaria”?

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    L’aggettivo “umanitario” è molto presente, oggi, nel dibattito politico e nella cronaca giornalistica e televisiva. Dopo il terremoto in Giappone e la rivolta popolare in Libia si è parlato molto di “emergenza ‘umanitaria’”, di “iniziative ‘umanitarie’”, di “scopi (aiuti, interventi) ‘umanitari’”, di “corridoio “umanitario” con la Libia”, ecc. perché i due eventi richiedono solidarietà e sostegno. “Umanitario” significa proprio “animato da sentimenti di solidarietà umana”, “impegnato a migliorare le condizioni di vita di chi soffre”; insomma “solidale”, “benefico”, “altruista”, “filantropo”.
    Ma si sente anche dire (e si legge) “catastrofe ‘umanitaria’”, “disastro ‘umanitario’”, “esodo ‘umanitario’”, eccetera, quando – in tutti questi casi – l’aggettivo giusto sarebbe: umano. Se affonda una barca che trasporta 300 persone e di queste se ne salvano solo 50, questo è un “dramma ‘umano’” (non “umanitario!).
    Qualcuno potrebbe dire che la lingua si trasforma, con il passare del tempo, che le parole nascono, muoiono, cambiano di forma e di significato.
    Lasciamo che il tempo passi, allora; oggi è sbagliato confondere “umano” con “umanitario”, come lo sarebbe confondere “utile” con “utilitario”, “sano” con “sanitario”, “comune” con “comunitario”, “immune” con “immunitario”, eccetera.
    Sono l’insicurezza, l’indolenza, la gregarietà linguistica di chi parla o scrive che spingono a scegliere le parole più pretenziose, quelle che più riempiono la bocca, scartando le parole semplici, comuni ma “giuste” (così le definiva Calvino). E’ la cosiddetta “lingua di plastica” che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: e così leggiamo che un calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio” (quando “problema” sarebbe bastato); un altro calciatore fa “ ‘molteplici’ calate a rete” (quando “molte” sarebbe stata la scelta giusta). Sono molti quelli che “ ‘affrontano’ una ‘tematica’”, ma consiglierei di ascoltare quelli che “’parlano’ di un ‘tema’”.
    Passiamo dalla cronaca alla storia: “umanitario” è ben diverso da “umano” anche da questo punto di vista. Nel Duecento gli abitanti della nostra penisola usavano già “umano”, avendolo “ripescato” dal latino (“humanus”). Invece “umanitario” è arrivato in Italia nell’Ottocento importato dalla Francia: l’aggettivo francese, “humanitaire”, era nato nel 1835, a definire un movimento filosofico e politico (largamente diffuso in Europa) che voleva migliorare le condizioni di vita dei lavoratori nell’età industriale e capitalistica. I francesi lo avevano creato”derivandolo” da “humanité”, “umanità”, parola che già possedevano nel Quattrocento, avendola presa dal latino (“humanitas”). Storie diverse, dunque, per parole diverse (anche se appartenenti a una stessa famiglia).
    (Da La Nazione, 22/4/2011).

  • “Albergo Posta”, un nome che sa di passato

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    In partenza per la montagna, una nipotina mi lascia il nome del suo albergo, un nome che le sembra strano: “Albergo “Posta”… chissà perché si chiama così?”.
    E’ una domanda a cui non è difficile rispondere: la parola “pòsta” – oggi usata soprattutto nel senso di “ufficio postale”, “corrispondenza personale”, viene dal verbo latino “pònere”, “porre”; precisamente dal suo participio passato “pòs(i)ta”, “‘posti’ riservati, previsti per fermarsi”.
    Dante usa già questa parola, al plurale, nella “Divina Commedia”, parlando di angeli che tornano ai loro posti celesti, dopo aver messo in fuga un serpente: “fuggì ’l serpente, e li angeli dièr volta/ suso a le “poste” rivolando iguali.” (“Purgatorio”, VIII, 108). Ma Dante conosce anche la “posta” (il luogo di attesa) del cacciatore, cioè di “colui che venire/sente ’l porco e la caccia a la sua “posta”,/ ch’ode le bestie, e le frasche stormire” (“Inferno”, XIII, 113).
    Il verbo “porre” appartiene al gruppo di quei verbi fondamentali (“stare”, “dare”, “prendere”, “fare”, ecc.) che hanno un significato molto generale, cioè disponibile ad accogliere molti significati diversi e diverse sfumature di significato. Non è un difetto, questo, perché consente a questi verbi e ai nomi da essi derivati di dire molte cose con una parola sola: un bel risparmio per la nostra memoria.
    Ed ecco che da “pòsta” nel significato di fermata, o “luogo di attesa”, si passa a quello di “stazione di ‘posta’”, cioè di un edificio a cui fanno tappa carrozze, trainate da cavalli, che trasportano persone e bagagli. In queste stazioni di “posta”, collocate a intervalli regolari (di 20-30 chilometri) ai lati di strade importanti, avveniva il cambio dei cavalli; i viaggiatori potevano scendere per bere,mangiare, riposarsi, eventualmente pernottare. Qui si depositavano e si ritrovavano lettere e pacchi.
    Non parliamo di tempi remoti: nel 1861, subito dopo la proclamazione del regno d’Italia, Giuseppe Verdi – nominato deputato nel Parlamento italiano – viaggiava in carrozza a cavalli per andare da Milano a Torino e viceversa. Naturalmente queste “stazioni di posta” smetteranno di funzionare mano a mano che si svilupperanno le reti ferroviarie e il traffico automobilistico. E la parola “posta” indicherà la corrispondenza cartacea (in alternativa alla “posta informatica”), l’ufficio in cui si spedisce o si ritira la corrispondenza, ma anche l’organizzazione che provvede a questo servizio ed altri servizi,sempre più specializzati e complessi.
    Rimangono però gli edifici adibiti in passato a “stazioni di posta” e molti di questi – ovviamente ristrutturati, ampliati, ricostruiti, ecc. verranno usati come alberghi, conservando il nome tradizionale. “Albergo Posta”.
    (Da La Nazione, 25/3/2011).

  • Quando Montale rifletteva in versi sulla comunicazione

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Ho riletto in questi giorni “Piccolo diario” di Eugenio Montale (“Tutte le poesie”, Mondatori, “I Meridiani”, 1984, p.839). E’ una poesia scritta nel 1968, quando il poeta aveva 72 anni e da tempo aveva raggiunto il successo con il linguaggio elaborato di “Ossi di seppia” (1925), “Le occasioni” (1939), “La bufera e altro” (1956). In “Piccolo diario” è invece già presente il linguaggio che caratterizzerà “Satura” (1971), “Diario del ’71 e del ’72” (1973) e che i critici definiranno “prosastico”, “dimesso”, “scolorito”, “trito”…
    Nella prima strofa Montale si descrive indebolito dall’influenza e tossicchiante, mentre attende “un tale” (non ricorda il nome), presidente di un “Centro Culturale” (non ricorda quale) che lo accompagnerà in macchina alla cerimonia in cui gli verrà consegnata una medaglia (per meriti che il poeta ignora).
    La seconda strofa mette a fuoco la posta inevasa, accumulata sul suo tavolo durante la malattia: gente che vuole scrivere all’uomo “importante”, per mettersi in comunicazione con lui.
    Ed ecco la terza e ultima strofa dalle parole “comunicare”, “comunicazione”, invano ricercate nello scrigno della “memoria” infantile, esplode improvvisa la scintilla, l’ “occasione-spinta”, la “castagnetta a scoppio ritardato” della poesia montaliana:
    “Comunicare”, “comunicazione”, parole che se frugo nei miei ricordi di scuola non appaiono. Parole inventate più tardi, quando venne a mancare anche il sospetto dell’oggetto in questione.
    Siamo nel 1968 e “comunicare”, “comunicazione” sono parole di moda, rappresentative di una scienza (la “semiologia” o “semiotica”) che –nel corso del Novecento – ha dilatato lo studio della “lingua” a quello di tutti il “linguaggi verbali” e “non-verbali” (“gestuali”, “visivi”, “grafici”, “corporei”, ecc.) E così parole care alla memoria scolastica di Montale (come “parlare”, “ascoltare”, “leggere”, “scrivere”, “dialogare”, ecc.) vengono soppiantate da “parole inventate più tardi” (“codificare”/ “decodificare”, “comunicare”, ecc.); la “lingua” diventa “codice”; la “parola” diventa “segno”; la “frase” diventa “enunciato”… E Montale si chiede se, al di sotto delle parole nuove, sopravviva l’“oggetto” di cui si parla, si conservi il suo significato.
    L’insofferenza di Montale per parole come “comunicare”, “comunicazione”, si spiega anche tenendo presente che il 1968 è anno particolarmente movimentato, nel periodo della “contestazione”, cioè della protesta studentesca contro le istituzioni scolastiche (poi estesa al sistema sociale, politico, economico). Montale prende le distanze da quel mondo che non gli appartiene: in “Satura” farà la parodia del linguaggio dei contestatori: “lo storicismo dialettico/ materialista/autofago/progressivo/”; “il salto qualitativo/ macché qualitativo!”(“Fanfara”):
    Mi chiedo, per concludere: come reagirebbe Montale se sapesse che in Italia ci sono (o almeno c’erano fino a ieri) più di 60 dipartimenti universitari di Scienze della “Comunicazione”?
    (Da La Nazione, 25/2/2011).

  • Questione di sinonimi

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Mi capitò una volta, a un crocevia, in mezzo alla folla, all’andirivieni”. Comincia così un brevissimo racconto di Italo Calvino, “Il lampo” (1943). Lo leggo a voce a voce alta per una bambina di quasi nove anni e – prevedendo le sue richieste – sono pronta ad affiancare “incrocio” a “crocevia” e “via-vai” a “andirivieni”. Ma lei chiede invece cosa vuol dire “capitò”, e io propongo “accadde, avvenne, successe”.
    E’ bene continuare a “leggere” per bambini che pure sono già in grado di farlo da soli. Si evita così che la fatica della lettura “visiva” li allontani da quel leggere che è stato per anni un “ascolto”: piacere gratuito, immediato, ricco di energia verbale. “Leggere” per i bambini consente anche di ampliare la scelta dei testi: un racconto come “Il lampo” può essere anticipato di qualche anno se c’è un adulto che lo “esegue” con la voce e che – se richiesto – può spiegare le parole rare, accoppiando a esse parole più facili, di significato simile (“sinonimi”). Per fortuna il vocabolario italiano è molto ricco di parole e offre molti “sinonimi” fra cui scegliere quello che più si adatta al nostro discorso. Calvino, per esempio, avrebbe potuto cominciare il racconto con “Mi “accadde” una volta”, “Mi “successe” una volta”, ecc. Ma non avrebbe usato “Mi “avvenne” una volta” perché “avvenire” (dal latino “advenire”) è un verbo che non gradisce il collegamento familiare con un pronome personale. Se Calvino decide per “Mi “capitò” una volta” è perché il verbo “capitare”, dal latino popolare “capitare” (derivato da “caput”, “capo”, con il significato di “mettere il capo in qualche luogo”) è quello che meglio introduce un evento strano e inaspettato. Uno scrittore come Calvino, attento all’aspetto sonoro della parola, può aver apprezzato l’accento sulla sillaba finale di “capitò” e il ritmo “tronco” che esso produce, certamente più raro e improvviso del ritmo piano di “accàdde, succèsse, avvénne”.
    Abbiamo già sottolineato la ricchezza del vocabolario italiano; fra le molte fonti di questa ricchezza ricordiamo la più importante: la filiazione dal latino (ma anche dal greco, filtrato attraverso il latino): un rapporto che non è solo di derivazione, ma anche di recupero di parole che – nel corso dei secoli – l’italiano ha attinto dal serbatoio del latino scritto (e del greco) a colmare lacune o a soddisfare nuove esigenze, soprattutto terminologiche. Altra fonte di ricchezza lessicale è la varietà di volgari creati dall’incontro del latino con le varie lingue preesistenti nella nostra penisola. Sono molte le parole italiane che sono state fornite dai dialetti. E moltissime sono le parole fornite da altre lingue, nel corso dei secoli: germaniche, arabe, spagnole, francesi, inglesi. Chi dubita, oggi, di parole che sembrano italianissime, come “schiena” (longobarda), “ragazzo” (araba), “giardino” (antico-francese), “brio” (spagnola), “ragù” (francese), “bistecca” (inglese)?
    (Da La Nazione, 21/12/2007).
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    Dietro l’angolo, la grammatica

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Nel settembre 2007 il ministro della Pubblica Istruzione ha proposto, in 112 pagine, le “Nuove indicazioni per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo”. Dai 3 anni ai 14, dunque: anni decisivi per l’apprendimento linguistico e per lo sviluppo psichico e mentale che da quell’apprendimento largamente dipende.
    Qui dovrò limitarmi al commento di un passaggio del testo che riguarda l’insegnamento dell’Italiano (p. 51), sottolineato anche dall’“Allegato” ministeriale che elenca le principali novità contenute nelle Indicazioni: “Tornano in evidenza la “grammatica” e la “sintassi” (partendo dalle riflessioni sulla lingua) …” (“Ministero P. I., Ufficio Stampa, Qualche esempio in pillole”, p. 2). E subito viene un dubbio: perché “la ‘grammatica’ e la ‘sintassi’”? Forse che la “sintassi” non fa parte della “grammatica” (“studio degli elementi costitutivi di una lingua”)? Si deve forse intendere che “grammatica” (separata e distinta da “sintassi”) significhi soltanto “morfologia”? e che quindi “grammatica” e “sintassi” scandiscano l’itinerario che parte dalle “forme” della parola (le “nove “parti” del discorso”!) per arrivare ai “costrutti” (“frasi” e periodi”)? E se così fosse, come si concilia questa indicazione con quel “partendo dalla riflessione sulla lingua” che segue fra parentesi e che esige l’itinerario opposto: dalla globalità del testo ascoltato o letto, “lunarmente” capito (per usare una parola di Bettelheim), a un’analisi dei suoi componenti, tesa non a individuare schematismi (“paradigmi”) ma a capire sempre meglio quel testo, fino a scoprirne le “inezie solari” (ancora Bettelheim)?
    Altro dubbio: se “ ‘Tornano’ in evidenza la ‘grammatica’ e la ‘sintassi’” vuol dire che queste erano state, in passato, trascurate. Ma chiunque legga il programma di Italiano del 1985 per la scuola primaria (lo conosco bene perché ho partecipato alla sua stesura) si accorgerà che la grammatica c’è, come strumento necessario a capire come funziona lo straordinario sistema che ci permette di comunicare con gli altri, ma anche con noi stessi: per pensare, ragionare logicamente, creare i “mondi possibili” della logica e della fantasia. Ancora: la grande maggioranza degli insegnanti ha continuato a insegnare la grammatica; talvolta in modo nuovo e felice, aggiornata rispetto alla ricerca linguistica; spesso, troppo spesso, riproponendo come docenti quella grammatica che avevano imparato da scolari. Il problema non è dunque quello del “ritorno” della grammatica, ma quello della “scelta” di una grammatica intelligente, osservabile nei testi e ricavabile da essi, necessaria alla comprensione profonda dei testi stessi, capace di spiegarci come è fatta la lingua e di rivelarci i suoi poteri. Il problema è anche quello dell’aggiornamento dei docenti che già insegnano e del reclutamento di quelli nuovi: preparati disciplinarmente (non solo pedagogicamente) dalle Università, selezionati per concorso, giustamente remunerati.
    (Da La Nazione, 28/12/2007).
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    La fabbrica degli –ismi

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Edmondo De Amicis (1846-1908) lamentava che la lingua italiana perdesse modi di dire e parole espressive, aprendosi sempre più ai tecnicismi della scienza. Lo scrittore reagiva raccogliendo le espressioni “gentili e argute” di una sua padrona di casa fiorentina (“è buio come in gola”; “un vestito che gli piangeva addosso”; “un quadro fatto con l’alito”, ecc.) e ironizzando sui termini scientifici che invadevano i giornali e la lingua quotidiana. Ecco come, nel suo “Idioma gentile” (1905), fa dialogare un professore, uno scrittore, un avvocato e un cronista: “ ‘Prof.’- Aspetta: lascia che mi ‘orienti’ un poco. ‘Scritt.’ – ‘Orièntati’. E una. ‘Prof.’ – Non siamo noi che divulghiamo il nostro linguaggio tecnico. E’ il gran pubblico, sono i giornali e la cattiva letteratura che ce lo pigliano. ‘Scritt.’ – Già: è effetto del ‘polarizzarsi’ di tutte le idee verso la scienza. ‘Prof.’ – E’ un fatto, te lo confesso, di cui il nostro amor proprio si compiace. Al vedere che ogni interruzione o lacuna di qualunque cosa diventa una ‘soluzione di continuità ’, ogni scopo un ‘obiettivo’, ogni caso un ‘fenomeno’. ‘Scritt.’ – E ogni mescolanza un ‘amalgama’. ‘Prof.’ – A sentir parlare di ‘forza centripeta’ e ‘centrifuga’ dell’istinto, del ‘dinamismo’ dei partiti politici e di Parlamenti ‘saturi d’elettricità’. ‘Avv.’ – E di ‘atmosfera’ d’odio. ‘Scritt.’- Dove lasci gl’‘ismi’? Fra cinquant’anni ci saranno nella lingua tanti –‘ismi’ che si farà rima ogni dieci parole. Andiamo, io lancio il primo: il ‘nervosismo’ delle nuove generazioni. ‘Avv.’ – Il ‘rigorismo’ del Fisco. ‘Cron.’ – Il ‘confusionismo dei partiti. ‘Scritt.’ – Il ‘parallelismo’ delle situazioni. Ma ‘parossismo’ è l’‘ismo’ prediletto”.
    A distanza di un secolo possiamo confermare che –‘ismo’ (l’antico suffisso greco –‘ismòs’) è uno dei più attivi, nelle lingue moderne, a formare nomi di movimenti o concezioni politiche, religiose, filosofiche, artistiche, letterarie (“socialismo”, “buddismo”, “esistenzialismo”, “cubismo”, “ermetismo”); di comportamenti (“attivismo”, “dilettantismo”, “, “astensionismo”) o di atteggiamenti che si rifanno a un personaggio (“narcisismo” (1923), da Narciso, personaggio mitologico); o nomi di difetti fisici, malattie, vizi (“strabismo”, “reumatismo”, “alcolismo”), ecc. Se l’autore di “Cuore” potesse oggi consultare il dizionario di G. Adamo e V. Della Valle (“Neologismi quotidiani”, Olschki, 2003) troverebbe che, nel solo quinquennio 1988 – 2003, ben 63 nuovi –‘ismi’ sono sbocciati su 33 quotidiani: “bambinismo”, “salottierismo”, “tapirismo”, ecc. Nei due anni successivi altri 53 –‘ismi’ sono stati raccolti dagli stessi autori in 39 quotidiani (“2006 parole nuove”, Sperling & Kupfer, 2005). E si noti che la ricerca si è limitata ai giornali, senza usare testi orali noti che la ricerca si è limitata ai giornali, senza usare testi orali né altri tipi di testi scritti. E anche vero, però, che molti di quegli –‘ismi’ sono passeggeri, effimeri, non metteranno radici nel nostro vocabolario: quanto, durerà “andreottismo”? e “berlusconismo”, “bossismo”, “dalemismo”, “prodismo”, “veltronismo”?
    (Da La Nazione, 11/1/2008).
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    Analfabeti con la laurea

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Giornali e telegiornali annunciano che buona parte dei posti disponibili, nell’ultimo concorso per la Magistratura, non è stata assegnata ai candidati perché questi avevano commesso errori “ortografici” nella prova scritta. La notizia è inquietante. Se la lingua è strumento del pensiero, la competenza linguistica non serve solo ai fini di dignità formale, stilistica, ma è supporto necessario delle operazioni logiche fondamentali, quelle su cui si fonda il ragionamento e il giudizio. La provata esistenza di analfabeti con laurea che, oltretutto, presumono di amministrare la giustizia, dovrebbe preoccuparci più delle statistiche (di cui è anche possibile dubitare) che collocano la scuola italiana agli ultimi posti nella graduatoria europea. Basterà la restaurazione grammaticale (“il ritorno in evidenza di “Grammatica e Sintassi” annunciato dal Ministero P.I.) a produrre un miglioramento? Ho già detto che cosa ne penso (“Dietro l’angolo, la grammatica”: QN, 28/XII/07). Aggiungo che – a mio parere – il libro di Grammatica non è mai scomparso dai cataloghi delle case editrici e dai banchi di scuola; un’analisi delle adozioni dimostrerebbe inoltre la larga prevalenza della tradizione “classificatoria” sui tentativi innovativi: gli insegnanti hanno spesso continuato a riproporre come docenti quella grammatica che avevano imparato da “scolari”, spegnendo a forza di “paradigmi” la curiosità per la lingua che è in ogni bambino. Sicché dovremmo chiederci se la scuola abbia soffocato interessi, invece di suscitarli, abbia dato regole astratte invece di sollecitare l’osservazione della lingua e la scoperta in essa di fenomeni che produciamo – avendoli assorbiti per esperienza a partire dalla nascita – ma di cui non siamo pienamente consapevoli. Robert Musil scriveva che “Noi usiamo la nostra lingua così come il millepiedi usa i suoi piedi: senza rifletterci sopra un solo attimo, se non vuole finire schiacciato immediatamente”. Come dire che noi sacrifichiamo all’urgenza dell’“atto” comunicativo la piena coscienza delle nostre scelte. Eppure le parole dobbiamo pur “trovarle”, nel deposito della memoria, e “combinarle” armonizzando il loro significato e la loro forma; e le dobbiamo mettere in fila in un certo ordine, rispettoso di certe regole. E poiché molte di queste regole non sono rigide e lasciano una certa libertà di scelta, dovremmo essere capaci di fare le scelte più efficaci. Il problema non è dunque quello del “ritorno” della Grammatica, ma quello della scelta di una grammatica che non recita regole e paradigmi, ma – partendo da testi orali o scritti – li osserva, si interroga su come sono fatti, magari li rielabora per vedere che cosa cambia e come cambia, se cambia.
    (Da La Nazione, 25/1/2008).
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    C’è viaggio e viaggio

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Leggo che negli Stati Uniti si accettano prenotazioni per viaggi turistici nello spazio. Sarà il nuovo capitolo di una storia del “viaggio” già ricca di tappe significative che hanno modificato il rapporto dell’uomo con lo spazio in cui vive e in cui si muove. Per quanto riguarda la civiltà europea pensiamo al viaggio via terra di Alessandro Magno (356-323 a. C.), dalla Macedonia all’India; alla dilatazione oceanica del viaggio per mare, al di là dello stretto di Gibilterra (le inviolabili “colonne d’Ercole”), fra Quattro e Settecento; all’esplorazione dell’Africa nell’Ottocento e a quella dei poli nel Novecento.
    Esplorazione geografica significa scoperta di nuovi luoghi, di nuovi popoli e costumi di vita, di nuovi animali, di nuove piante e quindi aumento del sapere. “Molti passeranno al di là e si accrescerà la scienza” (“Multi pertransibunt et augebitur scientia”), si legge sul frontespizio di un’opera di Bacone (“Instauratio magna”, Londra, 1620), sotto l’immagine di una caravella che attraversa le colonne d’Ercole. Il viaggio diventa dunque simbolo e metafora di un’avventura mentale, di un’impresa conoscitiva: in particolare di una ricerca scientifica che si libera dall’autorità degli antichi, da una filosofia libresca, e crede in ciò che “si vede con gli occhi”, potenziati dal “cannocchiale” per esplorare l’infinitamente grande e dalla “lente” per vedere da vicino l’infinitamente piccolo. Galileo e Malpighi – i due massimi scienziati del Seicento – non “viaggiano” materialmente, ma vedono più lontano di Colombo e di Magellano: il primo puntando il telescopio sulla Luna, su Giove, Venere, ecc.; il secondo osservando al microscopio le “parti minime” di organismi animali e vegetali. E’ “viaggio”, dunque, anche l’itinerario della mente che cerca la verità in natura.
    La storia della parola “viaggio” è semplice e contrasta per la sua linearità con la ricchezza e complessità del concetto. Si parte dal latino tardo “viaticum” (da “via”, “strada”), “ciò che serve per il viaggio”, “provviste per il viaggio”, da cui deriva il provenzale “viatge”, “viaggio”. L’italiano “viaggio” è un prestito da “viatge”, come si capisce dal trattamento tipico, in –“aggio”, del suffisso (vedi “coraggio” dal provenzale “cora’tge’”, selvaggio dal provenzale “salva’tge’”, ecc.). In Italiano c’è anche la parola “viatico”, ripescato direttamente dal latino (“viaticum”), ma modificata nel significato cristiano che – interpretando la morte come ultimo viaggio – provvede “ciò che serve” a questo viaggio estremo: il sacramento dell’Eucarestia, o Comunione.
    (Da La Nazione, 8/2/2008).
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    ‘Amici’ sì, ma senza stile

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Nel 2004 ho dedicato una puntata di questa rubrica alla trasmissione “Amici” di Canale 5. Mi sembrava che la passione (a volte la vocazione) di questi ragazzi per la danza, per il canto, per la recitazione, potesse salvarli dalla rudimentalità linguistica che normalmente caratterizza i personaggi di altri “reality” televisivi.
    Apprezzavo anche gli insegnanti della scuola: oltre ai maestri di canto, di danza, di recitazione, c’era anche Aldo Busi, maestro di lingua. Era suo compito spiegare agli “Amici” che povertà di parole e incertezza della sintassi, producono esilità del ragionamento, incoerenza logica, e una labilità emotiva inconciliabile con professioni artistiche che richiedono disciplina mentale e controllo delle emozioni. Busi sosteneva che un analfabeta non può diventare un grande artista (anche se ha avuto in sorte una voce preziosa o un corpo perfetto) perché non avrà mai uno “stile”, che richiede capacità di selezione e di scelta. Invitava dunque i ragazzi a leggere “almeno un libro al mese”; a scrivere “almeno una pagina” che lui avrebbe corretto e discusso; a portare in classe il vocabolario per cercare le molte parole sconosciute…
    A distanza di quattro anni ho voluto ripetere l’esperienza per cogliere le novità di “Amici”: Busi non c’è più e questa assenza sottrae ai ragazzi occasioni di dialogo, preziose esperienze di lettura e di scrittura. Altri cambiamenti sono avvenuti nel corpo insegnante senza comprometterne l’alto livello. Invece è molto cambiata la struttura della trasmissione: la scuola di “Amici” è sempre meno “scuola” e sempre più “gara”, competizione, spettacolo. I ragazzi sono fin dall’inizio divisi in due squadre che lottano accanitamente per vincere. Ciò produce un forte aumento di antagonismo, coinvolgendo il pubblico presente e non risparmiando neppure gli insegnanti che – avendo scelto di seguire l’una o l’altra squadra – non possono sfuggire a qualche contrapposizione di metodi e di giudizi. Ovviamente l’aggressività è massima nei ragazzi: poveri di parole, gli “Amici” sono ricchissimi di parolacce, tanto che i “bip” della censura non riescono più a censurarle. La situazione si aggrava quando cominciano le esibizioni serali perché spetta alla squadra vincente proporre l’eliminazione di un componente della squadra perdente. E’ una regola che produce conseguenze vistose sulla volgarità del dialogo e del comportamento, soprattutto negli “intervalli” delle lezioni, quando i ragazzi – pur sapendo di essere registrati – si lasciano andare a discorsi e giudizi su compagni e insegnanti della parte avversa.
    Queste forme di esasperazione non compromettono il successo della trasmissione: il pubblico di “Amici” – quello presente in studio e quello televisivo – premia il cambiamento con applausi più entusiastici e con ascolti più alti… E premia il ragazzo più agitato facendo convergere su lui i voti, in modo da classificarlo al primo posto (“salvandolo” così da eventuali eliminazioni)…
    (Da La Nazione, 22/2/2008).
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    Se ti salta il ticchio

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Fra i molti cambiamenti dell’Italiano parlato negli ultimi decenni segnalo la crescente perdita dei “modi di dire” (proverbi e espressioni proverbiali): un piccolo e variopinto patrimonio espressivo, legato a consuetudini di vita familiare e lavorativa, che i nonni hanno sempre trasmesso a nipoti e pronipoti. Oggi è ancora possibile sentir dire da un nonno che “ha chiuso la porta della stalla quando i buoi erano già scappati”, per dire che ha smesso di fumare quando era già troppo tardi; ma è facile che il nipotino chieda spiegazioni (soprattutto se non è mai entrato in una stalla e non è mai entrato in una stalla e non ha mai visto buoi). La perdita di questo patrimonio espressivo dipende soprattutto dall’impoverimento delle tradizioni popolari, in seguito all’unificazione politica della penisola. Il passaggio dalla grande varietà dei “dialetti” a quella realtà intermedia che sono gli “italiani regionali” e infine alla “lingua nazionale” ha significato anche la rinuncia a molte particolarità locali a favore di una progressiva uniformità; così si è perso anche il gusto di condensare in proverbi e “detti” popolari l’insegnamento tratto da secolari esperienze di vita. Per avere esempi rappresentativi di questo gusto, dovremmo oggi ricorrere a personaggi letterari, interpreti di varie tradizioni locali: della tradizione contadina del “Lapo”, nella commedia toscana; della tradizione mercantile del “Pantalone” nella commedia veneziana; della tradizione marinara che ha il suo più noto rappresentante narrativo nel “padron ‘Ntoni” di Verga. “Per menare il remo” – diceva padron ‘Ntoni mostrando il pugno chiuso – “bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro”; “Gli uomini sono fatti come le dita di una mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo”; “Senza pilota barca non cammina”; ecc. Padron ‘Ntoni ereditava questi motti dagli “antichi” perché “Il motto degli antichi mai mentì”. Il filone proverbiale ancora oggi più presente, quello toscano, ci conserva immagini (e parole) della cultura contadina: “Cadiamo dalla padella nella brace”, “Meniamo il can per l’aia”, “Ci diamo la zappa sui piedi”, “Tiriamo l’acqua al nostro mulino” e così via. E qualche giorno fa “mi è ‘saltato il ticchio’” di portare una bambina a teatro per vedere un balletto. Ma prima ho dovuto spiegarle chi fosse “il ticchio” e dove fosse saltato: già nel Quattrocento si usava in Italia la parola “tic” (“ticche”, “ticchete”) per imitare un rumore rapido e secco: il battito del cuore, del polso, ecc. Poiché l’italiano antico evitava parole terminanti in consonante si capisce che “tic” venisse modificato in “ticchio”, soprattutto nell’uso medico, con il significato proprio di “battito”, o con il significato figurato di “reazione nervosa”, “voglia strana”, “capriccio”…
    (Da La Nazione, 7/3/2008).
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    Mollìca sì, mòllica no

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Il mio dentista è anche mio lettore, da quando ha scoperto che scrivo questa rubrica; e mi consulta, se ha qualche dubbio linguistico (cosa che può capitare a tutti, perché una lingua naturale non è una costruzione logica ma un prodotto storico, ricco di casualità e di oscillazioni). Il suo dubbio più recente riguardava la parola “mollìca”, da lui pronunciata con accento sulla penultima sillaba, ma subito criticata da un paziente che pronunciava “mòllica” con accento sulla terzultima sillaba…
    Ho rassicurato il dentista dubbioso ricordandogli la regola che determina la sede dell’accento in parole italiane provenienti dal latino: l’accento della parola italiana cade sulla penultima sillaba se questa in latino era “lunga”; cade invece sulla terzultima sillaba se in latino la penultima era “breve”. “Mollìca” è accentata sulla penultima sillaba perché è “lunga” la / “i”/ della parola latina “mollìca(m)”, “parte morbida del pane” (da “mollis”, “morbido”).
    Per la stessa ragione si deve dire “salùbre” (dal latino “salùbre(m)”) con “u lunga” in penultima sillaba); e “àlacre” (dal latino “àlacre(m)” con “a breve” in penultima sillaba; ma circolano anche “salubre” e “alacre”. A volte la pronuncia sbagliata prevale sull’altra; per esempio la pronuncia corrente di “io “sepàro” le pedine bianche dalle nere” prevale fortemente su quella storicamente (“etimologicamente”) giusta “io ‘séparo’” (dal latino “séparo”, con “a breve” in penultima sillaba). Quando ciò succede, dobbiamo accettare l’uso prevalente: una lingua viva non può essere forzatamente ancorata a un passato remoto, che pochissimi conoscono.
    Vale la pena preoccuparsi di un accento? La risposta è sì, perché dalla lingua dipende largamente la qualità della nostra vita e – come sottolineava Francesco Sabatini – la continuità della nostra tradizione culturale: “il semplice lasciar correre è un errore anche per la lingua; (…) nel cambiamento di un tratto fonologico, nello spostamento di un accento, nel mutamento di una lettera alfabetica è incisa la storia di generazioni di individui che, vivendo e operando, hanno fatto la lingua italiana e – attraverso questa – la stessa Italia”.
    Il controllo è facile: basta avere un buon vocabolario dell’uso e consultarlo; ma si può anche sfogliarlo abitualmente (“voltolandone” le pagine, diceva l’autore del “Newtonianismo per le dame” (1737), Francesco Algarotti) per un arricchimento continuo. Recentemente è anche sbarcato in Internet – nell’ottimo rifacimento di Piero Fiorelli – il “Dizionario di Ortografia e di pronuncia” (“DOP”), di cui ho già parlato in questa rubrica. Sarà dunque un vocabolario a dirci quale sia la giusta pronuncia di una parola; e – nei casi in cui l’uso oscilli fra due pronunce – se siano tutte e due “accettabili”, se una di questa sia “preferibile” o se una di queste sia da “evitare”. Per “mollica” non ci sono dubbi: è giusta “mollìca”; circola anche “mòllica”, ma va “evitata”…
    (Da La Nazione, 21/3/2008).
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    Dal salario all’onorario

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    In una campagna elettorale come quella che stiamo vivendo, monotona e caratterizzata da una forte uniformità di proposte, sono spesso le parole a consentire il recupero di qualche sana divergenza. Per esempio: tutti gli schieramenti prevedono miglioramenti economici per i lavoratori dipendenti, ma ci sono uomini politici che parlano di “aumento dei ‘salari’” (Bertinotti); altri di “rivalutazione dei ‘salari e degli stipendi ’” (Veltroni); altri ancora sublimano “salari” e “stipendi” generalizzandoli in “retribuzioni”: “recupero del potere d’acquisto delle ‘retribuzioni’” (Dini).
    In un “Dizionario dei sinonimi” parole come “salario”, “stipendio”, “retribuzione” (aggiungiamo “paga”, “onorario”, “emolumenti”, “spettanze”, ecc.) compaiono “livellate” dalla loro disponibilità a sostituirsi reciprocamente in certi contesti. Ma una lingua non ama gli sprechi; se produce “sinonimi”, questi non sono puri doppioni, ma realizzano importanti sfumature di significato, gradazioni logiche (dal particolare al generale, e viceversa), stratificazioni sociolinguistiche rivelatrici delle idee (e delle ideologie) di chi li usa.
    Il “salario” (dal latino “salarium”, “razione di sale distribuita come compenso a militari e altri dipendenti”; in seguito “somma equivalente alla razione di sale”; infine “retribuzione in denaro”) è il compenso specifico degli operai, di solito regolato da un contratto collettivo di lavoro e calcolato in base alle ore o alla quantità di lavoro prodotto. Al di sotto del salario la “paga”, da “pagare” (lat. “pacare”, “pacificare”, da “pax”, “pacis”, “pace”), è il compenso per varie tipologie di lavoratore subordinato. Al di là del salario lo “stipendio” (lat. “stipendiu(m)”, un composto di “stips”, “stipis”, “moneta” e “pendium”, “pagamento”) definisce un “compenso in denaro”, oggi specifico per impiegati anche se disponibile per altre categorie. “Retribuzione” (dal lat. tardo “retributione(m)”) è parola dotta, genericamente riferibile a tutte le tipologie di lavoro sopra ricordate. Al di sopra di “retribuzione” esistono in lingua i compensi o “spettanze” del professionista, cioè quello che gli “spetta” per le sue prestazioni: l’“onorario” (dal latino tardo “honorariu(m)”, a sua volta da “honos”, “honoris” “onore”), cioè “compenso dato a titolo onorifico” o gli “emolumenti” (dal latino “emolumentum”, inizialmente “denaro pagato per far macinare il grano”, poi “compenso per un lavoro professionale”). Ma un professionista può anche sottrarsi alla soggezione implicita nel “ricevere” da altri un compenso, emettendo la sua “parcella” (dal francese “parcelle” che – a sua volta – viene dal latino parlato “particella(m)”, diminutivo di “pars”, “partis”, “parte”), cioè notula comprensiva dell’ “onorario” e dell’eventuale rimborso spese.
    (Da La Nazione, 4/4/2008).
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    Due slogan a confronto

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Sto leggendo un bel libro: “L’italiano al voto”, a cura di R. Vetrugno, C. De Santis, C. Panzieri, F. Della Corte, Firenze, presso l’Accademia della Crusca, 2008, pp. XLIV, 616. Il titolo rispetta lo stile semplice adottato dalla Crusca nell’ultimo ventennio (“Gli italiani parlati” (1987), “Gli italiani scritti” (1992), “Gli italiani trasmessi” (1997)); il libro analizza le strategie comunicative adottate nel corso della campagna elettorale del 2006; autori e curatori sono giovani studiosi, formatisi in vari Atenei della penisola (Bologna, Firenze, Lecce, Milano, Palermo, Pavia, Roma “La Sapienza”, Siena, Trento) che hanno potuto avvalersi della consulenza di accademici che hanno seguito i lavori, assicurato la supervisione dei singoli contributi, partecipato al volume con una “Premessa” e con un testo introduttivo (“G(l)ossip”, di Angelo Stella). Si rivela così l’esistenza di un’ottima leva di giovani storici della lingua e la disponibilità di un’Accademia che, al di là dei suoi compiti tradizionali, incrementa i rapporti con le varie sedi universitarie, stabilendo con esse forme di collaborazione particolarmente produttive perché immuni – data la diversità dei ruoli – da derive competitive.
    Consiglio la lettura di questo libro come difesa da strategie persuasive che continuano ad agire in modo occulto nella propaganda politica, come si può dedurre dal confronto fra i due slogan principali del “Popolo della Libertà” e del “Partito Democratico” nelle elezioni politiche 2008, appena concluse: “Rialzati, Italia!”per il PDL e “Si può fare.” Per il PD. E’ abbastanza facile rilevare la differenza tonale fra i due slogan: l’emotività del primo (un “appello” da bordo campo) contro la riflessività e l’impersonale ritegno del secondo (una pacata “valutazione”). Più difficile captare le somiglianze: la medierà del livello linguistico, la brevità del messaggio, ma soprattutto la sua incompletezza e – quindi – il rinvio a un discorso precedente, che ogni ricevente può integrare adeguandolo a personali aspettative. “Si può fare” di tutto, se il voto viene dato al PD: diminuire il prelievo fiscale; aumentare le pensioni minime; costruire case popolari; contrastare il precariato; ecc. E chi sarà stato a mettere a terra l’Italia? Chi non ha adeguato le pensioni al costo della vita? Chi ha detto di no al nucleare? Chi non si è opposto all’ingresso dei clandestini? E così via. A volte è l’emittente stesso a integrare il messaggio, rendendolo meno fungibile, ma più esplicito: “Un’Italia moderna? Si può fare”; “La sinistra ha messo l’Italia in ginocchio; insieme, dobbiamo rimetterla in piedi. Rialzati, Italia!”
    Potrebbe sembrare sufficiente, il confronto; invece può essere approfondito se ricollegato a un passato recente che, nell’“Italiano al voto”, viene abilmente descritto da Giuseppe Sergio, “La politica al muro: manifesti elettorali e slogan” (pp. 5-51).
    (Da La Nazione, 18/4/2008).
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    Ma le bulle no

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Leggo su “Repubblica” (21-IV), un titolo che mi incuriosisce: “Raid punitivo contro una quindicenne picchiata da bulle per un ragazzino conteso”. Si tratta di un “episodio di bullismo al femminile” –scrive il cronista – ma preferirei dire “nullaggine” (G. Adamo e V. Della Valle, “Neologismi quotidiani”, Olschki, 2003) per far rima con “stupidaggine”, “balordaggine”, e altri comportamenti negativi. Avviene a Mirandola, civilissima cittadina emiliana: una studentessa sedicenne invia messaggi provocanti al “ragazzo” di un’altra quindicenne che, informata della cosa, affronta la compagna criticandone il comportamento. Questa reagisce organizzando un’azione punitiva: otto “cosiddette bulle” aspettano la quindicenne all’uscita da scuola, la insultano e la picchiano brutalmente. Anche QN (21-IV) racconta l’episodio con il titolo “Bulle pestano l’amica per il fidanzato conteso”; la parola “bulle” ricorre anche nel testo dell’articolo: “branco di “bulle” capeggiate dalla rivale in amore”.
    Brutto l’episodio e rara (finora!) la “bulla”. So che a Firenze, nel 2002, è stata allestita agli Innocenti una mostra itinerante intitolata “Bulli e Bulle”; ma il titolo ha una funzione di richiamo che giustifica l’estensione giocosa al femminile del sostantivo maschile “bullo”, “bellimbusto”, “teppista” (di origine incerta). Vocabolari e repertori di “parole nuove” non registrano “bulla” come sostantivo, limitandosi a documentarne per il Novecento un raro uso aggettivale: “Mi passò accanto con aria bulla, tirandosi su ai fianchi i pantaloni a campana.” (G. Civinini).
    Ma il 25 aprile (dopo il TG5 delle 13) un “opinionista” televisivo di nuovo accoppia le “bulle” ai “bulli” (presenti in Italiano da almeno cinque secoli). Invece mancano ancora, nella nostra lingua, nomi femminili di professioni e attività (”chirurgo”, “medico”, “ingegnere”, “magistrato”, “banchiere”, “console”, “colonnello”, “deputato”, “ministro”, ecc.), che le donne svolgono sempre più ampiamente. Iniziative per colmare questa lacuna ce ne sono state, ma i nomi proposti risultano artificiali o compromessi da un alone scherzoso, ironico, a volte spregiativo; vedi la “ministra”, l’ “architetta”, la “magistrata”, la “deputata” o “deputatessa”, ecc. In realtà le parole seguono gli eventi, non li anticipano: “poetessa”, “professoressa”, “dottoressa”, “direttrice”, “ricercatrice”, ecc. non hanno risonanze negative perché si applicano a realtà da tempo esistenti, definitivamente accettate. Non resta che attendere, dunque. Dispiace però che nel frattempo arrivino, sull’onda della cronaca, le “bulle”: non per loro hanno lottato tante donne, sfidando critiche, diffidenze, commenti ironici.
    (Da La Nazione, 10/5/2008).

  • La ricchezza di un popolo

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Esco da un convegno su “Le lingue europee”, organizzato dall’Accademia della Crusca e dalla Scuola superiore di lingue per traduttori e interpreti (Università di Bologna, sede di Forlì); ne ho ricevuto due convinzioni: ci vorranno parecchi anni per realizzare in Europa quel “multilinguismo” che consentirà ai cittadini di dialogare far loro senza rinunciare alla lingua nativa. Il dialogo europeo dipenderà dunque dall’efficacia (dalla quantità e qualità) della traduzione.
    Nel frattempo, il modello ideale, per il cittadino multilingue, potrebbe essere quello dell’imperatore Carlo V (1500-1588), che -avendo ereditato dalla madre Giovanna di Castiglia e dal padre Filippo I d’Asburgo gran parte dell’Europa – si vantava di parlare italiano con le donne, francese con gli uomini, tedesco con il suo cavallo, e spagnolo con Dio. Uscendo dall’aneddoto, diciamo che la strada da percorrere, in vista dei futuri Stati Uniti d’Europa, potrebbe essere quella di un multilinguismo intelligente capace di alternare le lingue a seconda delle situazioni comunicative e delle esigenze espressive.
    Bisognerebbe però distinguere due livelli, nell’apprendimento di una lingua straniera: il primo livello è capirla quando è parlata e scritta da altri (“competenza passiva”); il secondo livello è riuscire a scriverla e a parlarla (“competenza attiva”). Il primo livello –il più facile e rapido da raggiungere- consentirebbe già il dialogo internazionale. Conoscere più lingue sarebbe importante non solo per comunicare, ma anche per riuscire a filtrare in modi diversi il pensiero. Lo diceva già Giacomo Leopardi: “La nuda cognizione di molte lingue accresce anche per se sola il numero delle idee, e ne feconda poi la mente, e ne facilita il più copioso e il più pronto acquisto.” (“Zibaldone”, 2213-14).
    L’alternativa al multilinguismo potrebbe essere il predominio dell’inglese su tutte le altre lingue, oppure un “impasto” linguistico europeo (“koinè”) su base anglosassone. Gli scienziati utilizzano già l’inglese come “esperanto” della scienza: ma è una soluzione che sarebbe difficile (e doloroso) generalizzare. Lo diciamo con i versi siciliani di Ignazio Buttitta: “Un populu/mittilu a catina/ spuggiatulu/ attuppatici a vucca/ è ancora libiru. //Livatici u travagghiu/u passaportu/ a tavola unni mancia/ u lettu unni dormi/è ancora riccu. // Un populu, diventa poviru e servu/ quannu ci arrubbano a lingua/ addutata di patri: è persu pi sempri./” (“Lingua e dialettu”, 1970).
    Traduco in italiano concedendomi qualche libertà: “Un popolo rimane libero anche se lo mettono in catene, se lo spogliano di tutto, se gli chiudono la bocca; un popolo rimane ricco anche se gli tolgono il lavoro, il passaporto, la tavola su cui mangia, il letto in cui dorme. Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ereditata dai padri: allora sì, è perso per sempre!”.
    (Da La Nazione, 20/7/2007).
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    Achille Campanile e il potere della parola

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Daniel Pennac scrive che la virtù principale della lettura è “quella di astrarci dal mondo per dargli un senso”. Se dunque il mondo appare ogni giorno più “insensato” è colpa nostra, che viviamo sempre più a lungo ma leggiamo sempre di meno.
    Sto rileggendo Achille Campanile in questo 2007 che è anche il trentennale della sua morte (la critica non se n’è accorta, forse perché troppo impegnata a celebrare il centenario della morta di Carducci). Campanile è un raffinato umorista e questo – che sarebbe gran pregio nell’Inghilterra di Swift, di Sterne, di Carrol, di Abbot, di Wodehouse ecc. – può essere difetto grave in un paese che ama la comicità chiassosa e spesso sguaiata. Campanile “diverte” il suo lettore anche nel senso originario del verbo che – attraverso il francese “devertir” – risale al latino “devertere”, “volgere altrove”, “deviare” (vedi “divertissement” come “libero e spesso giocoso sviluppo di un tema letterario o artistico”). Sicché il “divertimento” può mostrare aspetti della realtà “diversi” da quelli abituali (da notare che anche “diverso” – come “divertente” – risale al latino “divertere”!). L’“umorismo” di Campanile consiste proprio nel riscatto di cose (e parole) dal torpore della normalità e nella capacità di restituire a esse la ricchezza “carciofina” dei loro “umori”. Che una mela cada dall’albero è normale (tutte le mele cadrebbero se nessuno le cogliesse). Ma la mela che cadde sulla testa di Newton gli fece scoprire “la legge dell’attrazione universale. Difatti, pensò, se una mela fosse attirata in su, cadrebbe in su invece che in giù. Bella scoperta, direte. Eppure prima di lui nessuno ci aveva fatto caso. E sì che mele dovevano esserne cadute miliardi di miliardi. E chi sa quante altre grandi scoperte si potrebbero fare, se facessimo caso a tute le altre cose ovvie che succedono intorno a noi e di cui, forse, nemmeno ci accorgiamo, o a cui non riflettiamo abbastanza”. (“La cura dell’uva”, in “Asparagi e immortalità dell’anima”, 1974).
    Facciamo un altro esempio: le “seppie con i piselli” sono un piatto tipico della cucina italiana; ma chi, per primo, ha avuto l’idea di questo “accoppiamento”, “uno dei più strani e misteriosi della cucina”? Per tre pagine Campanile segue le “seppie” (“dalle profondità marine”) e i “piselli” (dal chiuso del “baccello”) fino ai due reparti del mercato in cui i molluschi e leguminose “ancora non si conoscono, ignorano l’esistenza gli uni delle altre”. E’ a questo punto che arriva “la femmina dell’uomo”, la quale “non paga di fare i figli, vuol fare anche le seppie coi piselli”; e ciò “senza interpellare le seppie, senza domandare ai piselli se sono d’accordo”… (“Le seppie coi piselli”, in “Asparagi e immortalità dell’anima”).
    Di Campanile continueremo a parlare, sottolineando il suo interesse per la lingua e per giochi linguistici che siano rivelatori dei “poteri” della parola.
    (Da La Nazione, 27/7/2007).
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    Il tasso del Tasso

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Oltre a usare la lingua come strumento narrativo Achille Campanile la mette al centro della sua attenzione: la smonta e la rimonta, osservandone i “pezzi”, valutandone i comportamenti, giocando con le sue disfunzioni… La disfunzione che più lo diverte è l’“omonimia”, cioè il fenomeno per cui una stessa “forma” individua due o più “significati”. Un esempio: l’insieme di suoni (nella lingua parlata) o di lettere (nella lingua scritta) che formano la parola “granata” può significare: a) una ‘scopa di saggina’; b) un ‘ordigno esplosivo’; c) una ‘pietra preziosa di colore rosso scuro’; d) un ‘colore rosso scuro’ (‘i “granata’ sono – per il colore rosso scuro della maglia – i calciatori del Torino)… Per capire che cosa, volta per volta, significa “granata” dovremo ricorrere alla frase, al periodo, insomma al “testo” che circonda la parola. Ma possono nascere equivoci, come mostra Campanile nel racconto “Il moroso”, dove il protagonista – signor Pedro Mendoza – vedendo come sono felici le persone che escono con il “moroso” (parola popolare, dialettale, da ‘(a)moroso’, ‘innamorato’), decide di procurarsene uno anche lui. E lo trova quando il suo padrone di casa gli confida che uno degli inquilini del palazzo è “moroso”,‘ritardatario nel pagamento’ dell’affitto (parola colta – dal latino “mora”, ‘indugio’, ‘ritardo’). Il resto si può leggere in “Asparagi e immortalità dell’anima”, 1974.
    Ancora più festosa l’“omonimia” nel racconto “La quercia del Tasso” ( in “Vite degli uomini illustri”, 1975). A Roma, sul Gianicolo, una lapide segnala “La quercia del Tasso”, all’ombra della quale era solito sedersi Torquato, il “grande e infelice poeta”. Vicino a questa c’era un tempo un’altra quercia, ai piedi della quale aveva la sua tana “uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi” detto tasso: “Un caso. Ma a cagione di esso si parlava della “quercia del Tasso” con la ‘t’ minuscola”. In realtà c’era un tasso anche ai piedi della quercia del Tasso e alcuni lo chiamavano “il tasso del Tasso”. In seguito il Tasso cambiò albero: “si trasferì (capriccio di poeta) sotto un “tasso” (albero delle Alpi). Anche l’animaletto traslocò sotto il nuovo albero e quindi fu indicato come il “tasso del tasso del Tasso”. Il Comune di Roma voleva che il poeta pagasse qualcosa per l’alloggio dell’animale sotto l’albero, ma non fu facile stabilire il tasso da pagare: cioè stabilire il “tasso del tasso del tasso del Tasso”. Le cose si complicano perché anche il padre di Torquato Tasso, Bernardo, era un poeta; anche lui aveva l’abitudine di sedersi all’ombra di un albero (un “tasso barbasso!”) e anche sotto quell’albero viveva un piccolo tasso per cui il Comune di Roma esigeva un pagamento, ma senza riuscire a stabilire il “tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso!” Consigliamo di rileggere il racconto, giustamente famoso…
    (Da La Nazione, 17/8/2007).
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    Se il ragno vacilla

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Se i critici hanno trascurato Campanile, i lettori invece (moltissimi, da Montale a Eco) lo hanno apprezzato; ma forse non tutti si sono accorti che sotto il suo ‘gioco’ c’è un’informazione linguistica solida, aggiornata, che individua l’“onnipotenza” della lingua in rapporto ad altri sistemi di comunicazione. Nel racconto “La mestizia” un giornalista e scrittore licenzia la sua segretaria perché fa molti errori quando batte a macchina. Sotto le dita della ragazza un bandito stanco e “inzaccherato”, diventa “inzuccherato”; le gare “nautiche” diventano “natiche” e attirano più di quelle automobilistiche. La segretaria licenziata viene subito assunta da uno scrittore (amico del primo) che spera nell’inventiva della ragazza per aver successo. Lui le detta un noioso romanzo storico dal titolo “La caduta di un regno” ed ecco che, sulla pagina bianca, fiorisce un titolo ben più raro e promettente: “La caduta di un ragno”. E il pubblico segue con passione le varie fasi della congiura contro il ragno, si emoziona quando i congiurati “affilano nell’ombra le spade”, trema quando “il ragno vacilla”, partecipa intensamente alla sua definitiva rovina. Altrettanto fortunato il romanzo seguente, che parla di “cozze felici”. Lo scrittore aveva dettato “nozze felici”, ma la segretaria aveva originalmente trasferito la felicità alle cozze: “Chi avrebbe potuto immaginare quei molluschi felici?”. Purtroppo la ragazza decide di iscriversi a un corso di perfezionamento in dattilografia: “S’esercitò, pose attenzione nel lavoro, diventò impeccabile. Fu il crollo”. Così Campanile diverte il lettore ma, al tempo stesso, lo invita a riflettere sulla caratteristica fondamentale della lingua: quella di poter facilmente e illimitatamente produrre unità linguistiche “fornite di significato”, (“parole”, “frasi”, “periodi”, ecc…) “combinando” in tutti i modi possibili quella manciata di unità elementari “prive di significato” (poco più di 20!) che chiamiamo “lettere dell’alfabeto” (nella lingua scritta) o “suoni” (nella lingua parlata) e che i linguisti chiamano “fonemi”. Basta sostituire un “fonema” (nozze//cozze), o toglierlo, aggiungerlo (nautiche//natiche), o cambiargli posto in una serie (ragno//rogna) per ottenere parole sempre diverse: le stesse di Dante o Manzoni, ma anche parole non ancora esistenti, che potremmo attivare in futuro. Le riserve della lingua sono inesauribili…
    (Da La Nazione, 24/8/2007).
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    Quando la lingua aiuta a vincere

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Ogni tanto ricevo dal giornale ‘posta’ dei lettori di questa rubrica. Lettere e biglietti contengono commenti, richieste di approfondimento, segnalazioni di usi dell’Italiano contemporaneo. Non mi era mai successo però, finora, di ricevere i ringraziamenti di un lettore che – avendo vinto un premio in un quiz televisivo – pensa di essere stato aiutato dalla lettura assidua della mia rubrica. Devo ammettere di non aver mai pensato alla lingua come fonte di guadagno; credo che essa sia lo strumento intellettuale e sociale più importante a nostra disposizione, ma devo ammettere che ci sono attività più redditizie. C’è però – nella lettera del ‘vincitore’ – una riflessione che mi sento di condividere: conoscere le parole (la loro storia nel tempo, nello spazio geografico e nello spessore sociale), saperle analizzare e confrontare con altre parole a noi note e che contengono gli stessi elementi, aiuta a ragionare e a trovare la ‘risposta’, anche quando non la si conosce.
    Posso fare un esempio, tratto proprio da un noto quiz televisivo che propone la domanda accompagnata da tre risposte, fra cui quella giusta. La domanda chiedeva di spiegare “Che cosa sono i Vangeli sinottici” e forniva tre alternative: i Vangeli arcaici/ Vangeli scritti nel secondo secolo/ Vangeli che si somigliano molto.
    Il concorrente non conosceva la risposta: ricordava di aver visto in qualche libro scolastico delle “tavole ‘sinottiche’”, ma non ricordava come fossero fatte e a che cosa servissero. Se fosse stata persona interessata alla lingua. Avrebbe potuto riconoscere in “Vangeli ‘sinottici’” la componente –“ottici” (da “ottico”) e capire che l’aggettivo aveva a che fare con la ‘vista’ (in realtà deriva dal greco “optikòs”, ‘visivo, ottico’). E per l’elemento iniziale, “sin”-, potevano essere richiamate alla memoria altre parole inizianti con questo prefisso (“sin”crono, “sin”cronico; “sin”fonia, “sin”fonico; “sin”tassi, “sin”tattico, ecc.) in modo da intuire l’idea di ‘insieme’ (di ‘corrispondenza’, di ‘contemporaneità’, di ‘compresenza’, ecc.) ad esso associata. Questo avrebbe portato alla scelta della terza soluzione, fra quelle proposte: essa infatti segnala una somiglianza fra tre Vangeli (quelli di Matteo, di Marco e di Luca) derivante dai molti parallelismi e corrispondenze narrative e dottrinali fra essi esistenti.
    Se “Storie di parole” stimola il ragionamento sulla lingua e procura premi, ne sono ben contenta. Non vorrei però che questo facesse dimenticare altri ‘poteri’ della lingua, fra i quali quello che Émile Benveniste chiama il “potere fondatore”: la lingua “instaura una realtà immaginaria, anima le cose inerti, fa vedere ciò che ancora non esiste, riconduce qui ciò che è scomparso. Non esiste potere più alto e, a ben pensare, tutti i poteri dell’uomo derivano senza eccezioni da quello”.
    (Da La Nazione, 21/9/2007).
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    Un colpo di spalla contro il nemico

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Fra le parole catastrofiche che in questi giorni occupano la cronaca politica dei giornali (“baratro”, “caos”, “coma”, “paralisi”, “tsunami”, ecc.) ne scegliamo due delle più frequenti e delle meno esasperate: “crisi” (“Mastella, prove di ‘crisi’”); “spallata” (“Il prof: ‘Spallata respinta’”), che è parola violenta, più adatta alla rissa che a una civile competizione per l’alternanza politica.
    Cominciamo da “spallata”: la parola deriva ovviamente da “spalla” (latino “spatula”, “spatola”, diminutivo di “spatha”, “spada”), con l’aggiunta del suffisso –ata che spesso esprime un’azione aggressiva, se la parola di partenza significa una parte del corpo o un oggetto da questa azionato: “ditata”, “ginocchiata”, “gomitata”, “manata”, “pedata”, “testata”,
    “unghiata”; “bastonata”, “fucilata”, “ombrellata”, ecc. L’uso attuale di “spallata” mostra dunque lo slittamento del significato del senso proprio di “colpo dato con la spalla, a buttar giù l’oggetto colpito” a quello di “violento e rapido attacco politico contro il governo in carica, a provocarne la crisi”. I nostri vocabolari non registrano ancora lo slittamento “politico” della parola “spallata”, limitandosi a documentarne, per il Novecento, quello “militare”: così Alfredo Panzini: “termine della guerra, quasi colpo di spalla: sforzo violento e breve contro un punto di fronte o linea del nemico.” (“Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni”, 1905). E il “Grande Dizionario della Lingua Italiana” (Utet): “Attacco sferrato con grandi forze e con rapidità per sfondare il fronte nemico.”
    Crisi è parola ricca di storia: era presente nel latino tardo (“crisis”), ma a Roma era arrivata dalla Grecia (“krìsis”): una provenienza che di solito è garanzia di livello culturale alto. Il verbo greco corrispondente, “krìnein”, “distinguere, discernere, giudicare”, appartiene alla sfera giuridica e anche “krìsis” avrà significato “decisione giudiziaria”, prima di specializzarsi come termine medico a indicare la fase “decisiva” (cioè “risolutiva”, in bene o in male) nel decorso di una malattia. Questo è il significato della parola in greco, in latino e anche in italiano fino al Seicento. Fra Sei e Settecento il concetto di “crisi” assume –oltre il valore medico (ancora oggi vivo: “crisi cardiaca”, “respiratoria”, ecc.) –anche quello più generico di “dissesto”, “forte perturbazione”; la parola può quindi essere trasferito a molti settori, individuali e collettivi: “crisi” spirituale, morale, religiosa, culturale, sociale, economica, ecc. Fra Sette e Ottocento compare la “crisi” politica: va in “crisi” il “Corpo legislativo” (Vincenzo Monti, 1754 -1828); entra in “crisi ministeriale” la “Camera dei Deputati” (Carlo Collodi, 1826-1890); e Carducci (1835-1907) lamenta che “In tre anni” si siano verificate ben “tre crisi”. Fermiamoci qui, ai tempi di Depetris…
    (Da La Nazione, 28/9/2007).
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    “Effimeri siamo”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “La politica vive di cose ‘effimere’”, ha detto recentemente Vittorio Feltri, intervistato dal TG5 delle ore 20 (22/IX/2007). Ho notato l’aggettivo raffinato perché una ragazza (studentessa universitaria!) me ne ha chiesto il significato. “Effimero” ha origine greca: “ephémeros” (“epi”, “sopra” + “heméra”, “giorno”) significa “di un solo giorno”, “di breve durata”. Era un termine della medicina, che indicava una febbre acuta ma “passeggera” (risolvibile in ventiquattro ore o poco più). La parola greca entra nel latino tardo (“ephémerus”) e quindi italiano, conservando a lungo il significato medico. Ancora Fogazzaro (1842 – 1911) lamentava “i piccoli malucci che l’‘effimera’” gli “aveva lasciato addosso”.
    Con lo sviluppo della ricerca naturalistica (dal Seicento in poi) ricevono il nome di “effimeri” fiori e animali (gigli selvatici, insetti, pesci, ecc.) che si caratterizzavano per la brevità del loro ciclo vitale. Anche gli uomini saranno detti “effimeri” dai poeti del Novecento perché soggetti alla morte: “Noi gli effimeri siamo” (U. Saba, 1883 – 1957); “In questo silenzio che rapido consuma/ non mi travolgere effimero,/ non lasciarmi solo alla luce/” (S. Quasimodo, 1901 – 1968).
    Si fanno sempre più frequenti, dal Seicento in poi, paragoni e metafore che trasferiscono la parola dalla sfera fisiologica a quella emotiva delle reazioni, dei comportamenti, o a quella di eventi caratterizzati da intensità e breve durata: “collera”, “peccato”, “felicità”, “sdegno”, “amore”, “primavera”, ecc. : “La collera è una breve effimera”, scriveva Virgilio Malvezzi (1595 – 1654). Con il passare del tempo il significato traslato di “effimero” si afferma sempre più nella funzione aggettivale, attribuito a tutto ciò che porta i segni della precarietà, della fragilità, caducità, ecc. “Effimere” sono la “moda”, la “ricchezza”, la “vittoria”, le “parole”, la “vita”, le “cose” di cui oggi si interessa la politica.
    E così siamo ritornati a Vittorio Feltri. Non gli rimproveriamo l’uso episodico di parole che non appartengono al piccolo nucleo del nostro vocabolario di base (meno di 7000 parole): rispettare i diritti linguistici di tutti i cittadini – come vuole la Costituzione italiana – non significa adeguare i testi al livello elementare di competenza, ma tutelare il diritto di tutti a “partecipare pienamente alla vita sociale, cosa che può realizzarsi solo attraverso l’acquisizione piena degli strumenti espressivi nei quali essa si svolge” (Mari D’Agostino, “Sociolinguistica dell’Italia contemporanea”, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 192). Ma questo è un argomento su cui dovremo tornare.
    (Da La Nazione, 12/10/2007).
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    L’ascesa della badante

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Di solito arrivano in tre, negli ambulatori della Cardiologia: il malato anziano, un parente (spesso il figlio; più spesso la figlia) e la “badante”, quasi sempre romena. Il parente provvede alla sistemazione degli altri due nella sala di attesa, parla con l’infermiera, fa le ultime raccomandazioni e – chiavi della macchina in mano – parte per il suo lavoro. La badante assume il controllo della situazione e lo fa con cura e discrezione, per quanto ho potuto vedere.
    Fino a pochi anni fa la badante non c’era e “badante” – participio presente del verbo “badare” – non figurava come “voce” autonoma (“lemma”) nei vocabolari della nostra lingua. In seguito il ruolo lavorativo si è affermato e la parola si è guadagnata l’articolo (“il badante”/ “la badante”) e ha assunto funzione e dignità di “nome”: insomma, si è “sostantivata”, conquistando un suo spazio nei vocabolari. Lo Zingarelli (Zanichelli) accoglie “badante” nel 1994; il vocabolario Garzanti nel 2004; nel Devoto-Oli (Le Monnier) la parola compare nel 2004-5; sempre nel 2004 il “Supplemento” del “G.D.L.I.” (“Grande Dizionario della Lingua Italiana”, UTET) diretto da E. Sanguineti, registra “badante” e ne dà un esempio giornalistico (da “La Repubblica” del 20-I-1989): “Sta per finire l’agitazione che ha bloccato il servizio delle badanti”. Ma la “badante” circolava già nel lessico delle famiglie, prima di essere burocraticamente assunta dalle strutture pubbliche e coinvolta nelle agitazioni sindacali.
    E’ interessante anche la storia remota della parole; il verbo “badare” viene dal latino tardo “batare”, ‘aprire bocca’, da cui il senso di ‘stare a bocca aperta’, ‘guardare con stupore, attenzione, interesse’ e quindi ‘aver cura di qualcuno o di qualcosa’. A partire dal Due-Trecento “badare” è usato sia in poesia (Dante: “Se lo ‘ntelletto tuo ben chiaro bada”) che in prosa (Boccaccio: “Il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano”). Altra sfumatura di significato è quella esortativa, frequente a partire dal Settecento e ancora oggi in uso per richiamare l’attenzione, esprimere una minaccia, ecc.: “Bada dove metti i piedi!”; “Bada a quel che fai”, ecc.
    Un’ultima osservazione: la parola “badante” probabilmente durerà perché si è ormai imposta a livello burocratico. Ma attorno a questa parola circola un alone negativo perché essa presuppone e sottolinea, oltre all’inabilità fisica, anche la mancanza di autonomia intellettuale della persona ‘badata’. Si possono “badare” le pecore, e anche i bambini (che usciranno presto dalla tutela); ma gli anziani dovrebbero essere piuttosto “aiutati”, “assistiti”, “curati”. Se la “bidella” è diventata “collaboratrice scolastica”, e lo “spazzino” è diventato prima “netturbino” e poi “operatore ecologico”, anche “badante” potrebbe cedere a un’alternativa più rispettosa…
    (Da La Nazione, 19/10/2007).
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    Da ‘bambo’ a ‘bamboccione’
    Se le sillabe raddoppiano

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Perché la parola “bamboccioni” ha suscitato tante critiche, quando il ministro Padoa Schioppa l’ha usata per quei figli che prolungano la convivenza con i genitori?
    La carica offensiva (nel nostro caso) di una parola dipende ovviamente dal suo “significato” di base: “bamboccione” è accrescitivo di “bamboccio” che, a sua volta, deriva da “bambo” (‘bambino’, ma anche ‘adulto che si comporta infantilmente ’) con un suffisso “-occio” di valore “spregiativo”. E’ una di quelle parole (vedi anche “bamba”, ‘rimbambito’; “babbeo”, “babbio”, “babbione”, ‘scimunito’, ecc.) che riproducono il raddoppiamento di sillabe tipico del linguaggio infantile.
    Oltre al significato di base vanno considerati i “sensi” che una parola assume quando entra in contatto con altre parole, in contesti diversi. Un esempio: quando Montale parla della “memoria che si sfolla” (“Non recidere, forbice, quel volto/ solo nella memoria che si sfolla”) il verbo “sfollare”, riferito a “memoria”, acquista una sfumatura di senso ben più tragica di quelle che realizza quando si riferisce a luoghi (piazza, teatro, stadio, ecc.) che si svuotano.
    Agiscono sul “significato” e sul “senso” delle parole anche le circostanze in cui avviene la comunicazione: i luoghi, i tempi, l’identità e il ruolo degli interlocutori, il rapporto che esiste fra essi, ecc.
    Anche in questo caso sarà utile un esempio: in un romanzo di Achille Campanile due giovani che soffrono di insonnia passeggiano di notte per il paese e, all’alba, si fermano davanti a un caffè che – secondo le informazioni ricevute – dovrebbe essere già aperto. Ma la saracinesca è chiusa e dall’interno viene il rumore di qualcuno che russa. I due bussano e chiamano, pensando che il barista non abbia sentito la sveglia, ma si accorgono del loro errore quando l’uomo – destato – chiede urlando che cosa vogliono. Allora uno dei due risponde, per mostrare la serietà delle sue intenzioni: “Ci fa uno zabaione?”. Richiesta normalissima, da parte di un cliente, ma che – trasformata in burla dall’ora e dalla situazione – scatena la rabbia del barista.
    Tornando al ministro Padoa Schioppa: la parola “bamboccioni” è sempre, e ovunque un insulto; ma se fosse stata pronunciata durante una trasmissione serale, del tipo di “Porta a porta”, e quindi diretta al pubblico televisivo, sarebbe sembrata una scelta infelice, una “gaffe”, non uno sprezzante commento personale, catturato da un microfono rimasto casualmente acceso, dopo il discorso del Ministro alla Camera, e quindi ‘ricevuto’ da milioni di telespettatori (bamboccioni inclusi) che non ne erano destinatari.
    (Da La Nazione, 2/11/2207).
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    Quando la tv è una cattiva maestra

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Apro la televisione alle 8,40 di una domenica d’ottobre (14/10/07) e – su RaiDue – mi imbatto nella conduttrice di “Mattina in famiglia”. Sta dicendo che i dubbi sulle cause dell’incidente in cui è morta la principessa Diana d’Inghilterra non sono ancora “dissoluti”. Immagino che un certo numero di telespettatori abbia interpretato “dissoluti” nel senso che la parola possiede oggi, cioè nel senso “figurato” (o “traslato”) di ‘sciolti da ogni freno morale’. E quindi ‘sfrenati’, ‘licenziosi’. La conduttrice usava invece dissoluti nel senso proprio, che oggi è affidato a dissolti (‘sciolti’, ‘dissipati’, ecc.). Forse “dissoluti” le sembrava parola più rara e quindi più raffinata. Ma si tratta di una scelta impropria, che rivela conoscenza approssimativa della lingua e del significato delle parole: una delle tante scelte sbagliate che emergono in abbondanza dal parlare televisivo, come sarebbe il dire che “un mistero è stato ‘risoluto’” (invece che “risolto”) o che “l’imputato è stato ‘assoluto’” (invece che “assolto”). Ecco un altro esempio, uscito dalla bocca di un personaggio televisivo di grande successo: si tratta della conduttrice dell’ “Isola dei famosi”, che lo scorso 31 ottobre – parlando con i “naufraghi” – diceva: “La prova d’intelligenza che da voi, l’altra volta, non è stata del tutto ‘esautorata’”. Non avendo visto l’episodio, non posso proporre un’alternativa sicura per la “prova ‘esautorata’”. Mi limito a dire che esautorare significa ‘privare una persona, o un insieme di persone (un’assemblea, un direttivo, ecc.) dell’autorità o dei poteri di cui gode’. E’ dunque improbabile esautorare una “prova d’intelligenza”. Probabilmente si trattava di “invalidarla”, completamente o in parte.
    Chi agisce in televisione non dovrebbe dimenticare che ha forti responsabilità linguistiche, perché agisce come modello su buona parte degli spettatori. Sicché dovrebbe controllare abitualmente su vocabolari le parole che prevede di dire o che ha già detto (in modo da non ripetere e rafforzare l’errore). Consigliabile la lettura selettiva di una grammatica italiana di riferimento: le regole che servono per usare bene il congiuntivo si possono imparare in una serata:; le si trovano – per esempio- riunite e spiegate con chiarezza in sei facciate di un libro di Anna Laura Lepschy e Giulio Lepschy, “La lingua italiana. Storia, varietà dell’uso, grammatica”, Bompiani, 1981. Se il libro non è disponibile nelle librerie, si trova sicuramente nelle biblioteche specializzate. Un po’ più difficile è imparare a rispettare quelle regole: ma ci si può provare.
    (Da La Nazione, 16/11/2007).
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    Il prezzo della ‘purezza’

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Da Acquedolci (Messina) ricevo un libro del dottor Giuseppe Agnello (“Madre Itàlia/ Made in Italy: il purismo di ieri, le paure di oggi, gli auspici futuri”, Firenze, L’autore libri, 2006) che difende la “purezza” della nostra lingua. Ma “niuna lingua è pura”, “niuna lingua è perfetta”, “niuna lingua è inalterabile” – scriveva Melchiorre Cesarotti nel 1785; lamentare che le regole di una lingua mutino o che il suo vocabolario accolga parole straniere significa considerare malattia una forma di vitalità. Su questo argomento la penso come Musil, quando a una mostra canina incontra un bastardo Austriaco: “In Austria, qualche cosa che davanti ha l’aspetto di un levriero, dietro quello di un bassotto, a destra quello di un bulldog e a sinistra quello di un terrier, lo si chiama “Promenadenmischung” (incrocio da passeggio); mi hanno raccontato con orgoglio che, da alcune generazioni canine, lo hanno reso stabile e da allora si chiama Bastardo Austriaco, ha ricevuto molti premi e ha l’aspetto di un caos prudentemente normato. Di una razza simile, stando alle leggi dell’evoluzione, è anche la lingua umana”. (R. Musil, “Parlare a vanvera”). Bastardo, dunque, ma stabilizzato; caos, ma “prudentemente normato”. Insomma: riconoscere che le regole mutano e che le parole viaggiano non significa autorizzare un uso arbitrario di esse: “In qualunque luogo non si rispettino le leggi – osserva Musil – si viene messi in prigione; se si infrange una legge vigente nella lingua, pare, al contrario, che a uno spetti l’onore di fondare una legge innovativa”. La lingua ha invece bisogno di una certa stabilità, funzionale alla comprensione reciproca fra parlanti, che possiamo tutelare evitando sia il rigorismo degli apocalittici che il lassismo degli integrati. Il dottor Agnello spera che “qualche cruscante di buona volontà prenda sul serio” le sue proposte e “se ne faccia paladino”; ma un “cruscante” potrebbe avere difficoltà ad accettare l’ “Elenco puristico” proposto da Agnello alle pagine 148-55; parole come bar, camion, fan, sport, tennis, ecc. sono ormai acclimatate in un italiano che – da qualche secolo – ammette parole terminanti in consonante; e le sostituzioni proposte sono spesso inaccettabili: “fultore”, ‘sostenitore’, (Da “fultum”, participio passato del verbo latino fulcio ‘sostengo’) è parola così colta e di significato così insondabile da far rimpiangere l’anglismo fan. Sostituire l’anglismo tennis con “tieni” (francese ‘tenez!’, ‘tenete!’, con cui i giocatori annunciavano la battuta) è una preziosità etimologica che sfugge alla quasi totalità dei parlanti. Né va meglio pallacorda che ci fa arretrare nel tempo. Per evitare l’anglismo cocktail viene proposto il toscanismo popolare zozza “intruglio alcolico scadente”; ma come reagiremmo, se “invitati a una zozza”, dopo una cerimonia? E per concludere: proporre ‘brio’ come alternativa di ‘verve’ significa sostituire un ispanismo del Seicento a un francesismo dell’Ottocento: ne vale la pena?
    (Da La Nazione, 23/11/2007).
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    Se il boa svolazza

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    A chi cerca un po’ di leggerezza, dopo una giornata pesante, suggerisco una “Commedia in due battute” di Achille Campanile:
    “Non era un ombrello”
    Personaggi: “Il fungo, il fiorellino”
    La scena si svolge in un bosco, ai giorni nostri. All’alzarsi del sipario si vedono “il fungo” e “il fiorellino” che è nato proprio alla radice del fungo. Piove.
    “Il fiorellino” al fungo: “Che bella cosa esser nato vicino a te. Così tu mi ripari dalla pioggia. Ma dimmi, sei un vero ombrello o fungi semplicemente da ombrello?”.
    “Il fungo”: “Fingo”.
    (Sipario).
    L’effetto umoristico si realizza usando due parole che hanno significato diverso ma forma uguale (parole “omonime”, o “omonimi”): 1) il nome “fungo” – dal latino “fungu(m)” -, che a sua volta risale a una parola che era già presente, nel bacino del Mediterraneo, prima della fase indoeuropea; 2) la forma verbale “fungo” (prima persona del presente indicativo di “fungere”, dal latino “fungi”, “svolgere una funzione in sostituzione di qualcuno”, di origine indoeuropea). Il gioco sugli “omonimi” agisce mettendo in crisi la regola fondamentale di una lingua, per cui ogni diversità di significato deve essere espressa da una diversità di forma (per esempio, nelle parole “fungo”, “fango”, “fingo”, è la diversità della prima vocale che distingue i tre significati e quindi le tre parole).
    Una regola non rispettata può compromettere l’equilibrio di un sistema, anche di quel sistema linguistico che è per noi strumento essenziale di maturazione intellettuale e di comunicazione interpersonale. E’ un rischio di cui normalmente non ci accorgiamo perché il significato delle parole viene individuato (anche in casi ambigui) dal contesto: basta l’articolo a distinguere “il sale” da “le sale”, o “il boa” (“serpente”) da “la boa” (“galleggiante”). E se l’articolo non basta a distinguere “il boa” (“serpente”) da “il boa” (“sciarpa di piume di struzzo”), l’ambiguità sarà comunque eliminata da altre parole presenti nel testo: “il boa” che “striscia” sarà il serpente; “il boa” che “svolazza” sarà la sciarpa.
    Campanile gioca spesso con gli “omonimi”, ricavando effetti umoristici dall’ambiguità del significato: i lettori devono superare il rischio del fraintendimento ed è comprensibile che siano soddisfatti e sorridano, quando ci riescono. L’esempio più noto di gioco sugli “omonimi” è forse quello della “Quercia del Tasso”, dove l’omonimia coinvolge due poeti – il “Tasso” padre e il “Tasso” figlio -, il “tasso” albero, il “tasso” animale, il “tasso” come “interesse stabilito da una banca”. Ma si veda anche “La rivolta delle sette”: “La cosa più strana, circa l’avvenimento di cui hanno parlato i giornali e che va sotto il nome di “Rivolta delle sette”, è che essa era stata fissata per le sei. Ma in realtà poteva essere stata fissata per un’ora qualsiasi, poiché per sette s’intendeva non l’ora, ma le associazioni segrete che pullulano in quel paese. “Sette”, plurale di ‘setta’”.
    (Da La Nazione, 30/11/2007).
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    Stentoreo o stentato

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Recentemente ho parlato di errori linguistici televisivi (“Quando la televisione è una cattiva maestra”, QN, 16-XI-07); ed ecco che la mia raccolta si arricchisce di un’altra perla. L’imputato, questa volta, è il conduttore del quiz televisivo “Chi vuol essere milionario?” Di solito non faccio nomi, ma questa volta, la notorietà del personaggio rende inutile la discrezione. Del resto Jerry Scotti è persona intelligente, fornita di senso dell’umorismo, capace di usare il congiuntivo, prudente nell’uso degli anglismi; sicché mi sono meravigliata quando l’ ho sentito dire di un concorrente che “Aveva cominciato in modo “stentoreo”, ma poi si è ripreso (28-XI-07). L’errore è evidente: l’aggettivo “stentoreo” è collegato alla famiglia del verbo “stentare” e usato nel significato di “incerto, stentato”. Ma “stentoreo” (dal latino “stentoreus”, e questo dal greco “stentoreios”) deriva dal nome proprio “Stentor”, eroe greco presente alla guerra di Troia, noto per la straordinaria potenza della voce e del grido di guerra; “stentorea” è una voce “chiara e potente” (come quella di Stentore). Si tratta insomma di quel passaggio da “nome proprio a parola comune” che abbiamo incontrato spesso, in questa rubrica.
    Gli errori non solo tutti uguali; alcuni – pur rimanendo errori – hanno una motivazione: accostare “stentoreo” a “stentare” significa aver notato una reale “somiglianza di forma (“paronimia”)”. L’accostamento è storicamente sbagliato perché le due parole non hanno alcuna parentela; però la causale somiglianza di forma genera fra esse una specie di “attrazione” e quindi un rapporto fondato sulla sensibilità dei parlanti. Quando questo accade si parla di “etimologia popolare”. Ricordo una signora toscana che definiva “vagamondo” il figlio (invece che “vagabondo”, dal latino “vagabundus”) e che lo aveva ritirato dalla scuola degli Scolopi perché questi sarebbero stati troppo “lascivi” (!), cioè troppo “permissivi”, disposti a “ ‘lasciar’ correre”. La signora sbagliava, ma rivelava una certa attitudine a favorire incroci di parole e confluenze che pure fanno parte della vita di una lingua.
    Giacomo Devoto scriveva che è necessario “dare il rilievo dovuto, oltre che alla parole che si distaccano e “nascono”, anche a quelle che si incrociano e si “sposano”; in italiano “consumare un matrimonio” e “consumare un patrimonio” sembrano impiegare la stessa parola. Ma un tempo non era così, perché i due “consumare” rispecchiano nel primo caso il latino “consumare” (“portare a compimento”) e nel secondo il latino “consumere” (“consumare”)”. E concludeva che “lo studio degli incroci è essenziale” per affiancare all’etimologia tradizionale quella etimologia “popolare” che potremmo chiamare etimologia “vivente”. Ma non spetta alla televisione fare etimologia popolare o vivente. Chi si rivolge a milioni di spettatori è bene che rispetti significati e forme della lingua.
    (Da La Nazione, 7/12/2007).
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    Celentano, don Abbondio e la “litote”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Non ho assistito al “Ritorno” televisivo di Celentano; però ne ho visto alcuni spezzoni, anticipati dalla pubblicità o replicati nel corso di altre trasmissioni. Ne ho anche raccolto echi nei discorsi di persone insospettabili, suggestionate dall’elenco di cose “non buone” con cui il cantautore ha discriminato il male dal bene, l’ingiusto dal giusto, il brutto dal bello… Sicuramente Celentano è abile uomo di spettacolo; altrettanto sicuro è che la buona musica e l’efficace regìa aumentino l’impatto del suo parlato. Ma dobbiamo supporre che anche le sue scelte linguistiche –elementari, apparentemente ingenue, spontanee- siano invece attentamente calcolate. In realtà la ripetuta struttura delle frasi elencanti le cose che “non sono buone” (sul modello di “La salute di mia sorella ‘non è buona’”) sfrutta una nota figura retorica che si chiama “litote”. La litote “nega il contrario” di ciò che si vuole affermare: invece di affermare che la salute è “cattiva” (“pessima”, ecc.) la litote dice che non è buona. E così si finge di attenuare un significato spiacevole a cui viene invece conservata tutta la sua forza e assicurato il massimo risalto. Diceva a questo proposito lo scrittore francese Jean-François de La Harpe (1739 – 1803): “Si dice meno di ciò che si pensa; ma si sa bene che non si sarà presi alla lettera; e che si farà intendere più di quanto si dica” (B. Garavelli Mortara, “Manuale di retorica”, Bompiani, 1989). L’elenco di cose non-buone recitato da Celentano vuol far capire che (salve le cose da lui stesso approvate) tutto va a rotoli nella società, nella politica, nella vita.
    L’efficacia della litote è molto sfruttata in letteratura. Don Abbondio è presentato con una litote, all’inizio dei “Promessi Sposi”: “Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) “non era nato con un cuor di leone”. Il Manzoni avrebbe potuto dire che “era nato con un cuor di coniglio, o che “era un vigliacco”, ma la presentazione avrebbe perso efficacia perché più insultante e meno ironica. E poco dopo don Abbondio attira altre tre litoti manzoniane: “Il nostro don Abbondio, “non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno”, s’era quindi accorto d’essere come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”: quasi che il Manzoni volesse farci capire che il personaggio non è definibile in base alle qualità che possiede, ma a quelle di cui “manca”. Naturalmente la litote ha funzioni diverse esigenze comunicative. La pubblicità usa spesso la litote per evitare parole spiacevoli (“eufemismo”): una marca di abbigliamento maschile (“Facis”) si offriva così ai potenziali clienti: “ ‘Non sei magro?” Scegli un Facis!”, ecc.
    Anche nella lingua di tutti i giorni compaiono litoti: diciamo ironicamente che un tale “Non è un’aquila”; che un amico “non è più fra noi” a evitare espressioni più rudi; rispondiamo scaramanticamente “Non c’è male!” a chi ci chiede come va la salute.
    (Da La Nazione, 14/12/2007).

  • La prevalenza del cretino

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Sfoglio la terza edizione del dizionario Zanichelli dei “Sinonimi e contrari” (2006), molto arricchita rispetto all’opera iniziale (1987) di G. Pittano. Apprezzo la novità delle 900 “schede dedicate alle sfumature di significato”: che rilevano cioè differenze di significato fra parole di cui è stata segnalata la “sinonimia”.
    E’ giusto che – dopo aver accostato “allegria”, “contentezza”, “esultanza”, “euforia”, ecc. – si precisino anche le sfumature che le differenziano e che impediscono la loro totale e costante sostituibilità (“equivalenza”). L’allegria è uno stato d’animo che non ha bisogno di stimoli esterni per manifestarsi. La “contentezza” ha invece bisogno di motivazioni: si può essere “contenti” di aver avuto un regalo o di aver superato un esame, ecc. L’ “esultanza” è una gioia intensa e esplosiva, che ha particolare bisogno di manifestarsi: i tifosi di una squadra che vince “esultano”. Anche l’ “euforia” si manifesta come vivacità, agitazione, voglia di fare; ma – a differenza di altre forme di gioia – l’ “euforia” è, o sembra, artificialmente procurata (dall’alcol, da droghe, ecc.) e – di solito – dura poco.
    Sfogliando il “Dizionario”, mi imbatto nella parola “cretino” e noto la sua ricchezza di sinonimi: “imbecille, stupido, deficiente, idiota, stolto, sciocco, stolido, scimunito, insensato, scipito, scemo, scempio, balordo, fesso, babbeo, baggiano, beota, ebete, gonzo, grullo, duro, ottuso, tonto, testone, zuccone, minchione”, ecc. Molte anche le definizioni metaforiche del “cretino”, tratte dal regno animale e vegetale o dal reparto “insaccati”: asino, somaro, ciuco, ciuccio, merlo, barbagianni, allocco, babbuasso (babbuino), oca, rapa, zuccone, citrullo (cetriolo), salame, ecc. Ma la lista si allungherebbe di molto se elencassimo le definizioni popolari, gergali, o ereditate dai dialetti. Tanta ricchezza di parole per definire il “cretino” colpisce ancora di più se paragonata con la povertà, ma soprattutto con la scarsa equivalenza dei sinonimi che il “Dizionario” elenca per l’ “intelligente”: “accorto, acuto, avveduto, ingegnoso, lucido, perspicace, pronto, sagace, sveglio”. Scarseggiano anche le definizioni metaforiche dell’ “intelligente”: a me, in questo momento, viene in mento solo “aquila”.
    Dobbiamo concludere per la prevalenza (e la pervasività) del “cretino”? Oppure dobbiamo ammettere che, come parlanti, abbiamo una tendenza all’insulto molto più spiccata di quella all’elogio? A proposito: da dove viene la parola “cretino”? E’ una parola francese, entrata in Italia e in italiano nel Settecento: il francese “crétin” “cristiano” (lat. “christianus”) aveva preso il significato di “imbecille”, passando per quello di “povero cristiano, poveraccio”: dalla commiserazione al disprezzo!
    (Da La Nazione, 30/3/2007).
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    Fasi di lavoro

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Sto rileggendo “Civiltà di parole”, di Giacomo Devoto (1965), una raccolta di articoli comparsi sulla “Nazione”. Da queste pagine esce l’invito di fermarsi ogni tanto a pensare, sottraendosi alle molte “cose che banalizzano e schiacciano” gli uomini, in una società sempre più dominata dalla televisione e dalla fretta. Linguista famoso, professore universitario, ma anche presidente della Camera di Commercio, Devoto adottava la massima ‘ “cose”, e non “parole” ’, ma ammetteva che “da anni, le “cose hanno preso il sopravvento, troppo. Le “parole”, sommerse in formule abitudinarie e irresponsabili (…) sono ridotte a merce poco pregiata…”. Da ciò, la necessità di mostrare “di quali spunti reali siano ricche”, e come esse si rivelino dense “di contenuto civile, di pensieri, di stimoli, più delle cose che gli uomini d’oggi si illudono di dominare”.
    Di quali “spunti reali” sono ricche le parole “lavorare”, “lavoro”? Il concetto espresso dal latino “labor” è quello di un’esperienza dolorosa:‘sforzo’, ‘pena’. Influisce probabilmente in questo concetto la punizione divina che condanna l’uomo a procurarsi con fatica i frutti della terra di cui avrebbe potuto ‘godere’ (“Genesi”). Ma “labor” deriva a sua volta da un verbo che ci porta ancora più indietro, nel tempo: “labare”, ‘inclinarsi’, ‘scivolare’, che Devoto interpreta sia “nel senso materiale di chi si piega sotto un peso”, sia “nel senso figurato della sottomissione a un potente”.
    Il concetto del lavoro-“condanna” si ritrova anche in altre parole moderne, come il francese “travail”, “travailler” (genovese “travagiu”), ‘lavoro’, ‘lavorare’, dal latino “tripaliare”, cioè ‘tormentare con il “tripalium”’ (strumento di tortura formato da tre pali). Anche in italiano c’è “travaglio” (per es.il “travaglio” del parto), ma solo nel significato di una sofferenza fisica e psichica.
    Dopo l’abolizione della schiavitù, il lavoro-“condanna” e “tortura” si attenuerà nel lavoro-“costrizione” e “fatica”: quello del contadino e dell’artigiano, incalzati dalla stanchezza e dalla fame; in seguito quello dell’operaio, insidiato dai veleni della rivoluzione industriale: mercurio fosforo piombo, gas, amianto, ecc. Ma – osserva Devoto – il lavoro continua a essere “costrizione” anche nell’Ottocento, se un bracciante di quel secolo viene pagato “ottanta centesimi al giorno” (la cifra necessaria ad affrancare quattro lettere!). Solo nel Novecento, grazie alle rivendicazioni e alle battaglie sindacali, inizia una terza fase: quella di un lavoro concepito come “strumento di crescente benessere e di operosità mentale”. Questa terza fase ha prodotto anche, nel 1984, una parola nuova che – sul modello di “giurista”, “civilista”, ecc. – definisce l’‘esperto in diritto del lavoro’, o “giuslavorista”. Ma Giacomo Devoto (scomparso nel 1974) questa parola non ha potuto conoscerla.
    (Da La Nazione, 6/4/2006).
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    Dal ‘labrador’ al ‘mastino’

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    La settimana scorsa abbiamo parlato di “lavoro”, “lavorare”. Oggi ci interessa la parola spagnola “labradòr”, “lavoratore”, che definisce una razza di cani: perché definirla così, visto che quasi tutte le razze canine accettano il lavoro, anche se faticoso? In realtà il cane “labrador” prende il nome dalla penisola canadese del “Labrador”. La nostra curiosità si sposta dunque su questo nome geografico. Alla fine dell’Ottocento, lo sfruttamento del sottosuolo e la costruzione delle grandi linee ferroviarie attirarono in Canada più di tre milioni di europei, soprattutto italiani, spagnoli, portoghesi, slavi; la grande penisola che accoglieva gli immigrati fu dunque chiamata dai portoghesi terra “de lavradores”: da qui il nome geografico (e poi quello canino). Succede spesso che un nome di luogo passi ad animali originari di quel luogo (vedi il gatto “angora” da “Ankara”), o tipici di esso (la “tarantola” da Taranto). Il fenomeno è particolarmente frequente per i cani: il “chihuahua” prende il nome dall’omonimo stato del Messico; il “sambernardo” dal Gran San Bernardo, dove i monaci addestravano questo cane al soccorso alpino; il “terranova” dall’isola di Terranova; lo “yorkshire” dall’omonima contea inglese, ecc. Molti nomi canini sono aggettivi di luogo: vedi il “dalmata”, il “pechinese”, il “rottweiler” dalla cittadina tedesca di Rottweil, lo “spaniel” dalla Spagna.
    Altri cani prendono il nome dall’uomo che li ha selezionati o dal popolo con cui sono vissuti: il “dobermann” porta il cognome dell’allevatore tedesco che lo ottenne per incrocio; il “molosso” ha preso il nome del popolo dei Molossi, che abitava nell’antico Epiro; il “samoiedo” dal popolo uralo-altaico dei Samoiedi. Ci sono invece nomi che alludono a particolarità fisiche: “barbone”, “bassotto”, “bobtail” (“coda mozza”: ingl. “to bob”, “mozzare” + “tail”, “coda”), “shnauzer” (ted. “Schauze”, “grugno”), “spinone” (“pelo pungente”).
    Altri nomi sono legati alla funzione svolta dal cane: “cocker” (“cane da beccaccia”: ingl. “woodcock”, “beccaccia”, da “wood”, “foresta” + “*****”, “gallo”); “levriero” (“cane da lepre”: antico francese “levrier”, dal latino “leporiu(m)” “cane(m)”; “pointer” (“cane da punta”: dall’antico fr. “pointer”, “puntare”; ingl. “to point”); “segugio” (dal latino tardo “segusium”, “cane che insegue e scova la selvaggina”); “setter” (“cane da ferma”: ingl. “to set”, “fermare”); “terrier” (“cane terriero”: fr. “chien terrier” per cacciare animali da tana; per es., ingl. “fox terrier”, “cane terriero da volpe” (“fox”); ingl. “pit bull terrier”: “pit”, “recinto per combattimento” +”bulldog” + “terrier”). E infine un nome che definisce il carattere del cane: si tratta del “mastino” (antico francese “mastin”) che risale a un latino parlato “mansuetinu(m)”, diminutivo di “mansuetu(m)”, “mansueto”. Un cane bonaccione, insomma: forte, coraggioso, di aspetto fiero, ma di cuore tenero.
    (Da La Nazione, 13/4/2007).
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    “Quasi spre sza dolore”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Lettori italiani di un’espressione come “quasi spre sza dolore” reagiranno diversamente in base all’età e alle abitudini comunicative. Adolescenti e giovani leggeranno senza esitazioni: “quasi sempre senza dolore”; persone anziane, rimaste fedeli alla “biro” o convertite alla sola “e-mail” (che accoglie forme tradizionali di scrittura)- reagiranno con lentezza e con qualche irritazione. Eppure questa espressione e l’altra che segue: “per 1/2 del P da Gugliano” (‘per mezzo del padre da Gugliano’) e molte parole abbreviate, come “nro”, ‘nostro’; “vro”, ‘vostro’; “qlche”, ‘qualche’; “qdo”, ‘quando’; “fse”, ‘forse’; “gno”, ‘giorno’, ecc., si leggono nelle lettere della famiglia Leopardi – quella di Giacomo, per intenderci – e quindi risalgono all’Ottocento (vedi G. Antonelli, “L’italiano nella società della comunicazione”, il Mulino, 2007, p. 151: un libro tutto da leggere!). Abbreviazioni (“Ill.mo”, ‘illustrissimo’; “Rev.mo”, ‘reverendissimo’, ecc.), parole “alfanumeriche”, cioè formate da lettere alfabetiche e da numeri (“8bre”, ‘ottobre’; “9bre” ‘novembre’; ecc) ce ne sono sempre state, dal Medioevo in poi; certo è che, nell’ultimo decennio, “SMS” e “chat-line (‘linea telefonica (“line”) per chiacchierare (“chat”)’) sono entrati “con prepotenza nella nostra vita di tutti i giorni, fino a diventare parte integrante del costume…” (G. Antonelli, p. 41).
    “Se telefonando… ti scrivo. “L’italiano al telefono: dal parlato al ‘digitato’” sono “titolo” e “sottotitolo” di un convegno organizzato dalla Crusca con l’associazione ‘Amici della Crusca’ e con il CLIEO (Centro di Linguistica storica e teorica dell’Università di Firenze) diretto da Nicoletta Maraschio, vicepresidente dell’Accademia. Il convegno, che rientra nelle celebrazioni del “Genio fiorentino” promosse dalla Provincia di Firenze, si svolgerà l’11 maggio prossimo nella sede della Crusca (Villa Medicea di Castello, Firenze).
    Sono molti gli interrogativi che si porranno studiosi italiani e stranieri, esperti di massmedia, giornalisti: da che cosa deriva l’innegabile sensazione di novità prodotta dagli SMS e da altre forme di “scrittura veloce”?
    Prevalgono nel fenomeno gli aspetti creativi o i cedimenti alla stereotipia? Come e quanto ne verrà influenzata la lingua italiana e quali saranno i tipi di scrittura più esposti a questa influenza? Come si stanno comportando, in rapporto allo stesso fenomeno, le altre lingue europee?
    E’ davvero importante che la Crusca – la più antica accademia linguistica del mondo (1582/83) – applichi una plurisecolare tradizione di esattezza documentaria e di impegno filologico a temi di attualità che coinvolgono i giovani e che esplorano il rapporto fra le nuove tecnologie e gli usi dell’italiano contemporaneo.
    (Da La Nazione, 27/4/2007).
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    E’ sparito il biavaròl

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Sono stata a Venezia, qualche giorno fa, e – ricordando il “biavaròl” da cui mia madre comprava riso, caffè, burro, ecc., ho ceduto alla tentazione di vedere “se c’era ancora”: non lui, ovviamente, ma il negozio, ereditato o gestito da un successore: la saracinesca era chiusa, malandata, e mancava l’insegna. Ho chiesto a un passante anziano – che parlava un italiano fortemente “euganeo” – se c’era un “biadaiolo” nelle vicinanze. Ha capito benissimo e mi ha detto che, dopo il ponte, girando a destra, avrei trovato un buon “salumiere”. Me l’aspettavo: la diffusione nazionale dell’italiano parlato ha portato, nel corso del Novecento, a una rapida riduzione delle alternative dialettali e delle varietà regionali. “Biavaròl”, “biadaiolo” (ma anche il bolognese “lardaròl”, il romanesco “pizzicarolo”, ecc.) ha dovuto cedere a “salumiere” e a “pizzicagnolo”. Era un prezzo da pagare per raggiungere l’unità linguistica nazionale, dopo quella politica. Ma non è facile sottrarsi alla sensazione di aver perso qualcosa: non solo parole, ma ricordi, brandelli di vita familiare e affettiva che a quelle parole erano associati. A Venezia si parla di “nebbia” (o meglio di “nebia”, con pronuncia che, ancora oggi, rifugge dalle “doppie); ma “caìgo” (lat. “caligo”) resiste, nel significato di “nebbia fitta”, forse sostenuta anche dall’espressione “filar caìgo” (“filar nebbia”) nel senso di essere inutilmente pignolo o apprensivo. La “scafa”, invece, ha ceduto al lavello; e nemmeno il toscano “acquaio” ha potuto resistere all’efficiente prodotto industriale e alla pubblicità che lo ha imposto a tutta la penisola. Hanno invece resistito – forse ancorati alla loro regionale bontà – quei dolci carnevaleschi che a Venezia chiamano “galani” e che altrove si chiamano “nastri” (Liguria), “bugie” o “risole” (Piemonte), “Chiacchiere” o “chiacchiere delle monache” (Lombardia e altrove), “crostoli” (Trentino), “frappe”, “sfrappe”, “sfrappole” (Emilia, Lazio e altrove), “cenci” o “donzelline” (Toscana), “maraviglie” (Sardegna), ecc.
    E’ avvenuto anche l’inverso: l’italiano, convissuto a lungo con i dialetti, ha inglobato molte parole dialettali, traendo da essi vivacità e disinvoltura:
    -“ciao”, il saluto italiano più familiare (il più rapido, in una lingua polisillabica come la nostra; disponibile sia all’inizio che alla fine dell’incontro), abbreviazione di espressioni cerimoniose come “schiavo suo”, “servo suo”;
    – una parola espressiva come “carampana”, che – agli inizi del Novecento – ha conquistato un posto nel vocabolario italiano, con il significato di “donna brutta, vecchia”, viene dalla contrada veneziana delle “Carampane” abitata fin dal medioevo da prostitute. E’ probabile che il veneziano “carampana”, “vecchia prostituta”, venga da “Ca’ Rampani”, una delle case possedute da quella famiglia (e proficuamente cedute in affitto).
    (Da La Nazione, 4/5/2007).
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    Da Pantalon ai pantaloni

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    I dialetti italiani hanno fornito molte parole alla lingua; quantità e qualità di esse dipende dal ruolo che le diverse regioni hanno avuto nella storia della penisola. La lingua di Venezia, ad esempio, è stata una delle più propositive, grazie all’importanza della città in tutti i settori della vita sociale, culturale, letteraria, tecnico-scientifica, commerciale, ecc.
    Galileo Galilei frequentava con grande interesse l’ “arsenale” veneziano (dall’arabo “dar sina’a”) per ricavare dai “proti”, o “capi degli operai” (dal greco “pròtos”, “primo”), conferme sperimentali delle sue idee: “Largo campo di filosofare (…) parmi che porga la frequente pratica del famoso arsenale di voi signori veneziani (…) Frequento per mio diporto la visita di questo luogo e la pratica di questi che noi, per certa preminenza che tengono sopra il resto della maestranza, domandiamo ‘proti’”. (“Dialogo sopra i due massimi sistemi”). Ma i “proti” “primeggiavano” anche nelle tipografie veneziane, a partire da quella – famosissima – dei Manuzio.
    Scegliamo ora una parola che consente di collocare Venezia nella rete dei suoi rapporti internazionali: si parte da un nome proprio di persona, “Pantalon”, molto diffuso a Venezia dopo che le reliquie di “San Pantaleone” vi erano state portate dall’Oriente e collocate nella chiesa cittadina dedicata a questo Santo. Nella seconda metà del Cinquecento “Pantalon” è il nome di una “maschera” veneziana della Commedia dell’arte: si tratta di un vecchio mercante, testardo, brontolone, avaro, ma in fondo buono e facile vittima di raggiri. Il suo vestito è rosso (con soprabito nero), con calzoni che non si fermano al ginocchio, ma fasciano le gambe fino alle caviglie. “Pantalone” sarà personaggio famoso delle commedie di Goldoni
    (Venezia, 1707 – Parigi, 1793), ben note anche fuori d’Italia. Ed è proprio la foggia dei calzoni tubolari, indossati da “Pantalon”, a colpire la fantasia dei sarti francesi che li propongono agli uomini come novità di moda, con il nome di “pantalons”. Naturalmente i “pantalons” si diffondono anche in Italia: ne erano usciti come nome proprio di un personaggio della commedia e vi rientrano come nome comune di un indumento sportivo: scrive in una lettera Ugo Foscolo (Zante, 1778 – Londra, 1827), reduce da un lungo viaggio in carrozza: “Alla locanda non trovo il mio servo; né chiave, né modo di rivestirmi. Ed io non ardisco di presentarmi da S.E. così, in ‘pantaloni’”. Anche il Manzoni consiglierà al destinatario di una sua lettera l’acquisto di un paio di “pantaloni” bianchi (non senza qualche dubbio sull’adeguatezza di questi a una cerimonia): “Ecco quello che bisogna che tu porti con te. ‘In primis’ un frac, da commettersi subito all’Origo, e un paio di “pantaloni”, bianchi se l’etichetta della cerimonia lo permette”.
    Venezia dà alla lingua italiana (e ad altre lingue) anche la parola “ghetto”, di cui avremo occasione di parlare in seguito, con l’attenzione e il rispetto che a questa parola sono dovuti.
    (Da La Nazione, 18/5/2007).
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    La famiglia, cinque millenni fa

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Dopo la “Giornata della famiglia” (“Family day”, per l’Italia poliglotta) e con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative, le polemiche si sono calmate. Negli ultimi dibattiti televisivi i politici sottolineavano l’“antichità” e “dignità” della famiglia come “nucleo originario della società” più che discutere sulla possibile estensione del modello familiare ad altre forme di convivenza.
    Ma quanto è ‘antica’ la famiglia? La storia comincia là dove troviamo documentazione scritta o archeologica. Per le “origini indoeuropee” (quelle dei popoli insediati in Europa e in parte dell’Asia occidentale fino all’India) questa documentazione non esiste; la conoscenza della società “indoeuropea” dipende dunque, esclusivamente, dal tentativo di “ricostruirne” la lingua originaria a partire dalle lingue storiche da essa derivate: “greco”, “antico indiano (o sanscrito”), “iranico”, “armeno”, “latino”, “osco-umbro”, “celtico”, “germanico”, lingue “baltiche”, lingue “slave”, ecc.
    Un esempio: se in antico indiano troviamo “raja” (“re”), se in latino troviamo “rex” (“reg-s”) (“re”), se nelle lingue celtiche troviamo –“rix” (“-rig-s”) come componente di nomi di re (per esempio Vercingeto “rig-s”), possiamo affermare che nella lingua- ‘ madre’ esisteva già la parola *“REG-S”. Sarebbe infatti impossibile supporre che una stessa parola sia nata indipendentemente, casualmente, nelle tre lingue-‘figlie’; e altrettanto impossibile sarebbe immaginare il prestito di una parola indiana all’occidente europeo, data la distanza geografica (e cronologica!) che separa l’antico indiano dal latino e dal celtico.
    I linguisti hanno ricostruito il Vocabolario della lingua originaria, poi passato nelle lingue derivate. In esso i nomi dei membri della famiglia (le parole ricostruite sono segnalate da un asterisco che le precede) formano un settore particolarmente ricco, compatto, stabile; ciò dimostra la solidità della famiglia e la centralità del suo ruolo. Tale ricchezza e stabilità può far pensare che i singoli membri della famiglia siano definiti da un punto di vista giuridico, più che affettivo. Ci sono il padre (* “PATER”), la madre (* “MATER”), il fratello (* “BHRATER”), le mogli dei fratelli (* “YENETERES”), la sorella (* “SWESOR”), i figli maschi e femmine (* “SUNU”-; * “PUTLO”, * “PEW_ERO”, * “PAW-IS”, * “DHUG(H)ATER”), il nipote
    (* “NEPOT”-) la nuora (* “SNUSO”-), il genero (* “GENRO”); il suocero e la suocera (* “SWEKURIS”, “SWEKRU”), la vedova * “WIDHEWA”, ecc. Alcuni nomi di famiglia (vedi l’elenco) finiscono in –“TER”, che qualche studioso ha interpretato come suffisso d’agente; il che confermerebbe che il nome definisce un ruolo sociale, non un rapporto affettivo (affidato a nomi di tipo infantile, come * “PAPPA”, * “ATTA”,
    * “MAMMA”, * “AMMA”).
    Rimane il problema cronologico: quanti millenni ci dividono dalla lingua indeuropea? Se il greco (che è la più antica, fra le lingue-figlie) risale al secondo millennio a. C., la lingua-‘madre’ dovrà risalire “almeno” al terzo millennio avanti Cristo.E’ dunque giusto parlare dell’ “antichità” della famiglia giuridicamente organizzata, visto che si tratta di cinque millenni, come ipotesi minima (non potendosi escludere che la famiglia sia molto più antica).
    (Da La Nazione, 25/5/2007).
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    Se parli “Difficilese”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Le ha mai palesato il suo malcontento?”. Questa domanda, che sembra ritagliata da un romanzo di fine-Ottocento, è uscita pochi giorni fa dalla rosea bocca di una conduttrice di “Unomattina” (Raiuno) che si era già distinta per qualche inutile raffinatezza (“con “l’ausilio” del signor Giovanni”) e per una certa tendenza al “burocratese” (“si è ‘attivato’”, per “si è dato da fare” o “si è impegnato”). Male, perché esiste (finalmente!) un italiano parlato “medio”: semplice senza essere banale, comunicativo senza perdita di espressività, elegante senza rinuncia alla naturalezza; in questo italiano, “Le ha mai palesato il suo malcontento?” deve essere alleggerito in “Le ha mai manifestato la sua scontentezza?”/ “Le ha mai rivelato il suo disappunto?”/ “Si è mai mostrato scontento?”, ecc. Chi parla difficile compie un abuso nei confronti del parlato “medio” oggi disponibile in tutta la penisola. Altri esempi di “Difficilese” (così viene chiamato) sono offerti da un manualetto recente che sostituisce alle parole pesanti (soprattutto “burocratiche”) parole semplici: “meglio non usare: “ “dare adito a”, “dare inizio a”, “effettuare”, “essere a conoscenza di”, “reperire”, “supportare” ”; al posto di queste “preferire: “causare”, “cominciare”, “fare”, “sapere”, “trovare”, “sostenere” ” (V. Della Valle-G. Patota, “Il nuovo salvalingua”, Sperling & Kupfer, 2007,
    pp. 37-8).
    Qualcuno potrebbe osservare che un conduttore televisivo legge, di solito, un testo “scritto” dall’autore del programma (almeno una “scaletta”). Ma chi scrive un testo sapendo che sarà “letto”, dovrebbe predisporlo all’oralità; può farlo, oggi, perché anche l’italiano scritto – imitando il parlato, traendo da esso forza e vivacità – ha raggiunto lo “stile semplice”. Ascoltiamo Italo Calvino che – in una lettera del 1955 – consigliava a un giovane narratore: “Lei deve leggere molti autori moderni fino a capire il legame tra il linguaggio parlato e lo stile letterario. Legga buoni scrittori italiani che ci hanno dato una lingua viva e non di cartapesta: a cominciare da Verga, fino ai contemporanei, Pavese, Vittorini (senza naturalmente prendere le loro cifre e i loro vizi), Bilenchi, Moravia, Pratolini.” (E. Testa, “Lo stile semplice”, Einaudi, 1997). Calvino non nomina il Manzoni che, per primo, ci aveva provato a scrivere in una lingua viva (che fosse “bene comune” degli italiani), dedicando più di tredici anni a correggere la lingua dei “Promessi Sposi”: da “provò una “subita” gioia” a “provò una gioia “improvvisa” ” (cap.IX); da “il secondo anno di scarso ricolto” a “il secondo anno di raccolta scarsa” (cap.XII); da “che mi vien ella a cantare?” a “cosa mi viene a dire?” (cap. V); da “rispondere a questa benevola interpellazione” a “rispondere a quest’amorevole domanda” (cap. V); e così via. Che cosa direbbe, oggi, don Alessandro, dello stile – “cartapesta” di certo linguaggio televisivo?
    (Da La Nazione, 1/6/2007).
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    Il corpo e la metafora

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Un vocabolario italiano comprende un numero di parole (“voci”) oscillante fra le 120.000 e le 140.000; cifre che vanno più che raddoppiate se contiamo i “significati”: moltissime parole hanno infatti “più di un significato”. Per es. “tibia” (dal latino “tibia(m)) significa: A) antico strumento a fiato (un antenato del flauto); B) osso lungo della gamba. Il passaggio da (A) a (B) è giustificato dal fatto che esiste una somiglianza di forma (allungata, tubolare) fra i due oggetti a cui la parola si riferisce. E’ noto che questo ‘trasferimento’ di significato si chiama “metafora” e che è frequente nella lingua letteraria, come mezzo per reagire all’opacità della parola e recuperarne la verginità: quando Montale parla della “memoria che “si sfolla” ” (che si “svuota” di ricordi) trasferisce un verbo normalmente riferito a luoghi di ritrovo (“si sfollano” un cinema, uno stadio, ecc.) e lo applica a uno spazio mentale per cui questo svuotamento è irreversibile, e quindi tragico.
    Metafore ne usiamo tutti: vediamo un gregge in un “cielo “a pecorelle” ” o grandi cavalli al galoppo – “cavalloni” – nelle onde di un mare in tempesta. Certamente chi, per primo, ha usato queste metafore ha fatto un atto creativo; ma – a forza di essere ripetute – le metafore perdono originalità e potenza: si potrebbe dire che muoiono. La morte di una metafora può essere accelerata da eventi esterni: nel passaggio dal latino imperiale ai volgari feudali è stato facile, per i parlanti, perdere memoria della qualità metaforica di parole provenienti dalla fase più antica. La cosa importante è che, quando muore una metafora, nasce una parola nuova, che entra nei vocabolari. Ed è conveniente che ciò accada perché la nuova parola costa poco alla nostra (debole) memoria, che – conoscendone il significato – è in grado di ricostruirne il significato trasferito.
    La metafora, dunque, non è soltanto una risorsa espressiva per poeti e letterati; essa è uno dei più importanti strumenti per fabbricare le parole: comprese quelle tecniche e scientifiche. Lo abbiamo visto sopra con “tibia”; lo vediamo ora con “muscolo”, che risale al latino “musculu(m)” ‘topolino’, diminutivo di “mus”, ‘topo’: alla base di questa metafora (completamente morta), sta la somiglianza visiva fra la rapida contrazione di un muscolo e l’improvviso guizzo del topo. E potremmo continuare: il “menisco” (dal greco “menìskos”, ‘lunetta’, diminutivo di “mène’: ‘luna) è la cartilagine a forma di semiluna presente nel ginocchio e in altre articolazioni; l’ “ugola” (dal latino tardo “uvula(m)”, ‘piccolo chicco d’uva’, diminutivo del latino classico “uva”) è la piccola formazione carnosa che pende dal palato; la “pupilla” (latino “pupilla(m)”, da “pupula”, diminutivo di “pupa” ‘bambola’) è la ‘bamboletta’, cioè la piccola immagine riflessa dall’occhio. Ci fermiamo qui, per ora.
    (Da La Nazione, 15/6/2007).
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    Nel paese di Metafora

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Abbiamo già incontrato termini anatomici (“menisco”, “muscolo”, “pupilla”, “tibia”, “ugola”, ecc.) che hanno origine “metaforica”: che sono cioè parole riferite ad altri “oggetti”, poi applicate a parti del corpo che con quegli ‘oggetti’ hanno qualche somiglianza di forma o funzione. Il caso è frequente: la “clavicola” viene dal lat. “clavicola(m)”, diminutivo di “clavis”, ‘chiave’, perché l’osso della spalla ricorda quella forma. Il “coccige”, osso con cui termina la colonna vertebrale, viene dal lat. “coccige(m)” che – a sua volta – risale al greco “kòkkyx” / “kòkkygos”, ‘cuculo’ e poi ‘coccige’ perché l’osso (formato da alcune vertebre, saldate fra loro) ricorda il becco di quell’uccello.
    Ogni segmento osseo delle dita (nella mano e nel piede) si chiama “falange”, dal greco “phàlanx” / “phàlangos”, ‘plotone di soldati’, perché la disposizione delle ossa ricorda quella degli uomini incolonnati. Il “piloro”, cioè l’anello muscolare che regola il passaggio dallo stomaco al duodeno, viene dal latino tardo “pylòru(m)”, che risale al greco “pyloròs”, ‘guardiano della porta’ (composto da “pùle”, ‘porta’ e “horan”, ‘guardare’). La ‘rotula’ del ginocchio viene dal lat. “rotula(m)”, diminutivo di “rota”, ‘ruota’, perché l’osso ha forma piatta e arrotondata. La “spalla” viene dal lat. “spatula(m)”, diminutivo di “spata”, ‘spatola’: arnese con lama piatta che serve ad amalgamare calcina o altre sostanze pastose. Il “tarso” risale al greco “tarsòs”, ‘graticcio su cui si mette ad asciugare il formaggio’, poi una parte delle ossa del piede. Il “torace” viene dal lat. “thoràce(m)”, che, a sua volta, risale al greco “thòrax” / “thòrakos”, che significa ‘corazza’ e quindi ‘la parte del corpo che protegge il cuore e i polmoni’.
    L’elenco potrebbe continuare: ma gli esempi già fatti bastano a presentare il corpo umano come un vero e proprio “paese di Metafora”. E’ una presentazione confermata anche dalla frequenza con cui si verifica il fenomeno inverso: termini anatomici vengono applicati “metaforicamente” a ‘oggetti’ che hanno con essi qualche somiglianza o analogia: ed ecco la “ ‘bocca’ del forno”, il “ ‘braccio’ della gru”, la “ ‘chioma’ degli alberi”, il “ ‘collo’ della bottiglia”, i “ ‘denti’ della sega”, i “ ‘fianchi’ della montagna”, le “ ‘gambe’ del tavolo”, il “ ‘gomito’ della strada”, le “ ‘lingue’ di fuoco”, l’“ ‘occhio’ del ciclone”, ecc. Altro arricchimento metaforico del vocabolario si ottiene “modificando” termini anatomici o “derivando” parole da essi; ed ecco le “ ‘spallette’ del ponte”, gli “ ‘occhielli’ della giacca”, la “ ‘bocchetta’ del gas”, lo “ ‘schienale’ della poltrona”, la “ ‘testata’ del giornale”, ecc. Tutte parole che – grazie alla trasparenza del loro significato – impegnano poco la memoria ma sollecitano l’immaginazione, ricaricano la fantasia, ricordano che sono gli uomini a creare la lingua e ad amministrarla. Viene in mente il dialogo fra Alice e Humpty Dumpty, nelle “Avventure di Alice nel paese delle meraviglie”: “Bisogna vedere”, disse Alice, “se lei può dare tanti significati diversi alle parole”. “Bisogna vedere”, disse Humpty Dumpty, “chi è che comanda… è tutto qui”.
    (Lewis Carrol, “Attraverso lo specchio”).
    (Da La Nazione, 29/6/2007).

  • Una porzione di stelle…
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Rileggo spesso libri già letti, per rivisitare pagine piene di vecchi incanti e scoprirle ogni volta ricche di incanti nuovi (come suggerisce Daniel Pennac); fra queste, le ultime pagine del “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati: Giovanni Drogo, comandante in seconda della Fortezza Bastioni, ha consumato tutta la sua vita aspettando l’attacco di nemici che dovrebbero arrivare dal nord, là dove le montagne si aprono su un ventaglio di pianura arida e petrosa chiamata “Deserto dei Tartari”. Ma l’attacco, che darebbe un senso alla sua esistenza, giungerà solo nel giorno in cui Drogo – ormai vecchio e ammalato – dovrà lasciare la Fortezza per tornare in carrozza alla città da cui era partito a cavallo più di trent’anni prima. La debolezza obbliga Drogo a fermarsi per la notte in una locanda. E qui egli capisce che potrà ancora avere la sua grande occasione: combatterà con dignità, con coraggio, una battaglia che riscatti l’intera vita, portandolo al di là del “limite dell’ombra”:
    “La camera si è riempita di buio. Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolìo leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse invece è lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride”.
    Non c’è spazio per un commento linguistico; mi limito a sottolineare quell’ “ultima sua porzione di stelle”: Buzzati non ama le parole elevate, letterarie, ma dà nuova linfa a parole comuni, usandole in connessioni originali. “Porzione”, normalmente associata al cibo, rinnova il suo significato se connessa alle stelle: Drogo ha ricevuto la sua quotidiana razione di bellezza. “Porzione” potrebbe anche rinviare a qualcuno che “fa le parti” e le distribuisce; ma qui mi fermo perché non è lecito interpretare il silenzio di Buzzati.
    Sulla sua scrittura però torneremo, perché il 2006 è il primo Centenario della sua nascita (Belluno, 16 ottobre 1906): un occasione per parlare di questo scrittore italiano, amatissimo nel mondo (il più amato, in Francia), che in Italia ha avuto consensi preziosi (Montale, Calvino, Zanzotto, Montanelli, ecc.; più recentemente Nella Gianetto, indimenticabile collega e direttrice del “Centro Dino Buzzati” dell’Università di Feltre), ma che ancora attende un’attenzione critica proporzionata al crescente successo delle sue opere (tradotte in una trentina di lingue) e all’importanza della sua scrittura nella storia linguistica, letteraria e giornalistica del Novecento.
    (Da La Nazione, 14/7/2006).
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    Il calcio scritto e quello parlato
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    In occasione dei Mondiali ho letto giornali sportivi e quotidiani di informazione, per controllare lo stato di salute del “calcio scritto” italiano. Salute ottima, direi, anche sull’onda dell’entusiasmo per il trionfo dell’Italia. Pochi i fenomeni nuovi, accanto a caratteristiche e a tendenze già presenti in passato. La cronaca della partita è scritta in una sintassi semplicissima, rapida, spezzata, che trasferisce sulla pagina lo stile veloce del parlato (“radiocronaca” o “telecronaca”). E’ una sintassi che risparmia in “verbi” sostituendoli con “nomi” e “aggettivi” collegati da “preposizioni” (“stile nominale”): “Lo scatto d’orgoglio nello stadio dei fischi. Grosso. Di sinistro a effetto. Del Piero. Di destro, nell’angolo alto.”; “tunnel di Grosso nel primo tempo. Ai supplementari tacco di Materazzi.” ecc.
    Se si pensa alla ricchezza di forme della coniugazione verbale (“modi”, “tempi”, “persone”, “genere”, “numero”, costruzione “attiva”, ecc.) e quindi alle difficoltà di scelta della forma giusta o più opportuna, si capisce bene la preferenza per nomi e aggettivi (che di forme ne hanno, al massimo, quattro) e per le preposizioni (che hanno una forma sola, invariabile). I verbi che resistono sono i più semplici, soprattutto “essere”; “Una gioia immensa. Lacrime e sudore: l’Italia “è” in finale. Prossima tappa Berlino. Marcello Lippi “è” il ritratto della felicità” oppure sono “participi”, che si comportano come nomi e aggettivi, segnalando il singolare/plurale e –a volte- il maschile/femminile: “L’inno di Mameli, “fischiato” dai tedeschi, i nostri tifosi “relegati” in un angolo e “insultati” in italiano. Poi lo scatto d’orgoglio .”. E’ una semplificazione utilissima perché la lingua del calcio scritto si rivolge a un pubblico vastissimo, eterogeneo, con gusti diversi e con diverse conoscenze linguistiche; la semplicità può piacere a tutti i tifosi, magari per ragioni diverse: per la facilità di lettura, ma anche per la rapidità di informazione, per l’efficacia e l’espressività di lettura, ma anche per la rapidità di informazione, per l’efficacia e l’espressività della lingua, ecc. Si capisce anche che le scelte linguistiche, quando si siano rivelate giuste, durino a lungo, entrando nelle abitudini e diciamo pure nel “guardaroba” linguistico dei lettori.
    I verbi però ricompaiono con tutta la loro forza narrativa, se dal “resoconto” della partita si passa al suo “commento” appassionato; e a questa sintassi “verbale” si associa quasi sempre una scelta di parole ricca: un “lessico” fortemente espressivo, creativo, spesso metaforico. Ed ecco che i giocatori “cincischiano”, “balbettano”, “imbeccano” il compagno, “assediano” la porta avversaria, “controllano” il pallone, lo “agganciano”, o lo “sbucciano”, lo “telefonano” in porta o ce lo “spediscono facendo il cucchiaio”, lo “insaccano” in rete dove il portiere lo “afferra”, lo “arpiona”, lo “blocca”… Ma su questo argomento torneremo presto, in questa rubrica.
    (Da La Nazione, 28/7/2006).
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    Dio esiste
    E ha la maglia azzurra

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Abbiamo già visto che la sintassi del “calcio scritto” è semplice, rapida, povera di verbi. Il giornalista dovrà dunque compensare il risparmio sintattico con una scelta di parole ricca e ardita, se vuole soddisfare la passione sportiva sua e dei lettori. Si spiega così che Dio abbia la “maglia azzurra” e che Pirlo sia
    “ ‘immenso’ nell’ultimo sussulto”. “Immenso” anche Gattuso; “perfetto” Cannavaro; “mostruoso” Buffon: il suo sguardo “è terribile, la grinta di Cannavaro impenetrabile. Pirlo è ‘direttore d’orchestra’”; Toni “gladiatore”; Camoranesi “costringe a “rammendi” impacciati” l’avversario, mentre Del Piero “ha “fulminato” la Germania e “annichilito il Westfalen Stadion” (sessantaseimila “a picco” sul campo” e un urlo “esploso per “l’acuto” di Grosso “bissato” dal colpo di Del Piero”). In coppia, Grosso e Del Piero sono “un ‘delirio azzurro’”. E Cannavaro “è il vero “panzer”, il “fortino veloce” degli azzurri… subito un ‘leone’”; Pirlo e Gattuso, invece: “due ‘api operaie’”, capaci di “ ‘cucire’ nel mezzo” senza “ ‘finire’ in ‘riserva’”. “Ma è ‘dura’, durissima, “i cuori a mille in campo e sugli spalti”… come ‘stare dentro a un urlo’”! Ce n’è anche per gli avversari, a partire dal “ ‘perfetto cucchiaio di Zidane’ ” che entra in rete “come ‘uno stiletto all’arsenico, lo schiaffo’” a un’Italia “’lunga’ e abbastanza ‘sbrindellata’” che va “ ‘in panne’, a terra come un pugile dopo un K.O.”. Dopo di che i francesi restano “nella loro “cesta”, ora più che mai per difendere il vantaggio”; ma ecco “presentarsi sul proscenio” Materazzi, che “si “inerpica” su corner di Pirlo, per “schiacciare” in porta di testa”. E Sagnol? “spazza l’area francese, conquista palloni e randella mica male”…
    Passiamo dagli esempi a un’osservazione conclusiva: chi scrive di calcio preleva parole dalla lingua quotidiana (“cucire”, “spazzare”, “cincischiare”, “balbettare”, “rammendo”, “cucchiaio”, “sbrindellato”, ecc.) o da altri linguaggi, speciali (“sgroppare”, “incornata”, “tuffarsi”, “abboccare”, “inerpicarsi”, “proscenio”, “acuto”, “K.O., “infarto” (acustico), finire in “riserva”, “in panne”, ecc.) e ne rinnova creativamente il significato. I tifosi adottano queste parole, le ripetono e subito le trasformano in “tecnicismi”: “balbettare”, “cincischiare” perdono il significato usuale e quello metaforico per assumere quello tecnico di “giocare in modo frammentario e poco concludente”; il “cucchiaio” non è più una posata, ma la traiettoria di una palla “colpita da sotto, quasi cavata ed estratta con leggerezza dalla terra”, che si infila in porta sfiorando la traversa. Così nasce, si afferma e si diffonde la “lingua del calcio”…
    (Da La Nazione, 4/8/2006).
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    Lavorare stanca

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”, dice la nostra Costituzione, ed è chiaro che il lavoro – prima ancora di essere un dovere – è un diritto dei cittadini. Il “lavoro” è dunque un concetto positivo, oggi, e ‘trovare lavoro’, “lavorare”, è un’aspirazione condivisa.
    Ma la storia della parola “lavoro” – che risale al latino “labor” – rivela una diversa valutazione di questo concetto, in passato “labor” significava infatti, “fatica”, “pena”, “malessere”. “Lavorare stanca”, dunque, come dice il titolo di una raccolta poetica di Cesare Pavese?
    Il significato negativo del “lavoro” viene confermato dalla storia di altre parole che significavano “lavorare” (e che ancora oggi conservano questo significato, nei dialetti): “faticare” (napol. “faticà”, ecc.), da cui traspare chiaramente il significato di “fatica” (lat. volgare “fadiga”); e “travagliare” (sicil. “travagghiari”, sardo “traballai”, ecc.) dal francese “travailler”, “lavorare”, che – a sua volta – viene da un verbo latino “tripaliare”, da “tripalium” che era il nome di uno strumento di tortura, formato da tre pali. Come si spiega che, in passato, il concetto di “lavoro” sia stato espresso da parole che denunciavano gli aspetti della fatica, della sofferenza, addirittura del tormento? In realtà, nella tradizione culturale greco-latina a cui apparteniamo, il lavoro manuale è sempre stato discriminato, contrapposto ad attività di studio e di pensiero (considerate le uniche degne di un uomo libero). La divisione fra “arti liberali” e “arti meccaniche” (che non richiedono sapere teorico, ma esperienza pratica e abilità manuale) dura a lungo, nella cultura europea.
    Ricordiamo che alle arti meccaniche appartengono tutte le attività applicate: la chirurgia, la pittura, la scultura, l’architettura, l’ingegneria, ecc. Il “chirurgo” (dal greco “cheirourgòs” “colui che opera con le mani”) è, nel Due-Trecento, poco più che un barbiere; e nel 1543 il grande anatonomo Andrea Vesalio ancora assale i “dottori di memoria”, che commentano i libri degli autori antichi sdegnando la pratica anatomica. Nel Cinquecento l’artista raggiunge piena coscienza di sé; ma molti considerano la “scultura” inferiore alla “pittura” perché richiede più “fatica” muscolare… E l’“ingegnere” (da “ingegno”, “macchina”) è solo un “meccanico”: parola, quest’ultima, che – ancora nel Seicento – prende il significato di “uomo spregevole”: ricordiamo il futuro padre Cristoforo, figlio di un ricco mercante, uccide in duello il nobile che lo aveva insultato chiamandolo “Vile ‘meccanico’”! Spetterà a Galileo e ad altri scienziati del Seicento riabilitare la tecnica, la sapienza artigiana, l’“officina”, saldare la “speculazione” alla “pratica”, l’ipotesi alla prova sperimentale.
    (Da La Nazione, 11/8/2006).
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    Siamo tutti onomaturghi

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Quando il signor Joseph-Marie Jacquard, tessitore francese, ebbe inventato un dispositivo che – applicato all’ordito, in un telaio – produceva un tipo nuovo di tessuto operato, dovette “dare un nome” alla sua invenzione, per propagandarla e per difenderla da imitazioni. La chiamò “jacquard”, trasformando il suo “cognome” (un nome “proprio”) in nome “comune” del dispositivo e del tessuto. Il signor Jacquard diventò dunque “onomaturgo”, “inventore di parole”.
    A inventare la parola “onomaturgo” (composto da due parole greche: “ònoma”, “nome”+”erg”-, “fare”, sul modello di “chirurgo”, “taumaturgo”) è stato invece Bruno Migliorini, diventando così – anche lui – “onomaturgo”, oltre che storico della lingua italiana.
    Troviamo molti esempi di “onomaturgia” nel settore dei “tessuti” (ma il fenomeno è presente in tutti i settori del vocabolario): la “batista” porta il nome di “Baptiste”, il tessitore francese che la produsse per primo: era una tela così fine e morbida che le nostre nonne (anche loro “onomaturghe”) la ribattezzarono “pelle d’uovo”). La “georgette”, tessuto di lana o seta, porta invece il noma della sarta francese “Georgette” De la Plante. Altri tessuti prendono il nome del luogo d’origine: la “fiandra”, tela di lino operata, dalla “Fiandra”, regione dell’Europa settentrionale; il “tulle”, tessuto a velo, dalla cittadina francese di “Tulle”; il “cambri” dalla città francese di “Cambray” (che gli inglesi pronunciavano “Cambric”); il “cretonne”, tessuto di cotone a colori vivaci, da “Creton” in Normandia; il “jersey”, tessuto di maglia lavorato a macchina, dall’isola inglese di Jersey”; il “tweed”, tessuto pesante di lana, dal fiume scozzese “Tweed” che scorreva nella zona di produzione, il cui nome si sovrappose al nome originario della stoffa (“twell”, dal latino “bilix”, “tessuto con due licci”); la “mussolina” dalla città irachena di “Mossul”; il “damasco” da “Damasco” in Siria; l’ “organza” da “Urgenc’”, nel Turkestan.
    Un nome nuovo può nascere per “derivazione”da una parola già esistente: così il “raso” dal verbo “radere”; il “velluto”, tessuto morbido e spesso, da “vello”, “pelame”, “villo”, “pelo” (vedi latino tardo “villutu(m)”).
    Ma ci sono anche nomi (come il precedente “pelle d’uovo”) “trasferiti” (per “metafora”) da un oggetto a un nuovo oggetto che abbia con il primo qualche legame: il “broccato” si chiama così perché è un tessuto con disegni in rilievo che fanno pensare a “brocchi”, “germogli”. Anche in questi casi ci saranno stati dagli anonimi “onomaturghi”, cioè uomini che – per primi – hanno usato e proposto questi nomi; ma è difficile che ne resti notizia. Possiamo solo dire che sono i parlanti a modificare, rinnovare, arricchire continuamente la loro lingua, adeguandola ai loro bisogni. Siamo tutti “onomaturghi”, insomma, o lo possiamo diventare.
    (Da La Nazione, 18/8/2006).
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    A lui “gli piace”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Fra gli spot pubblicitari che accompagnano la fine di questa (squallida) estate televisiva ce n’è uno interessante dal punto di vista linguistico, che ha anche il pregio di essere recitato da un attore vero (uscito dall’Accademia d’arte drammatica, non emerso dal “Grande fratello”, o simili). Gigi Proietti propaganda –in un italiano popolare, spavaldamente romanesco- una marca di caffè che, “a lui, gli piace”, opponendosi così a un interlocutore che – dopo aver blaterato di “lunch”, di “brunch”, di “coffee-break” – sembra convertirsi al prodotto casalingo (ma non alla lingua italiana) con un “I like it”. Questa critica al dilagare degli “anglismi” non colpisce dunque il fenomeno in sé, sempre esistito fra lingue diverse e sinonimo di vitalità per tutte e due le lingue (per quella che dà e per quella che riceve); ma prende di mira – come è giusto – l’esibizionismo linguistico di chi snocciola anglismi superflui, nell’illusione di fare bella figura. Sono “superflui” quegli anglismi di cui – esistendo buoni corrispondenti in italiano – non avremmo alcun bisogno. Non abbiamo bisogno di “step”, per dire che vogliamo fare un “passo” avanti; né di “trend”, visto che abbiamo “tendenza”; nemmeno di “leader”, perché potremmo dire “capo”… Ora che “angolo” si è affermato come tecnicismo calcistico, non abbiamo più bisogno di “corner”; e così via.
    Ma non dobbiamo esagerare in questa caccia alle parole straniere: “stress” potrebbe essere sostituito da parole italiane più specifiche (e quindi volta a volta più precise, più aderenti al concetto): “esaurimento”, “logorio”, “spossatezza”, “tensione”, “affaticamento”, ecc. Ma ci sono situazioni comunicative in cui il monosillabo “stress” può tornare utile, proprio perché ingloba i significati delle molte e “polisillabiche” alternative italiane. E poi dobbiamo ricordare che – espulso “stress” dal nostro vocabolario – rimarrebbero “stressare”, “stressante”, “stressato”: parole che da “stress” derivano ma che ormai sono “adattate” alla morfologia della nostra lingua. Ci sono casi (come “spot”, “slogan”, “blitz”, “hobby”, ecc.) in cui è difficile trovare un esatto corrispondente italiano. In questi casi non rischieremo di perdere un’idea, un concetto, solo per liberarci di una parola straniera. Ascoltiamo Leopardi: “Rinunziare o sbandire una nuova parola, o una sua nuova significazione (per forestiera o barbara ch’ella sia), quando la nostra lingua non abbia l’equivalente non è altro… che rinunziare o sbandire, e trattar da barbara e illecita una nuova idea” (Zibaldone”).
    Rifiutiamo dunque l’esibizionismo linguistico; ma rinunciamo anche a quel “purismo” ostinato che dice “no” a tutte le parole straniere in quanto tali, per difendere una pretesa “purezza” della nostra lingua: “ma nessuna lingua è pura”, “nessuna lingua è perfetta”… lo diceva già, nel Settecento, Melchiorre Cesarotti, in opposizione a quanti – in quel secolo – lamentavano che la lingua italiana fosse invasa dai “francesismi”…
    (Da La Nazione, 25/8/2006).
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    Un aggettivo a pennello
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    La settimana scorsa ho parlato di uno spot televisivo che ironizza sugli anglismi inutili. In realtà i pubblicitari sono molto interessati alla lingua, non solo perché necessaria alla propaganda del prodotto, ma perché – essa stessa – prodotto, merce in vendita. “Lingua venduta” viene infatti detta quella pubblicitaria: definizione accettabile, se liberata da aloni negativi, da condanne puritane; chiunque parli o scriva ha le sue motivazioni per farlo, e non è detto che siano tutte più “nobili” di quelle che dettano uno slogan pubblicitario.
    Oggi parlerò di un altro spot televisivo che, da anni, riaffiora periodicamente (indizio sicuro della sua efficacia): un ometto in bicicletta avanza nel traffico cittadino con un enorme pennello in bilico sulla spalla. Un vigile lo ferma perché ostacola il traffico e l’ometto si giustifica: “Devo dipingere una parete grande; ci vuole un pennello grande”. E il vigile lo corregge: non ci vuole “un pennello grande” ma “un grande pennello” (ovviamente uno della marca reclamizzata, che compare sullo schermo). Lo slogan mette in evidenza un fenomeno linguistico trascurato dalla grammatica tradizionale, ma importante: il cambiamento di significato prodotto dalla collocazione delle parole, cioè dal posto che esse occupano nella riga scritta o nella sequenza parlata; in particolare gioca sui diversi significati dell’aggettivo a seconda del posto che esso occupa rispetto al nome: se lo segue (“un pennello grande”) ha significato distintivo, nel senso che definisce quel pennello distinguendolo da tutti i pennelli che grandi “non” sono; se lo precede (“un grande pennello”) ha invece significato valutativo (“un pennello di ottima qualità”) che dipende dal giudizio – altre volte dalle percezioni – di chi parla.
    Se questo slogan funziona vuol dire che interessa e diverte gli spettatori. Evidentemente essi apprezzano l’invito a riflettere su differenze di significato che dipendono non dalla scelta ma dalla collocazione delle parole; differenze di cui essi hanno già una conoscenza intuitiva: un genitore preferisce sentirsi dire da un professore che suo figlio è “un ragazzo bravo” (piuttosto che “un bravo ragazzo”); chi entra in un caffè ordinerà “un tè amaro” (“non” zuccherato), mai “un amaro tè”; ma accetterà “L’amaro tè del generale Yen” perché interpreterà amaro come “spiacevole”. Si apre insomma un vasto campo di osservazione perché le differenze di significato realizzate con la collocazione vanno apprezzate caso per caso: si passa infatti da nette opposizioni di significato (“una vecchia amica” / “un’amica vecchia”; “compro una nuova macchina” / “compro una macchina nuova”) a sfumature ben più sottili: “Cara Giovanna…” / “Giovanna cara…”, ecc. Argomento interessante – che dobbiamo rinviare – è quello della lingua poetica, che usa collocazioni rare per produrre sensi nuovi e effetti fonico-ritmici suggestivi.
    (Da La Nazione, 1/9/2006).
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    “Cigola la carrucola nel pozzo…”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Nemmeno per sogno!” – disse il Cappellaio – “allora potresti dire che quando dici “Vedo quello che mangio” dici la stessa cosa che se dicessi “Mangio quello che vedo”. “Oppure potresti dire” – aggiunse la Lepre Marzolina – “che “Mi piace quello che ottengo” è lo stesso che dire “Ottengo quello che mi piace”.”
    “Oppure potresti dire – aggiunse il Ghiro – “che “Respiro quando dormo” è lo stesso che dire “Dormo quando respiro!” ” (L.Carrol, “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie”).
    Il brano di Lewis Carrol (ma il suo vero nome era Charles Dodgson ed era un logico-matematico) ci fa capire che il significato di un messaggio dipende anche dalla “collocazione” delle parole; non solo dalla loro scelta (“selezione lessicale”) e dalla forma che esse assumono incontrandosi nel testo (“accordo morfologico”).
    Abbiamo visto che la pubblicità usa spesso il “gioco” delle collocazioni come “esca” (è la parola usata dai pubblicitari), nella speranza che il consumatore “abbocchi”: “In farmacia “qualsiasi risposta” non è mai una “risposta qualsiasi” – affermava uno “slogan” – giocando sul diverso significato di “qualsiasi” anteposto al nome (“qualsiasi risposta”: “ogni risposta”, “tutte le risposte”) o posposto ad esso (“una risposta qualsiasi”: “una risposta generica, approssimativa”).
    Ma la “collocazione” delle parole è anche strumento prezioso della lingua poetica. I poeti del Novecento hanno confermato che la poesia sopravvive alla mancanza di rima e di schemi metrici regolari; hanno mostrato che essa può accogliere parole comuni, prelevate dal montaliano “semenzaio della prosa”, senza nulla perdere della sua magia. Ma nessuno di essi (nemmeno “il poeta più chiaro del mondo”, Umberto Saba: “Amai trite parole, che non uno / osava”) ha potuto rinunciare agli effetti fonico-ritmici creati da collocazioni originali delle parole.
    Leggiamo l’inizio di una poesia di Montale: “Cigola la carrucola del pozzo/l’acqua sale alla luce e vi si fonde./Trema un ricordo nel ricolmo secchio,/nel puro cerchio un’immagine ride”. Tutte le parole usate da Montale appartengono al livello medio della lingua. Ma nei versi 1 e 3 la collocazione è invertita, rispetto alla norma italiana: “Cigola la carrucola”; “Trema un ricordo”. Nei versi 2 e 4 la collocazione è invece quella normale: “l’acqua sale”; “un’immagine ride”. Le cose da notare sarebbero molte; ma ci limiteremo a osservare i due segmenti di poesia scanditi dai punti fermi (vv. 1-2 e vv. 3-4); vedremo che, nelle due coppie di versi, si sono formate –grazie al gioco delle collocazioni- due figure simmetriche (o “chiasmi”). Per esempio, nella seconda coppia (versi 3-4), i due verbi occupano i posti estremi (“Trema”…/…”ride”.); i due nomi occupano il secondo e il penultimo posto (…”un ricordo”…/…”un’immagine”…); al centro stanno i due elementi complementari (…”nel ricolmo secchio/nel puro cerchio”…): si realizza così “quel minimo di sensualità senza il quale – diceva Montale – “non si dà poesia”.
    (Da La Nazione, 9/9/2006).
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    Perché i pirati invertono la rotta?

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Le parole conservano tracce di una vita associata lontana da noi, di cui spesso non abbiamo ricordo. La parola “rivali” – latino “rivales”, da “rivus”: “abitanti sulle sponde di un canale o di un ruscello” –ha sviluppato un significato ostile perché in passato lo sfruttamento delle acque è stato causa di continue liti fra confinanti. L’aggettivo “egregio”, “distinto”, oggi usato negli indirizzi o all’inizio di lettere come formula di cortesia, parte dall’osservazione dell’animale che “emerge dal gregge” (lat. “ex”, “da”, e “grex”, “gregis”, “gregge”) distinguendosi per altezza e forza. Il verbo “delirare”, “uscire dal solco” (lat. “de” “fuori da”, e “lira” “solco”) è una metafora che trasferisce alla malattia mentale un errore agricolo. Anche il verbo “appioppare” (una multa, un soprannome, uno scapaccione, ecc.) nasce da una tecnica agricola: quella di “legare le viti ai pioppi”, per sostenerle. Insomma: le parole durano più delle usanze, delle tecniche di lavoro, delle istituzioni, ecc., e ne conservano la memoria.
    La “carrozza a cavalli” è ormai un relitto turistico; ma la parola “carrozza” e i suoi derivati (“carrozziere”, “carrozzeria”, “scarrozzare”, ecc.) sopravvivono nel trasporto ferroviario e automobilistico. Oggi i contatti fra città e campagna sono pochi, ma i cittadini possono ancora “rastrellare” contributi, “rivangare” ricordi, “vagliare” possibilità “setacciare” notizie, ecc. E possono “appollaiarsi” su un divano, “pavoneggiarsi” in un vestito, sentirsi “accapponare” la pelle, “impaperarsi”, “inviperirsi”, ecc. Osservava Gian Luigi Beccarla che “L’italiano conserva i sapori della vita rurale defunta: si continua a cercare un ago nel pagliaio anche se di pagliai non c’è più ombra nelle nostre campagne, e un cane di nessun pregio lo si chiama ancora can da pagliaio; si possono rompere le uova in un paniere anche se quelle sono ormai riposte in contenitori di plastica” (“Italiano antico e nuovo”, Garzanti, 1968).
    A volte l’origine di una parola è così lontana dalle nostre esperienze da rendere difficile il collegamento. Può capitare che un genitore o un nonno, dopo aver letto a voce alta che “I pirati invertirono la rotta” si senta chiedere che cosa è una “rotta”. Si può rispondere che è “il percorso di una nave in mare, o di un aereo in aria”. Ma se il ragazzino è curioso si può anche aggiungere che molti anni fa i Romani chiamavano “via rupta” la “strada aperta” (tagliando la vegetazione e altri ostacoli) e il “solco aperto” in mare dalla prua della nave che traccia un percorso. In italiano è rimasta la “rotta” marittima (e si è aggiunta quella aerea); in francese c’è anche la “route” terrestre. In francese esiste anche la “routine”, nel senso di vita ripetitiva e quindi monotona, noiosa; l’italiano ha importato questa parola dalla Francia: scriveva Leopardi nello “Zibaldone”: “La vita degli spagnoli e degli italiani si riduce a una routine d’inazione”.
    (Da La Nazione, 22/9/2006).
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    I precordi di Vittorio Emanuele
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Accendo la televisione per ascoltare il TG2 delle 13 e assisto agli ultimi minuti di una trasmissione che – come ho scoperto in seguito – si intitola “Piazza grande”. La scena mostra un caffè all’aperto e due uomini che dialogano: il conduttore (Magalli) e un ospite – per me sconosciuto – che chiamerò signor Y. Argomento della conversazione: Vittorio Emanuele di Savoia, tornato alla ribalta per l’intercettazione di una sua telefonata dal carcere. In questa telefonata il principe avrebbe ammesso la sua colpa in un episodio del passato (l’uccisione di un ragazzo tedesco, turista in Corsica) e si sarebbe vantato di “aver fregato i giudici francesi” che – in quell’occasione – lo avevano assolto. Il conduttore chiedeva al signor Y se le dichiarazioni del principe potessero essere frutto di uno stato confusionale, in seguito a un nuovo, recente scandalo. Ma il signor Y giudicava normale il comportamento di Vittorio Emanuele, “dati i suoi “precordi”! “Precordi”, dal latino “praecordia” (composto di “prae”-, “vicino”, “davanti, e di “cor”, “cordis”, “cuore”) è un termine anatomico che significava, per i medici antichi, “l’insieme degli organi vicini al cuore”: “Si gonfiano nel paziente li precordi, cioè le parti che sono sotto la regione del cuore” (G. A. Dalla Croce, “Cirugia universale e perfetta”, Venezia, 1583). “Precordi” ha anche il significato figurato, letterario, di “petto, come sede dei sentimenti, delle reazioni affettive”: “Bastava guardar le facce per sentir salire il riso dai ‘precordi’” (R. Baccelli, Il mulino del Po”, Milano, 1983-40).
    Il signor Y aveva dunque usato una parola colta, ma sbagliata in quel contesto; avrebbe dovuto dire: “dati i suoi ‘precedenti’, oppure “dati i suoi ‘trascorsi’”. Tutti possono fare uno “scivolone” (“lapsus”) linguistico: nella memoria del signor Y le due parole giuste potevano essersi “tamponate” – “pre”(cedenti)+(tras)”cor”(si) – e aver suggerito la parola “precor”(di). Ma esiste anche l’errore costante: “esportazione” di cistifellee; spremute di “pompeo”, ecc. In questo caso servirebbe la frequentazione quotidiana del vocabolario: un libro a cui si ricorre in caso di dubbio, ma che dovremmo sfogliare anche senza emergenze. Ho sempre evitato di rispondere alla domanda “quale libro porteresti con te su un’ isola deserta? Perché non ho motivi per fare una scelta così dolorosa; ma – se costretta – direi “il vocabolario” (possibilmente il “Grande dizionario della lingua italiana “ Utet, in 21 volumi) perché – contenendo tutte le parole italiane e documentandone l’impiego – può anche suggerire sempre nuovi usi e combinazioni. Un vocabolario, insomma, oltre che strumento di controllo, è anche fonte di ricchezza concettuale e di creatività linguistica.
    (Da La Nazione, 29/9/2006).
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    Questioni di temperamento
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Ha un temperamento collerico”, ho sentito dire di un personaggio che – durante una trasmissione televisiva – aveva litigato furiosamente con la signora seduta acanto a lui. Credo che il temperamento c’entri poco in episodi come questo, utili soprattutto a richiamare l’attenzione su di sé; ma, non avendo assistito al litigio, ho evitato qualsiasi commento. Però ho pensato di dedicare una puntata di questa rubrica alla parola temperamento, che ha una storia interessante. Oggi temperamento significa “carattere” di una persona, cioè l’insieme dei tratti psicologici che caratterizzano il suo comportamento. La parola risale al latino temperamentum che significava “mescolanza” di più elementi, a realizzare fra essi un equilibrio, un’armonia. E’ un significato che troviamo anche in temperanza (“capacità di controllare i propri bisogni e impulsi, eliminando eccessi o squilibri”) e in temperato, (“moderato, mite”): un clima temperato è un clima né caldo né freddo; “Il clavicembalo ben temperato” (titolo di una raccolta di preludi e fughe di Johann Sebastian Bach) significa strumento ben accordato, dividendo l’ottava in dodici semitoni uguali.
    Il problema è: che cosa c’entra il nostro temperamento, cioè il carattere di una persona, con la “mescolanza” e quali elementi venivano “mescolati”? Dobbiamo tornare indietro nel tempo di più di due millenni, quando in Grecia fioriva la “medicina umorale” di Ippocrate e della scuola, per cui la salute dipendeva dall’equilibrata miscela di quattro umori fondamentali: sangue, flemma, bile gialla, bile nera. Se uno dei quattro prevaleva sugli altri, la miscela si alterava: si produceva così un temperamento sanguigno, o flemmatico (greco phlegma, “umore vischioso”, poi “catarro”), o collerico (greco cholé, “bile gialla”; latino chòlera), o malinconico (greco mélas, “nero”+cholìa, da cholé, “bile”). Le malattie erano alterazioni gravi dell’equilibrio umorale, che il medico doveva ristabilire con dieta, farmaci, salassi, clisteri, ecc.
    La medicina umorale è durata più di due millenni, passando dalla Grecia a Roma e in tutta Europa. Era praticata nel Seicento, anche se erano molti i medici che – armati del microscopio di Galileo – trascuravano i libri dei medici antichi per dedicarsi allo studio diretto del corpo umano. Quando crolla una teoria scientifica, le parole tecniche (termini) in cui questa si è espressa crollano con lei. Alcuni termini possono sopravvivere se modificano il loro significato: temperamento vive ancora oggi perché è passato dal vocabolario medico-fisiologico a quello, psicologico, delle emozioni e dei comportamenti. Si parla ancora oggi di temperamento sanguigno nel senso di “focoso”; di temperamento flemmatico nel senso di “calmo, imperturbabile”; di temperamento collerico nel senso di “irascibile”; di temperamento malinconico nel senso di “triste”, “cupo”.
    (Da La Nazione, 20/10/2006).
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    Don Alessandro “Cerca un cavallo”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Se oggi abbiamo un “Italiano nazionale” lo dobbiamo a un evento storico, l’Unità politica d’Italia (1861), e alle trasformazioni sociali che questa ha prodotto in un secolo e mezzo di storia unitaria. Ma lo dobbiamo anche a quella tradizione scritta di lingua letteraria che, dal Duecento in poi, è stata importante anche dal punto di vista politico, come forma di coscienza e di identità nazionali, in un paese per altri aspetti frazionato e diviso.
    Dante già “fiutava” l’esistenza di un’uniformità, sotto la varietà delle lingue locali, e inseguiva questa “pantera”, senza riuscire a catturarla. Cinque secoli dopo, il Manzoni ancora cerca una lingua che sia “bene comune” di tutti gli italiani. L’animale di cui il Manzoni va in cerca è più domestico della “pantera” dantesca, ma rimane inafferrabile: “m’accade ogni momento d’avere, in milanese, l’espressione la più propria e di non conoscerne alcuna equivalente la quale sia né usata, né nota in tutta Italia. Sicché vedete che non era poi giusto il paragonarmi a quello che cercava dell’asino e c’era sopra. Sono sull’asino: oh! Questo sì; ma cerco un cavallo”. Per trovare quel “cavallo”, cioè per consentire alla lingua italiana di scendere dalla cattedra o dal pulpito per entrare nelle case (anche nella povera casa di Agnese) ci vollero più di tredici anni di lavoro sul testo dei “Promessi sposi”: anni in cui il Manzoni plasmò un modello di italiano disponibile al parlato, ben prima che questo esistesse. Saranno poi i grandi mezzi di comunicazione a diffondere quel modello; ma è certo che giornali, cinema, radio, televisione, non avrebbero avuto alcun modello da diffondere, se scrittori consapevoli della loro missione civile – da Manzoni a Pirandello, e oltre – non si fossero impegnati a crearne uno.
    Per capire come Manzoni lavorava sul romanzo (“col fermo proposito di comporlo, se gli riuscisse, in una lingua viva e vera”) è utile leggerlo nell’edizione Einaudi (1971), che mette a confronto il testo della prima edizione (1825-27) e quello della seconda (1840-42). Parole di livello alto, letterario, vengono sostituite da parole più comuni: “accorata” è sostituita da “mesta”; “affranta” da “stanca”; “conquisa” da “vinta”; “equo” da “giusto”; “lurido” da “sporco” o da “sudicio”; “occultato” da “nascosto”; “querula” da “lamentevole”; “sùbita” da “improvvisa”; “tacito” da “zitto”; “tapina” da “misera”; ecc.
    Viceversa, parole ombelicalmente legate ai luoghi vengono sostituite da parole (soprattutto toscane) già diffuse in altre regioni e quindi più capaci di lottare per la sopravvivenza in un italiano comune: “cascinotto” è sostituita da “capanna”; “inzigasse” da “aizzasse”; “morselli” (di pane) da “bocconi”; “pressa” da “fretta”; “saccoccia” da “tasca”; “sito” da “luogo”; “testa busa” da “testa vota”; “tondo” da “piatto”; “tosa” da “ragazza”, ecc. Il Manzoni ha scommesso quasi sempre su parole vincenti: nessuno (nemmeno se lombardo) direbbe oggi che “Quella “testa busa “ di una “tosa” uscì in “pressa” dal “cascinotto”, cavò dalla saccoccia un “morsello” di pane e “inzigò” il cane”…
    (Da La Nazione, 3/11/2006).
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    Putin e la mafia che viene dal sud

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Mafia non è una parola russa; è una parola italiana” – così ha detto il presidente russo Vladimir Putin, parlando ai capi di governo dei paesi aderenti all’Unione Europea. E voleva dire che la mafia – cioè l’organizzazione criminale così chiamata – non è nata in Russia ma vi è arrivata, partendo dall’Italia. Il presidente russo ha fatto questa precisazione (poco garbata nei confronti dell’Italia) perché irritato dalle molte critiche sulla crescita della malavita russa e sull’insufficienza del governo nel combatterla.
    Qualcuno però avrebbe dovuto avvertire Putin che anche in Italia la parola “mafia” è arrivata “da fuori”, portata probabilmente dagli arabi che – nel IX secolo- hanno occupato la Sicilia e l’hanno dominata per più di due secoli. La parola araba “mahjas” “vanteria”, “spacconata”, entrò nel dialetto di Palermo come “mafia”, e vi si conservò a lungo (assieme all’aggettivo “mafiusu”, “spaccone”), con un forte peggioramento di significato. Nel 1863 un dramma dialettale di Giuseppe Rizzotto, “I mafiusi della Vicaria”, diffuse largamente la parola, introducendola anche in italiano. Commentava Costantino Arlìa nel suo “Lessico dell’infima e corrotta italianità” (1891): “‘Mafia’: voce del dialetto siciliano che sventuratamente è passata ormai nella lingua comune, per additare una “combriccola” di gente la quale con le minacce e, occorrendo, con la forza si fa temere da tutti”.
    Il peggioramento del significato di “mafia”, “mafioso” non stupisce, perché frequente nella storia di parole che definiscono i comportamenti di un popolo invasore. Per esempio, la parola “sussiego”, “boria”, “superbia”,
    (dallo spagnolo “sosiego” “calma”, “contegno nobile, dignitoso”) è entrata in Italia dopo il 1559, assieme agli spagnoli che occuparono buona parte della nostra penisola. Il peggioramento di significato dipende dal fatto che gli italiani interpretavano il “sussiego” dei dominatori spagnoli come forma di superbia e di disprezzo nei loro confronti.
    Sono molte le parole arabe in italiano (“arabismi”). Alcuni sono frutto della convivenza dei due popoli in Sicilia e in zone costiere dell’Italia meridionale; altre sono arrivate dalla Spagna (anch’essa invasa dagli arabi) soprattutto attraverso libri di argomento scientifico; altre ancora, riferite soprattutto al commercio e alla navigazione, furono importate dalle nostre repubbliche marinare. Ecco un breve elenco alfabetico di arabismi: “alambicco”, “algebra”, “algoritmo”, “almanacco”, “arancio”, “arsenale”, “carciofo”, “cifra”, “cotone”, “darsena”, “dogana”, “fardello”, “fondaco”, “gabella”, “libeccio”, “limone”, “magazzino”, “melanzana”, “nadir”, “nuca”, “ragazzo”, “scacchi”, “sciroppo”, “spinaci”, “tariffa”, “zafferano”, “zàgara”, “zero”, “zenit”, “zibibbo”, “zucchero”, ecc. Ancora una volta osserviamo che la storia delle parole potrebbe raccontarci la storia d’Italia (se già non la conoscessimo da altre fonti).
    (Da La Nazione, 1/12/2006).
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    Lui frulla Lui macina

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Sono comparse in autunno le campagne pubblicitarie che ci accompagneranno durante i mesi invernali. Alcune di esse propongono nuove “esche” – così le chiamano i pubblicitari – di cui parleremo presto; altre usano “esche” già collaudate, per attirare il cliente. L’“esca” non è il prodotto in vendita, ma un suo “effetto”, capace di realizzare l’intimo desiderio di chi acquista. Un esempio di “esca” già sperimentata con successo, in passato, è comparso recentemente su due facciate di un noto settimanale femminile: sulla facciata di destra, l’immagine di un piccolo elettrodomestico, è preceduta dallo “slogan”: “LUI impasta, LUI sfoglia, LUI trita, LUI passa, LUI affetta, LUI omogeinizza, LUI grattugia, LUI frulla, LUI macina”. L’efficacia di questo messaggio si affida alla “ripetizione” (di parola, di forma verbale, di struttura sintattica, di tramatura fonico-ritmica): risorsa “semplicissima” – la definiva Dino Buzzati – ma capace di “buttare giù dei muri di Gerico”. La ripetizione più significativa è quella che applica insistentemente a uno “strumento” (il frullatore) il “pronome personale” LUI, normalmente riferito a un uomo (o a un animale, se investito da forte carica affettiva). La promozione umana del prodotto è ribadita dalla didascalia che lo presenta come “oggetto del desiderio”, capace “di liberare tutta la tua creatività” e fornire prestazioni eccezionali: “pretendi il massimo”. Per chi avesse ancora dubbi sull’abilità del prodotto nel soddisfare tutti gli appetiti, c’è la pagina di sinistra, dove i personaggi sono tre: in primo piano c’è “LUI”, in posizione obliqua (la più dinamica), che occupa la maggior parte della pagina; in alto e in secondo piano un uomo e una donna, sorridenti e affamati, si contendono a bocca aperta una forchettata di spaghetti (ovviamente forniti dal frullatore). Fra la coppia e il frullatore compare la scritta con il nome del prodotto seguito da “Io cucino” che si offre a molte interpretazioni, culturalmente stratificate, ma tutte fondate sulla disponibilità dell’elettrodomestico a soddisfare le più diverse esigenze.
    (Da La Nazione, 29/12/2006).
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    “Non vi lasciamo mai soli”
    Ecco lo spot scaccia-incubi

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Scriveva Gianluca Pieroni, direttore artistico (art director) di una nota agenzia pubblicitaria: “Per noi l’esca è tanto importante che il 90% del nostro tempo è dedicato alla ricerca dell’esca giusta, alla verifica della sua efficacia. Essa infatti rappresenta quello che il pubblico vedrà o ricorderà della campagna pubblicitaria e ciò che forse lo muoverà all’acquisto dei prodotti”. Dunque il consumatore non desidera il prodotto in sé, né pensa a che cosa veramente gli servirà. Sceglie una marca di cioccolatini perché crede che trasformeranno in successo una serata con gli amici o che parleranno per lui in un incontro sentimentale. Si potrebbe dire che compra l’esca: amicizia e amore, non cioccolata; gioventù, non prodotti di bellezza; vitalità, non bagnoschiuma; fascino, non profumo… Accanto ai bisogni fondamentali (cui la pubblicità risponde con esche collaudate) ci sono bisogni episodici, emergenti da situazioni particolari, che stimolano pubblicità innovativa, ‘d’annata’. Negli anni della contestazione giovanile la pubblicità proponeva figli e nipoti ribelli, accomunati a genitori e nonni nell’uso di un antiforfora, di un detersivo che non strappava la biancheria, di biscotti o paste alimentari che riunivano a tavola l’intera famiglia. Oggi la pubblicità si rivolge a un pubblico disorientato, spaventato e diffidente perché tradito da soggetti in cui aveva fiducia: istituzioni pubbliche, banche, aziende ritenute solide e affidabili. Come può, la pubblicità attuale,‘adescare’ un pubblico così disincantato, quotidiano spettatore di comportamenti irresponsabili e di violenze? Cerchiamo la risposta in due spot televisivi dell’attuale campagna pubblicitaria per la Rai: 1) un naufrago ormai stremato, tenuto a galla da un pezzo di remo, avvista un cane che nuota velocemente verso di lui e spera nel salvataggio. Ma il cane arriva, afferra il remo con la bocca e si allontana subito, abbandonando l’uomo alla sua sorte; 2) una donna si addormenta sul lettino dell’estetista, dopo che questa le ha spalmato il corpo con uno strato di fango curativo. Quando la donna si sveglia è sola, prigioniera del fango che si è indurito formando una corazza; si muovono solo le punta delle dita e gli occhi, sbarrati dal terrore. Alla fine dei due episodi compare un messaggio, firmato Rai: “Noi non vi lasciamo mai soli”. Ed è finalmente la parola umana, che conclude una trama inquietante di rumori e mugolii. Possiamo dire che, in questo caso, l’‘esca’ è l’offerta di una presenza costante e amica (quella dei programmi radiotelevisivi) nell’assenza/indifferenza universale. Non si tratta di un episodio isolato; vedremo altri, recenti esempi di questa pubblicità che non promette la soddisfazione di un desiderio, ma la cessazione di un incubo.
    (Da La Nazione, 19/1/2007).
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    Su chi “possiamo contare”?

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Continuiamo l’elenco di spot pubblicitari che – partendo da situazioni di disagio o di angoscia – promettono garanzie, fedeltà, affidabilità, assistenza ai consumatori dei prodotti propagandati.
    -Una coppia si saluta affettuosamente, davanti a un portone, dopo una serata trascorsa assieme. Lei chiede: “Ci vediamo domani?”. Lui risponde: “Garantito!”; dopo di che fa due o tre passi e viene letteralmente disgregato da un fulmine. Dunque non c’è nulla di garantito, nella vita; solo “Unieuro garantisce” la qualità dei suoi prodotti.
    -Compaiono degli ippopotami accompagnati dalle bufaghe, uccellini servizievoli che liberano il loro ospite dai parassiti e puliscono i suoi denti dai residui di cibo. Ma un ippopotamo chiude la bocca e mastica, mentre la sua bufala è all’opera; infine sputa l’animaletto privo di vita: “Non sempre la fedeltà viene ricompensata adeguatamente”, commenta lo slogan; invece Esso distribuisce “premi-fedeltà” ai clienti: “Con Esso la fedeltà è premiata”.
    -Un uomo entra in una banca innominata; si presenta a uno sportello, ma l’impiegato sprofonda con la sua poltrona in una voragine. L’impiegato a fianco sibila che il suo sportello “E’ chiuso” stralunando adeguatamente gli occhi; il terzo impiegato, invisibile dietro un giornale tenuto aperto a due mani, alza una (terza?!) mano che indica al cliente l’ultima postazione, dove però c’è solo un cartello che rinvia allo sportello iniziale… Il cliente esce da quella banca surreale per entrare in una filiale del “gruppo” propagandato (Unicredit), dove incrocia impiegati sorridenti e viene subito ricevuto da un esperto che lo consiglia. “Posso contarci” su questa banca, conclude il cliente liberato dall’incubo.
    Non si discute la qualità artistica né l’efficacia di questi spot, ma vien da chiedersi se sia leale una pubblicità che utilizza il disorientamento e le apprensioni generalizzate dei consumatori, riservando la normalità e la sicurezza ai prodotti da lei proposti. Né ci meraviglia che spot come questi, dopo un periodo di altissima, ossessiva frequenza quotidiana, spariscano all’improvviso dalla programmazione: forse raggiunti da denunce della concorrenza e da una tardiva censura?
    (Da La Nazione, 3/2/2007).
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    Che diabolico incubo

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Sono passati più di cinquecento anni da quando papa Innocenzo VIII promulgò una bolla contro le streghe (1484); tre anni dopo, nel 1487, uscì a Strasburgo il “Malleus maleficarum” (“il martello delle streghe”): un libro scritto da due Inquisitori, Jacob Sprenger e Heinrich Kramer, che continuava la tradizione medievale e che ebbe larga circolazione europea – fra Cinque e Seicento – anche come manuale per i giudici, nei processi alle streghe (leggibile oggi in edizione moderna: J. Sprenger-H.Institor (Kramer), “Il martello delle streghe”, Venezia, Marsilio, 1955). Il successo di quest’opera contribuì molto alla diffusione di credenze magiche e demoniache; per es. nella “Parte I, Questioni III-IV” del “Malleus” si parla di diavoli “incubi” e “succubi”, cioè di diavoli che molestavano gli esseri umani durante il sonno congiungendosi con essi: il diavolo “incubo” (da “in”, “sopra” + “cubare”, “giacere”) era quello che “giaceva sopra” la persona addormentata; il diavolo “succubo” (da “sub”, “sotto” + “cubare”; vedi anche lat. “succuba”, “concubina”) era quello che “giaceva sotto”.
    Oggi non bruciamo più le streghe; né ci chiediamo, come facevano i medici del Cinquecento, “Se i diavoli” – “incubi” o “succubi” che siano – “possano generare, come molti credono” (Scipione Mercurio, “La Commare”, o raccoglitrice, Venezia Gio. Battista Ciotti (1596), 1601, libro II, cap. 38). E’ vero che maghi, guaritori, astrologi, ecc. hanno ancora successo presso persone suggestionabili; ma è superstizione residua, in una società che – normalmente – chiede risposte alla ricerca scientifica. Molte “parole magiche” sono però sopravvissute. “Incubo” e “succubo” sono ancora in uso, ma non come “aggettivi” demoniaci: “incubo” è un nome che significa il senso di affanno lasciato da un sogno spaventoso, o il sogno stesso, o un pensiero angoscioso. “Succubo”/ “succuba” (o “succube”, sul modello del francese “succube”) significa oggi una persona che soggiace alla volontà di altri. Disastro – parola composta da “dis” – con valore peggiorativo e da “astro”: “cattiva stella” – ha origine astrologica, nel significato di “evento tragico prodotto da un’influenza astrale negativa”; oggi ha il significato generico di “evento tragico”, “catastrofe naturale”, “incidente grave”. Ha origine astrologica anche “influenza” (dal latino medievale “influentia(m)” che – a sua volta – viene dal verbo “influire”, “scorrere dentro”). La parola significava l’influsso degli astri su persone e cose; oggi ha il significato generico di “azione esercitata da qualcuno o da qualcosa su persone, luoghi, fenomeni”, o il significato specifico di “malattia infettiva di origine virale”. Le parole – grazie alla loro elasticità di significato, di forma e di funzione – durano più delle cose, dei fatti, delle credenze.
    (Da La Nazione, 16/2/2007).
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    Sos per il congiuntivo

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    La notizia l’ ha data RAI3, il 19 febbraio 2007, con il telegiornale delle 14,20: ragazzi della scuola media P.C. Beschi di Castiglione delle Stiviere (Mantova) hanno fondato il S.I.C. e hanno aperto un sito internet per raccogliere adesioni; l’iniziativa ha avuto un immediato e imprevisto successo. La sigla S.I.C. significa “Salviamo Il Congiuntivo” e i ragazzi comparsi in televisione hanno criticato civilmente personaggi televisivi e politici che lo trascurano, spiegando i motivi per cui vogliono salvarlo.
    So che la crisi del congiuntivo viene spiegata come forma di economia linguistica. So anche che una lingua viva cambia e che nessuno può arrestare il suo cambiamento; vedi le inutili correzioni di un maestro del III-IV secolo dopo Cristo, che sostituiva le corrette parole latine a quelle storpiate dai suoi scolari: “speculum, non speclum”, “columna, non colomna”, “frigida, non fricda”, “auris, non oricla”, “viridis, non virdis”, e così via, un elenco di ben 277 errori. Fatica sprecata perché oggi gli alunni dicono specchio (da speclum), colonna (da colomna), fredda (da fricda), orecchio/orecchia (da oricla), verde (da virdis): le storpiature sono diventate tendenze innovative e – accettate dai parlanti – hanno superato la censura sociale, diventando esse stesse “norma”.
    Sapendo tutto ciò, dovrei accogliere senza rigetto i vari “Vuole che le sistemo il microfono?”, “Spero che mi ha servito”, da Mike Buongiorno… Invece penso che non spetti ai professionisti della comunicazione (né, per altri motivi, agli insegnanti) accelerare il cambiamento della lingua.
    Il congiuntivo resiste bene nella lingua parlata e il controllo di settimanali popolari e di fumetti per ragazzi (vedi per esempio Topolino!) ci dice che è ancora rispettato nella scrittura. Ai ragazzi del S.I.C. riconosco soprattutto un merito: la loro difesa del congiuntivo (come la mia, da anni) non è una forma di conservatorismo linguistico, ma è motivata logicamente. Il congiuntivo è infatti il filtro linguistico di un’importante distinzione concettuale fra ciò che “è o avviene” (indipendentemente da noi) e ciò che noi pensiamo, speriamo, temiamo, crediamo opportuno o possibile che “sia o avvenga” (magari a certe condizioni).
    Dicendo la stessa cosa in modo diverso: il congiuntivo è strumento delle nostre modulazioni affettive (“Venga il regno tuo”; “Non mi dia ordini!”, “Che piova, oggi?”, ecc.), e del nostro pensiero ipotetico “Se succedesse x, allora seguirebbe y”). E per questo dovremmo tenerlo in vita. Non costerebbe molto: basterebbe leggere le poche pagine che ne spiegano l’uso in un bel libro di Anna Laura Lepschy, “La lingua italiana. Storia, varietà dell’uso, grammatica” (Bompiani).
    (Da La Nazione, 23/2/2007).
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    Leggendo Carducci: “Che cosa provi?”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Questo 2007, centesimo anno dalla morte di Carducci, ripropone nelle scuole poesie come “Il bove”, “San Martino”, “Pianto antico”, ecc. Niente di male, soprattutto se queste letture vengono riservate alla scuola media, escludendo la scuola primaria. E’ male, invece, che – dopo tali letture – si chieda a bambini di 8-9 anni “Che cosa hai provato?”: una domanda a cui ben pochi sono sfuggiti, in passato; e forse nessuno ha mai avuto il coraggio di rispondere: “Non ho provato nulla”.
    Non importa, dunque, se il ragazzino non capisce il significato delle parole, se non coglie il senso che scaturisce dalla loro combinazione e successione.
    Qualcosa deve pur “provare”, se il testo letterario (quello poetico in particolare) è concepito come ciò che parla direttamente al cuore, senza passare per il cervello. Si spiega così che – a forza di provare – escano dalla scuola dell’obbligo ragazzi che non ne vogliono più sapere di leggere; individui che – costretti dal Grande Fratello a vivere in una casa in cui non esiste un libro, né un giornale, di tutto si lamentano fuorché di questa privazione.
    Sforniti degli strumenti che renderebbero piacevole la lettura, giovani e sprovveduti lettori si trasformano prontamente in telespettatori a tempo pieno. Né sapremmo criticarli, visto che – se sono stati allenati a reagire sentimentalmente a un testo – un teleromanzo ben fatto è capace di provocare a buon mercato quelle
    reazioni emotive che sarebbe ben più faticoso procurarsi attraverso la lettura di “T’amo, o pio bove; e mite un sentimento/ di vigore e di pace al cor m’infondi/”.
    Il Carducci sarebbe il primo a vietare la lettura dei suoi versi a scolari sforniti degli strumenti linguistici necessari a capirli. Ecco i tre consigli che dava a un professore (di Liceo!) che – a suo giudizio- non si preoccupava abbastanza dell’“uso corretto della lingua” e abbondava “in estimazioni estetiche vaghe, anzi che fermarsi alle notizie necessarie e precise degli autori e delle opere”: 1) “insistere nello studio delle vere proprietà della lingua”; 2) far accompagnare lo studio linguistico “da molta lettura di classici e dalla cognizione della lingua loro, comparata a quella dell’uso nativo”; 3) dare più tempo possibile “alla lettura, alla interpretazione, alla accurata disanima grammaticale e stilistica dei classici, specialmente prosatori”.
    Sempre Carducci invitava un altro professore (che voleva imporre ad allievi liceali “grandi sintesi” e “idee generali”) a considerare “se non sia per avventura più utile il fermarsi con qualche amore anche intorno alla lingua e allo stile, che sono fatti”.
    Ricordare Carducci – prosatore oltre che poeta – è giusto e doveroso; ma dovremmo ricordare anche il suo amore per la “lingua”, per una “grammatica” che non sia fine a se stessa, ma strumento di analisi e comprensione dei testi.
    (Da La Nazione, 16/3/2007).
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    La gogna mediatica

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Credo che sia stato Silvio Berlusconi il primo uomo politico a parlare di “gogna mediatica”, quando è scoppiato lo scandalo Corona. L’espressione è stata poi ampiamente utilizzata – a destra e a sinistra – realizzando sul piano linguistico quella concordia operativa a cui il Presidente della Repubblica ha più volte (ma invano) invitato i due schieramenti: un’intesa trasversale, dunque (o “bipartisan”, come dicono quelli che credono di parlar bene). Fatto sta che da parecchi giorni la “gogna mediatica” ha invaso tv e stampa.
    La parola “gogna” – che nell’italiano del Trecento si presenta nella forma “gonghia” – aveva il significato di “collare di ferro” che stringeva la gola dei condannati quando questi venivano esposti alla derisione e alle offese del pubblico; dal collare partiva una catena che ancorava il prigioniero a una colonna. “Gonghia” risale al latino popolare “coniungula”, poi “conjungla” (da “congiungere”, “legare”), “cinghia che legava i buoi al giogo”: una delle tanta parole che ci riportano all’ambiente contadino e al lavoro dei campi nell’antica Roma. Oltre a questo significato concreto, “mettere alla gogna” assunse quello figurato (“metaforico”) che ha ancora oggi: “svergognare qualcuno in pubblico”, “esporlo alle critiche e alle ingiurie altrui”. Si spiegherebbe così anche il passaggio da “gonghia” a “gogna”: un vero e proprio “incrocio” fra due parole diverse, “gonghia” e “vergogna” (dal latino “verecundia(m)”), magari venute a contatto in espressioni del tipo “catena della vergogna”.
    Simile alla storia di “gogna” è quella della parola “berlina” (da non confondere con “berlina” “carrozza” – poi “automobile” – che prende il nome da Berlino, dove questa carrozza molleggiata apparve per la prima volta). “Berlina” risale probabilmente al tedesco antico “bretling” (diminutivo di “bret”) “assicella”, “tavoletta”. La spiegazione più diffusa è che “bretling” fosse l’assicella su cui era scritta la colpa commessa dal prigioniero; penso che l’ “assicella” potrebbe anche essere quella che serviva come terribile strumento di tortura: un oggetto di legno – presente in molti musei della guerra tedeschi – formato da una tavoletta rettangolare, incernierata su un lato corto (in modo da potersi aprire a forbice), in cui sono praticati cinque fori allineati, di diverso diametro: uno centrale per il collo, due per i polsi e due per le caviglie. “Mettere in berlina”, “alla berlina” avrebbe avuto questo significato proprio, prima di passare al significato figurato (e – tutto sommato – meno straziante) di “esporre al ridicolo, alla vergogna”.
    (Da La Nazione, 23/3/2007).

  • La ‘parola giusta’ di Calvino
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Prima che finisca il 2005, ventennale della morte di Italo Calvino, mi piace ricordare lo scrittore: un “grande” (per me il più grande) del Novecento. Non parlerò dell’uomo perché “di un autore contano solo le opere (Quando contano, naturalmente)” (I. Calvino, “Lettera del 9 giugno 1964”). Né potrò, per ragioni di spazio, parlare della sua lingua (lo ha già fatto, con molta finezza, Pier Vincenzo Mengaldo). Ricorderò invece la consapevolezza linguistica di Calvino, la sua fede nella centralità della “parola” per la vita degli uomini. E’ la “parola”, scrive Calvino, “la ragione segreta” che ha spinto gli uomini a vivere nelle città: “le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono solo scambi di merci, sono scambi di “parole”, di desideri, di ricordi” (“Le città invisibili”).
    Ed è “l’uso della parola” che Calvino vuole salvare dalla dilagante “peste del linguaggio”: mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole” “Lezioni americane”). Per reagire a questa “peste” Calvino si impegna nella ricerca paziente della parola giusta (“mot juste”, in francese): “Come per il poeta in versi così per lo scrittore in prosa, la riuscita sta nella felicità dell’espressione verbale, che in qualche modo potrà verificarsi per folgorazione improvvisa, ma che di regola vuol dire una paziente ricerca del “mot juste”, della frase in cui ogni parola è insostituibile, dell’accostamento di suoni e di concetti più efficace e denso di significato” (“Lezioni americane”).
    “L’importante – spiegava Calvino, parlando a ragazzi di una scuola superiore – è che non siano parole ricercate, che siano parole che si presentano naturalmente” e che “non fermino l’attenzione”.
    Qualche esempio di “parole giuste”? Possiamo solo iniziare la raccolta: l’“aria umida e tersa” di “Ultimo viene il corvo”; i “ragazzi bassi e tarchiati, soffici come gatti” di “Un bastimento carico di granchi”, l’ “ispida infanzia dell’erba” appena tagliata di “Palomar”; la “nebbia che spiaccicava le distanze” di “Marcovaldo”; i dolci che circondano con un “assedio croccante e sciropposo” il ladro Gesubambino: soprattutto “i panettoni” che, tagliati a metà, “aprivano fauci gialle e occhiute contro di lui” (“Furto in pasticceria”)…
    (Da La Nazione, 2/12/2005).
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    Assumetelo, ha il fisic du rolex
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Sto leggendo “La mia azienda sta stirando le cuoia (1000 curricula ridicola dell’Italia che cerca lavoro) ”, Sperling & Kupfer, 2004. L’autore – che usa lo pseudonimo “Enza Consul” – è un serio professionista, “selezionatore di personale” (“cacciatore di teste”, nel gergo aziendale) che per anni ha raccolto i “curricula” più divertenti: quelli in cui ignoranza linguistica e ingenuità comunicativa producono una irresistibile quanto involontaria comicità.
    Ecco esempi di “frasi fatte”, fiorite di strafalcioni: c’è un’azienda che “sta “stirando” le cuoia” (invece di “tirarle”); un laureato che vuole “diventare un Manager con l’A ‘maiuscola’” (non accontentandosi della M); un tale che invia il suo “ ‘cuniculum’ vitae”, che non è il racconto di un’esistenza triste e sotterranea, ma la deformazione di “curriculum vitae”.
    Ed ecco un elenco di parole sbagliate: “Allego un breve straccio [“stralcio”] del mio curriculum”; “Anche se sono gnostico [“scettico”] sull’esito di questa domanda…”; “La pietra emiliare [“militare”] del mio curriculum è nella conoscenza del settore .”; “Mi rivolgo a Lei che è uno degli uomini primitivi [“più importanti, influenti”] dell’Azienda…”; “Sono un giovane di 23 anni, volitivo [“voglioso”, “desideroso”] di svolgere un qualsiasi lavoro .”; “A lei, gru [“guru”] della consulenza, espongo…”; “Sono credit collector mi occupo dell’analisi dei clienti insolubili [“insolvibili”].”; “Allego alla presente il mio identitikit [“profilo professionale” ]…”; “Vi chiedo di essere infiltrato [“inserito”] nella Vs. banca dati .”; “Chiedo l’adozione [“l’assunzione”] nella vostra Azienda…”; “Sarò conciso e lapideo [“lapidario”].”. C’è anche chi confessa di avere “il polistirolo [“colesterolo”] alto…” e chi promette di essere breve, ritenendo “indispensabile la circoncisione [“conclusione”] del curriculum…”.
    Può darsi che qualche errore sia un incidente di battitura: “Prendo sputo [“spunto”] dalla vostra inserzione…”; “dispongo di un ampio bagagliaio [“bagaglio”] d’ esperienza .”; “voi che siete il feltro [“filtro”] dell’azienda”, ecc.
    Ma chi scrive un “curriculum” dovrebbe sapere che diligenza e precisione influenzano il giudizio; e quindi dovrebbe rileggere più volte il testo e controllarne le parole sul vocabolario.
    Da evitare, infine, l’uso di “paroloni” e di forestierismi, soprattutto se sbagliati: “Ho visualizzato [“visto”] la Vs. inserzione…”; “Non sono calvo e ho il fisic du rolex [“le phisique du rôle”]…”.
    Ho parlato solo di errori lessicali, rinviando il discorso su altri tipi di errore, fra i quali è particolarmente grave quello che investe il “tono” linguistico, o “registro”. Un solo esempio: il “curriculum” – essendo cosa seria per chi scrive e per chi riceve – rifiuta il registro “narrativo/fiabesco”; sicché “C’era una volta un laureato in Filosofia al primo impiego che cercava lavoro…” non è un inizio originale; è solo un inizio sbagliato…
    (Da La Nazione, 9/12/2005).
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    Scrivere per sopravvivere
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Riprendo il discorso sulle difficoltà incontrate da chi – per trovare lavoro – deve scrivere un “Curriculum vitae” o rispondere alle domande di un “Questionario”: la lingua – ancor prima di essere strumento di successo e di potere – è un mezzo di sopravvivenza.
    Nel precedente articolo ho elencato errori che colpiscono la “parola”: sono i più vistosi, ma anche i più facili da correggere. La signorina che ha scritto nel suo “curriculum”: “Dicono che sono bella come una sifilide [“silfide”]” avrebbe potuto evitare l’errore controllando “sifilide” sul vocabolario: Malattia infettiva trasmessa con i rapporti sessuali, prodotta dalla Spirocheta pallida…”. Molto più difficile è rendersi conto che l’informazione sulla bellezza è comunque sbagliata in un “curriculum”, perché – avverte l’esperto – in questo tipo di testo non si viene valutati “per la prestanza fisica, ma per la professionalità, qualunque essa sia… Per alcune posizioni si richiede una bella presenza, ma questo non significa che dobbiate fornire le vostre misure o allegare, come molti (uomini e donne) fanno, una fotografia in costume da bagno.” (“Eva Consul”, “La mia azienda sta stirando le cuoia”, Sperling & Kupfer, 2004, pp. 47-8).
    Difficili da correggere anche gli errori “sintattici”, perché richiedono la conoscenza delle “regole” che “mettono assieme” le parole rispettando i loro rapporti logici. Quando leggiamo in un “curriculum”: “Lavoro presso un’Azienda specializzata nella distribuzione di prodotti alimentari refrigerati “da circa tre anni”, capiamo che quei prodotti sono pericolosamente “scaduti”… Ma l’espressione “da circa tre anni” si riferisce alla durata del lavoro, e quindi dovrebbe essere collocata accanto alla parola con cui ha più stretto rapporto logico: “Lavoro “da circa tre anni” presso un’Azienda…”, ecc.
    A questo punto può venire in mente che gli autori di questi “curricula” hanno pure frequentato la scuola; molti di essi hanno un diploma di scuola superiore; parecchi sono laureati. Come è possibile che la scuola italiana, capace di risultati eccellenti, non si ponga come tassativi certi traguardi minimi?
    Nessuno conosce “tutte” le parole di una lingua; ma la scuola dovrebbe insegnare come cercarle, abilitando tutti all’uso quotidiano del Vocabolario. La cultura non è un ammasso di nozioni, ma conoscenza degli strumenti necessari a procurarsele. E le “regole” (quelle che servono a “selezionare” le parole giuste, a “connettere” opportunamente i loro significati, ad “accordare” le loro forme, a dare loro la “collocazione” più logica o efficace) vanno cercate nei testi, ricavate da essi, assicurate alla competenza di ogni individuo che parli e che scriva. Ed è la frequentazione dei vari tipi di testo che procura la conoscenza delle regole a ciascuno di essi più adeguate e più utili all’efficacia comunicativa.
    (Da La Nazione, 23/12/2005).
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    I Magi e la generosa vecchietta
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Di solito non rispetto le “ricorrenze”, quando scelgo le parole per questa rubrica; sono troppo importanti, le parole, per essere trattate come etichette da applicare a oggetti o eventi. Emile Benveniste diceva che la parola “riproduce la realtà nel senso che la ricrea continuamente” (“Problemi di linguistica generale”, 1971, p. 34). Detto questo, farò un’eccezione parlando di parole ricorrenti in questo periodo. Quasi tutte hanno una storia lineare, perché appartengono alla lingua dotta e sono protette dal rito, che tende a conservare forme e significati: “Natale” è l’aggettivo latino “natale(m)” (da “natus”) nel significato di “(giorno) della nascita”. Anche “presepe/presepio” è parola dotta, che continua il latino “praesepe/praesaepiu(m)”, “recinto, stalla, mangiatoia” (da “prae-saepire” “recintare con una siepe”). Parola scientifica è “cometa”: l’aggettivo greco “kometés”, “chiomata” (da “kome”, “chioma”) che passa nel latino “cometes”, “corpo celeste attorno al quale si forma un’atmosfera fluorescente, spesso allungata in una o più ‘code’”. Origine ancora più orientale hanno i “Magi: dal persiano “magush”, “sacerdote”, si passa al greco “màgos” e quindi al latino “magu(m)”, da cui il nostro “mago”. Dal Nord arriva invece, nel corso del Cinquecento, il “brindisi”: è una deformazione del popolare augurio tedesco per bere in compagnia: “(ich) bring dir’s”, “(io) porto a te questo (bicchiere)”, “te lo offro”.
    Si torna al livello alto, rituale, con “Epifania”, dal latino tardo “epiphania(m)”, che a sua volta risale al greco tà “epiphàneia”, “manifestazioni (della divinità di Cristo)”; l’ “Epifania” è il giorno in cui la stella cometa guida i Magi fino a Gesù, figlio di Dio. Concludiamo con “Befana”, a cui non si può negare una certa somiglianza con “Epifania”… Certamente “Befana” ha subito parecchi incidenti: ha perso la /e/ iniziale: “Pifania”; la /p/ si è sonorizzata in /b/: “Bifania”; la prima /i/ è stata sostituita da /e/; la seconda /i/ è caduta… ed ecco la “Befana” che – già nel Trecento – era il fantoccio di una vecchia che veniva esposta nella notte dal 5 al 6 gennaio. “Epifania” e “Befana” sono dunque due forme della stessa parola, che ha avuto una doppia vita: si è perfettamente conservata al livello alto, nell’uso delle persone colte; ma è anche discesa nella lingua quotidiana del popolo, nella pronuncia approssimativa dei bambini che hanno storpiato la sua forma e cambiato il suo significato, attribuendolo come nome proprio a una simpatica vecchietta, prodiga di doni…
    (Da La Nazione, 6/1/2006).
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    Benedetto XVI e la “cosificazione”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Il sociologo Francesco Alberoni lamentava recentemente, in televisione, l’impoverimento della nostra lingua, in particolare la forte e continua emorragia di parole che affliggerebbe il nostro lessico. Ma la frequenza con cui vengono pubblicati i repertori di “parole nuove” (“neologismi”) testimonia invece della vitalità della lingua italiana. Un solo esempio: le “2006 parole nuove” (Sperling & Kupfer) che Giovanni Adamo e Valeria Della Valle hanno raccolto dalla stampa quotidiana, nel periodo 2003-2005, da aggiungere alle 5.059 parole che gli stessi avevano raccolto nel periodo 1998-2003: “Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio”, Leo S. Olschki, 2003. Ovviamente, molte di queste parole rimarranno invenzioni passeggere di un individuo; o avranno vita breve, finché dura l’episodio o la situazione che le ha motivate: tali, ad esempio, “berlusconite”, “bertinottaggio”, “dalemismo”, “vespizzare”, (Adamo-Della Valle), ecc. La parola “enonauta” (Adamo-Della Valle), “colui che viaggia, o naviga, in rete (-“nauta”) alla scoperta di buoni vini (“eno”-)”, è comparsa tre volte sul “Corriere della sera” (2001, 2004, 2005): perdurando il gusto della ricerca di vini genuini, potrebbe anche vincere la sua battaglia per la sopravvivenza. E ora un esempio dal vivo: pochi giorni fa Benedetto XVI ha detto pubblicamente “No alla “cosificazione” dell’uomo!”; la frase è stata trasmessa più volte dal TG1 ed è possibile che la voce del Papa assicuri a “cosificazione” un posto stabile nei Vocabolari e un inserimento duraturo nella lingua italiana.
    Molte dunque le parole che “entrano” e poche quelle che “escono” (che vanno in disuso e “muoiono”). La lingua è più conservativa di quanto si creda: ci siamo allontanati dalla campagna, ma ancora “piangiamo come ‘una vite tagliata’”, “cadiamo dalla padella nella ‘brace’”, “’appioppiamo’ soprannomi” come venivano “appioppiate” le viti (“legate al tronco dei “pioppi” per riceverne sostegno”). “Le parole durano più delle cose – ha scritto Gian Luigi Beccarla – resistono più del marmo delle statue, delle pietre dei palazzi. Da secoli i cavalieri non si azzuffano più in tornei, eppure come nel lontano passato “si spezza una lancia” in favore di qualcuno, e si parte “lancia in resta” ” (“Italiano”, Garzanti, p. 42).
    (Da La Nazione, 20/1/2006).
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    Dedicato ai lettori di fiabe
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Leggo ad alta voce “Cappuccetto rosso” nell’edizione UTET (“Le più belle fiabe del mondo”, 1966): “In un certo villaggio, al tempo dei tempi, vivevano una buona donna e la sua figliola, una bimba vispa e graziosa che tutti amavano. La nonna abitava oltre il bosco, in una casuccia che sembrava un balocco”. Una rapida occhiata mi dice che il mio ristretto pubblico è già “decollato” per un luogo ignoto (“In un certo villaggio…”), entrato in un tempo favoloso (“al tempo dei tempi”); non conosce il significato di “vispa” e forse neppure quello di “balocco”, ma non chiede spiegazioni. Arrivo alla fine della prima sequenza: “Cappuccetto rosso uscì gaia con il cestello infilato nel braccio e raggiunse la strada del bosco .”. Questa volta non resisto e chiedo: “Che cosa vuol dire “gaia”?”. Una bambina dice che non lo sa, ma che “deve essere una cosa buona”. Spiego “gaia” e continuo a leggere, decisa a fermarmi solo se ricevo domande. Ma le domande non arrivano; eppure Cappuccetto ha staccato “dal suo ‘stelo ruvido ’” una “corolla violacea” e il Lupo, che sembra “un ‘bonaccione’”, ha paura delle “terribili ‘asce’” dei boscaioli… I bambini conoscono già la fiaba: l’ hanno sentita leggere in edizioni moderne, che eliminano le parole difficili o le sostituiscono con parole usuali. E così “balocco” diventa “giocattolo” (dove andrà, a suo tempo, Pinocchio? Nel “Paese dei giocattoli”?); il “delizioso cappuccio rosso” perde un aggettivo ed è solo un “cappuccio rosso”; la bambina è “allegra” o “contenta”; non più “vispa” né “gaia”… E’ giusto fornire ai bambini un lessico ristretto, senza sfumature di significato, senza gradazioni di intensità, senza variazioni di livello? Dai 3 – 4 anni in su, quando la memoria è una spugna, non dovrebbero i bambini avere esperienze gradualmente sempre più varie? Ho scritto, in questa rubrica, che il nostro vocabolario è ricco e continua a crescere. Invece è spesso povero (a volte poverissimo) l’uso che ne fanno i parlanti, soprattutto i giovani. E’ vero che bastano poche centinaia di parole per sopravvivere; ma una lingua non serve solo alla sopravvivenza. Leopardi scriveva: “Non si pensa se non parlando. Quindi è certissimo che, quanto la lingua di cui ci serviamo pensando è più lenta, più bisognosa di parole e di circuito per esprimersi, ed esprimersi chiaramente, tanto è più lenta la nostra concezione, il nostro pensiero, ragionamento e discorso interiore, il nostro modo di concepire e d’intendere…” (“Zibaldone”, 3 Dicembre 1821). Se crediamo a Leopardi, dobbiamo fornire parole nuove all’orecchio e alla memoria dei bambini; prima o poi chiederanno spiegazioni.
    (Da La Nazione, 3/2/2006).
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    Se il burocrate ti ha Visto Partire
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Un’amica psicologa e dirigente scolastica, Franca Da Re, mi segnala ogni tanto qualche “perla” della lingua burocratica: una lingua speciale, che ha tutto il diritto di esistere finché rimane nei propri confini, rispondendo a particolari esigenze comunicative. Ma questa lingua si diffonde rapidamente (grazie alla crescente presenza della pubblica amministrazione – organi centrali ed enti locali – nella nostra vita) e contagia sempre più i comuni parlanti, spingendoli a usare il “burocratese”. Un esempio: è “burocratese” “opporre un rifiuto” all’amico che ci propone di andare al cinema; per parlare umano dovremmo “dire di no” alla proposta o, al massimo, “rifiutarla”. Può sembrare strano che un parlante non-burocrate si lasci contagiare da una lingua così ricca di automatismi (“stereotipi”); in realtà è comodo avere in memoria un piccolo repertorio di parole ed espressioni prefabbricate, pronte all’uso, invece di dover “cercare” nella propria mente parole semplici, volta a volta più aderenti al concetto, ma proprio per questo più difficili da “trovare”.
    MA TORNIAMO alla lingua “burocratica”. Fra le sue molte caratteristiche (“impersonalità”, “impassibilità emotiva”, “ufficialità”, “circospezione”, ecc.) c’è anche una forte “conservatività” di parole ed espressioni, magari “ingiallite” rispetto al normale uso linguistico, o anacronistiche rispetto alla situazione comunicativa. E’ questo il caso dell’espressione “VISTO PARTIRE”, ancora oggi in uso nella pubblica amministrazione, essendo sempre valida una disposizione contabile del 1973 che riguarda i dipendenti pubblici e che, solo da pochi anni (da quando è uscito il decreto legislativo 165 sulla dirigenza pubblica), esonera i “dirigenti”. La disposizione impone al pubblico dipendente che partecipi a un incontro di lavoro fuori sede, di chiedere a chi ha organizzato tale incontro un “VISTO PARTIRE”, cioè un’attestazione che precisi data e ora della fine dell’impegno. Senza questo attestato non sarà giustificata l’assenza né verranno rimborsate le spese. Non bastano, dunque, la copia della convocazione, le date stampigliate su biglietti di viaggio e su ricevute, o (al limite!) un attestato di partecipazione ai lavori. Né c’è autocertificazione che tenga: la diffidenza dell’Amministrazione verso il suo dipendente esige un testimone che lo abbia “visto partire”. E non importa se il testimone – come spesso succede – è un sottoposto del “partente”, o è il dirigente di una ditta privata, di un ente esterno… Fino a pochi anni fa poteva anche succedere che un ispettore dovesse chiedere il “visto partire” al preside della scuola da lui ispezionata… Penso che una disposizione così umiliante dovrebbe essere abolita; nel frattempo, si potrebbe almeno sostituire l’espressione ridicola “VISTO PARTIRE” (e se poi non arriva?)…
    (Da La Nazione, 10/2/2006).
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    Provinati e Rovinati
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    La televisione è fonte inesauribile di parole nuove. Alcune di queste nascono nell’ambiente televisivo: vedi la “velina”, nel senso di “valletta televisiva” (ormai presente in tutti i vocabolari dell’uso) o il più recente “tronista”, “partecipante a uno spettacolo televisivo, seduto su un “trono”, che si offre come oggetto di corteggiamento” (registrata in G. Adamo e V. Della Valle, 2006 parole nuove, Sperling & Kupfer). Ma il caso più frequente è quello di parole emerse dai più diversi ambienti (scientifico, politico, giornalistico, sportivo, ecc.), che la televisione cattura e rilancia attraverso i suoi canali.
    Chi assisteva a “Uno mattina” il 31 gennaio 2006 ha sentito dire da una conduttrice di nome Eleonora, che erano stati “provinati” per “Affari suoi” migliaia di aspiranti; “provinati”, cioè “sottoposti a provino”. Il “provino” (diminuitivo di “prova”) è, in origine, una breve prova di recitazione che serve al regista per scegliere gli attori di un film o di altro spettacolo; ma da quando la televisione ha aperto i suoi studi al pubblico dei telespettatori e si è convertita al cosiddetto “reality show”, il provino agisce sulle masse e deve velocizzarsi (anche linguisticamente). Fino a ieri, dunque, si “faceva un provino” a qualcuno; oggi si possono rapidamente “provinare” migliaia di candidati al “Grande Fratello”, e ognuno di questi esce dall’esperienza – se non scelto – almeno “provinato”.
    Eugenio Montale si definiva “Tardivo ricettore di neologismi…”, nel primo verso di una poesia di “Satura”; ma tutti noi abbiamo una reazione negativa quando ascoltiamo per la prima volta una parola nuova. Ed è logico che sia così perché chi possiede una lingua tende istintivamente a difenderla e quindi diffida delle novità. Ma poi ci si abitua. Faremo l’abitudine anche a “provinato”, dunque: se da “rovina” abbiamo derivato “rovinare” e “rovinato”, anche da “provino” possiamo derivare “provinare” e “provinato”… Ciò che rimane preoccupante è il fenomeno: la sempre crescente massa di persone, soprattutto di giovani, che va a farsi “provinare” nella speranza di inserirsi nel mondo dello spettacolo: una speranza che raramente si realizza, o che si realizza dando una notorietà temporanea, causa di delusioni e di frustrazioni.
    (Da La Nazione, 17/2/2006).
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    Tra “tic” e mode
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    La televisione non si limita a creare o rilanciare parole nuove; la novità può essere rappresentata anche da parole esistenti che – all’improvviso – diventano “di moda”, per motivi vari che però fanno sempre leva sull’indolenza dei parlanti, sul loro atteggiamento gregario e conformista. Prima della televisione era la stampa a diffondere queste parole. Il dialogo che segue (dal “Bertoldo” del 6 agosto 1937) prende in giro l’improvvisa fortuna dell’aggettivo “vibrante”, assunto nel repertorio fascista di parole vigorose e enfatiche:
    “Granduca-Buondì, Bertoldo, come è il telegramma? Bertoldo- Vibrante. G.- E l’entusiasmo? B.- Vibrante. G.- E la gioia? B.- Vibrante. (…) G.- Possibile mai, o Bertoldo, che sempre vibrante tu debba rispondere? B.- La colpa non è mia, ma de’gazzettieri, o Serenissimo, che sembra niun altro aggettivo conoscano (…) e io credo che tra poco quest’aggettivo solo useranno per tutte le cose, cosicché alberi “vibranti” avremo e vecchiette “vibranti” e commendatori anco “vibranti” e panettieri “vibranti”. G. – Ci sono parole, o Bertoldo, che hanno la loro moda”.
    Abbiamo già sottolineato, in questa rubrica, la fortuna di “complicità”, nel significato di “intesa amorosa”; e quella di “intrigare/intrigante”, nel significato di “affascinare”, “interessare stuzzicando la curiosità” (dall’inglese “to intrigue”, che – a sua volta – ricalca il francese “intriguer”). E’ diventato di moda anche l’aggettivo “solare”, a definire un carattere sereno, gaio, senza complicazioni. E’ un bell’aggettivo, “solare”, se usato ogni tanto, metaforicamente; ma diventa insopportabile se usato costantemente da ragazze che così si definiscono in trasmissioni televisive o nella “posta del cuore”…
    Emergono dal parlato televisivo anche mode che chiamerei piuttosto “tic” linguistici. Ne segnalo uno nascente nel filone delle trasmissioni che trattano di cucina: l’uso superfluo dell’aggettivo “possessivo” davanti a nomi (forse a imitazione del francese che è, ancora oggi, la lingua più influente in quel settore). Ecco qualche esempio fra quelli recentemente raccolti da “La prova del cuoco” (trasmissione di Raiuno, condotta da Antonella Clerici): “controlliamo il “nostro” olio, se è pronto”; “per andare a impanare le “mie” costolette ho preparato la “mia” besciamella…”; “va servita col “nostro” puré di broccoli…”; “serviranno come decorazione alla “mia” tartàre…”; “ il “nostro” cavolo romano viene prima cotto nell’acqua…”; “mettiamo la “nostra” quenelle di ricotta nel “nostro” bicchiere…”, ecc. Vedremo se la moda si affermerà…
    (Da La Nazione, 24/2/2006).
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    “Chi va con lo zoppo…”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Chi va con lo zoppo impara a zoppicare”, dice il proverbio; ne trovo conferma in un episodio televisivo: Mike Buongiorno conduce da qualche anno “Genius”, una trasmissione-quiz rivolta a ragazzi. Le domande riguardano le varie materie scolastiche e quindi anche la lingua italiana. Non guardo “Genius” perché non mi piace il tipo di cultura contenutistica che lo ispira; né mi piace che i ragazzi, per lottare fra loro, siano spinti a prepararsi riempiendo la loro memoria di informazioni che potrebbero ricavare, mano a mano che servono, da enciclopedie e altri strumenti di ricerca, lasciando al cervello il tempo per pensare. Ho però avuto modo di vederne uno spezzone. Mike Buongiorno chiede ai due ragazzi in gara: “Che cosa significa dire che un fiume “tràcima”?” (“tràcima” – si noti bene – invece di “tracìma”, “supera la cima dell’argine”). I ragazzi sembrano sconcertati dalla pronuncia “sdrucciola” del verbo che, concentrando l’attenzione sulla terzultima sillaba, mimetizza e quasi nasconde la parola “cima” (che servirebbe alla scoperta del significato); i due ridacchiano, si guardano attorno, forse per cogliere le reazioni dei genitori e parenti presenti in platea. Poi uno di essi dà la risposta: “Vuol dire che il fiume ‘stràripa’” (“stràripa” – sul modello di “tràcima” – invece di “strarìpa”). E Mike Buongiorno esulta, elogia il ragazzo e gli assegna il punto. Penso che il ragazzo sappia che la forma giusta è “strarìpa”, “supera la “ripa”, o riva, del fiume”; ma – contagiato dall’autorevole conduttore – ritrae anche lui l’accento. Insomma, comincia anche lui a zoppicare…
    Concludo ricordando che il Mike Buongiorno che, in questa e in altre occasioni, abbiamo visto “zoppicare” in italiano, ha contribuito molto a ridurre la massa dei dialettofoni (erano 26 milioni circa, a metà del Novecento, quando la televisione cominciò a trasmettere) consegnando loro un italiano semplice, con un vocabolario ristretto e una sintassi elementare, ma proprio per questo facile da capire e da imparare. E’ un merito che non dobbiamo dimenticare e che va esteso alla TV in generale. La quale TV dovrebbe però trovare rimedio, oggi, ai continui errori di accentuazione e di pronuncia dei suoi giornalisti, conduttori, ecc. Potrebbe, se non altro, segnare gli accenti su testi e “scalette”; e mettere fra parentesi la giusta pronuncia di parole francesi, spagnole, tedesche, oggi spietatamente anglicizzate; ma anche l’italiano corre i suoi rischi: è intollerabile che “il David di Michelangelo” venga pronunciato “Dévid”… ma è successo.
    (Da La Nazione, 3/3/2006).
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    Maschere
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Quando vedo le “maschere” a Venezia (lo scenario tragico e fiabesco a loro più adatto) mi viene in mente un “mottetto” di Montale: “La gondola che scivola in un forte/ bagliore di catrame e di papaveri, /la subdola canzone che s’alzava/ da masse di cordame, l’alte porte/ richiuse su di te “e risa di maschere/ che fuggivano a frotte” // una sera tra mille e la mia notte/ è più profonda!” (“Occasioni”). Parlo delle “maschere” classiche – quelle bianche o nere, con lineamenti non deformati, sormontate dal cappuccio o da altre sovrastrutture – che meglio rivelano la loro natura inquietante, il loro legame con antichi riti magici e con cerimonie di scongiuro. Non sorprende dunque che la parola “maschera” risalga al latino tardo “masca”, “strega” (e, al di là del latino, a lingue e culture antichissime del bacino mediterraneo). “Masca” sopravvive regionalmente, in Italia (vedi il piemontese e il genovese “masca”, “strega”); Carducci conosce la parola come sinonimo di “strega” (“… l’Inquisizione e suoi nefandi processi alle streghe o ‘masche’.”) ma la mette fra virgolette a segnalare che non è più in uso. “Masca” sopravvive in molte lingue: francese “masque”, inglese “mask”, tedesco “Maske”, spagnolo “mascara”, russo e serbo “maska”, turco “maskara”.

    L’ITALIANO “maschera” ha avuto e ha notevole vitalità, estendendosi a indicare l’intero costume, ma anche la persona che lo porta. “Maschere” sono chiamati i personaggi tipici della commedia dell’arte, fra Cinque e Settecento (Arlecchino, Pantalone, Pulcinella, ecc.), perché portavano la maschera e un costume particolare. Si chiama ancora “maschera” (perché in passato la indossava) la persona che, in un teatro o cinema, guida gli spettatori a posti prenotati, o rimasti liberi.
    Appartiene alla famiglia anche il “mascàra”, il cosmetico che serve per scurire ciglia e sopracciglia; noi lo abbiamo prelevato dall’inglese “mascara”, ma – a loro volta – gli inglesi lo avevano preso dall’italiano “màscara” (variante antica di “maschera”). Il carnevale è appena finito e le maschere hanno abbandonato piazza San Marco. Ma la parola rimane in circolazione: il viso diventa una “maschera”, se assume una particolare espressione o se è eccessivamente truccato; e poi ci sono la “maschera di bellezza”, la “maschera antigas”, la “maschera” degli schermitori, la “maschera” degli anestesisti, quella dei subacquei, ecc. E’ anche possibile “mettersi la maschera” (“fingere”) e “levarsi la maschera” (“rivelarsi per ciò che si è”).
    (Da La Nazione, 10/3/2006).
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    Per difesa e per amore
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Ricevo da Gian Luigi Beccaria un suo libro, fresco di stampa: “Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi” (Milano, Garzanti, 2006). Non dico nulla dell’autore perché notissimo anche al grande pubblico: per le sue opere e per il successo ottenuto con una nota trasmissione televisiva. Il titolo del libro richiede invece qualche commento. Si tratta di un’analisi dell’italiano contemporaneo: una lingua di grande tradizione letteraria e scientifica, e proprio per questo capace di rinnovarsi, di utilizzare la sua ricchezza e la sua flessibilità per adeguarsi a sempre nuovi bisogni comunicativi. E’ dunque confortante rifugiarsi in questa lingua, interrogarne “con amore” le parole, sapendo che esse ci guidano all’esplorazione del mondo e danno consistenza ai nostri pensieri, ipotesi, fantasie, volontà, affetti. Ma esiste anche l’ “assedio” delle parole, rappresentato dall’abuso che di esse fanno giornali, riviste, TV, radio, telefonini, pubblicità, cartelli, cartelloni, Internet, ecc. : “un turbinare di voci che possono spesso manipolarci o allettarci, che ci disorientano e ci confondono”… La “difesa” da questo “bla-bla universale” non può essere l’isolamento, né il rifiuto o la condanna. Io non dirò mai “Assolutamente sì”!/ “Assolutamente no!”; e mi infastidisce chi si riempie la bocca di questo avverbio superfluo, sprizzante sicurezza ed efficienza, come se sì/no – detti da persona credibile – non fossero altrettanto (e più) efficaci. Ma, per difendermi, posso solo sottrarmi alla moda e aspettare che passi. Qualche rimedio all’accerchiamento linguistico esiste, e Beccaria ne parla in un capitolo intitolato “Antidoti”: “ci sono i libri, la scuola… e le parole della letteratura” per riconquistare la solitudine, la calma, la capacità di fermarsi a riflettere. Ma che cosa se ne fanno, di narrativa e poesia (“roba da letterati!”) ragazzi che studiano per diventare periti, informatici, geometri, ingegneri, ecc.? La risposta di Beccaria (pp. 298-9) è immediata e decisa (ed è uno dei molti pregi per cui raccomando la lettura di questo libro); ne riproduco l’inizio: “… credo invece che siano proprio il perito industriale e l’ingegnere, il manager o l’economista a doverli leggere questi testi; bisognerebbe obbligarlo a leggerne un po’, una qualche piccola ma sostanziosa razione, possibilmente ben digerita, ogni giorno. Come le pillole, le vitamine”. A questo deve provvedere la scuola: prima che il futuro “tecnico” – incalzato dal lavoro, dalla fretta – abbia “dispersa la possibilità di capire il mondo per il quale è chiamato a elaborare i suoi disegni, a vendere i suoi prodotti”, quando è ancora possibile rendersi conto che “il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo di vivere (D. Pennac)”.
    (Da La Nazione, 17/3/2006).
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    Il burocrate non molla
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Un decreto del Presidente della Repubblica (n 121 del 7 aprile 2000) detta nuove regole per l’esposizione delle bandiere italiana e europea; fra queste regole, l’obbligo di esposizione “quotidiana” delle due bandiere per gli edifici pubblici. Imbandieramento costante, dunque, non più riservato (come in precedenza) a particolari ricorrenze: 7 gennaio (festa del tricolore), 11 febbraio (patti lateranensi), 25 aprile (liberazione), 1 maggio (festa del lavoro), 9 maggio (giornata d’Europa), ecc.

    IL DECRETO presidenziale aggiunge che, nelle ricorrenze sopra elencate, “sugli edifici già quotidianamente imbandierati si potranno esporre ulteriori esemplari della bandiera nazionale e di quella europea”. Il che meraviglia un po’ perché la bandiera non è un ornamento, un addobbo, ma un “simbolo”; ne dovrebbe dunque bastare “una”, a svolgere questa funzione rappresentativa. Mi informano comunque gli esperti che gli “ulteriori” imbandieramenti non vengono realizzati: le bandiere costano e sarebbe uno spreco esporle alle intemperie più di una per volta.
    Sembrerebbe dunque che – dopo questo decreto – nessuna autorità dovesse sollecitare gli enti pubblici a esporre bandiere nelle giornate solenni, essendo questi già – “permanentemente!” – imbandierati. Ma la burocrazia non demorde: non rinuncia alle sue prerogative, ai suoi riti; sicché, quando si avvicina una delle sopra elencate ricorrenze, la grande macchina comunicativa entra in azione dalle Alpi alle isole: le Prefetture “rammentano” via telex le disposizioni vigenti, “ulteriori” imbandieramenti inclusi. Un solo esempio per tutti: “ ‘Prefettura di Treviso’: Rammentasi che giornata 9 maggio p. v. occasione giornata Europea est prevista esposizione su edifici pubblici bandiere nazionali et europea. ‘Su sedi quotidianamente imbandierate potranno esporsi ulteriori esemplari bandiere’. (Treviso, 3 maggio 2005)”.

    SONO POI gli uffici interni – per esempio, nel caso delle scuole statali e delle Università, gli uffici del Miur (Ministero Istruzione Università Ricerca) – a “girare” la sollecitazione. Ecco due esempi, rappresentativi della continuità del fenomeno e della sua estensione nazionale: “ ‘Miur. Ufficio scolastico della Sardegna’: “Rammentasi che giovedì 25 aprile occasione anniversario Liberazione edifici pubblici vanno imbandierati con bandiera nazionale et europea. ‘Edifici già imbandierati quotidianamente potranno essere ulteriormente imbandierati.’ (Cagliari 17 aprile 2002)”; “ ‘Miur. Ufficio scolastico per la Lombardia’: “Disponesi esposizione bandiera nazionale et europea edifici pubblici giorno giovedì quattro novembre 2004 in occasione giornata dell’Unità Nazionale. ‘Edifici già imbandierati quotidianamente potranno essere ulteriormente imbandierati.’ (Milano, 28 ottobre 2004)”. Quanto costa, in tempo e in denaro, questo inutile rito?
    (Da La Nazione, 24/3/2006).
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    “Scusi, le piace Palomar?”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Sto rileggendo “Profilo di Clio” di Josif Brodskij (Milano, Adelphi, 2003), traduzione italiana di saggi pubblicati fra il 1978 e il 1995 (fra i quali il “Discorso” pronunciato a Stoccolma, in occasione del Premio Nobel 1987 per la Letteratura). Ho ripreso in mano il libro per cercare un passo di cui avevo un ricordo vago ma che mi sembrava interessante e attuale, in questa vigilia elettorale italiana. Scrive Brodskij: “… non c’è dubbio che se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra. Credo che a un potenziale responsabile dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima di ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì che cosa pensi di Stendhal, Dickens, Dostoevskij.”. L’idea è espressa, forse, con eccessiva sicurezza, come spesso succede a Brodskij: in realtà la storia è ricca di uomini colti che hanno provocato catastrofi; e non è così sicuro – come pensa Brodskij sulle orme di Dostoevskij – che “la bellezza” (la letteratura, in particolare la poesia) sia sempre in grado di “salvarci”. Certo è che – giusta o sbagliata che sia – l’idea di Brodskij mi è tornata spesso in mente, in questo periodo, mentre ascoltavo discorsi e dibattiti elettorali.
    E MI SONO CHIESTA che cosa succederebbe se qualcuno – giornalista, o conduttore, o componente del pubblico – invece di fare ai candidati le solite domande per riceverne le solite risposte, chiedessero loro quale canto della “Divina Commedia” sia il loro preferito, o quale fase narrativa di Calvino apprezzino di più, o che cosa pensino di Buzzati… Domande facili, non inquisitive, che però ci tranquillizzino sul fatto che – nella memoria di chi ci governerà – sia presente qualche verso di Montale, di Saba, qualche pagina di Primo Levi…
    Avevo anche pensato di analizzare, per questa rubrica, la lingua di alcuni candidati: la qualità del loro vocabolario, il tipo della loro sintassi, il loro rapporto con il “congiuntivo”, la loro apertura agli “anglismi” recenti: “endorcement”, “location”, “step”, ecc. Avevo notato, per esempio, che Romano Prodi apriva il suo discorso a parole e locuzioni di livello espressivo-popolare; che spesso preferiva la prima persona singolare (con “io” espresso: “io penso”, “io voglio”, “io farò”, ecc.,) alla più collegiale prima persona plurale… Ma ho rinunciato al progetto quando – considerando la faziosità del dibattito politico – ho capito che sarebbe stato impossibile credere all’imparzialità del commento linguistico.
    (Da La Nazione, 31/3/2006)
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    Non chiamateli “balordi”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    I due uomini accusati di aver ucciso il piccolo il piccolo Tommaso vengono spesso chiamati “balordi”, in tv. Ma uno di questi “balordi” lo abbiamo sentito parlare spesso, nel mese di marzo: ha negato qualsiasi coinvolgimento, sostenendo il suo (falso) alibi, ha precisato di essere stato interrogato solo come “persona informata dei fatti”; ha anche detto di avere un figlio di sei anni e di essere quindi incapace di concepire il rapimento di un bambino piccolo e malato; si è perfino rivolto ai “rapitori” invitandoli a restituire il bambino alla famiglia (quel bambino che lui sapeva già morto e sepolto lungo l’argine di un fiume). E tutto questo usando una lingua semplice ma corretta, efficace, che rivela capacità di organizzazione logica del pensiero e di autocontrollo. Insomma, tutto può essere quest’uomo, fuorché un balordo…

    LE PAROLE non sono neutre, né neutrali: lasciano il segno, soprattutto se ripetute e diffuse da un mezzo persuasivo come la televisione. Chiamare “balordo” un imputato di omicidio significa offrirgli una via di scampo: perché questo aggettivo (forse dal latino “bis-luridus” “pallido”, “sbalordito”; vedi anche il francese “balourd”) ha il significato di “sciocco”, “tonto”, “strampalato”, e quindi “sbandato”, “emarginato”. Da un “balordo” si attendono atti di piccola delinquenza; e se compie gesti spaventosi come quello di rapire un bambino e di ucciderlo perché piange, la “balordaggine” può servirgli da attenuante: come pretendere correttezza di comportamenti da una persona mentalmente instabile, da un individuo che non si rende conto delle conseguenze delle sue azioni? Dovremmo dunque chiamarlo “mostro”, come alcuni già fanno? A questa domanda ha già risposto il professor Andreoli, noto psichiatra, rifiutando “mostro” per motivi simili a quelli da me usati contro “balordo”. Il “mostro” è un essere fisicamente o mentalmente a-normale. E’ difficile addossare colpe all’uomo che di questa anormalità è la prima vittima. Un bravo avvocato, facendo leva sulla “pazzia” del suo assistito, può ottenere il riconoscimento della sua infermità mentale…

    IN ATTESA che la giustizia – come si dice – faccia il suo corso, dovremmo rassegnarci all’idea che l’assassino di Tommaso è un “uomo”, un “Uomo del mio tempo” – direbbe Quasimodo – disceso da Caino: “Sei ancora quello della pietra e della fionda,/ uomo del mio tempo/… T’ ho visto: eri tu/… Hai ucciso ancora,/ come sempre, come uccisero i padri, come uccisero/ gli animali che ti videro per la prima volta./ E questo sangue odora come nel giorno/ quando il fratello disse all’altro fratello:/ ‘Andiamo ai campi ’”.
    (S. Quasimodo, “Uomo del mio tempo”, in “Giorno dopo giorno”, 1947).
    (Da La Nazione, 7/4/2006).
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    Un ‘Casino’ di parolacce
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Ho già detto, in questa rubrica, che cosa penso delle “parolacce” (“Dante, Cambronne e le mammole”, 15 gennaio 2004) ma torno sull’argomento, di particolare attualità in periodo preelettorale. Per un linguista le “parolacce” sono, prima di tutto, “parole” e – se usate opportunamente (per esempio in situazioni di forte tensione emotiva) – possono avere un effetto liberatorio. Non è poi detto che una parolaccia nasca e rimanga tale per sempre: ci sono dignitosi nomi di ortaggi e di frutti che sono diventati parole-tabù: vedi il povero “cavolo” che, per colpa della sillaba iniziale, diventa sostituto gentile (“sinonimo eufemistico”) di altra parola iniziante per “ca”… Le sorti alterne della parola “casino” sono, in questo senso, istruttive: “casino” (diminuitivo di casa) significava “villino signorile” – soprattutto di campagna – usato per vacanze, feste, attività sportive (“casino di caccia”, “casino di pesca”). Ha poi indicato ciò che oggi chiamiamo “circolo” o “club”: un luogo in cui si riunivano persone per conversare, leggere, giocare, ecc. (vedi il “ ‘Casino’ dei nobili” a Venezia). E questo “casino” che – importato in Francia – rientrerà in Italia con accento francese e con il significato di “casa da gioco”: “casinò”. Nel frattempo, però, “casino” aveva preso anche il significato di “postribolo”, “bordello”, diventando “parolaccia”. Da questo significato si svilupperà il senso figurato di “confusione”, “chiasso” che riabilita la parola dilatandone l’uso: oggi una mamma può dire ai figli “Mi raccomando, non fate ‘casino’”. Completamente sterilizzato risulta “un casino” ridotto a “quantificativo”, nel significato di “moltissimo”: “Quel film mi è piaciuto ‘un casino’”.

    IN CONCLUSIONE, le parole non sono né belle né brutte, in assoluto: possono diventare tali nel corso della loro storia, o in rapporto alla situazione comunicativa (all’intenzione di chi le pronuncia, alla sensibilità di chi le ascolta, al momento e al luogo in cui vengono usate, ecc.). Detto questo, ammetto la mia insofferenza per le parolacce “sprecate”: usate e ripetute senza scopo, come se fossero un intercalare (un “dunque”, un “cioè”). E mi fa piacere che anche Gian Luigi Beccaria la pensi così: “Il linguaggio trasgressivo era negli anni della contestazione usato per scandalizzare, per protestare contro la scuola, la famiglia, l’autorità, l’istituzione. Adesso è diventato un riempitivo, un rumore, buono a tutte le ore e per ogni occasione. Ha assunto un grado neutro, non comunica nulla, neppure rabbia. […] Parolacce e insulti volano dappertutto, anche via etere. La violenza verbale ha invaso l’ambito pubblico. La rissa, la pubblicizzazione del disagio esistenziale, in tv fanno “audience”. I finti eroi dell’isola dei “famosi” sproloquiano tra cumuli di bip. Tutto questo è triste…” (“Per difesa e per amore”, Garzanti).
    (Da La Nazione, 14/4/2006).
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    Un ‘Casino’ di parolacce
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Ho già detto, in questa rubrica, che cosa penso delle “parolacce” (“Dante, Cambronne e le mammole”, 15 gennaio 2004) ma torno sull’argomento, di particolare attualità in periodo preelettorale. Per un linguista le “parolacce” sono, prima di tutto, “parole” e – se usate opportunamente (per esempio in situazioni di forte tensione emotiva) – possono avere un effetto liberatorio. Non è poi detto che una parolaccia nasca e rimanga tale per sempre: ci sono dignitosi nomi di ortaggi e di frutti che sono diventati parole-tabù: vedi il povero “cavolo” che, per colpa della sillaba iniziale, diventa sostituto gentile (“sinonimo eufemistico”) di altra parola iniziante per “ca”… Le sorti alterne della parola “casino” sono, in questo senso, istruttive: “casino” (diminuitivo di casa) significava “villino signorile” – soprattutto di campagna – usato per vacanze, feste, attività sportive (“casino di caccia”, “casino di pesca”). Ha poi indicato ciò che oggi chiamiamo “circolo” o “club”: un luogo in cui si riunivano persone per conversare, leggere, giocare, ecc. (vedi il “ ‘Casino’ dei nobili” a Venezia). E questo “casino” che – importato in Francia – rientrerà in Italia con accento francese e con il significato di “casa da gioco”: “casinò”. Nel frattempo, però, “casino” aveva preso anche il significato di “postribolo”, “bordello”, diventando “parolaccia”. Da questo significato si svilupperà il senso figurato di “confusione”, “chiasso” che riabilita la parola dilatandone l’uso: oggi una mamma può dire ai figli “Mi raccomando, non fate ‘casino’”. Completamente sterilizzato risulta “un casino” ridotto a “quantificativo”, nel significato di “moltissimo”: “Quel film mi è piaciuto ‘un casino’”.

    IN CONCLUSIONE, le parole non sono né belle né brutte, in assoluto: possono diventare tali nel corso della loro storia, o in rapporto alla situazione comunicativa (all’intenzione di chi le pronuncia, alla sensibilità di chi le ascolta, al momento e al luogo in cui vengono usate, ecc.). Detto questo, ammetto la mia insofferenza per le parolacce “sprecate”: usate e ripetute senza scopo, come se fossero un intercalare (un “dunque”, un “cioè”). E mi fa piacere che anche Gian Luigi Beccaria la pensi così: “Il linguaggio trasgressivo era negli anni della contestazione usato per scandalizzare, per protestare contro la scuola, la famiglia, l’autorità, l’istituzione. Adesso è diventato un riempitivo, un rumore, buono a tutte le ore e per ogni occasione. Ha assunto un grado neutro, non comunica nulla, neppure rabbia. […] Parolacce e insulti volano dappertutto, anche via etere. La violenza verbale ha invaso l’ambito pubblico. La rissa, la pubblicizzazione del disagio esistenziale, in tv fanno “audience”. I finti eroi dell’isola dei “famosi” sproloquiano tra cumuli di bip. Tutto questo è triste…” (“Per difesa e per amore”, Garzanti).
    (Da La Nazione, 14/4/2006).
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    C’era una volta il DOP
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Diciamo subito che DOP è la sigla del “Dizionario d’ortografia e di pronuncia” che B.Migliorini, C. Tagliavini e P. Fiorelli realizzarono nel 1969 per la E.R.I. (Edizioni Radiotelevisione Italiana), a risolvere dubbi che tutti possiamo avere, ma che sono particolarmente insidiosi per chi “va in onda”. Nel 1981 il DOP ebbe una seconda edizione che portò a 100.000 il numero delle parole: fra queste anche molte parole straniere (o “forestierismi”), entrate e acclimatate in Italiano. Un dizionario di ortografia e pronuncia è uno strumento agile: non spiega il significato delle parole, non indica la loro origine, non elenca la loro fraseologia (l’insieme di espressioni in cui la parola compare abitualmente); si limita a fornire la parola nella grafia corretta, seguita dall’indicazione della giusta pronuncia e dalla segnalazione dell’errore di pronuncia più ricorrente. Facciamo un esempio: se uno dei tanti che pronunciano rùbrica cercasse questa parola sul DOP, troverebbe: “rubrica [“rubrìka”; err. “rùbrika”] s.f.”; cioè, il s(ostantivo) f(femminile) “rubrica” si pronuncia “rubrìka” (con accento sulla penultima sillaba; è err(ata) la pronuncia “rùbrika” (con accento sulla terzultima). Il controllo servirebbe anche per “edìle” (“impresario ‘edìle’”; non “èdile”); per il “circùito” o pista automobilistica (non “circuìto”, che in italiano esiste, ma significa “raggirato”); per “balaùstra” (non “balàustra”); per “baùle” (non “bàule”), per “amàca” (non “àmaca”), ecc.
    A giudicare dal numero crescente di errori, non sembra che il DOP stia dove dovrebbe stare: sui tavoli di giornalisti, “speaker”, conduttori, ecc. Non lo aveva certamente consultato il giornalista che – annunciando in TV la scoperta di una “casa di appuntamenti” nel centro di Roma – ha pronunciato per ben tre volte “maitresse” (direttrice o “tenutaria” della casa): una parola di origine francese che si scrive “maîtresse”, ma si pronuncia (alla francese) “metréss(e)”.
    Si dirà che oggi tutti studiano l’inglese e che le altre lingue europee sono poco note… Ma qui non si tratta di conoscere le altre lingue: basterebbe imparare le regole di pronuncia (poche e facili) di francese, tedesco, spagnolo, a evitare errori imbarazzanti o pronunce “inglesi” di parole che inglesi non sono. Ho già raccontato del David di Michelangelo, pronunciato “Devid” da una giornalista; ma è ancora più sorprendente il “sine die” (espressione latina che significa “senza un giorno stabilito” e quindi “senza limiti di tempo”) pronunciato “sàin dai”(!) da un’annunciatrice. E si racconta anche di uno studente universitario che – all’esame di Letteratura tedesca – parlava di Thomas Mann pronunciandolo “Thomas Mèn”!
    Per questi casi estremi non basterebbe nemmeno il DOP; che però risolverebbe molti altri casi, per esempio quello del “Friuli: si pronuncia “Frìuli” (non “Friùli”)…
    (Da La Nazione, 19/5/2006).
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    E che ci azzecca?
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Passate le elezioni e insediato il nuovo governo, vorrei scagionare il recente ministro per le infrastrutture, Antonio Di Pietro, dall’accusa di essere linguisticamente “dialettale”. Veramente il mio scopo non è così ambizioso; vorrei soltanto provare che l’accusa non può essere sostenuta sulla base del solo “Che ci azzecca?”, da tutti ormai associato all’ex magistrato e attuale ministro. Prima di tutto va detto che il verbo “azzeccare” non viene da Montenero di Bisaccia in quel di Campobasso, ma dalla Germania: il verbo “zecken” significava “tirare un colpo con precisione” e quindi “cogliere nel segno”. Questo rimane il significato di “azzeccare”, da cui poi si sviluppano anche sensi figurati: “azzeccare” (“indovinare”) la risposta “giusta”; ecc. A proposito: anche “imbroccare” (da “in + brocca”, “centro del bersaglio”) significava “cogliere nel segno”.
    Non si sa quando questa parola sia entrata in Italia: la data 1704 –indicata dai vocabolari- è quella della morte di Benedetto Menzini, il primo –per quanto ne sappiamo- che la usò (in poesia!): “a te, Giove Tiranno, oggi l’azzecco”. Ma certamente la parola circolava già da molto tempo nella nostra penisola. Il “Deli” (M.Cortelazzo – P. Zolli, “Dizionario etimologico della lingua italiana”, Zanichelli) attribuisce a Machiavelli il primo esempio di “azzeccagarbugli”, un composto che ha come primo elemento proprio il nostro verbo: “voi sapete ch’e’ mercatanti vogliono fare le cose loro chiare e non “azzeccagarbugli”.
    Manzoni, nei “Promessi Sposi”, userà lo stesso composto per l’avvocato “Azzeccagarbugli”: un “nome proprio” che – data l’importanza e la notorietà del romanzo manzoniano – passerà a “nome comune” (“un azzeccagarbugli”), a indicare un “avvocato da strapazzo” o un qualsiasi “imbroglione”. C’è dunque un uso letterario di azzeccare che continuerà almeno fino a Moravia: “Dopo la prima sciocchezza se ne fa un’altra e poi un’altra ancora; e poi non se ne “azzecca” più una e si sbagliano tutte” (“Racconti romani”).
    “Azzeccare”, negli esempi precedenti, è costruito “transitivamente”; ma questo verbo viene usato anche “intransitivamente”: “Gli uomini che si credono leggere nelle donne come in un libro stampato, ci “azzeccano” tanto di rado!” (N. Tommaseo); “… lo scrittore, credendo di “azzeccare” nella verità, non si sa quanto abbia inventato” (E. Pea). “Azzeccarci” è frequente nel parlare: “ci “azzecca” sempre”; “non ci ho ‘azzeccato’”, ecc. Ed è da questo uso colloquiale, familiare, che si sviluppa – soprattutto nell’area centro-meridionale – la locuzione “Che ci azzecca?”, nel senso e sul modello di “Che c’entra?”.
    (Da La Nazione, 2/6/2006).
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    La lingua di Lotito
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Leggo su un giornale alcune delle intercettazioni telefoniche da cui è partita l’inchiesta sul calcio. Uno storico della lingua non dovrebbe scandalizzarsi del turpiloquio, perché le parolacce sono pur sempre parole… però ammetto che una telefonata del presidente della Lazio, Claudio Lotito (L.), a Luciano Moggi (M.), mi ha dato fastidio. Il repertorio escrementizio e sessual-genitale è quello che ascoltiamo nella realtà e nei reality, ormai privo dell’iniziale carica trasgressiva; cambia però la sua funzione, perché qui, mescolato ad altre espressioni brutali, caratterizza gli interlocutori come “duri”, capaci di una violenza verbale che minaccia altre forme di sopruso e di sopraffazione.
    Parla L.: “Hai messo sotto botta Sensi, eh? Me vie’ da ride, hai fatto bene, ma vaff…, eh?”; “Io non mi preoccupo de combatte, io me ce diverto a spara’ sulla Croce Rossa”. In realtà L. ha bisogno di esibire se stesso, di accreditarsi, presso M., come un uomo temuto da tutti: “pensa che Zamparini è diventato un agnello con me”; “Però co’ me… Montezemolo con me…, po’ gioca’ con loro, non con me. Io quando ci siamo incrociati ieri all’aeroporto de Ciampino, come è venuto lui, l’ ha visto infatti se me stavo a piegà…”; “Al Processo del Lunedì… questi figli di putt… io io hai visto come me li so’ inc…sul programma, l’ho ammazzati”. Ovviamente L. è sensibile agli elogi, che M. non gli fa mancare: “M’ hai fatto lotta’, poi dopo ce sei andato in televisione, in quella maniera ti voglio… sei stato proprio eccezionale”; “Io a te t’ammiro… per me in questo calcio qua uno di quelli che può dare una mano importante sei te”.
    A volte è lo stesso L. a sollecitare l’adulazione: “Senti, te posso di’ una cosa, oh?”; M. “Eh?”; L. “Però di’ la verità, è un’altra marcia la mia?”; M. “Sì, non ci sono dubbi… Perché sei l’unico che ha il coraggio de di’ le cose”. Spesso, però, L. è troppo loquace e imprudente, e M. perde la pazienza: L. “Dico tu fi… tu figlio fa il direttore generale da da da Sensi?”; M. “Macché sei matto? Manco manco, ma lascia perde.”; L. “Ma io pensavo, no perché andà a direttore generale significava, oh, che ha fatto terra de conquista pure là, oh?”; M. “No, no, no, Claudio, me dispiace, io so’ coerente con le cose mie.”; e invita L. a un incontro a quattr’occhi: “Io però lunedì mattina sto a Roma… ce vediamo un attimo io e te?”; “Comunque ne parliamo a voce di queste cose qua”; “Lasciami lavora’ a me e vediamoci lunedì”.
    Che cosa poi M. pensi veramente di L. , lo scopriamo nella telefonata successiva, quando Aldo Biscardi lo avverte che L. rifiuta di andare in trasmissione: “Lucia’… questo è uno str… che non po’ veni’”; M.”Questo non capisce un ca… questo non capisce niente. Un minuto ti dice una cosa e un altro te ne dice un’altra… Ora ce parlo io!”. E naturalmente sarà M. a risolvere il problema…
    (Da La Nazione, 24/6/2006).
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    Gioielli ingialliti
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Anche le parole invecchiano; succede, di solito, quando non servono più, essendo sparito l’ “oggetto” a cui si riferivano: lampionaio (l’uomo che accende e spegne i lampioni a gas) non è più in uso, da quando c’è la luce elettrica. Spesso sono i bambini a segnalare l’invecchiamento di una parola, chiedendone il significato. Succede leggendo Pinocchio, Sussi e Biribissi, il Giornalino di Gian Burrasca, ecc.; ma comincia a succedere anche con il Marcovaldo (1963) di Calvino: “Scoperchiata la pietanziera, si vede il mangiare lì pigiato: salamini e lenticchie, o uova sode e barbabietole…”. I bambini di oggi conoscono i contenitori di plastica, non la pietanziera: piccolo recipiente metallico, tondo, con coperchio svitabile, che accompagnava al lavoro gli operai. Molti bambini non conoscono nemmeno pietanza, e, se cerchiamo con loro – o per loro – questa parola sul vocabolario (“Vivanda servita a tavola, specialmente come secondo piatto”), scopriremo che anche vivanda è in crisi. Il fatto è che la nostra fantasia alimentare si è un po’ esaurita e ha generalizzato in secondi (piatti) le varie pietanze di carne o di pesce, e in primi (piatti) le minestre (i minestroni, i brodi, le zuppe, le paste asciutte, i risotti); dolce e frutta vengono conglobati in dessert: parola francese, dal verbo desservir, “levare di tavola ciò che è stato servito prima”. Viene dalla Francia anche vivanda: da vivande, “carne”, che a sua volta risale al latino vivenda, “cibi necessari per vivere”, “viveri”. Dobbiamo aver cura delle parole ingiallite: servono per capire testi scritti nel passato, recente o remoto. Spesso hanno una grazia che può esserci stilisticamente utile, nella scrittura. Molte di esse informano su eventi, usanze, ecc. che sfuggirebbero alla nostra attenzione: pietanza ha una somiglianza non casuale con pietà perché significava “cibo offerto ai poveri, con atto di pietà o misericordia”. E poi tutti abbiamo in memoria parole non più in uso, ma evocative di ambienti in cui abbiamo vissuto o di persone da cui le abbiamo ascoltate.
    Sono passati molti anni da quando venivo invitata a mangiare assieme, virtuosamente, “pane e companatico” (senza privilegiare il formaggio o il prosciutto contenuti nel panino!); oggi companatico appartiene alla mia memoria ed è parola ricca di risonanze affettive. “Nelle parole si chiudono e quasi si legano le idee, come negli anelli le gemme – scriveva il Leopardi, nello Zibaldone -. Le parole […] non presentano la sola idea dell’oggetto significato, ma quando più quando meno, immagini accessorie. Ed è pregio sommo della lingua l’aver di queste parole”.
    (Da La Nazione, 30/6/2006).

  • Rileggendo Gian Burrasca
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    L’estate scorsa un giornalista televisivo ha chiesto al Presidente della Repubblica italiana quale fosse stato il suo libro preferito, da bambino. Carlo Azeglio Ciampi ha risposto senza esitazioni: “Il giornalino di Gian Burrasca”. Scritto da Vamba, pseudonimo di Luigi Bertelli (Firenze, 1858-1920). Il giornalino uscì nel 1919 ed ebbe grande successo, rinnovato – nella seconda metà del secolo – da una fortunata versione televisiva. Ho ricomperato il libro nella sua centoventiduesima ristampa, impaziente di leggerne alcuni episodi a una bambina di sei anni. Ma ho scoperto che è difficile spiegare a bambini del Duemila abitudini e comportamenti di una famiglia borghese del primo Novecento. Per esempio, che cos’è il “giorno di ricevimento” settimanale della padrona di casa, nel “salotto buono” fornito di sofà, frequentato anche da “pretendenti” alla “mano” delle signorine Stoppani: “buoni partiti” per genitori desiderosi di “accasare” le figlie? Lo stesso Gian Burrasca, con il suo “vestitino buono a quadrettini”, rischia di sembrare un “mostro” a bambini educati al rispetto degli animali. I bambini del Duemila parteggiano per le vittime, quando Gian Burrasca trasforma in bestie feroci gli animali della zia Bettina; quando, per esempio, cattura il “coccodrillo” (un maialino dipinto con vernice verde e fornito di coda posticcia) mettendogli in bocca, fra lingua e palato, un legnetto a punte aguzze. Noi ridevamo quando Giannino “pescava” con una lenza l’unico dente del signor Venanzio, addormentato a bocca aperta; ridono anche i piccoli lettori del Duemila? E come reagiscono agli incredibili episodi del collegio Pierpaoli (la prigione, la minestra fatta con risciacquatura di piatti, ecc.), raggiungibile con quattro ore di viaggio in “diligenza”? Anche la lingua di Bertelli rappresenta oggi un ostacolo; non solo perché la scrittura è fatalmente ingiallita, a distanza di un secolo; ma anche perché la nostra lingua – che pure ha base toscana – si è aperta a influssi di altre regioni, dopo l’Unità politica d’Italia. Luigi Bertelli invece “toscaneggia” perché nato a Firenze e perché autorizzato a farlo dal modello manzoniano dei “Promessi Sposi”.
    Per queste ragioni le parole da spiegare, oggi, sono molte e ostacolano la lettura: “balocco”/giocattolo, “lapis”/matita, “panino gravido”/panino ripieno, “mi sono levato”/mi sono alzato, “ti sei rizzata”/ti sei alzata in piedi, “la mia aspettazione non fu punto delusa”/la mia aspettativa non fu affatto delusa, “bigia”/grigia, “uscio”/porta, “la cassetta della scrivania”/il cassetto della scrivania, “fradicio mézzo/bagnato fradicio, “salotto da desinare”/sala da pranzo, “cintola”/vita, “ciarpa”/sciarpa, “metto di molto zucchero”/metto molto zucchero, “che cosa fo”/che cosa faccio, ecc.
    I bambini devono leggere i libri che piacciono a loro, non quelli che permettono a genitori e nonni di ritrovare i “loro” eroi…
    (Da La Nazione, 27/5/2005).
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    L’Universo e la patria
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Patria è una parola così ricca di sfumature e di risonanze che non basterà una puntata di questa rubrica a raccontarne la storia. Partiamo dal latino “patria tellus”: “patria” è un aggettivo (derivato da “pater”, “padre”) che, associato al nome “tellus”, “terra”, significa “terra paterna”, "terra dei padri”. Poi, come succede spesso, il nome “tellus” scompare e l’aggettivo “patria” viene promosso a nome, diventando la “patria” (con l’articolo, in Italiano). Già i latini parlavano di “amor di patria” (“amor patriae"); e gli imperatori avevano il titolo di “padre della patria” (“pater patriae”). “Patria” rivela dunque, fin dall’inizio, una certa densità di significato: indica il luogo –variamente esteso – in cui sono vissuti i padri e in cui vive la comunità di cui si è entrati a far parte con la nascita, condividendone le esperienze storiche e culturali; per cui l’affinità non è solo di sangue, ma anche di costumi, di credenze, di leggi, di lingua, ecc. Ma diversa “patria” è Roma quando è un piccolo insediamento sulle rive di un fiume e quando estende il suo dominio a quasi tutta l’Europa. E’ una diversità che Voltaire spiegava nel suo “Dizionario filosofico” (alla voce “Patria”), distinguendo due possibili evoluzioni: 1) c’è un’evoluzione interna: “Una patria è un insieme di più famiglie; e, come si sostiene solitamente la propria famiglia per amor di de stessi, quando non si abbia un interesse opposto, per lo stesso amor di se stessi si sostiene la propria città o il proprio villaggio, che chiamiamo la nostra patria. Più questa patria diviene grande, meno la sia ama, poiché l’amore suddiviso s’indebolisce. E’ impossibile amare teneramente una famiglia troppo numerosa che a stento si conosce"; 2) e c’è un’evoluzione esterna: “E’ triste che spesso, per essere buon patriota, si sia nemico del resto degli uomini. Catone il vecchio, questo buon cittadino, diceva sempre, esprimendo la propria opinione al senato: “Questo è il mio parere, si distrugga Cartagine”. E’ chiaro che un paese non può vincere senza che un altro perda, e che non può vincere senza creare degli infelici. Tale è dunque la condizione umana, che desiderare la grandezza del proprio paese equivale a desiderare del male ai propri vicini. Chi volesse che la sua patria non fosse mai né più grande né più piccola, né più ricca né più povera, sarebbe cittadino dell’universo”. Si delineano così – nella parola “patria” – un valore positivo per gli uomini che privilegiano la tradizione, i sentimenti, la fantasia, il folklore; e un valore negativo per coloro che aspirano a un universalismo che sia primato della ragione, raggiungimento di un diritto uniforme e di un mercato comune. E’ possibile amare la patria senza municipalismi ed essere “cittadini dell’universo” senza rinnegare le proprie tradizioni? E’ una domanda molto attuale, per noi Europei, a cui cercheremo di rispondere.
    (Da La Nazione, 3/6/2005).
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    Dal Comune all’Italia: la patria di Dante e quella dell’Alfieri
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Cicerone diceva di avere due patrie: quella nativa, Arpino, e una “patria maggiore”, Roma, di cui era cittadino adottivo (“De legibus”, II.5). Si conferma un’elasticità della parola “patria” che le permetterà di aderire ininterrottamente alla storia della nostra penisola: dalla frantumazione feudale del territorio (le patrie sono tante quanti sono i borghi o le parrocchie) alla successiva ri-aggregazione: dal Feudo al Comune, alla Signoria, agli Stati Nazionali, alla Signoria, agli Stati nazionali, all’Unità d’Italia e a quella “giovine Europa” che Mazzini chiamava “la patria delle patrie. Ai tempi di Dante “patria” si riferiva alla realtà cittadina, comunale. Nella “Divina commedia” Virgilio si presenta come figlio di genitori “mantovani”: “li parenti miei furon lombardi/mantovani per patria ambedui” (Inf., I, 69); e Farinata degli Uberti capisce subito – da come Dante parla – che la sua “patria” è Firenze: “La tua loquela ti fa manifesto/ di quella nobil patria natìo,/ a la qual forse fui troppo molesto”
    (Inf., X, 26).
    Fino al Settecento “patria” continuerà a indicare un luogo circoscritto: città o regione. Per Galileo, ad esempio, rimpatriarsi significa “rientrare in Toscana”, dopo otto anni di soggiorno a Padova: “…quando io dovessi “rimpatriarmi”, desidererei che la prima intenzione di Sua Altezza Serenissima fusse di darmi ozio e comodità di potere tirare a fine le mie opere” (“Lettera del 1610” al Segretario di Stato di Cosimo II de’ Medici).
    Ma nel frattempo si sviluppa il valore etico e giuridico di patria che, nel Settecento, suggerirà a Vittorio Alfieri una nuova definizione: “Patria è quella sola dove l’uomo liberamente esercita, e sotto la sicurtà d’invariabili leggi, quei più preziosi diritti che natura gli ha dati”. Si capisce dunque che Alfieri, vedendo ovunque tirannide, si definisca uomo senza patria, nel “Misogallo”: “Il mio nome è Vittorio Alfieri, il luogo dove sono nato, l’Italia; nessuna Terra mi è Patria”. Ma è già significativo che l’Alfieri (nato in Piemonte, ad Asti) indichi come sua terra natale “l’Italia”, nel momento stesso in cui la rinnega come “patria”.
    E’ proprio nella seconda metà del Settecento che “patria” si estende a indicare l’Italia intera: nel 1765 compare un articolo, nel periodico letterario “Il Caffè”, intitolato “Della patria degli italiani”. L’articolo non è firmato, ma l’autore è un economista, Gian Rinaldo Carli. Non ci sono dubbi sull’estensione nazionale di “patria”, nel titolo, anche se nel testo il Carli preferisce usare la parola “nazione”: “L’amore di patriottismo, vale a dire del bene universale della nostra “nazione”, sia il sole che le illumini (le città) e che le attragga.”. Ma dovrà passare ancora un secolo, prima che l’augurio del Carli si realizzi con l’Unità politica d’Italia.
    (Da La Nazione, 10/6/2005).
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    Da Leopardi a Ciampi
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Mia patria è l’Italia per la quale ardo d’amore, ringraziando il cielo di avermi fatto italiano”: così scriveva, in una lettera, Giacomo Leopardi. Siamo agli inizi dell’Ottocento, un secolo in cui l’amor di patria o “patriottismo” (dal francese “patriotisme”: 1750) prevale sul “cosmopolitismo” (dal francese “cosmopolitisme”: 1825), cioè sulla tendenza settecentesca a superare ogni distinzione di nazione e di razza. L’Ottocento rivaluterà dunque la storia patria, le tradizioni, il folklore; e poiché l’Italia è ancora divisa e suddita, il patriottismo si manifesterà come desiderio di unità politica, di indipendenza e sovranità nazionale. Ed ecco che la parola “patria” assume una nuova sfumatura, quella di “comunità politico-territoriale”: “Vogliamo una patria: e questa patria è l’Italia”, dichiarava Mazzini.
    In Italia comunque prevale il valore spirituale e affettivo di “patria”, quello che – secondo Benedetto Croce – conserva “il suo intimo legame con l’idea di libertà”. In Germania, invece, prevarrà l’idea naturalistica di stirpe, di razza: “Fu detto che, mentre il patriottismo allargava il petto a tutti gli altri popoli, ai tedeschi lo restringeva e lo immeschiniva”, ricorderà Croce nel 1932, scrivendo la “Storia d’Europa nel secolo XIX". E nel 1946 (quando gli orrori della seconda guerra mondiale erano ormai noti a tutti) un grande poeta, Umberto Saba, contrapporrà il “patriottismo” sano a concetti devianti come “nazionalismo” e “razzismo”: “Patriottismo, nazionalismo, razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia”.
    Si può dunque capire che parole come “patria”, “patriota”, “patriottismo” siano entrate in crisi a metà Novecento, quando – finita la guerra – si riaccendono le speranze in un’Europa Unita che sia garanzia di pace e di libertà. Quello che segue – il lento processo di integrazione, con la creazione di istituzioni europee, prima economiche e poi politiche – è storia recente e attuale, non priva di intralci e sussulti. Per gli europeisti più illuminati, però – da Mazzini a Carlo Azeglio Ciampi – la prospettiva europea non contrasta con un senso profondo dell’identità nazionale (se questa non è accompagnata da esasperazioni campanilistiche e da pregiudizi razziali). Ha dunque ragione il Presidente della Repubblica italiana quando invita ad atteggiamenti di rispetto e di affetto per la patria (per le sue istituzioni, per i suoi simboli, per le sue ricorrenze), nella convinzione che questi siano pienamente conciliabili con l’idea di una comunità più ampia, garante delle libertà, dei diritti e dei doveri di tutti.
    (Da La Nazione, 1/7/2005).
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    Due rubinetti italiani
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “E’ il mio pianeta, che tutti m’abbiano a dare addosso; anche i santi” si lamentava don Abbondio, severamente rimproverato dal Cardinale Borromeo (“I promessi sposi”, cap. XXVI). Anche le parole, talvolta, sembra cha abbiano “un loro pianeta”. Pensiamo alla cattiva sorte dell’aggettivo latino “mundanus” (da “mundus”, “mondo”), che aveva il significato neutro di “appartenere al mondo”; ma quando il Cristianesimo contrappose una vita spirituale a quella materiale, chi si dedicava al mondo e ai suoi piaceri cominciò ad essere definito “mondano” nel senso negativo di “frivolo”, “gaudente”. Ancora peggio andò per la “mondana” che è – o meglio era, perché oggi la parola è poco usata – un’alternativa bonaria (“eufemistica”) di “prostituta”. “Mondano” ci ha mostrato un caso di peggioramento del significato, prodotto da una causa esterna alla lingua. Ma gli “incidenti” avvengono anche all’interno della lingua: “rubino” è il nome di una pietra preziosa, di colore rosso; la parola italiana viene dal latino medievale “rubinus”, che – a sua volta – risale al latino classico “rubeus” (da “ruber” “rosso”). Una parola così preziosa piace a poeti e scrittori; e infatti la usano Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, ecc. Ecco Dante: “Di tal fiumana uscian faville vive, /e d’ogne parte si mettine ne’ fiori, / quasi “rubin” che oro circoscrive” (“Paradiso”, XXX, 66). Dante vede anche, in Paradiso, uno sciame di anime luminose – ciascuna di esse simile a un “piccolo rubino” – che si raggruppano per comporre la figura di un’aquila: “Parea ciascuna “rubinetto” in cui/ raggio di sole ardesse…” (“Paradiso”, XIX, 4). “Rubinetto”, “piccolo rubino”, era sicuramente parola suggestiva, poetica, per Dante e i suoi lettori; ma smise di esserlo quando, agli inizi dell’Ottocento, arrivò in Italia dalla Francia la parola “robinet”, “strumento regolatore del flusso di liquidi (o di gas) che – in Italiano – prese la forma “rubinetto” o “rubinetto”. Da quel momento ci furono due “rubinetti”, nella nostra lingua: due parole che hanno (casualmente) la stessa forma, ma significato diverso e “storie” diverse: il “robinet” francese deriva infatti dal nome proprio “Robin” (vezzeggiativo di Robert), usato come soprannome del montone e quindi dello strumento idraulico che – nelle fontane pubbliche, soprattutto – aveva la forma di una testa di montone. Il “rubinetto” poetico e il “rubinetto” tecnologico entrano fatalmente in collisione nella nostra mente: nessun lettore moderno può leggere le parole di Dante (“Parea ciascuna un “rubinetto”…”), senza associare all’immagine preziosa del “piccolo rubino” quella dello strumento – utilissimo, ma prosaico – che porta lo stesso nome. E il “rubinetto” che ci rimette di più è certamente quello dantesco…
    (Da La Nazione, 8/7/2005).
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    Europa “dal grande occhio”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Tutti parlano di Europa, oggi, ma pochi conoscono l’origine di questo nome e la sua storia. “Euròpe”, in greco, era il nome proprio di una ninfa amata da Zeus (Giove); l’incontro di “Euròpe” con Zeus – trasformato in toro, per l’occasione – sarebbe avvenuto sulle coste della Fenicia: “Euròpe”, affascinata dallo splendido animale, sarebbe salita sulla sua groppa e sarebbe arrivata nell’isola di Creta, dove furono celebrate le nozze. Da queste nozze sarebbe nato Minosse, il re cretese per cui Dedalo costruì il labirinto.
    Il nome greco “Euròpe” è formato dall’aggettivo “eurùs” (“largo”, “ampio”) e dal nome “òps” (“occhio”, “aspetto”), con il significato complessivo di “(donna) dal grande occhio”: un pregio, per la donna greca, avere occhi grandi, rotondi e forse leggermente sporgenti; basti pensare all’epiteto elogiativo di “boòpis” – “dagli occhi bovini” – che i Greci attribuivano a Era (Giunone).
    Non è strano che il nome di “Euròpe” – donna fenicia, poi cretese e quindi greca – venga applicato ad una realtà geografico-culturale che accomuna i popoli occidentali, “europei”, contrapponendoli a quelli orientali, “asiatici”. Già nell’VIII-VII secolo a.C., in un inno Omerico (“Inno a Apollo”, 251) la Grecia “continentale” viene definita “europea”in opposizione non solo alle isole, ma anche al Peloponneso. Due secoli dopo, un grande poeta tragico greco, Eschilo (V sec. a.C.), colloca il confine fra Europa e Asia nell’Ellesponto (“Persiani”, 799). Ed è proprio nel V secolo che il concetto di Europa si precisa dal punto di vista geografico e politico perché le guerre Persiane danno ai Greci una coscienza precisa della loro identità occidentale. Questa coscienza affiora in vari luoghi delle “Storie” di Erodono, che narrano proprio di quelle guerre (vedi, ad esempio, “Storie” 14,1).
    L’antichità del concetto di Europa non deve meravigliare: sappiamo infatti che le principali lingue europee risalgono a un ceppo comune che i linguisti definiscono indoeuropeo per dare un’idea della sua estensione geografica, dall’India alle coste atlantiche dell’Europa. Ovviamente, con il passare dei secoli e dei millenni, le lingue europee si sono differenziate perché hanno avuto contatti con lingue locali diverse e perché hanno avuto “storie” diverse. Ma non dobbiamo dimenticare che la base “indoeuropea” accomuna tutte le grandi famiglie linguistiche europee: la “slava” (russo, polacco, ecc.), la “baltica” (lettone, lituano, ecc.), la “germanica” o “anglosassone” (tedesco, inglese, danese, olandese, svedese, norvegese, ecc.), la “celtica” (irlandese, scozzese, ecc.), la “neolatina” (italiano, francese, spagnolo, sardo, ladino, romeno, ecc.). E’ un’affinità linguistica originaria, di buon auspicio per i futuri Stati Uniti d’Europa. “Dalle lingue le genti”, si diceva in latino:
    “Ex linguis gentes”…
    (Da La Nazione, 15/7/2005).
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    Una firma per ‘traenza’
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Prelevo del denaro dal mio conto corrente e l’impiegato di banca mi chiede due firme: una “Firma per ‘traenza’” e una “Firma per ‘quietanza’”, come leggo sul modulo.
    “Quietanza” viene dalla Francia: la parola francese “quittance” deriva da “quitter”, “lasciare, esentare”, che – a sua volta – risale al latino medievale “quietare”. In parole povere, “quietanza è una “ricevuta”, cioè la dichiarazione firmata di aver riscosso una certa somma (il che “libera” la banca da ogni obbligo su quella somma).
    “Traenza” deriva da “trarre” (latino “trahere”), ma ho qualche dubbio sul suo significato. Consulto i vocabolari e comincia una specie di caccia al tesoro: un noto vocabolario dell’uso spiega “traenza” come “condizione del ‘traente’”. Cerco allora “traente” che – promosso a nome: “il traente” – significa “Chi, nella cambiale tratta, sottoscrive l’ordine di pagare una data somma”. Dunque “il traente” – o meglio, “la traente” – sarei io, – che ho firmato l’ordine alla banca di pagarmi una certa somma. Ma il foglio da me firmato è forse una “cambiale tratta”? Il vocabolario, alla voce “cambiale tratta”, mi rinvia a “tratta”: “Ordine di pagare una certa somma a una data scadenza al legittimo portatore”.
    Passo per approfondimenti al “Grande Dizionario della Lingua Italiana” (GDLI, Utet) e riparto da “traenza”, spiegata come “Facoltà esercitata dall’emissario di un titolo di credito di disporre della somma sottoscritta dal ‘trattario’”. Ormai so chi è “il traente”, ma “il trattario” mi giunge nuovo; lo cerco dunque sul vocabolario: “Chi in una cambiale tratta o in un assegno è indicato come il soggetto a cui “il traente” ordina di pagare una certa somma a un terzo soggetto (“beneficiario” o “ordinatario”) o al “traente” stesso”. Il “trattario” è dunque la banca; quanto all’ “ordinatario”, non desta preoccupazioni perché è spiegato da “beneficiario”. Per scrupolo controllo anche “tratta”: “Tipo di cambiale (detta propriamente cambiale “tratta”) che contiene l’ordine, rivolto dall’”emittente” (o “traente”) a un terzo soggetto (“trattario” o “trassato”) di pagare una certa somma o allo stesso emittente o a un terzo soggetto detto ‘ordinario’”. Eccoli tutti e tre, i “personaggi” della vicenda: il “traente” (o “emittente”, o “emissario” di un titolo di credito) il “trattario” (o “trassato”: da “trassi”, passato remoto di “trarre”); l’“ordinatario” (o “beneficiario”) che può anche coincidere con il “traente”. Tutto chiaro, ma quale orgia terminologica… So bene che ogni discorso tecnico-scientifico ha diritto ai suoi “termini”, ma quando gli addetti ai lavori dialogano con il pubblico dovrebbero scegliere i termini più trasparenti (“beneficiario”, invece di “ordinatario”) e sostituire i “termini” più “duri” con “parole” di significato simile (“ricevuta”, invece di “quietanza”).
    (Da La Nazione, 22/7/2005).
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    La “città”, cinque millenni dopo
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Un sindaco toscano parla del piccolo paese da lui amministrato chiamandolo “città”. Si è cominciato concedendo il titolo di “città” a Comuni di grande prestigio storico, con popolazione non inferiore ai 10.000 abitanti; ma in Italia, si sa, è difficile trovare un Comune che non vanti memorie storiche; e la popolazione fluttua…
    “Città” viene dal latino “civitate(m)”, che a sua volta deriva da “civis”, ‘cittadino’: il concetto è dunque quello di una ‘comunità di persone ’. Ma la storia di questa parola non si arresta alla tappa latina e risale a una lingua molto più antica (almeno tre millenni prima di Cristo) in cui esisteva la radice KEI-, ‘insediamento stabile ’, che è presente nel latino “civis” (‘colui che condivide uno spazio comune’) e quindi in “civitas”. Kei- è ben viva nelle lingue moderne: italiano “città”, francese “cité”, spagnolo “ciudad”, inglese “city”, tedesco “Heim” (‘domicilio’), “Heimat” (‘patria’), “heimlich” (‘intimo’), inglese ‘home’, ecc. Nonostante le modifiche di forma (e anche di significato) dovute al passare del tempo queste parole hanno una comune origine e sono quindi legate da parentela. Sicché quando diciamo “città”, “ciudad”, “city”, ecc., usiamo una parola che ha la rispettabile età di (almeno) cinque millenni. Dovremmo dunque cercare di non sprecarla…
    Qualcuno può osservare che, nelle lingue moderne, ci sono altre parole che significano ‘città’: “ville” in francese (vedi anche “village”, da cui “villaggio” in italiano); “town” in inglese; “Stadt” e “burg” in tedesco (vedi “bourg” in francese; “borgo” in italiano), ecc. Anche queste parole hanno “radici” antichissime (nell’ordine, WEIK-, DUNO-, STA-, BURG-) su cui potremo tornare in seguito. Per ora un’osservazione: tanta varietà di nomi rivela la complessità del concetto di “città” in rapporto ai diversi ambienti geografici, alle mutevoli circostanze storiche, ai vari tipi di organizzazione economica, sociale, religiosa. Diversa la città che offre insediamento stabile a un popolo di agricoltori e quella che serve da temporaneo rifugio a un popolo nomade, di cacciatori o di allevatori; diversa la città che sorge in pianura da quella che domina il territorio da un’altura; ancora diversa la città concepita come luogo d’incontro e di scambio (o mercato) e quella che recinta uno spazio sacro, da non violare… Ancora una volta: la storia delle parole appare strettamente intrecciata alla storia degli uomini.
    (Da La Nazione, 29/7/2005).
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    Ammalorati e saltuari
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Nessuno conosce “tutte” le parole di una lingua. Apro “a caso” lo Zingarelli 2005 e scopro che, nelle facciate 746-7, ci sono tre parole che non conosco: “frosone” (“uccello passeriforme dei Fringillidi”); “frugnolo” (“Fiaccola a riverbero per abbagliare di notte gli uccelli e ucciderli”); “frummia” (un germanismo ormai scomparso: “Eccitazione, subbuglio, fermento”).
    Mi giunge nuovo anche l’aggettivo “ammalorato”, di cui un’amica mi segnala la presenza in cartelli dell’Anas che parlano di “banchine stradali ammalorate” (cioè “deteriorate”) nel Trevigiano. Altri esempi di “ammaloramento” sono disponibili nel sito Internet dell’Anas, nello spazio dedicato alle gare d’appalto: “Lavori di ripristino dei calcestruzzi “ammalorati” dei cavalcavia nn. 31.32 (…)” (Compartimento di Ancona); “Lavori di ripristino localizzato di parti di solette “ammalorate” (…)” (Compartimento di Bologna); “Lavori di demolizione ricostruzione giunti di dilatazione “ammalorati” dei viadotti (…)” (Compartimento di Bologna), ecc. Frequenza e fissità della parola dicono che “ammalorato” è oggi un termine “edilizio”; e tale lo considera il Gradit – il dizionario di Tullio De Mauro – datando al 1968 la presenza di questo termine, derivato da “malora”. Ma “ammalorato” esisteva già nel 1953 come parola dialettale, disponibile anche all’uso letterario nel significato di “afflitto” da un “malore”: “Quel tal signore “ammalorato” di vanità”, si legge in una novella di Riccardo Bacchelli (“Tutte le novelle” 1911-1951, Milano, 1953, vol. I, p. 248).
    E’ probabile che l’aggettivo appartenesse al gergo degli operai, prima di essere promosso a “termine” della manutenzione stradale. Certo è che “ammalorato” (richiamando tonicamente “ammalato” e “addolorato”) non scarica completamente l’immaginazione, come dovrebbe fare ogni termine che si rispetti: che “banchine stradali”, “calcestruzzi”, “solette”, “giunti di dilatazione”, ecc. siano “ammalorati” (e non “deteriorati” o “ridotti in cattive condizioni”) umanizza la “sofferenza” di questi manufatti, producendo un effetto quasi comico. Suona strano, nel testo tecnico-burocratico dell’Anas, anche l’impiego dell’aggettivo “saltuario”: “Ripristino di pavimentazione stradale in tratti “saltuari” della SS 442, tra i KM 55+500 (…) (Compartimento di Cagliari). “Saltuario” appartiene al livello medio-alto della lingua, nel significato di un evento “che si verifica senza continuità, senza ordine, irregolarmente” (“visite saltuarie”, “attacchi saltuari di panico”, “corrispondenza saltuaria”); “discontinui” sarebbe stato aggettivo più appropriato ai “tratti” della Statale 442 bisognosi di riparazione. Ma, rinunciando allo stile inamidato, si sarebbe potuto anche dire, semplicemente: “Ripristino di pavimentazione stradale in alcuni tratti della SS 442”.
    (Da La Nazione, 5/8/2005).
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    I quotidiani, che campo di battaglia
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Il compleanno ultracentenario del Resto del Carlino ci offre un ottimo spunto per riflettere sull’importante funzione che la scrittura giornalistica ha avuto nella nostra storia linguistica. Quando Il Resto del Carlino iniziò a uscire – era il 20 marzo 1885 – l’Unità politica italiana era stata realizzata da poco. L’Italia era finalmente una nazione, ma la lingua italiana non era ancora una lingua nazionale: parlata e scritta dai toscani, fuori Toscana era conosciuta da un numero ristretto di persone colte che la leggeva come lingua letteraria (da Dante a Manzoni) e la usava soprattutto per scrivere. Per parlare, gli abitanti delle varie regioni usavano le lingue locali, o dialettali. Sicché un giornale come Il Resto del Carlino, che aspirava a un pubblico ampio, doveva adottare un Italiano che non dispiacesse ai lettori più colti ma che fosse accessibile anche a quella maggioranza di persone che emergeva dall’esperienza dialettale. La soluzione era quella di un “italiano medio”, che il giornale poteva già captare qua e là, ma che doveva soprattutto ‘inventare’, scegliendo parole e forme sintattiche nel “grande ondeggiamento” (così lo chiamava Pirandello) della lingua post-unitaria. Possiamo dunque dire che il giornale, fra Otto e Novecento, è prezioso documento e, al tempo stesso, importante laboratorio di questo “italiano medio” in rapida formazione. “Io non vi racconto una fiaba” – avverte uno dei primi cronisti del Resto del Carlino – ma un fatto vero”. E per raccontare un fatto di cronaca – per esempio l’impresa di una “certa Marianna Rossi”, sessantenne, che vince una scommessa di venti lire battendo un trentenne nella corsa da San Luca al Meloncello – non si possono usare le “superliquefatte” parole “gabrieldannunziane”; e bisogna semplificare la sintassi: usare le costruzioni più brevi, più snelle (per esempio quelle nominali, che trasferiscono al nome le funzioni del verbo: Breve incontro dei due Capi di Stato”, invece di “I due Capi di Stato si sono brevemente incontrati”). E nel caso che la lingua giornalistica prelevi parole e forme sintattiche dalla lingua letteraria, queste – esposte quotidianamente all’attenzione dei lettori – si logorano e rapidamente ‘si bruciano’.Tullio De Mauro ha osservato per primo che – se Gozzano può ironizzare su parole ‘ingiallite’ (come augello, core, fedel “cessa, crudel”, ecc.) – è perché nel frattempo si sono affermati i loro doppioni quotidiani: uccello, cuore, fedele, “smetti, crudele”, ecc. Il giornale, insomma, funziona come “semenzaio” di parole usuali, espressive (spesso emergenti dai dialetti), tecniche, straniere (prima francesi, poi inglesi), ecc.; ed è nelle pagine del ‘quotidiano’ che le parole elevate, letterarie, combattono (e spesso perdono) la battaglia per la sopravvivenza in una lingua che si avvia a diventare nazionale, finalmente parlata e scritta da tutti gli italiani.
    (Da La Nazione, 12/8/2005).
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    Un odontojatra senza “tanaglie”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Heinrich Weinrich diceva che “la storia del giornalismo non è la storia dei giornalisti, ma la storia del lettore”. In realtà, se si scorrono i giornali del periodo post-unitario, fra Otto e Novecento, si ha l’impressione che i destinatari del giornale siano anche i suoi protagonisti.
    Essi sono naturalmente presenti nella cronaca cittadina e mondana, nella cronaca nera e infortunistica, negli annunci anagrafici, nelle segnalazioni di ‘smarrimento’, ecc. Nel “Resto del Carlino” i loro problemi essenziali (l’acquedotto municipale, la guardia medica notturna, ecc.) trovano posto in prima pagina, con la rubrica “Interessi cittadini”; e le loro voci risuonano nella fortunata rubrica “Reclamo del giorno”, rivelatrice della vita e dei crucci dei bolognesi di fine secolo: l’alto costo del “gaz”, la mancanza di lampioni fra le porte Galliera e Mascarella, le proteste per le indecenti immersioni di “certi individui” nella fontana del Nettuno… I lettori intervengono anche con “inserzioni” che promuovono la loro attività, documentando – assieme alla loro intraprendenza – le incertezze dell’Italiano post-unitario. Scegliamo, fra le tante, l’inserzione di un “Odontoiatra”, il dottor M Sini: “NON più tanaglie. Il dottor M. Sini è in grado d’affermare maggiormente a chi fosse proclive farsi svellere denti guasti, essere questa una massima sbagliata, giacché il mal di denti, sia prodotto da carie o da altra causa, è curabile e guaribile al pari di tutte le malattie, purché si consulti o si faccia visitare a tempo a esso Dottore, il quale si dedicò esclusivamente allo studio dell’Odontojatria (conservazione dei denti) che al certo senza tali organi non si ottiene la perfetta masticazione del cibo. Galeno disse: “prima digestio fit in ore” (la prima digestione si fa in bocca). Seguendo questo igienico consiglio si evita di ridursi quando si è alla media età, portare la dentatura finta o parte di essa come si osserva anche in persone molto giovani”. (“Il Resto del Carlino”, 31/ 3/1887).
    E’ evidente che il dottor Sini aspira a una certa elevazione stilistica: vedi l’uso di parole “alte” (proclive, svellere, ecc.), di stilemi e costruzioni letterarie (“a esso Dottore”; “igienico consiglio”, con aggettivo anteposto al nome; “essere questa una massima sbagliata”, costruzione latineggiante, con verbo all’infinito, ecc.). Vedi anche la citazione di Galeno e il termine colto “Odontojatria”, subito tradotti per “clienti” digiuni di latino e greco. Ma il risultato è compromesso da varie incertezze sintattiche e lessicali, che consentono di misurare la distanza fra questo Italiano del 1887 e quello che parliamo e scriviamo oggi, agli inizi del Duemila.
    (Da La Nazione, 19/8/2005).
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    La lingua “più spigliata di tutte”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    I primi cronisti del “Resto del Carlino” dialogano spesso con il “lettore”: artificio letterario ben noto (si pensi al Manzoni che spesso si rivolge ai lettori dei “Promessi Sposi”; o a Collodi che inizia “Pinocchio” parlando con i bambini che leggeranno il libro) che però, in questo caso, produce una caratterizzazione espressiva, quasi “parlata” della scrittura: “La sorpresa di ieri fu… “Il lettore”: La neve! Bravo! precisamente la neve. E, vede, dalla franchezza con la quale ha colto al volo il mio pensiero, si capisce subito che lei, signor lettore, ha l’abitudine di interpretare gli indovinelli e le sciarade della nostra quarta pagina… Un punto di lode e riprendo. Dunque, la bianca pellegrina del cielo… “Il lettore”. Per carità non continui! Pare un capocronaca della Gazzetta” (25/3/1885).
    E’ dunque consapevole, nei cronisti della prima ora, il rifiuto di quel livello alto, letterario, che offrirebbe modelli sicuri alla scrittura, rendendola omogenea, ma anche ricercata e retorica (vedi la scontata metafora della neve come “bianca pellegrina del cielo”, attribuita alla “Gazzetta”, giornale della concorrenza). L’aspirazione a una lingua colloquiale, informale, è presente fin dal primo numero del giornale, che vuole informare “nella forma meno pretenziosa e ciarlatana e più spigliata che sarà possibile”. Gli scopi sono dunque quello documentario, “informativo”: far “conoscere i fatti e le notizie senza fronzoli rettorici, senza inutili e diluite divagazioni” e quello “pedagogico”: “suscitare interesse e diletto” per “invogliare alla lettura (…) quella parte del popolo che legge poco e legge male” (20-III-1885).
    Rientra negli interessi linguistici e pedagogici del giornale una “crociata” vera e propria “contro tutti i manifesti, gli avvisi, le scritte o sgrammaticate o insensate, o ridicole” leggibili in Bologna (24/9/1885). Ecco la “circolare” inviata dalla “proprietaria di un negozio di busti in via Guerrazzi” alla sua “numerosa clientela”, spietatamente riprodotta dal cronista di turno: “Avvisa ogni qual volta la S.V. avrà bisogno, di non far torto, avendola altre volte servita, e spera aver l’onore di proseguire. Essendo questa un arte molto invidiata credo ben avvisare la mia numerosa clientela a voler favorire a non sbaliare negozio avendo prezzi illimitati da non temere la concorrenza” (10/11/1885). Un interessante documento di come fosse arduo per il popolo italiano – centoventi anni fa e fuori Toscana – scrivere in “lingua”.
    Il fatto è che la lingua italiana di fine Ottocento sapeva parlare “dal pulpito e dalla cattedra” (come è già stato osservato), ma aveva difficoltà a entrare nelle case dei cittadini: nel “salotto buono”, ma anche nelle “cucine”, dove la introdurrà per primo, nel 1891, Pellegrino Artusi, autore del fortunatissimo trattato “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” (trentuno edizioni dal 1891 al 1928 e un centinaio di ristampe nel corso del secolo).
    (Da La Nazione, 2/9/2005).
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    Un rimedio infallibile: “Pillole Pink per persone pallide”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Il primo annuncio pubblicitario apparve sul secondo numero del “Resto del Carlino” (1885): era il “premiato stabilimento di Enrico Ambrosi in via Rizzoli” che offriva “calzoni confezionati (…) all’incredibile prezzo di sole lire 6.50”, subito imitato da altri che vantavano la loro attività o gli ultimi ritrovati della tecnica: la “macchinetta per tagliar e spuntar zigari” (6/4/1885) o la “sorbettiera Monte Bianco” (22/5/1885), proposta dall’Emporio G. Marzocchi, con precisa descrizione dei “tre ingranaggi” grazie ai quali “la crema” veniva “agitata con vece continua” (vedi C. Ferraresi in “Il resto del Carlino in un secolo di storia”, Patron 1985).” Molti anche i “rimedi sovrani” contro “malattie di petto”, “mal venereo”, ecc. e i prodotti con “effetti infallibili”. Il sapone Sapol assicurava successi amorosi alle zitelle (cioè “giovinette”) che ne facevano uso: “Zitelle, sappiate che il segreto per attirare l’attenzione dei giovinotti consiste principalmente nella bellezza della cute delle mani e del viso” (1889). Grande dunque la distanza fra questa “réclame” esposta a rapide smentite (perché incentrata sul prodotto) e la pubblicità moderna, che usa come esca effetti difficilmente controllabili: fascino, gioventù, bellezza, successo, potere, ecc. Ma presto cominciano a comparire “réclames” a diffusione nazionale (per Campari, Bertelli, ecc.), meno ingenue perché prodotte da agenzie specializzate. Da annunci che “informano” verbalmente si passa ad annunci che “persuadono” associando l’immagine alla parola: il “Sapol” Bertelli si affida ora (1990) all’immagine liberty di una signora elegante, che mostra un grembiulino su cui “Sapol” è contornato dal profilo di una cometa, e accompagnato da tre aggettivi (“ritmo ternario” o “tricolon”): “Pillole Pink” daranno salute, felicità e bellezza a quelle “giovanette” a cui “una madre molto accorta” abbia somministrato il prodotto a partire dall’adolescenza; ma il messaggio verbale è sostenuto da tre piccole immagini che illustrano tappe fondamentali della vicenda femminile, nel primo Novecento: una giovinetta “sana”, che gioca a golf; la stessa che scende “felice” le scale della chiesa, al braccio dell’uomo che l’ ha appena sposata (“benché senza “fortuna’”!); infine la “mammina” che abbraccia la figlioletta, sicura candidata al consumo delle “Pillole Pink per persone pallide”: uno “slogan” vero e proprio, questo, che non informa ma persuade con la suggestiva ripetizione del ‘suono’/p/ (“allitterazione”)…
    (Da La Nazione, 9/9/2005).
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    Artusi, un banchiere in cucina
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Parlando dell’Italiano di fine Ottocento, abbiamo accennato a Pellegrino Artusi, autore del trattato “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” (Firenze, 1891). Il personaggio merita un approfondimento: nato in Romagna nel 1820, si trasferì in Toscana nel 1852 e si stabilì a Firenze (dove morì nel 1911) facendo con successo il banchiere. Ciò non gli impedì di coltivare interessi letterari e di raccogliere materiali per il trattato che lo avrebbe reso famoso. Afferma Piero Camporesi – nell’ “Introduzione” all’edizione Einaudi del trattato (1970) – che la “Scienza in cucina” ha svolto “in modo discreto, sotterraneo, impalpabile, il civilissimo compito di unire e amalgamare” – prima nei gusti e poi nella coscienza popolare – “l’eterogenea accozzaglia delle genti che solo formalmente si dichiaravano italiane”; essa dunque “ha fatto per l’unificazione nazionale più di quanto non siano riusciti a fare i “Promessi sposi” ”.
    E’ indubbio che il Manzoni, l’Artusi e – aggiungiamo subito – il Collodi di “Pinocchio” e il De Amicis di “Cuore” fornirono modelli di scrittura capaci di superare diversità regionali che erano anche barriere culturali e linguistiche. Si può inoltre osservare che gli ultimi tre scrittori parlano a pubblici molto ampi e culturalmente più “vergini” di quello manzoniano: l’Artusi si rivolge alle signore borghesi “di gusto delicato e fine”; Collodi e De Amicis scrivono per bambini e ragazzi, esercitando un’influenza linguistica particolarmente incisiva, perché precoce.
    Per quanto riguarda le scelte alimentari, l’Artusi predilige la cucina toscana, ma cerca mediazione e conciliazioni con altre cucine regionali; molto più risoluto è invece il suo atteggiamento nei confronti della lingua: egli sceglie la lingua toscana, in particolare fiorentina, come quella che affianca una tradizione “parlata” ricca e vitale alla tradizione “scritta”, (patrimonio culturale di tutti gli italiani). La “bella e armoniosa lingua paesana” è per lui “il volgare toscano”, che può sostituire la “babele” dialettale e reagire alle lingue straniere: “al gergo francioso”, dominante in Italia da più di due secoli (“aspic”, biscuit”, “brioche”, “gâteau”, “omelette”, “potage”, “quenelles”, “rouladines”, “soufflé”, “savarin”, “tarlette”, “vol-au-vent”, ecc.), ma anche alle “tedescherie” (“Strudel”, “Presnitz”, “Sauer-Kraut”, “Chifels”, ecc.) e agli anglismi che cominciano ad affluire (“roast-beef”, “plum-cake”, “plum-pudding”, ecc.). Non sempre l’Artusi è riuscito nell’impresa: propone “sgonfiotto” invece del francese “soufflé” (ricetta n. 682), ma “soufflé è rimasto nella nostra lingua; l’Artusi stesso non doveva essere entusiasta del “paesano” “sgonfiotto”, visto che nel trattato usa anche “soufflé (ricette 703-707: “ “Soufflé” di cioccolata”, “ “Soufflé” di Luisetta”, ecc.). Ma è indubbiamente merito del nostro “banchiere” se l’Italiano è entrato nelle cucine dell’Italia Unita.
    (Da La Nazione, 7/10/2005).
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    Bolge e bolgette, fra Dante e il portalettere
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Luogo è in inferno detto “Malebolge”,/…” (Inf., XVIII, 1-2): così Dante comincia a descrivere l’ottavo cerchio dell’ “Inferno”, formato da dieci fosse concentriche, contenenti diverse categorie di frodatori. Dante chiama “Male bolge” quelle “fosse”, usando in senso figurato la parola che, nel Trecento, significava “borsa”, “valigia”, “sacco”. “Bolgia” compare più volte in Dante; un solo esempio: “Di tante fiamme tutta risplendea / l’ottava “bolgia”, sì com’io m’accorsi/…” (Inf., XXVI, 31 – 32).
    La parola “bolgia” arriva in Italia dalla Francia (antico francese “bolge”, “bouge” “valigia”, “sacco”, che – a sua volta – viene dal latino tardo “bulga”, di origine gallica). Dopo Dante, “bolgia” conserverà a lungo (almeno fino al Settecento) il significato proprio, presente anche nell’espressione “trovarsi con le bolge vuote”, “non aver il becco di un quattrino”. Ma la fortuna della Divina Commedia” fa sì che sul significato proprio prevalga – e perduri fino a oggi – il significato dantesco di “bolgia”: “ciascuna delle fasce circolari e concentriche che racchiudono diavoli e dannati dell’ottavo cerchio”. Da questo significato se ne è presto sviluppato un altro, oggi prevalente: “luogo dove si sta male perché pieno di confusione, rumori, grida, affollamento di persone, ecc.”: “Tenevamo il nostro raduno nel cortile e sotto l’androne di un certo stallaggio che, le sere di partenza, era una “bolgia” di lanterne e di voci irose come staffilate” (C. Pavese, “Feria d’agosto”, 1946). “Che bolgia!” è oggi espressione corrente, anche sulla bocca di chi non riconosce in essa l’impronta di Dante. Nel significato proprio di “borsa”, “valigia”, “bolgia” è parola morta, in italiano. Sopravvive invece “bolgetta”, che il “Grande Dizionario della lingua italiana” (UTET), definisce “Borsa di pelle (munita di serratura: per portare la posta o carte importanti)”, ma giudica “disusata” perché la documentazione letteraria della parola si arresta a Emilio Cecchi (”America amara”, 1940). “Bolgetta” invece è ancora viva, oggi, nella tradizione orale e nei documenti (circolari, distinte, ecc.) delle Poste italiane, per indicare non solo la borsa del portalettere, ma contenitori di pelle o altro materiale, usati per la rete di distribuzione (automobilistica, ferroviaria, aerea, ecc.). Me lo confermano una gentile impiegata dell’Ufficio postale di San Marcello Pistoiese, un incaricato della distribuzione a vari uffici della stessa zona toscana, un funzionario delle Poste di Lanciano, un impiegato del personale viaggiante su tratte ferroviarie non toscane. Insomma “bolgetta”, irrigidita (e protetta) dalla funzione terminologica, è arrivata indenne fino a noi, vivendo e trasmettendosi in ambienti (pare che sia presente anche nel linguaggio della vita militare, nelle caserme) che l’ hanno immunizzata dall’influenza dantesca…
    (Da La Nazione, 4/11/2005).
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    Solo cinque “parolacce” all’ora
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Pare che in alcune scuole superiori inglesi – per es. nella Weawers School di Wellingborough, nel Northamptonshire – gli insegnanti abbiano deciso di reagire al crescente turpiloquio degli studenti concedendo a ciascuno di essi cinque (e non più di cinque) parolacce per ogni ora di lezione. Per chi superi quel limite di inquinamento verbale scattano le punizioni previste: rinvii al capo d’istituto, note informative alla famiglia, sospensioni, riduzione del voto di condotta, ecc. La decisione viene così motivata dal corpo insegnante: dovendo contare le parole proibite, gli studenti riacquisteranno il controllo di scelte che sono ormai diventate automatiche, irriflesse. Parole ed espressioni, che oggi escono dalle bocche dei giovani come puri riempitivi o intercalari, dovrebbero recuperare quei significati (di organi genitali, di residui solidi della digestione, di invito a comportamenti sessuali non ortodossi, ecc.) che l’altissima frequenza d’impiego ha quasi cancellato.
    Sembra che i genitori inglesi non abbiano apprezzato la decisione degli insegnanti. Con ragione: il successo dell’iniziativa è tutt’altro che sicuro, per quanto riguarda gli studenti, mentre è certo che gli insegnanti perderebbero tempo e dignità nel conteggio delle parolacce, che – immagino – dovrebbero essere annotate su apposito registro…
    Penso che la scuola deva fornire regole di comportamento senza scendere a simili compromessi. Importante è invece spiegare a che cosa servono quelle regole, motivandole. Da un punto di vista strettamente linguistico le “parolacce” sono “parole” come tutte le altre: tutte sono formate da elementi (“suoni” nella lingua orale; “lettere” nella lingua scritta) che realizzano un certo significato. E’ dal punto di vista socio-linguistico che una parola può risultare spiacevole ed essere censurata, diventando parola-tabù, cioè parolaccia. Facciamo qualche esempio: in una società convivono più generazioni e ogni generazione ha le sue abitudini linguistiche, la sua sensibilità, le sue parole-tabù; agli inizi del Novecento “piedi” era parola sconveniente, da sostituire con “estremità”, nella civile conversazione; oggi questa parola è riabilitata. Chi ha vissuto da giovane gli anni della contestazione, dal 1968 in poi, usa e trasmette (o almeno tollera) parole che le generazioni precedenti rifiutano. Dunque, ai ragazzi di oggi bisognerebbe prima di tutto spiegare che l’educazione linguistica è fatta anche di rispetto per gli interlocutori, e che quindi vanno evitate parole ed espressioni che possano urtare la loro sensibilità o provocare loro reazioni negative.
    (Da La Nazione, 11/11/2005).
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    Storia di ciarlatani
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Le parole di una lingua sono immagazzinate nella memoria degli uomini che parlano quella lingua. E può succedere che due parole del tutto diverse s’incontrino, all’interno dei nostri circuiti mentali, e s’incrocino, dando vita a una terza parola.
    Facciamo un esempio: la parola “ciarlatano”, che oggi significa genericamente “imbroglione”, è frutto di un incrocio fra le parole “cerretano” e “ciarlare”.
    Si chiamavano “cerretani”, dalla città umbra di “Cerreto” (nota nel Medioevo per il grande numero di medici e speziali che da essa provenivano), quei “guaritori” ambulanti che, nei mercati e nelle fiere di paese, “cavavano i denti” a suon di musica, per coprire le urla dei malcapitati, e vendevano rimedi miracolosi per ogni difetto fisico o malattia. Di questa derivazione parla già Ludovico Antonio Muratori, nel Settecento: “Il nome di “cerretani”… ebbe origine da Cerreto, terra del Ducato di Spoleti…” (“Dissertazioni sopra le antichità italiche”).
    Con il passare del tempo, i parlanti dimenticarono la derivazione di “cerretano” da “Cerreto” e interpretarono la parte iniziale della parola collegandola falsamente al verbo “ciarlare”, “chiacchierare”: un’ipotesi sbagliata (un’ “etimologia popolare”, la chiamano i linguisti) ma comprensibile, visto che questi medici ambulanti avevano una gran parlantina per vantare se stessi e i loro rimedi. Già nel Cinquecento, Piero Aretino sottolineava la loquacità e la cialtroneria del “cerretano”: “Un cerretano poltrone gli diede ad intendere, che aveva una tinta da barbe e da capegli sì nera e sì morata che i diavoli son bianchi a comparazione” (“Ragionamenti”).
    La forma “ciarlatano” si afferma nel Seicento, il secolo della rivoluzione scientifica e della rinascita della medicina. Non è un caso che sia proprio un grande medico post-galileiano, Francesco Redi, a bollare gli imbrogli dei ciarlatani in un suo “Consulto” medico. Consiglia, il Redi, a un suo paziente: “Molto più dee astenersi da que’ medicamenti che con encomi di miracoli, e con nomi di segreti reconditi sogliono essere proposti giornalmente e celebrati da’ ciarlatani e dal volgo ignorante”.
    Diventato sinonimo di “imbroglione”, “impostore”, “ciarlatano” ha allargato il suo significato ad abbracciare – oltre i medici – chiunque sfrutti con abili chiacchiere la credulità della gente, per procurarsi vantaggi e guadagni.
    (Da La Nazione, 18/11/2005).
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    Con licenza di saccheggio
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Scrivendo la storia di “ciarlatano” (QN, 18/XI/2005, p. 31) mi sono accorta che la lingua italiana è molto ricca di nomi ingiuriosi: “farabutto”, “filibustiere”, “furfante”, “impostore”, “malandrino”, “manigoldo”, “mascalzone”, “ribaldo”, ecc. Questa ricchezza diventa ancora più evidente se paragonata con la scarsità di nomi che definiscono l’uomo onesto: il “galantuomo”, il “gentiluomo”, ecc.
    Questa diversa distribuzione del lessico può avere una giustificazione psicologica: siamo più interessati alle tipologie del “malvagio” perché è da quello che dobbiamo difenderci. Più convincente è la motivazione storica: nella storia della nostra penisola i rapporti conflittuali (guerre, invasioni, devastazioni, saccheggi, ecc.) prevalgono su quelli della convivenza pacifica; con il passare dei secoli si sono dunque accumulate nel nostro vocabolario parole che definiscono comportamenti ostili: fra diverse classi sociali di abitanti, ma soprattutto fra “barbari” di passaggio e residenti. Non è un caso che molte parole ingiuriose abbiano origine straniera: “farabutto” viene dal tedesco “Freibeuter” (olandese “vrijbuiter”), che significa “libero (“frei”) saccheggiatore (“beuter”)”. Alla stessa origine risale “filibustiere”, che però arriva in Italia attraverso la Spagna e lo spagnolo “filibustero”, “libero cacciatore di bottino”, “corsaro”. “Malandrino” è composto dall’aggettivo “malo” “cattivo” e dal nome “mandrino”, “vagabondo”, che deriva dal verbo tedesco “landern” “vagabondare”. “Manigoldo” risale a un nome proprio germanico “Manigold” (che non doveva appartenere a uno stinco di santo). “Ribaldo” viene dall’antico francese e dal provenzale “ribaud” (a sua volta risalente al germanico “hriba”, “donna di malaffare”) che nel Medioevo definiva un avventuriero al seguito di eserciti regolari per partecipare a saccheggi e rapine, ecc.
    Non meraviglia il peggioramento di significato che caratterizza le parole italiane nei confronti delle corrispondenti parole straniere: per gli abitanti della nostra penisola, che subivano le violenze degli invasori, un “uomo con licenza di saccheggio” poteva facilmente degradarsi e generalizzarsi in “farabutto” o in “malandrino”…
    Ancora una volta possiamo concludere dicendo che la storia degli uomini è profondamente incisa nella storia della loro lingua.
    (Da La Nazione, 25/11/2005).

  • Eccola, la notte veneziana…
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Leggo, anzi rileggo, un bel libro di Paolo Barbaro: “Venezia, La città ritrovata” (Marsilio, 1998). E mi fermo a pagina 28: “…eccola, la notte veneziana, inizio d’inverno. A bruciapelo, dopo tante sere immobili, tiepide. Fredda, buia, rari fanali sull’acqua, accesi a caso dal vento. Tra le luci nascoste nelle calli, qualche riverbero sulle facciate, un pallore sui campanili. Il bianco di San Giorgio in Isola, il grigio-livido di San Moisè, la solitudine di San Nicolò dei Mendicoli”.
    Nemmeno un “verbo”, in questo brano. Si poteva dire: ‘ “E’ arrivata”, la notte veneziana…’; un avverbio che – servendo per annunciare, indicare, presentare qualcosa o qualcuno – consente il risparmio del verbo. Si poteva dire: ‘la notte veneziana “che inizia” (“apre”; “inaugura”, ecc.) l’inverno…’; ma Barbaro preferisce concentrare la frase in un nome: “ ‘inizio’ d’inverno…”.
    Tocca al lettore integrare ciò che è taciuto o sottinteso: “(“La notte è giunta”) A bruciapelo…”; “(E’una notte”) Fredda, buia…”; “(“Ci sono”) rari fanali sull’acqua…”; e così via.
    Qualcuno potrebbe osservare che i “fanali…”accesi” dal vento” e le “luci “nascoste” nelle calli” contengono forme dei verbi “accendere” e “nascondere”, Ma si tratta di “participi passati”, che – come dice la parola stessa – “partecipano” del verbo e del nome: cioè esprimono un’idea verbale in una morfologia nominale (due forme per il singolare/plurale: “acces-o/acces-i”; e due per il maschile/femminile: “acces-o/acces-a”). Possono quindi “accordarsi” – come se fossero aggettivi – ai nomi a cui sono attribuiti: ed ecco i “fanal(i)” acces(i)”, le “luc(i) nascost(e)”…E così la descrizione guadagna in sintesi, evidenza, leggerezza, rapidità, ritmo: caratteristiche che rispondono alle esigenze di una lingua moderna che vuole conciliare l’economia con l’efficacia. Ed è forte economia quella che risparmia in verbi; basti pensare alla ricchezza e complessità della congiunzione verbale (per segnalare i modi, i tempi, le persone, il numero, il genere, la costruzione attiva/passiva, ecc.) e paragonarla con la povertà e semplicità di forme del nome e dell’aggettivo, o con l’invariabilità di altre parole, quali l’avverbio.
    Si parla di “Stile nominale”, per questo tipo di sintassi che delega al nome la funzione del verbo: uno stile presente anche nel passato della nostra lingua, ma che possiamo considerare “moderno” per la frequenza e l’ampiezza del suo uso, dal Novecento in poi. Quando leggiamo titoli come “ ‘Incontro al vertice ’ fra Putin e Blair” (invece di ‘Putin e Blair “si sono incontrati”’) o “ ‘Lotta aperta ’ per la successione di Arafat” (invece di ‘Gli eredi di Arafat “lottano apertamente” per la successione ’), è la scrittura “giornalistica” che si serve di questo stile, sintetico e incisivo.
    (Da La Nazione, 27/11/2004).
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    Due lingue per ogni bambino
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    La scuola italiana ha troppo a lungo sottovalutato la capacità di apprendimento linguistico dei bambini; capacità che è massima, nei primi anni di vita, per poi decrescere gradualmente. Vediamo infatti che i bambini nati in famiglie bilingui imparano contemporaneamente tutte e due le lingue. Anche il “bilinguismo” lingua /dialetto sarebbe stato (e sarebbe) utile, se spesso non fosse stato (e continuasse a essere), un “bilinguismo zoppo”, nel senso che i parlanti usano le due lingue con diversa abilità, o attribuiscono ad esse diversa dignità. Se due lingue vengono usate alla pari, i bambini le imparano tutte e due, senza fatica, per graduale “assorbimento” dell’ambiente, non per “grammatica”. Al massimo ci potrà essere un modesto allungamento della fase di apprendimento, o qualche interferenza iniziale: piccoli inconvenienti, se paragonati al vantaggio – sociale e mentale – di possedere due lingue native, invece di una. Inoltre, un iniziale bilinguismo, allena la mente ad accettare altri sistemi di comunicazione, e quindi predispone all’apprendimento di una lingua terza, di una lingua quarta, ecc.
    Gli asili e le scuole materne della futura Comunità Linguistica Europea (cominciamo ad usarla, questa sigla: CLE) dovrebbero dunque essere, per i bambini europei, “incubatrici” bilingui.
    Alcuni anni fa ho incontrato i professori che insegnano “Lingua italiana” nelle varie “Scuole Europee”. Eravamo ospiti della bella “Scuola Europea” di Bruxelles, e così ho avuto occasione di assistere al dialogo degli studenti: dei bambini piccoli, durante la ricreazione; dei liceali durante un allenamento di pallacanestro. Era un dialogo che utilizzava più lingue, nel senso che ognuno usava la sua, ricorrendo a un’altra (soprattutto al francese e all’inglese) solo nei casi di incomprensione. Mi trovavo di fronte a un bellissimo esempio di “competenza passiva” (come la chiamano i linguisti): quella che permette di ricevere una lingua (parlata o scritta da altri), ma non ancora di produrla (parlando e scrivendo). E’ chiaro che la “competenza passiva” è più rapidamente e facilmente raggiungibile di quella “attiva”: e che può essere una tappa importante sulla strada che porterà a quel diffuso bilinguismo (e poi plurilinguismo) che sarebbe la soluzione migliore per la futura CLE. Le lingue nazionali continuerebbero così a servire per la comunicazione creativo-letteraria, familiare-espressiva, ecc., in cui “si distilla l’essenza più peculiare e segreta della lingua, intraducibile per eccellenza”
    (I.Calvino, “Una pietra sopra”, Torino, Einaudi, p.10). Il che non impedirebbe il ricorso a “una sorta di interlingua mondiale” (è ancora Calvino), su base inglese, per forme di comunicazione (scientifica, tecnica, politica, sociale, ecc.) più interessate ai contenuti che alla forma.
    Non è un sogno; dovrebbe essere lo scopo di una seria politica – culturale e scolastica – comunitaria.
    (Da La Nazione, 3/12/2004).
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    Nella valigia di Alice
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie (1865) e “Attraverso lo specchio” (1871) sono libri per bambini; ma meritano la rilettura degli adulti, tanti sono i significati che Lewis Carrol nasconde sotto l’apparente assurdità (ingl.”nonsense”) dei dialoghi fra Alice e i personaggi da lei incontrati. Uno di questi è Humpty Dumpty, l’uomo-uovo che “comanda” su tutte le parole; eccolo (in traduzione italiana), mentre spiega ad Alice una poesia:
    -“Era brillosto, e i tospi agìluti /facean girelli nella civa./Tutti i paprussi erano mélacri /ed il trugon striniva. Basta così, per cominciare…Qui ci sono già parecchie parole difficili. “Brillosto” vuol dire “le quattro del pomeriggio”…l’ora in cui si arrostiscono le cose per la cena”.
    -“Ho capito” –disse Alice- “e agìluti?”
    -“Be’, agìluto vuol dire “agile” e “lutulento”, cioè fangoso, vischioso. E’ un po’ come una valigia, capisci…ci sono due significati in una parola sola”. (L.Carrol, “Attraverso lo specchio”). La spiegazione continua: per esempio “mélacri” è un’altra “parola-valigia”, formata da “mela”(nconici)+(ala) “cri”…
    Sembra un gioco; ma gli uomini che per primi hanno usato segnali linguistici (invece di gesti o grida) devono aver giocato allo stesso, importantissimo, gioco: qualcuno deve aver inventato un “nome” (cioè deve aver associato un “significato” a un insieme di “suoni” articolati dalla voce) e deve averlo proposto ai membri del suo gruppo, ottenendone il consenso. Anche nelle Sacre Scritture, all’inizio del primo libro (“Genesi”), Dio –dopo aver creato tutte le cose- affida all’uomo, Adamo, il compito di dare loro, liberamente, un “nome”. I discendenti di Adamo non saranno altrettanto liberi, perché dovranno “imparare” le parole ereditate da chi li ha preceduti. Però potranno sempre (potremo sempre!) fare come Humpty Dumpty: inventare parole nuove, spiegandone il significato agli altri e riuscendo a farle entrare nel Vocabolario. Per esempio, nel corso del Novecento, gli italiani hanno inventato molte parole-valigia: “cantautore”, da “cant”(ante)+ “autore”; “elettrauto”, da “elettr”(ico)+ “auto”(mobile); “militesente” da “milit”(are)+ “esente”; “esentasse”, da “esen”(te)+ “tasse”; “Polfer”, da “Pol”(izia)+ “fer”(rovia); e così via.
    Gli storici della lingua chiamano queste parole “parole-macedonia”, perché formate da pezzi di altre parole; Bruno Migliorini parlava anche di “tamponamenti” lessicali, pensando alle deformazioni e mutilazioni prodotte dallo “scontro” di parole.
    Lewis Carrol vuole soprattutto far divertire i suoi piccoli lettori, ma anche avviarli a riflettere su un fenomeno che –aprendo spazi all’invenzione linguistica- può stimolare la loro creatività.
    (Da La Nazione, 10/12/2004).
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    Pubblicità muta
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Pare (lo dicono gli esperti) che telespettatori e lettori abbiano completamente superato la diffidenza per la pubblicità. Qualche decennio fa vedevano nei messaggi pubblicitari solo un’istigazione al consumo; oggi li seguono con “favore crescente” (ingl. “goodwill”), “soprattutto se d’autore, emozionanti e pieni di sogni”. In una televisione sempre più invasa dalla “realtà”, la pubblicità offre dunque quell’ “intrattenimento da sogno” che è rifugio per l’immaginazione offesa da trasmissioni di basso costo e di ancor più basso livello. Né badano a spese, le grandi agenzie: affidano le loro campagne a registri come Tornatore, Muccino, Spike Lee; ad attori come Nicole Kidman, Gwineth Paltrow, John Travolta; a musicisti come Ennio Morricone…
    Lontanissima ormai, la pubblicità ingenua degli inizi: quella che offriva a uomini e a donne il prodotto reale, dicendo “verità” (subito smentite dai fatti): “UNA VERITA’. Nulla havvi di più spiacente per una signora che l’avere il viso giallo e crespato, le mani rosse e rugose. Per raddolcire e render bianca l’epidermide basta adoperare la Crème Simon.” (“Il Resto del Carlino”, n.119, 1887). “Imberbi??? L’uomo senza Baffi non è un essere completo. I Baffi sono il distintivo del sesso forte e della bellezza virile. La meravigliosa POMATA VIGOR rimedia a questa imperfezione.” (“Il Resto del Carlino”, n.198, 1906).
    Ma comincia a essere in crisi anche la pubblicità smaliziata: quella che – decentrando il prodotto – usa come “esca” gioventù, fascino, potere armonia familiare, ecc.: tutti i miracoli, insomma, che il prodotto può (potrebbe, prima o poi) operare… Nessuno promette che – per diventare “L’uomo che non deve chiedere mai” – basterà indossare una camicia come la sua. Ma quella camicia è possibile averla: chissà che non “operi” la trasformazione… Sembra che oggi– nel trionfo di immagini, colori e suoni potenziati dagli effetti speciali – sia lo “slogan” a perdere importanza o addirittura a scomparire. Quando c’è, si affida alla suggestione sonora delle parole, più che al loro significato; ed ecco la ripetizione di suoni (“allitterazione”) che insiste sul marchio del profumo: “J’adore Dior”; “Armani. Armanimania”, “Chance di Chanel”… Ma spesso lo “slogan” è assente: nel “silenzio” che la circonda, la scarpa sportiva Puma (color pervinca, o tabacco biondo, occupa il centro dello schermo e dell’attenzione. Arriva una formica (animata elettronicamente), ispeziona la scarpa e scompare per tornare, subito dopo, con una schiera di compagne che si infilano sotto la scarpa, la sollevano e se la portano via. Una variante dello “spot” usa le farfalle – bellissime, anch’esse di color pervinca – che sollevano la scarpa e la rapiscono in volo. L’interpretazione è lasciata allo spettatore: straordinaria “leggerezza” della scarpa. Ma le formiche, “previdenti” e “parsimoniose”, testimoniano anche della validità e convenienza del prodotto; e le farfalle, sempre sedotte da colori e profumi, testimoniano delle sue attrattive. E’ una soluzione efficace; ma potrà attecchire?
    (Da La Nazione, 17/12/2004).
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    Un biglietto “salvacoda”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “I signori pazienti sono invitati a prendere il biglietto salvacoda”: così si legge su un cartello, nella Clinica oculistica del Sant’Orsola, a Bologna. Conosco “salvagente”, “salvavita”, “salvagocce”, “salvatacchi”, “salvapunte”,
    “salvatelecomando”, ma è la prima volta che mi imbatto in “salvacoda” e trovare una parola nuova – per uno storico della lingua – è un po’ come – per un pescatore – veder abboccare una trota.
    Un primo controllo sullo “Zingarelli 2005” – vocabolario molto sollecito nel registrare “neologismi” – allunga la mia collezione di composti a primo elemento “salva”-: “salva-gonna”, “salvamotore”, “salva-muro”, “salvaschermo”, “salva-slip”… Passo allora al dizionario di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, “Neologismi quotidiani” (Olschki, 2003), che registra “per completezza di documentazione” anche neologismi occasionali, a cavallo del Duemila: “formazioni il più delle volte legate a episodi che colpiscono l’immaginazione collettiva, grazie anche alla fantasia del giornalista che le crea o le diffonde e che incontrano un favore e un successo immediati, spesso destinati, però, a rivelarsi effimeri”. I composti a primo elemento “salva”- pullulano “a cavallo del millennio”, forse perché – aumentando i pericoli e le insidie in tutti i settori – ci sono sempre più cose (e persone) da “salvare” (con o senza “trattino d’unione”): “salvabanche”, “salvabilanci”, “salva-calcio”, “salva carrette”, “salva-caviglie”, “salva-com-pagnie” (d’assicurazione), “salvadeficit”, “salva-famiglie”, “salva-ictus”, “salvainnocenti”, “salva-Italia”, “salvaladri”, “salvalavoro”, “salvallenatori”, “salva-pensioni”, “salva processi”, “salvapunti” (della patente), “salva vista” (pillola), “salva-Previti”, “salva-Berlusconi”, ecc. Ma nemmeno qui compare “salvacoda”. E’ evidente che la parola (economica, perché – come tutti i composti – ci risparmia una frase con verbo esplicito) si sta affermando con la diffusione in uffici pubblici, negozi, ecc., di quelle macchinette che rilasciano un numero progressivo, a stabilire la successione “ordinata” di persone in attesa.
    Forse sarebbe stato preferibile “salvafila” perché il significato “proprio” di “fila” avrebbe scaricato l’immaginazione meglio di quello “traslato” di “coda”: le parole – insegna Cesare Pavese – hanno un forte potere evocativo e la parola nuova, quella che risuona per la prima volta all’orecchio di un bambino (ma anche quella che sorprende per la prima volta l’orecchio di un adulto) è “parola-favola-fantasia”. Ricordate Alice a colloquio con il Topo?: “La mia storia ha una “coda” lunga e triste” – disse il Topo, voltandosi verso Alice e tirando un sospiro. “Che è lunga lo vedo” – disse Alice guardando perplessa la coda del Topo – “ma perché dici che è triste?”. E continuò a rimuginare questo problema mentre il Topo parlava…”
    (Lewis Carrol, “Alice nel paese delle meraviglie”).
    (Da La Nazione, 24/12/2004).
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    Da epifanìa a happyfanìa
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Ci sono parole che hanno avuto e hanno –per così dire- una “doppia vita”. “Epifania” è una di queste: viene dal greco “epiphàneia”, “apparizione”, “rivelazione”, ed è entrata nella nostra penisola quando il latino era ancora la lingua scritta dalle persone colte; il latino “epiphanìa(m)” è poi diventato l’italiano “epifania”. La parola, “viaggiando” nello spazio geografico e nel tempo, ha conservato bene la sua forma e anche il suo significato, nel senso generale di “rivelazione del divino” / “manifestazione del soprannaturale”, e in quello specifico di “rivelazione della divinità di Gesù ai re Magi”.
    La buona conservazione della parola dipende dal fatto che essa è vissuta in un ambiente di persone colte, che è stata affidata alla scrittura, che è entrata nella liturgia cristiana come nome della festa che si celebra ogni anno, il 6 gennaio: l’“Epifania”. Ma al rito religioso e alla festa partecipava anche il popolo: la parola aveva dunque una sua vita quotidiana anche nelle famiglie, esposta ai capricci della lingua parlata da adulti e bambini: vocali che “cadono” o mutano, consonanti sorde che diventano sonore, ecc. Ed ecco che “epifania” diventa gradualmente “pifània”, “pefània”…”befana”. E si può capire che la festa venisse “personificata”, diventando per i bambini la vecchietta brutta e malvestita, ma buona e generosa, che scende dal camino con il sacco dei doni: “La Befana vien di notte/ con le scarpe tutte rotte…”. Anche la “Befana” arriva il 6 di gennaio, come l’“epifanìa”, ma questa coincidenza è ormai l’unico legame fra i due eventi e – possiamo ormai dire – fra le “due” parole.
    Oltre ai grandi eventi, che incidono sulla forma e sul significato di una parola, ci sono anche piccoli incidenti senza conseguenze (speriamo!). In questi giorni di festa la pubblicità ha creato la parola “Happyfanìa” per propagandare una “merendina” a base di cioccolata. E’ un gioco di parole: l’inizio della parola “epifania”, “epi”- (il prefisso “epì”, in greco) viene sostituito con l’aggettivo inglese “happy” “felice” (pronuncia: “haepi”) che ha quasi lo stesso “suono” (“omofono”). Il messaggio di questo incrocio anglo-greco è chiaro: la festa dell’epifanìa diventa particolarmente “felice”, per i bambini che troveranno nella calza “merendine” di quella particolare marca…
    (Da La Nazione, 7/1/2005).
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    Il mobile “credenza”
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Il “significato” delle parole può conservarsi immutato per secoli e millenni. Parole come “padre”, “madre”, “frate(llo), ecc. esistono da almeno cinquemila anni e il loro significato non è cambiato (anche se, nel frattempo, si sono modificati i rapporti giuridici e affettivi fra i vari membri della famiglia).
    Spesso, però, i “significati” mutano per adeguarsi a nuovi bisogni comunicativi: a nuove idee, a nuove conoscenze, a nuovi comportamenti, a nuovi oggetti, ecc. Sicché la storia “dei significati” (storia “semantica”) può ricordarci, e a volte rivelarci, capitoli interessanti della storia degli uomini.
    “Posta” significa oggi un “servizio pubblico per la spedizione e il recapito di lettere, pacchi, ecc.”. Ma in passato “posta” significava “fermata”, “luogo di sosta” delle carrozze a cavalli: qui venivano depositate le merci e la corrispondenza; si faceva il cambio dei cavalli; e i viaggiatori potevano mangiare e riposarsi.
    “Penna” significa oggi lo “strumento con cui si scrive”: penna “stilografica”, o penna “biro” (dal cognome del suo inventore, l’ungherese Làszlò Birò: 1899-1985); ma il nome “penna” rinvia a un passato in cui –per scrivere- si bagnava nell’inchiostro una vera “penna d’oca”.
    Meno nota è la storia di quel mobile in cui si ripongono piatti, bicchieri, posate, ecc. e che, ancora oggi, si chiama “credenza”. Perché si chiama così, con un nome che –derivando dal verbo “credere”- significa “opinione”, “convinzione”, ecc?
    Bisogna risalire al Medioevo e al Rinascimento, quando i grandi Signori –temendo di essere avvelenati- incaricavano un uomo fidato di assaggiare cibi e bevande, prima di servirli in tavola, “facendo” così “credenza” (“dando prova”) che non contenevano veleno.
    Ecco come parla un signore al suo servo in una novella delle “Piacevoli notti” di Gianfranco Straparola (morto dopo il 1557): “…alla mensa mia attenderai, facendomi la credenza di tutto quello che in mensa rappresentato mi sia”.
    Ed ecco Benvenuto Cellini (1550-1571) che –raccontando la sua “vita” di grande artista (ma non di ricco Signore!)- pretende che un “villan da Prato” “faccia la credenza” a lui, “fiorentino” purosangue: “Io gli dissi che nulla io volevo mangiare di quello che egli mi portava, se prima egli non me ne faceva la credenza: per la qual cosa lui mi disse che a’ Papi si fanno le credenze. Al quale io risposi, che sì come i gentili uomini sono ubbrigati a far la credenza al Papa, così lui, soldato, spezial, villan da Prato, era ubbrigato a far la credenza a un fiorentino par mio”.
    E’ comprensibile che dal “far ‘credenza’” si sia passati al chiamare “credenza” quel mobile basso su cui bevande e cibi venivano appoggiati per l’assaggio (e in cui, poi, venivano riposti).
    (Da La Nazione, 21,1,2005).
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    La farfalla e il padiglione
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Molti anni fa, a Cagliari, una bambina di cinque anni mi ha detto, toccandosi il lobo di un orecchio: “Mi fa male il “pavaglione”…”. Il dolore era un pretesto per sfoggiare la parola nuova – captata chissà dove – e controllarne l’esattezza. Infatti la bambina se n’ è andata soddisfatta, quando le ho detto – dopo rapida ispezione – che il “padiglione” stava bene e che il dolore sarebbe passato presto.
    Pochi giorni fa, a Bologna, un’altra bambina di cinque anni e mezzo, percorrendo con me il Pavaglione (portico del palazzo che fiancheggia la chiesa di San Petronio) mi ha chiesto: “Perché si chiama “pavaglione”?”. Per un attimo ho pensato di evitare la spiegazione, dicendo che Pavaglione è il nome del portico, così come Paola e Daniele sono nomi di persone. Poi mi sono ricordata che – secondo Kant – anche la “Metafisica dei costumi” può essere spiegata a una vecchia contadina tedesca, se si scelgono le parole adatte; e allora ho raccontato alla bambina la storia della parola, con parole più semplici che userò qui.
    In latino “papilio” (-“onis”) significava “farfalla”. Era una parola “onomatopeica”, che cioè imitava con i suoi suoni il “palpito” delle ali dell’insetto. “Papilio” continua nell’italiano antico come “papilione” / “padiglione”; nel Novecento è usata da Gozzano per un poemetto “di bello stile (per gioco) altisonante”, le “Farfalle”: “Sopra un geranio vermiglio/ fremendo le ali caudate/ si libra un enorme “Papilio”.
    La parola si afferma come termine scientifico, per indicare una famiglia di farfalle (“papilionidi”) e una famiglia di piante, le “papilionacee”, così dette per la loro corolla a forma di farfalla.
    Ma nel latino tardo “papilio” veniva usata anche per indicare la “tenda” degli accompagnamenti militari: quella ricca ed elegante del comandante, ma in seguito anche le tende dei soldati. E’ un passaggio di significato (“metafora”) comprensibile, se immaginiamo l’effetto visivo di tende bianche, palpitanti al vento, sul verde dell’erba. E’ da questo significato che si sviluppa la parola italiana “padiglione” (quella francese “papillon”, quella provenzale “pabalhom”, ecc.): “tenda militare”, poi “baldacchino”, “edificio isolato rispetto a un edificio principale”, “copertura a volta di una costruzione”, “cappella”, “chiosco”, “portico”, anche “parte esterna dell’orecchio, a forma di conchiglia”, ecc. “Paviglione”, “pavaglione” (con indebolimento della consonante intervocalica /p/ in /v/: “lenizione”) sono varianti di “padiglione” in regioni settentrionali, esposte – come l’Emilia – all’influsso del francese antico e del provenzale.
    (Da La Nazione, 28/1/2005).
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    Pioggia in Sardegna
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    C’è già capitato, in questa rubrica, di osservare che ogni lingua organizza in modo diverso gli oggetti della nostra esperienza. In lingua italiana bastano “pioggia” e la più generale “acqua” (con alcune loro modificazioni: “pioggerellina”, “acquazzone”, ecc.) a significare quel tipo di precipitazioni. In lingua sarda il concetto di “pioggia” è ben più articolato: oltre ad “abba” e “akkua” (in corrispondenza dell’italiano “acqua”), l’antropologo Giulio Angioni conosce – per le zone agricole meridionali dell’isola – parecchie parole e locuzioni: “…le pioggerelle sono dette “arrevacèddus” o “tsivinus”; grandi rovesci, con cielo basso e diminuita luminosità (“luzhi de àkkua”, “luce d’acqua”) sono detti “temporadas”; il rumore della pioggia è detto “strossa”. La pioggia fitta senza vento è detta “àkkua sèria”; la pioggia prolungata è detta “àkkua grussa” […]“Arrosina” è la pioggia lenta; “kropp’‘e akkua” è il rovescio improvviso; “straccia” è la pioggia con vento”.
    Come si spiega questa ricchezza del Sardo, in confronto con la parsimonia della lingua nazionale? Evidentemente, nelle zone interne dell’isola, le più rapide, la pioggia è fonte di preoccupazioni e di ansie in rapporto alle coltivazioni. In altre regioni italiane, più industrializzate o con clima più temperato e piogge più abbondanti e meglio distribuite, il concetto si sdrammatizza. La stessa osservazione si potrebbe fare per la “neve”, in lingua nazionale basta la parola “neve” a significare un fenomeno tutto sommato episodico per le nostre latitudini. Ma ci sono dialetti e lingue alpine (per non parlare di altre lingue nordiche) in cui esistono tante parole quanti sono i diversi tipi di neve (e di esperienza umana della neve): neve fresca, ghiacciata, friabile, fradicia, ecc.
    Le parole, dunque, rappresentano mentalmente (“concettualizzano”) le nostre esperienze del mondo; e si potrebbe anche dire che le parole, una volta create, ci fanno vedere/pensare aspetti della realtà che altrimenti ci sfuggirebbero. Si chiede “il signor Palomar” di Calvino (Calvino stesso, che si identifica nel personaggio): “è ‘il prato’ ciò che noi vediamo oppure vediamo un’erba più un’erba più un’erba…? Quello che noi diciamo ‘vedere il prato’ è solo un effetto dei nostri sensi approssimativi e grossolani; un insieme esiste solo in quanto formato da elementi distinti […]quel che importa è afferrare in un solo colpo d’occhio le singole pianticelle una per una, nelle loro particolarità e differenze. E non solo vederle: pensarle. Invece di pensare ‘prato’, pensare quel gambo con due foglie di trifoglio, quella foglia lanceolata un po’ ingobbita, quel corimbo sottile…”. (“Il prato infinito”, in “Palomar”, Torino, Einaudi, 1985, pp. 30 sgg.). E noi, invece di pensare globalmente ‘pioggia’, potremmo pensare le sue diverse manifestazioni: “abba”, “arrosina”, “straccia”, “àkkua sèria”, “àkkua grussa”, “arrevacèddus”, “tsivinus”, “temporadas”…
    (Da La Nazione, 4/2/2005).
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    Quando la sogliola è triste
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    La tradizione scolastica del ‘libro di lettura’ ha sempre utilizzato gli animali più noti in raccontini edificanti: fedeltà del cane, innocenza dell’agnello, laboriosità della formica, astuzia della volpe, aggressività del lupo, superbia del leone, falsità del serpente, ecc.
    Si deve alla narrativa per l’infanzia e ai cartoni animati il recente recupero di animali fino a ieri impresentabili, che cioè non avevano le carte in regola per essere “trasportati al morale” e diventare ‘modelli’ di comportamento: animali ignoti o poco noti ai bambini – pipistrello, puzzola, tasso, paguro, bradipo, lontra, istrice, lama, sogliola, carpa, struzzo, iena, fennec, ecc. – e proprio per questo capaci di stimolare la loro immaginazione.
    Un esempio luminoso, in questo senso, sono le “Storie della preistoria” di Alberto Moravia (Milano, Bompiani, 1982). Ma ricordo anche il “Libro degli animali tristi” e il “Libro degli animali felici”: due volumetti della collana curata da Giovanni Carbonaro, Nicoletta Papini e Lydia Tornatore per la NIEP (La Nuova Italia per l’Educazione Primaria), da me incontrati nel 1986. Ricordo la copertina (ovviamente viola) del primo volumetto, con figura di tasso dall’occhio languido e zampa pendula; e quella (radiosamente gialla) del secondo, con figura di struzzo dinamico e pimpante. Ogni pagina conteneva il disegno (bellissimo) di un animale e una frase che spiegava il motivo della sua tristezza o della sua felicità: “La sogliola è triste perché … la sua vita è troppo piatta.”; “La giraffa è triste perché… non riesce a trovare un maglione dolce-vita.”; “La vipera è triste perché… non vengono al secondo appuntamento.”, ecc. “Il delfino è felice perché… sta sulla cresta dell’onda.”; “Il pavone è felice perché…va a ruota libera.”; “Il lama è felice perché… ama la lama e la lama l’ama…”, ecc.
    Sono, soprattutto, ‘giochi linguistici’ (sulla “forma” e sul “significato” di parole o espressioni) che possono sembrare freddi, di sapore enigmistico, ma che rivelano il funzionamento profondo della lingua e le sue illimitate potenzialità.
    I nostalgici della “Piccola fiammiferaia” non devono arricciare il naso: nessuno condanna il filone narrativo sentimental-idillico, se questo piace ai bambini; se piace “davvero”, voglio dire, perché i bambini sono buoni: capaci di fingere interesse per non deludere l’adulto che ri-legge con loro un libro amato. Ma se i nipoti rifiutano i libri che sono piaciuti ai nonni, cerchiamo per loro letture alternative, prima di ‘consegnarli’ definitivamente alla televisione…
    (Da La Nazione, 11/2/2005).
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    E’ nato lo sconsiglio?
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Ora che il silenzio è calato sullo “tsumani” del sud-est asiatico, possiamo registrate l’uso radiofonico e televisivo della parola “sconsiglio” che – in quei giorni – ricorreva in comunicati del tipo: “Molti turisti sono partiti per i paesi colpiti dal maremoto, nonostante “lo sconsiglio” delle agenzie di viaggio” (cioè: nonostante che le agenzie di viaggio “avessero sconsigliato” la partenza).
    Nella nostra lingua c’è la coppia verbale “consigliare/sconsigliare” (il secondo verbo è derivato dal primo con il prefisso negativo s-: lo stesso che troviamo in “s-bendare”, “s-coprire”, ecc.). Ma per quanto riguarda i nomi, nell’Italiano del 2000 c’è il “consiglio” (di fare o non-fare qualcosa) ma “lo sconsiglio” non esiste.
    Finché è Rodari – inventore della “grammatica della fantasia” – a creare lo “staccapanni” per i bambini, va tutto bene; ma i mezzi di comunicazione di massa dovrebbero essere rispettosi dell’uso linguistico, per informare con chiarezza. Un errore può sfuggire una volta, ma “sconsiglio” è stato più volte ripetuto, da diverse emittenti radio-televisive…Probabilmente è stato messo in circolazione dalla “velina” di un’agenzia d’informazione, visto che le agenzie di viaggio (quelle da me interpellate) assicurano che non è una loro invenzione.
    La “macchina” dei derivati
    Detto questo, la macchina della lingua insegna che non bisogna meravigliarsi di nulla. Il bisogno di dire cose nuove e la ricerca di espressività stimolano una continua creazione di parole e una delle “macchine” più semplici ed economiche per produrle è la “derivazione”: cioè, la formazione di parole nuove da una già esistente. La prima volta che ascoltiamo o leggiamo un “derivato” rimaniamo sorpresi: molti ricorderanno di aver reagito negativamente alle prime auto da “rottam-are” (1966) o la primo “vertice malavit-oso” (1972)…
    Se la novità attecchisce, ci facciamo l’abitudine; ma molte di queste “novità” hanno vita breve, brevissima.
    Ector l’aveva detto
    Per quanto riguarda lo “sconsiglio”, non sembra che abbia avuto fortuna… Eppure non è la prima volta che questa parola tenta di inserirsi nella nostra lingua: essa figura in un vecchio proverbio toscano: “Tristo quel consiglio che non ha ‘sconsiglio’ ”, e compare in un testo del Trecento: “…se li ‘sconsigli’ di Ector lo discreto e le monizioni de Cassandra (…) fossero state esaudite da lo re Priamo…”: troppo poco per entrare in un vocabolario italiano “dell’uso”: ma abbastanza per entrare in un vocabolario “storico” della nostra lingua (vedi “Grande dizionario della lingua italiana”, Utet, vol. XVIII, alla voce “sconsiglio”).
    (Da La Nazione, 4/3/2005).
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    Canzoni e canzonette
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Il festival di Sanremo si è concluso, lasciando l’abituale strascico polemico; particolarmente critici i cantanti già protagonisti delle prime edizioni del “festival”, che giudicano le canzoni del 2005 troppo raffinate, difficilmente orecchiabili dal pubblico a cui sono destinate.
    “Canzone” e il suo diminutivo, “canzonetta”, vengono oggi usate nel significato di “breve composizione per canto e strumenti, di genere “leggero” e di livello popolare”. E’ un significato che parte dal Settecento: Francesco Algarotti usava in questo senso “canzonetta”, considerandola una manifestazione tipica dell’ “allegria de’ Francesi”. Ma la storia della parola è più nobile e complicata: nel Due-Trecento la “canzone” è un componimento poetico, articolato in un numero variabile di “strofe” (o “stanze”) formate da un numero vario di versi (“endecasillabi” e “settenari”, in particolare), diversamente disposti e rimati. L’aspetto musicale (“canzone” risale – attraverso il nome latino “cantione(m)” – al verbo latino “canere” “cantare”) fa da sfondo al testo poetico, nel senso che la poesia “lirica” prevede, in origine, un accompagnamento musicale. Molti poeti, dal Duecento in poi, scrivono “canzoni”: ne scrivono Dante e Petrarca; Leopardi scriverà, nel 1828, “A Silvia”, canzone in versi “liberi” (cioè liberati da regole di alternanza fra “endecasillabi” e “settenari”, e da “rime” fisse); anche Carducci userà la “canzone”. Accanto alla canzone si sviluppa il genere poetico della “canzonetta”: una varietà della “canzone”, da cui si distingue per minor numero di “stanze”, per versi più brevi, per il tono e l’argomento più popolareschi.
    Dalla poesia alla musica
    E’ soprattutto nel Novecento che la poesia – aspirando a una maggiore libertà formale – rifiuta forme tradizionali e “regolate” come la “canzone” e la “canzonetta”, lasciando le due parole disponibili alla moda del “café chantant” e al significato “canoro” ancor oggi attuale.
    Anche “canzoniere” ha sorte analoga: usato nel 1584 da Gianfranco Grazzini nel significato di “raccolta di liriche” (vedi i “canzonieri” del Petrarca, del Tasso, ecc.), evolve nel 1962 a “raccolta di “testi” delle canzonette”.
    (Da La Nazione, 11/3/2005).
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    In attesa della Pasqua
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Siamo in “quaresima”, in attesa della “pasqua”, e mi chiedo quanti cittadini italiani conoscano l’origine (e il significato originario) di queste due parole che si riferiscono a importanti ricorrenze religiose. Penso che siano molti quelli che – prima o poi – si sono interrogati sul loro significato e sulla loro storia; per quei pochi a cui questa curiosità non fosse mai venuta, ecco qualche notizia.
    “Quaresima” è l’adattamento italiano dell’espressione latina “quadragesima (m) diem” che – nel latino tardo della Chiesa – significava “quarantesimo giorno prima della pasqua”, identificando così – attraverso i suoi estremi – il “periodo di quaranta giorni di penitenza che dal mercoledì delle Ceneri va al Sabato Santo”. “Pascha” è uno dei molti grecismi penetrati nella nostra penisola e entrati nel latino dei primi secoli dopo Cristo, seguendo l’espansione del cristianesimo (tali, ad esempio: “monaco”, “prete”, “vescovo”, “martire”, “basilica”, “chiesa”, “battesimo”, “battezzare”, “cresima”, “befana”, “bestemmiare”, ecc.). Mai il greco “pàscha” è – a sua volta – un adattamento della parola ebraica “pésah” che significa “passaggio” e che indica, nella religione ebraica, la festa solenne che ogni anno ricorda la liberazione del popolo israeliano dalla schiavitù di Egitto e la sua uscita da quel paese per raggiungere la terra promessa. Nel rituale di quella festa, le famiglie consumano un agnello arrostito con erbe aromatiche; in passato indossavano abiti da viandante che ricordavano la partenza dall’Egitto. Anche nella pasqua cristiana è previsto come cibo l’agnello; altra coincidenza è forse la consuetudine di uscire dalla città per una breve gita nel lunedì seguente la “pasqua” (pasquetta).
    Ma la parola, nella liturgia cristiana, si riferisce a una festa molto diversa: quella che – in un giorno compreso fra il 22 marzo e il 25 aprile – commemora la resurrezione di Cristo e quindi la redenzione dell’uomo dal peccato. Il cambiamento di forma – dal latino “pascha” all’italiano “pasqua” – si spiega come falsa etimologia: gli abitanti della nostra penisola interpretavano la parola come derivata dal latino “pasqua”, “i pascoli”: interpretazione sbagliata, come sappiamo, ma che introduceva nella festa un significato “pastorale” ben conciliabile con la tradizione cristiana.
    Non è raro il caso di una parola italiana che viene dall’ebraico attraverso il greco e il latino: il nostro “sabato”, ad esempio, viene – attraverso il greco “sàbbaton”, e il latino “sabbatu(m)” – dall’ebraico “shabbath”, “giorno di riposo” consacrato a Dio che, nel sesto giorno, si riposò dall’opera della creazione. Lo stesso percorso nel tempo e nello spazio geografico ha compiuto “osanna”, un “grido di esultanza” che viene dall’implorazione ebraica “hoshi’ah-nna”, “salva! Salvaci”, attraverso il greco “osannà” e il latino tardo “hosanna”.
    (Da La Nazione, 25/3/2005).
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    Mascalzoni e marescialli
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Una delle barche a vela italiane che gareggerà nella prossima Coppa America si chiama “Mascalzone latino”. Un nome che – dopo scelte tranquille come “Azzurra”, “Luna rossa”, o moderatamente avventurose come “Il Moro di Venezia” – mira a creare sensazione e ad alimentare attese. Cominciamo a sottolineare una certa ambiguità del significato: “mascalzone” significa “persona spregevole e priva di scrupoli, che compie azioni disoneste”; altrettanto miserabili i suoi sinonimi: “canaglia”, “farabutto”, “furfante”, “lazzarone”, “imbroglione”. Ma è noto che esistono anche “simpatiche canaglie”: il significato negativo di “mascalzone” può dunque attenuarsi in sfumature scherzose che ne valorizzano l’intraprendenza, l’audacia, l’inventiva, la ricchezza di risorse. Questa attenuazione è particolarmente evidente quando le malefatte del “mascalzone” riguardano la sfera sentimentale: ed è proprio a questa sfera che allude l’aggettivo “latino”, che completa il nome della barca, evocando il “latin lover” e quindi l’intraprendenza e la fortuna amorosa che – a torto o a ragione – vengono riconosciute a maschio latino. E’ dunque azzeccato, il nome? Lo sarà se “mascalzone latino”, alla seconda prova dopo il debutto nel 2003, questa volta arriverà prima o vincerà molte gare. Un nome così impegnativo si adatterebbe male a risultati mediocri. E la storia di “mascalzone”? Si parte dalla deformazione popolare della parola “maniscalco” “fabbro che forgia e applica i ferri agli zoccoli di cavalli e di altri animali”; i parlanti hanno confuso e “incrociato” (“mani)scalco” con “scalzo”, e hanno aggiunto il suffisso –“one”, accrescitivo/peggiorativo. “Maniscalco”, a sua volta, viene dall’antico “francone” (parlato in Francofonia, regione della Germania): “marh-skalk”, “servo di stalla” (composto da “marh” “cavallo” e da “stalk” “servo”). Dallo stesso “marhskalk” deriva anche il francese “maréchal”, “capo delle scuderie”, poi “ufficiale”, da cui l’italiano “maresciallo”. Le parole viaggiano, si incontrano, si “incrociano” con altre parole, cambiano di forma e di significato, rispondendo alle esigenze comunicative degli uomini…
    (Da La Nazione, 1/4/2005).
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    Il cardinale camerlengo e il conclave
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Le parole sono importanti perché danno forma e chiarezza al pensiero che, senza di esse, rimarrebbe “nebuloso” (diceva Ferdinand de Saussure). L’attualità non accresce l’importanza delle parole, anche se può richiamare su di esse l’attenzione e sollecitare la curiosità dei parlanti. E’ per rispondere a questa curiosità che – ogni tanto – questa rubrica sceglie parole momentaneamente alla ribalta della cronaca, o della storia.
    In questi giorni, ad esempio, si parla molto di “conclave” ed è in primo piano la figura del cardinale “camerlengo” (a cui spetta convocare il conclave), grazie ad una esposizione televisiva mai verificatasi in precedenza. E’ comprensibile che l’attenzione investa anche le due parole, che – appartenendo al linguaggio ecclesiastico – non sono di uso comune, anche se note a molti per l’impatto emotivo che ha sul popolo la morte di un papa e l’elezione del suo successore.
    Fu papa Onorio III, nel 1216, il primo a usare la parola “conclave” (latino “conclave”, “luogo chiuso con chiave”) per l’aula in cui si rinchiudono i cardinali che eleggono il Pontefice; la parola poi si è estesa a significare l’insieme dei Cardinali che, in quell’aula, procedono all’elezione. Allo stesso modo la parola “Camera” (“luogo in cui si riunisce l’assemblea legislativa”) si è estesa a significare l’assemblea stessa: in Italia, “Camera dei deputati”.
    Anche “Camerlengo” è parola antica, di origine germanica, come spesso sono le parole che definiscono ruoli o aspetti della società feudale: “Kamarling” significava inizialmente “addetto alla camera (latino “camera”) del re”; poi “colui che amministra il denaro” di un monastero, di un comune, ecc.; a partire dal Duecento la parola si specializza nell’uso ecclesiastico ancora oggi vivo, indicando il cardinale che amministra la camera apostolica e che – in caso di “sede vacante” – regge la Chiesa e indice il conclave.
    (Da La Nazione, 8/4/2005).
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    Un esempio di antilingua
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “Andiamo a posizionare la fenomenologia”, ha detto l’esperto che informava sulle condizioni del tempo (Rai Uno, 11 aprile, ore 11,30 circa). I telespettatori avranno avuto qualche difficoltà a capire che l’esperto “andava” a mostrare una cartina d’Italia su cui erano “collocati” i simboli dei vari “fenomeni” atmosferici: “nuvole” sulle regioni del nord; “nevicate” sui rilievi alpini; “nuvole” alternate al sole al centro-sud; “frecce” orientate a segnalare l’intensità e la direzione dei venti; e così via…
    Il verbo “posizionare” (derivato da “posizione” alla fine del Novecento, forse sul modello del francese “positionner”), appartiene al linguaggio tecnologico, così caro agli ammiratori della tecnica e dell’efficienza che ad essa viene associata. Qualcuno potrebbe dire che “posizionare” è più breve – e quindi più “economico” – dell’espressione corrispondente: “collocare qualcosa in una posizione determinata, voluta o richiesta dalla situazione”. Ma ciò che attrae, in “posizionare”, non è il risparmio ma il fascino della parola artefatta, inamidata, ampollosa: lo stesso che spinge tecnologici e burocrati a “ ‘consumare’ un pasto leggero” invece che a “ ‘mangiare’ poco”; a “ ‘effettuare’ un percorso” invece di “ ‘usare’ un mezzo pubblico”; a “ ‘recarsi’ in ufficio” invece di “ ‘andare’ in ufficio”, ecc.
    La scelta della parola “fenomenologia” conferma ciò che abbiamo appena osservato: la parola (derivata da “fenomeno” agli inizi dell’Ottocento) significa “descrizione” di un insieme di fenomeni che si manifestano all’esperienza”; ma dopo la “fenomenologia dello spirito” di Hegel (1770-1831) e l’”analisi fenomenologica” di Husserl (1859-1938), questa parola ha raggiunto un livello scientifico-filosofico sproporzionato a un uso televisivo di tipo informativo.
    “Andiamo a posizionare la fenomenologia” è dunque un episodio di quella “antilingua” che Italo Calvino esemplificava paragonando la “deposizione” di un cittadino con la “verbalizzazione” di un brigadiere. Diceva, il cittadino: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per berlo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”. E il brigadiere traduceva, in “antilingua”: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato, per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara di essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante”. Non c’è bisogno di commento.
    (Da La Nazione, 15/4/2005).
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    Il magone non è un grosso mago
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Un’amica veneziana mi telefona dicendomi di “avere il magone”…”Avere il magone” è un modo di dire comune, a Venezia, anche perché sostenuto dall’espressione dialettale corrispondente; e il dialetto veneziano è vitale, non solo nel popolo ma anche nella nobiltà che sfugge alla “globalizzazione dell’italiano di massa, rimanendo fedele a una lingua locale di così alta tradizione culturale.
    “Magone” e “magòn” sono parole presenti anche in altre regioni settentrionali (Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte, ecc.); non so se e quanto siano diffuse, oggi, in altre aree della penisola. Là dove sono usate, i bambini dovrebbero essere avvertiti che il “magone” non è un grande mago. La parola ha origini longobarde: il longobardo “mago” significava “ventriglio di pollo”, “stomaco” (tedesco “Magen”, “stomaco”) davanti a spettacoli dolorosi o impressionanti. Da qui il nostro “magone”, che ha sviluppato il significato traslato di “afflizione”, “accoramento”: passaggio che si spiega con il coinvolgimento dello stomaco (sensazione di oppressione, nausea, “voltastomaco”) davanti a spettacoli dolorosi o impressionanti. La spiegazione dei “modi di dire” è interessante perché consente la conferma – e talvolta il recupero – di eventi storici, o di fatti di cronaca, di costume, che in quei “modi di dire” si sono depositati e – per così dire – “cristallizzati”. Nel nostro caso la distribuzione regionale di “magone” e dei suoi corrispondenti dialettali copre l’insediamento dei Longobardi nell’Italia settentrionale e in altre zone della penisola fra il 568 e il 774. Ma ci sono casi in cui la spiegazione di un “modo di dire” non è solo conferma di ciò che sappiamo, ma prezioso appiglio per ricostruire o interpretare frammenti di passato. Per chi volesse approfondire, segnalo l’opera di Ottavio Lurati, “Per modo di dire…Storia della lingua e antropologia nelle locuzioni italiane ed europee”, Bologna, CLUEB, 2002. E’ un libro che spiega perché – quando abbiamo paura – le nostre gambe “fanno giacomo giacomo” e propone nuove interpretazioni di espressioni come “far fiasco”, “dare un bidone”, ecc.
    (Da La Nazione, 6/5/2005).

  • La poesia e l’italiano di tutti
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    A partire dal Novecento, scrittori e poeti hanno cominciato a usare “le parole di tutti”: le stesse che “si adagiano sul retro/ delle fatture, sui margini/ dei bollettini del lotto/ sulle partecipazioni matrimoniali o di lutto”. (E.Montale, “Le parole”, in “Satura”, 1971). Nei secoli precedenti, quando l’italiano era soprattutto lingua “scritta” da letterati (per “parlare” in famiglia e sul lavoro si usavano i “dialetti”) spettava al poeta (al narratore, ecc.) scegliere la parola più o meno “poetica” fra “duolo” e “dolore”, fra “speme” e “speranza”, fra “cor”, “core”, “cuor”, “cuore”, ecc.
    Ma dopo il 1870, in un’Italia politicamente unificata, l’italiano si diffonde anche come lingua parlata; e si comincia a fare economia di “doppioni” poetici: parole come “duolo”, “speme”, “cor” ecc. vanno fuori-corso, come le monete; nemmeno il poeta le può più usare. Il problema, per poeti e scrittori, diventa quello di superare l’opacità della parola quotidiana per restituirle un “plusvalore letterario”.
    Ecco come Italo Calvino descrive il taglio dell’erba, in un prato: “La macchina tagliaprato procede con tremito assordante alla tonsura: un soffice odore di fieno fresco inebria l’aria; l’erba livellata ritrova una sua ispida infanzia […]” (I.Calvino, “Il prato infinito”, in “Palomar”). C’è una sola parola rara: “tonsura”; tutto il resto è detto con parole normali. Ma notiamo che:
    – il rumore della macchina si umanizza in “tremito”;
    – il “soffice odore” del fieno associa due sensazioni, tattile e olfattiva (“sinestesia”);
    – l’odore del fieno “inebria” l’aria, trasferendo ad essa una reazione umana (metafora);
    – l’ “ispida infanzia” dell’erba unisce originalmente due parole di significato contrastante (“ossimoro”);
    – l’erba “livellata” dice di più di un’erba “tagliata”, perché evoca il tappeto erboso;
    – ripetizioni di suoni (“allitterazioni”) imitano il rumore della macchina
    (“(t)aglia(pr)ato (pr)ocede con (tr)emito”) o evocando il fruscio del fieno
    (“(s)o(ff)ice odore di (f)ieno (f)resco”;
    – tonsura”, “taglio” (latino (“tonsura(m)”), da “tonsus”, participio passato di “tondere”, “tagliare”) significava “cerimonia di consacrazione, conclusa dal taglio di ciocche di capelli”; poi “rasatura circolare dei capelli, o “chierica”).
    Ma la parola è stata usata in poesia da Sannazzaro (1457-1530); e Ungaretti la usa come “metafora” di “radura”: “Ho conosciuto […] l’acqua venefica, i riflessi metallici dell’acqua, la terra come una “tonsura” fra rari ciuffi d’erbe idropiche”.
    (“Il deserto e dopo”, Milano, 1961). Essa è dunque – come diceva Leopardi nello “Zibaldone” “parola di significato vasto”, capace di destare idee altrettanto “vaste e indefinite”: parola riscattata alla “poesia”, insomma.
    (Da La Nazione, 27/8/2004).
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    Chi sono i “classici”?
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Parlando di “letture per l’infanzia” in questa rubrica, consigliavo di non trascurare i “classici”. Qualche problema di invecchiamento della lingua c’è, quando si legge “Pinocchio” (1880) a un bambino del Duemila; ma si può rimediare affiancando (o sostituendo) alla parola “ingiallita” la parola oggi in uso: “lucciconi” / “lacrimoni”; “moccichino” / “fazzoletto”, ecc.
    Ma torniamo ai “classici”: perché sono chiamati così? Nell’antica Roma, ai tempi di Servio Tullio (sec. VI a.C.), i cittadini che – essendo proprietari terrieri – potevano armarsi a proprie spese, formavano una classe (lat. “classis”); cioè una categoria di persone che forniva il servizio di leva e combatteva nell’esercito o nella flotta (va ricordato che “classis” significava – inizialmente – sia “esercito” che “flotta”; poi solo “flotta”, quando per le truppe di terra si affermò “exercitus”). I cittadini che formavano quest’unica classe erano chiamati “classici”; tutti gli altri rientravano in una sotto-classe (lat. “infra classem”). Ovviamente i “classici” erano cittadini privilegiati: “eccellenti”, perché ricchi, nobili, artefici delle fortune di Roma. In seguito, lo stesso Servio Tullio divise la popolazione in cinque classi, in base alla ricchezza. In questa più articolata stratificazione economica e sociale (di cui parlano quasi tutti i vocabolari, sotto la voce “classico”) i “classici” rimasero quelli che prima formavano la “classe”, e che ora erano diventati la prima delle cinque classi.
    La qualifica di classici – nel senso di “eccellenti” – venne applicata anche agli scrittori famosi: poeti o prosatori. In seguito – poiché gli autori greci e latini erano considerati “modelli” perfetti, nelle scuole della nostra penisola e dell’intera Europa – la definizione di “classici” fu riservata ad essi. E così la parola “classici” si spostò dal significato valutativo di “eccellenti”, “esemplari”, a quello di “antichi” (greco-latini) che individuava una precisa categoria storico-letteraria.
    Questo significato venne ribadito, nell’Ottocento, dalla polemica romantica contro l’imitazione dei modelli classici, a favore di un’ispirazione più moderna ed europea. Oggi consideriamo “classici” non solo i greci e i latini, ma tutti gli autori che meritano questa definizione, avendo svolto un ruolo significativo nella loro storia culturale e ricevuto ampio consenso da parte dei lettori. Dante è un classico italiano del Trecento; Italo Calvino è un classico italiano del Novecento… (Da La Nazione, 11/9/2004).
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    Un podio sul poggio
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Questa estate il Comune di San Marcello Pistoiese ha costruito sul Poggio del Giudeo un podio per l’“Orchestra toscana” e ha offerto ai cittadini un concerto di musica classica. L’episodio mi invita a parlare di “poggio” e “podio”, due parole –per così dire- “sorelle”, nel senso che hanno come comune origine la parola latina “podiu(um)”, (che -a sua volta- è il greco “pòdion”, uno dei tanti grecismi entrati nella lingua di Roma antica). L’origine è una, ma le “storie sono due, ben diverse fra loro. Ne parlo per ribadire l’importanza di un fenomeno che caratterizza i “due” modi con cui le parole italiane possono “nascere” da quelle latine: per “parto naturale” o per “parto cesareo”:
    -“poggio” deriva da “podiu(um)”, “terrapieno, palco”, nel senso che la parola latina continua ad essere usata dal popolo –per secoli, senza interruzioni- diventando parola italiana. Durante questa storia “ininterrotta” e “popolare” la parola può subire qualche modifica di forma e/o di significato, come succede per le cose adoperate tutti i giorni: “po(d)iu(m)” diventa “po(gg)io” (come “ra(d)iu(m)” diventa “ra(gg)io”; “mo(d)iu(m)” diventa “mo(gg)io”, ecc.); il significato di “palco, pedana” (su cui salgono persone che devono essere ben visibili a chi guarda) si sposta a quello di “rilievo naturale del terreno”, “piccolo colle”;
    -“podio” “è” il latino “podiu(m)”, nel senso che la parola latina –in disuso per secoli- viene recuperata pari pari (con la forma e il significato che aveva) quando il latino non è più lingua parlata. Qualcuno (una persona colta, perché capiva il latino scritto) trova “podiu(m)” in un “autore” latino e preleva la parola per usarla lui stesso, in italiano. La parola torna a vivere, dopo un “coma” di secoli. Possiamo dunque dire che “podio” (al contrario di “poggio”) ha una storia “interrotta” e “colta”.
    In italiano ci sono molte “coppie” di questo tipo: dal latino “area” abbiamo “area/aia”; da “plebe(m)” abbiamo “plebe/pieve”; da
    “gladiolu(m)”, “gladiolo/giaggiolo”; da “clausura(m)”, “clausura/chiusura”; ecc.
    Le prime parole di ogni coppia “sono” parole latine reintrodotte in italiano dopo un lungo periodo di silenzio, con una operazione di recupero culturale; le seconde parole di ogni coppia “vengono” dalle corrispettive parole latine, nel senso che ne continuano l’uso quotidiano, con le eventuali modifiche prodotte dall’uso.
    (Da La Nazione, 18/9/2004).
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    La piovra di Hugo
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Nella mia casa c’è un pavimento di marmo rosso in cui sono presenti chiocciole fossili (le più grandi raggiungono 22 cm di diametro) che risalgono all’era “mesozoica”: da 250 a 70 milioni di anni fa. Il nome di questi fossili è “Ammoniti” perché il guscio spiraliforme ricorda le corna – arrotolate a spirale – del dio egiziano Ammone.
    Il pavimento svolge la sua funzione normale: sostiene mobili, cose, persone da cui viene calpestato senza alcuna considerazione per la sua veneranda età. Ma ci sono momenti di pausa e di deriva del pensiero in cui lo sguardo “zuma” sul profilo bianco e perfetto delle cellette interne (di dimensioni crescenti, nello sviluppo della spirale) e la fantasia recupera l’immagine degli enormi molluschi che l’ hanno abitato, coetanei dei dinosauri…
    Qualcosa di simile può succedere leggendo un giornale. Le parole veicolano notizie: ci informano che Basaiev, capo dei terroristi ceceni, ha speso (solo) 8000 euro per il massacro di Beslam; che un ragazzo italiano di sedici anni è stato condannato all’ergastolo da un tribunale inglese; che un fulmine ha colpito in volo un aereo, costringendolo all’atterraggio; che Agostino Saccà, direttore di “Rai Fiction”, accusato di aver chiuso la serie televisiva della “Piovra”, si difende dicendo che “era un prodotto editorialmente finito”…
    Ma può succedere che, dopo aver informato sull’attualità, le parole attirino la nostra attenzione, aprendoci gli scenari della storia linguistica: massacro è un francesismo del Cinquecento (“massacre”); ragazzo è un arabismo del Trecento (la parola araba “raqqas” significava “corriere”, “messaggero”); “fulmine” è parola ancora più antica, ripescata nel Duecento dal latino scritto: “fulmen”, nome derivato dal verbo latino “fulgere”, “risplendere”. E la “piovra”? Da dove viene il nome del leggendario, gigantesco mostro marino, capace di assalire e affondare imbarcazioni con i suoi enormi tentacoli? Nome poi “trasferito” a un individuo, o a un’organizzazione malavitosa, che sfrutta le sue vittime fino ad annientarle. E’ stato Victor Hugo, ha mettere in circolazione questa parola, nel 1866: lo scrittore francese aveva imparato la parola “piovre” (deformazione dialettale del latino “polypu(m)”) quando era esule in Normandia; la usò in un suo romanzo, “I lavoratori del mare” (“Les travailleurs de la mer”, 1866), che ebbe molto successo.diffondendo ampiamente la parola. In Italia “piovra”, applicata alla mafia, è stata rilanciata dal titolo della fortunata serie televisiva: “La piovra”; “La piovra 2”; “La piovra 3”…
    (“Da La Nazione, 24/9/2004).
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    Ne uccide più la lingua…
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Raramente uso questa rubrica per segnalare un libro; lo faccio soltanto quando mi imbatto in un’opera che valga la pena di essere letta e che possa interessare lettori appassionati di lingua. E’ questo il caso del libro di Federico Faloppa “Parole contro. La rappresentazione del “diverso” nella lingua italiana e nei dialetti”, (Garzanti); per dirla con parole più semplici, prelevate dall’“Introduzione” dell’autore, il libro tratta dei “termini usati, storicamente, e non solo in italiano, per insultare chi è apparso diverso da noi”. A chi è “diverso”, dunque, vengono attribuiti comportamenti incivili, difetti morali e fisici, malattie, senza che queste attribuzioni siano in qualche modo provate, giustificate: siamo sicuri che i turchi fumino più degli italiani (“fumare come un turco”) e bestemmino più dei toscani (“bestemmiare come un turco”)? Chi incolpiamo per la diffusione della sifilide? è’ un “mal francese”, un “morbo gallico” (come lo chiamavano gli italiani del Cinquecento) o è un “mal napoletano” (come lo chiamavano i francesi)?
    Parlare di queste “parole contro” significa dunque riflettere sul loro alto tasso di ingiuriosità etnica e interrogarci sulla consapevolezza con cui le usiamo: conosciamo la differenza fra “negro” e “nero”? siamo consapevoli che l’opposizione fra le due parole è (spesso) opposizione fra due diversi modi di leggere la storia? Ancora: che cosa sappiamo della parola “razza”? La sua origine è stata a lungo incerta: alcuni linguisti collegavano “razza” alla parola latina “generatio” “generazione”; altri alla parola latina “ratio” “ragione”; poi prevalse l’ipotesi avanzata nel 1959 da Gianfranco Contini: “razza” viene dal francese “haraz”, “allevamento di cavalli”. Dibattuta e a lungo incerta l’origine di “razza”, pericolosa la sua interpretazione: nella “Prefazione” al libro, Gian Luigi Beccaria parte da questa parola, per ribadire che le “razze” sono invenzioni politiche, non fenomeni biologici; bisognerebbe piuttosto parlare di “popoli”, di “gruppi etnici”: “Parlare di “razze” come di un qualcosa di incontaminato, è un assoluto controsenso, perché nulla di puro esiste al mondo, tutto è misto, bastardo, animali, piante, lingue, e tutti gli esseri umani […]Eppure il principio della “razza” è sempre stato motivo irrazionale e motore di aggressività profonda tra gruppo e gruppo…”. Qualcuno dirà che il male sta nelle idee, nei principi, non nelle parole… Ma non è così: le parole ospitano, conservano e fanno sedimentare il pregiudizio e l’intolleranza; e diventano armi con
    cui possiamo offendere, umiliare, escludere, aggredire, uccidere…
    (Da La Nazione, 1/10/2004).
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    Addio, arrivederci e arrivedella…
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    “ ‘Arrivedella’, signor pesce…”. Molti ricorderanno che, nell’isola delle Api industriose”, Pinocchio incontra “un grosso pesce” (in realtà un Delfino, cioè un “cetaceo”) che lo informa della presenza in quelle acque di un enorme pescecane. Alla fine dell’incontro il burattino saluta e ringrazia: “Arrivedella, signor pesce: scusi tanto dell’incommodo e mille grazie della sua garbatezza” (C.Collodi, “Le avventure di Pinocchio”, cap. XXIV).
    Sto leggendo a una bambina di cinque anni “Le avventure di Pinocchio”, nella bella edizione critica di Ornella Pollidori Castellani (Fondazione nazionale Carlo Collodi, Pescia, 1983), l’unica che possiedo, e qualche volta modifico leggermente il testo per renderlo più “moderno” e quindi più comprensibile. In questo caso annacquo il fiorentinismo “ ‘Arrivedella’…” in arrivederla. Ma non è sufficiente: la mia unica ascoltatrice protesta, perché lei conosce solo “arrivederci” (e usa solo “ciao”). “Arrivederla” è in realtà un saluto in disuso; una formula cerimoniosa, da rivolgersi solo a persone di riguardo. Cercheremo di capirne il perché: il “saluto” è – spesso – un augurio, come dice la parola stessa (che risale al latino “salus”, “salute”, attraverso il verbo “salutare”,”augurare salute”): si augura “buongiorno”, “buonasera”, ecc… In “arrivederci”, “arrivederla” (saluti “conclusivi” del discorso) l’augurio è quello di un nuovo, piacevole, incontro. “Arriveder-ci” estende tale desiderio e tale piacere alla persona che riceve il saluto; “arriveder-la” invece li attribuisce solo a chi parla.
    Pinocchio è molto rispettoso, nei confronti del “signor pesce”e quindi augura a se stesso di incontrarlo di nuovo. Non potrebbe usare un saluto come “arriveder-ci” che – esprimendo la reciprocità dell’augurio – abbasserebbe l’autorevole interlocutore al suo stesso livello. Il fatto che “arrivederla” sia oggi in disuso, a favore del paritario “arrivederci”, testimonia dunque dell’affievolirsi di una sensibilità gerarchica che, nel passato recente, era molto diffusa.
    Sta diventando più raro anche “addio”: il saluto che alterna con “arrivederci”, alla fine del discorso, per prendere congedo. Questo saluto (che raccomanda e affida l’interlocutore “a Dio”) si usa soprattutto quando la separazione è lunga o si tratta di un distacco definitivo. E’ dunque un saluto più intenso, più solenne e drammatico del comune “arrivederci”; tanto è vero che la parola “addio” è quella più usata dai poeti: da Dante (“Era già l’ora che volge il disio ai naviganti e ‘ntenerisce il core/ lo dì c’han detto ai dolci amici ‘addio’ ”a Leopardi (“Or finalmente ‘addio’./ Vostre misere menti e nostre salme/ son disgiunte in eterno”) a Montale (“ ‘Addii’, fischi nel buio, cenni, tosse…”), ecc. Forse è proprio l’alone letterario (e melodrammatico) che ormai circonda questa parola a comprometterne l’uso orale, quotidiano. Viviamo in tempi che non amano le cerimonie, né la poesia…
    (Da La Nazione, 8/10/2004).
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    Tra mercenario e soldato
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Il primo ottobre scorso è apparso, in questa rubrica, un articolo intitolato “Ne uccide più la lingua…”: trattava di parole che hanno un “alto tasso di ingiuriosità” e si interrogava “sulla consapevolezza con cui le usiamo”.
    Chi ha letto i giornali e guardato la televisione in questi giorni avrà potuto constatare quali e quante reazioni abbia suscitato la parola “mercenari” usata dal gip di Bari, Giuseppe De Benedictis in rapporto a Fabrizio Quattrocchi e ai suoi compagni. Contestato da maggioranza e minoranza, insultato da ministri, ex Presidenti della Repubblica, uomini politici, giornalisti, opinionisti di destra e di sinistra, il gip barese ha cercato di sottrarsi al linciaggio, sostenendo di essere stato “frainteso”, ammettendo di essersi “spiegato male” (“Datemi pure un quattro in italiano…”), dichiarando ammirazione per Fabrizio Quattrocchi (che ha detto: “Ora vi mostro come sa morire un italiano”). Il magistrato barese non si è invece pentito per aver usato la parola “mercenari”, nella convinzione che non sia ingiuriosa, significando soltanto – vocabolari alla mano – “Chi lavora alle dipendenze altrui in cambio di un compenso in denaro” (De Mauro); “Chi presta la propria opera per denaro” (Zanichelli); ecc. Ma il magistrato barese dovrebbe sapere – proprio perché magistrato, e quindi abituato al rispetto delle parole – che ogni parola ha, sì, un “significato” di base, ma prende poi “sensi” diversi nei diversi contesti, nelle diverse situazioni comunicative, a seconda della persona che parla, delle persone a cui si rivolge, in rapporto ai tempi, ai luoghi, agli scopi della comunicazione, ecc. Una frase come “Mi piacciono i bambini” è inequivocabile se pronunciata da una persona che aspira a insegnare nella scuola elementare, o chi desidera un figlio, ecc. Ma il dott. De Benedictis riconoscerà che la frase avrebbe tutt’altro senso se pronunciata da un pedofilo, o un cannibale.Non conoscendo le idee, le convinzioni, gli scopi, i comportamenti, ecc. del dott. De Benedictis, non posso dare un giudizio sulle sue parole: non posso cioè dire se “mercenario” ha, nel suo testo, il “significato” di base (come sostiene lui) o i “sensi” spregiativi (che ci vedono gli altri). Mi limiterò dunque a parlare della parola “mercenario” (latino “mercenarius”, da “merces”, “mercedis” “paga”) che, nei vari secoli della nostra storia linguistica, ha indicato molti tipi di “stipendiati”: servi, braccianti, guardiani di pecore, operai, osti, maestri privati, balie (Carducci: “…langue/ su “mercenario” petto, il caro pargoletto”), soldati (altra parola che – essendo participio passato del verbo “(as)soldare” – ha a che fare con i soldi, o meglio con il “soldo” militare, dal latino tardo (“nummus”) “sol[I]dus”, “moneta di oro massiccio”), ecc…”Mercenario” ha però sviluppato – a differenza di soldato – un significato spregiativo, come se l’attività svolta avesse come unico scopo di guadagno, mancando quella motivazione ideale, quella partecipazione personale, diligenza, scrupolo, che possono riscattare e nobilitare anche il lavoro dipendente più umile, o quello più spietato.
    (Da La Nazione, 29/10/2004).
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    “Complicità” cercasi
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Giovanna Cosenza – che insegna Semiotica a Scienze della comunicazione, nell’Università di Bologna – mi segnala per posta elettronica l’ultima vittima del bla-bla universale: è la parola “complicità”, “…logorata da usi e abusi televisivi e non. Nel mondo degli annunci personali tutti cercano complici e complicità…”.
    Per averne conferma, basta assistere, su canale 5, alla trasmissione “Uomini e donne”: rappresentanti dell’uno e dell’altro sesso si corteggiano e “si esibiscono” per individuare “a pelle” un compagno che sia “solare” ma, al tempo stesso, “intrigante”; insomma “una bella persona, fuori e dentro”, con cui realizzare un rapporto di “complicità”.
    Che due persone siano sentimentalmente “complici” è accettabile se si vuol sottolineare la confidenzialità di un’intesa che esclude tutti gli altri. Ma il trasferimento di “complice” dalla sfera del crimine a quella dell’amore dovrebbe rimanere scelta episodica, di tipo espressivo, come è negli “Indifferenti” (1929) di Alberto Moravia: “Cercò sotto la tavola il piede della fanciulla e lo premette come per invitarla a ridere con lui; ma come prima ella non rispose a questo suo confidenziale e “complice” contatto”.
    Il guaio è quando “complice”, “complicità” si irrigidiscono nell’uso espressivo e diventano tessere pronte all’uso (“stereotipi”), sostitutive di parole che potrebbero dire la stessa cosa con più semplicità o con maggiore aderenza: cercare un’ “intesa”, un rapporto di “confidenza”, di “intimità”, di “comprensione reciproca”, di “alleanza sentimentale”, di “partecipazione emotiva”, ecc. Senza escludere parole ed espressioni ancora più semplici che sarebbero le più giuste in una trasmissione che vuole sostituire la “realtà” quotidiana alla “finzione televisiva”.
    Ma “Uomini e donne”, davanti alle telecamere, cercano di impreziosire il loro discorso: “Il modo in cui “ti poni” mi “urtica”” – ha detto una signora del pubblico a un “corteggiatore” che le stava antipatico! E voleva dire: il tuo modo di fare mi “irrita”, mi “dà noia”, mi “dà fastidio”, mi “indispone”, non mi “piace”, non mi “va giù”, non mi “va a genio”, non mi “sfagiola”, ecc.; ma è stata rimproverata dalla conduttrice e ha rinunciato alla sua perla. Ha invece attecchito “prototipo”, in un dialogo in cui la parola giusta sarebbe stata tipo: “Sono il tuo “prototipo” d’uomo?” // “Sì, sei il mio prototipo!”.
    Perché “Uomini e donne” preferiscono “urtica” a “irrita”, “prototipo” a “tipo”, “complicità” a “intesa”, ecc.? Perché credono che queste parole “riempibocca” siano eleganti, nobilitanti; non si rendono conto che invece – quando non siano sbagliate –sono solo più pretenziose delle parole semplici, quotidiane (ma ricche di linfa), che “incantavano” Umberto Saba, uno dei più grandi poeti del Novecento: “Amai trite parole che non uno/osava. M’incantò la rima fiore/amore,/ la più antica difficile del mondo”.
    (Da La Nazione, 5/11/2004).
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    Se l’ “ostaggio” si ridesta
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Alfredo Panzini (1863-1939) rispondeva così a uno scolaro che gli chiedeva “che cosa sono gli ostaggi?”: “Una parola antiquata! Sono, o meglio erano gli individui più ricchi o più ragguardevoli di una città, che il vincitore si toglieva per mallevaria dei patti” (“La cicuta, i gigli e le rose”, Milano, 1950).
    Nel Novecento, dunque, “ostaggio” suonava “antiquata” all’orecchio di un uomo che di parole se ne intendeva, non solo perché scrittore, giornalista, professore, ma anche perché autore di un famoso “Dizionario moderno (1905). Oggi la parola “ostaggio” è purtroppo uscita dal suo letargo e incombe quotidianamente su di noi con una carica di ferocia e di brutalità forse mai raggiunta nella sua lunga storia.
    “Ostaggio” entrò in Italia (e nell’italiano dei primi secoli) dalla Francia e dal francese antico: “hostage”. Si trattava in realtà di un “rientro” nella nostra penisola, perché il francese “hostage” veniva – a sua volta – da Roma: dal latino “hospes”, “hospitis”, “ospite”; molti nomi italiani terminanti in –“aggio” vengono dal latino passando per l’antico francese, o per il provenzale (“formaggio”: dal francese “fromage”, e questo dal latino “caseu(m)” “formatici(um)”, “(cacio) messo in forma”; “coraggio”: dal provenzale “coratge”, e questo dal latino “coraticu(m)”, da “cor” “cuore”; ecc).
    Il significato originario di “ostaggio” è dunque quello di un’ “ospitalità” certamente non piacevole perché gli ostaggi potevano rimanere prigionieri a vita, o essere uccisi, se i patti di cui erano garanti non erano rispettati. Comunque, la presa di ostaggi si basava su un accordo che – in casi di reciproca lealtà – si concludeva con il ritorno dell’ “ospite” al suo paese e alla sua famiglia. A volte erano gli stessi parenti dell’ostaggio che lo proponevano al nemico; spesso erano i padri che offrivano i loro figli, come prova e pegno massimo della loro buona fede. La consuetudine di dare/prendere ostaggi – di cui però era proibita l’uccisione – è durata nel diritto internazionale di guerra fino al 1949, anno in cui fu vietata dalla Convenzione di Ginevra. La parola si è ridestata; ma gli ostaggi di oggi sono persone comuni, che vivono del loro lavoro, spesso umile; non sono “gli individui più ricchi e ragguardevoli” di cui parlava Panzini. Forse anche per questo la loro morte ci coinvolge profondamente.
    (Da La Nazione, 12/11/2004).
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    Ciao, buongiorno e buonasera
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    In questa rubrica si è già parlato di “addio”, “arrivederci”, “arrivederla”. Vorrei ora completare l’argomento delle formule di saluto perché è interessante notare come queste – pur essendo “formule”, e quindi parole o espressioni irrigidite dalla ritualità e dalla frequenza d’uso – mutano nel tempo, rivelandosi sensibili al cambiamento dei costumi e dei rapporti sociali.
    Gli studenti statunitensi che frequentano l’Università di Bologna (ma – credo – anche le altre università italiane), dopo aver parlato con un professore, lo salutano dicendo “Ciao!”. Nel loro interesse, spiego sempre che “ciao” è un saluto confidenziale, che presuppone un rapporto di parità fra chi saluta e chi viene salutato. Sicché uno studente non dovrebbe dire “Ciao” al professore che lo ha ricevuto, ma “Arrivederci” (visto che “Arrivederla”, ormai, lo usa Pinocchio e pochi altri). Oppure dovrebbe dire “Buongiorno”, “Buonasera”, ecc.: saluti che prescindono dal rapporto interpersonale, augurando rispettivamente un buon “giorno” (latino: “diurnum tempus”, “tempo diurno” o una buona “sera” (latino: “sera(m) diem”, “giorno tardo). La fortuna di “ciao” è legata alla crescente informalità dei rapporti che caratterizzano la società di oggi nei confronti di quella di ieri: ieri nemmeno il professore avrebbe detto “Ciao!” a uno studente universitario, n è gli avrebbe dato del “tu” (come oggi avviene sempre più spesso), a tutelare la dignità dell’interlocutore, ma anche a ribadire la sua distanza da lui.
    La diffusione di “ciao” è favorita anche dalla sua disponibilità a funzionare sia all’inizio che alla fine di un incontro, mentre “arrivederci” e “addio” sono solo “conclusivi”. Altro elemento a favore di “ciao” è la brevità della parola, e quindi l’ “economia” che questa consente. “Ciao” viene dal veneziano “sc’ia(v)o” “schiavo”, presente in tutta l’Italia settentrionale. Un saluto ossequioso, dunque, prima di perdere il contatto con il significato originario (chi pensa, oggi, di dichiararsi “servo suo” dicendo “ciao” a qualcuno?) diventando un saluto quasi cameratesco, come è già agli inizi dell’Ottocento nella definizione di G. Boerio, “Dizionario del dialetto veneziano”, Venezia, 1829: “Modo di salutare altrui con molta confidenza”.
    Naturalmente c’è sempre l’amico “evoluto” (di solito non sa una parola d’inglese) che ti saluta dicendo “bai bai” (inglese: “bye-bye”); ma questi sono fatti suoi.
    (Da La Nazione, 19/11/2004).

  • Contro il “body-odour”

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Un lettore mi chiede perché non parlo (non parlo “male”) degli anglismi. Ma, per parlarne, non basta schierarsi con gli apocalittici o con gli integrati; occorre capire il fenomeno e quindi – prima di tutto – interrogare il passato: sapere ciò che è successo, nei secoli scorsi di “germanismi”, “arabismi”, “francesismi”, “provenzalismi”, “ispanismi”, ecc. aiuta a capire che cosa sta succedendo oggi con gli “anglismi”. Va anche considerata la situazione storica attuale: l’evoluzione da stato nazionale a paese membro dell’Unione Europea crea bisogni comunicativi nuovi; dovremo abituarci alla libera circolazione delle parole, in questo vecchio continente che un grande federalista italiano dell’Ottocento, Carlo Cattaneo, già chiamava “gli Stati Uniti d’Europa”.
    E poiché le soluzioni per realizzare questa libera circolazione sono più di una, dovremo favorire quella che –mentre soddisfa la necessità di dialogo internazionale- non sopprime realtà storiche che sono anche identità culturali e linguistiche. L’argomento richiederà dunque più di una “puntata”, in questa rubrica.
    Comincio dicendo come mi comporto io, in rapporto agli anglismi. Quando è possibile, li sostituisco con parole italiane equivalenti; e questo non per autarchia linguistica o per pregiudizio araldico, ma per rispetto della grande maggioranza degli interlocutori. Dico quindi “tendenza” invece di “trend”; “alla moda” invece di “trendy”; “allegato” invece di “attachment”; “udienza”, o “ascolto” invece di “audience”, ecc. e –se fossi un giornalista- non scriverei che “il festival di San Remo ha avuto il 33,59 per cento di “share”, ma che “il festival di San Remo ha avuto una “percentuale” di spettatori del 33,59”. Qualcuno potrebbe obiettare che “trend”, “trendy”, “share”, ecc. sono parole più brevi e quindi più “economiche” delle alternative italiane. Giusto; la nostra è una lingua polisillabica, che ha fatto poche economie perché è vissuta nel lusso: ha avuto una storia colta, una tradizione prevalentemente scritta. Ma se è così importante economizzare, proporrei di cominciare dicendo “sì”/”no” invece di “ ‘Assolutamente’ sì”/ “ ‘Assolutamente’ no”; eliminando il “ ‘Niente’,…” iniziale di discorso; usando “attimo”, invece di “attimino”… Accetto invece gli anglismi nei casi in cui anche “la Chiesa permette di rubare” (diceva Gian Francesco Galeani Napione nel 1791), cioè quando mancano, in italiano, alternative soddisfacenti. Dico “Jogging”, “smog”, “cocktail”, “slogan”, “computer”, ecc.: non me la sento di sostituire “jogging” con “trotterello”, “smog” con “fubbia” (“fu[MO+NE]bbia”), ecc., anche se sono stati proposti da un autorevole storico della lingua, che stimo molto. Sono anche disposta a valutare la “motivazione comunicativa” di certi anglismi (ad esempio la funzione “terminologica”, nei linguaggi scientifici”; la funzione “persuasiva” nei messaggi pubblicitari; ecc.) e che quindi sono in qualche modo “motivati”: quando la pubblicità di un deodorante invita a usare il prodotto “contro il ‘body odour’ ”, è evidente la “motivazione” gentile (“eufemistica”) dell’anglismo, come alternativa ad un più esplicito “cattivo odore”
    (o peggio).
    (Da La Nazione, 7/5/2004).
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    Busi e gli amici di Maria

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Vedo spesso la trasmissione “Amici”, su Canale 5. Mi interessa il rapporto fra insegnanti (bravissimi) e allievi variamente dotati, ma tutti appassionati per la loro disciplina: canto; recitazione; danza. Questa passione (che per alcuni è anche vocazione) dovrebbe redimere gli “Amici” dalla rudimentalità linguistica che caratterizza il popolo televisivo di altre trasmissioni: aitanti giovani, freschi di palestra e di tatuaggi che – senza possedere alcuna abilità artistica – aspirano a inserirsi nel mondo dello spettacolo, della pubblicità, della moda, o almeno nel giro delle “serate” in discoteca. Gli “Amici” si differenziano da questa fauna per il talento di cui spesso sono portatori, grazie al patrimonio genetico elaborato dalle precedenti generazioni. Ma per ottenere risultati soddisfacenti (e qualche volta eccezionali), occorrono anche impegno, fatica quotidiana, disciplina, sensibilità, intelligenza. E se queste componenti ci sono, vien da chiedersi in che cosa abbiano sbagliato scuola primaria e secondaria per fallire così clamorosamente nel primo e più importante loro compito, che è quello di “educare alla parola”. E’ un problema più grave di quanto comunemente si creda: non si tratta soltanto di difficoltà nel filtrare verbalmente un patrimonio mentale e psichico che comunque esiste, anche se inespresso; povertà di vocabolario, elementarità di sintassi, labilità di legami logici si traducono in banalità delle idee, esilità del ragionamento, mancanza di coerenza logica. Al contrario, scriveva Leopardi, “…la facoltà della parola aiuta enormemente la facoltà del pensiero, e le spiana e le accorcia la strada”. Questi ventenni piangono troppo (non solo per astuzia televisiva), hanno troppo bisogno di essere consolati, passano troppo facilmente da un estremo all’altro (simpatia/antipatia; gioia/sconforto, ecc.), mostrando una labilità affettiva inconciliabile con una professione artistica che richiede disciplina mentale, controllo delle emozioni. E poi è arrivato Aldo Busi. Circondato da sguardi assenti, da facce impassibili, da un’indifferenza ostile, questo “Signore della parola” è stato molto generoso: ha spiegato che un analfabeta non può diventare un grande artista (anche se ha avuto in dono una voce preziosa o un corpo perfetto) perché non avrà mai uno “stile” che esige capacità di selezione e di scelta. Ha invitato gli “Amici” a leggere “almeno un libro al mese”, ha scrivere una pagina che lui avrebbe corretto e discusso, ha portare in classe il vocabolario per cercare le molte parole sconosciute, quando capitavano (la ragazza che Busi ha chiamato “leziosa” ha imparato che “lezioso” significa “caratterizzato da smancerie o vezzi stucchevoli”). Peccato che Aldo Busi sia arrivato tardi e abbia potuto fare poche lezioni; perché qualche allievo cominciava a rendersi conto, a capire, a reagire, ad “accendersi”… come Don Abbondio a colloquio con il cardinale Borromeo: “ Era, se ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una grande torcia, da principio,fuma, schizza, scoppietta, non ne vuole sapere nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia.” (A. Manzoni,
    “I promessi sposi”, cap. XXVI).
    (Da La Nazione, 14/5/2004).
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    Busi e gli amici di Maria

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Vedo spesso la trasmissione “Amici”, su Canale 5. Mi interessa il rapporto fra insegnanti (bravissimi) e allievi variamente dotati, ma tutti appassionati per la loro disciplina: canto; recitazione; danza. Questa passione (che per alcuni è anche vocazione) dovrebbe redimere gli “Amici” dalla rudimentalità linguistica che caratterizza il popolo televisivo di altre trasmissioni: aitanti giovani, freschi di palestra e di tatuaggi che – senza possedere alcuna abilità artistica – aspirano a inserirsi nel mondo dello spettacolo, della pubblicità, della moda, o almeno nel giro delle “serate” in discoteca. Gli “Amici” si differenziano da questa fauna per il talento di cui spesso sono portatori, grazie al patrimonio genetico elaborato dalle precedenti generazioni. Ma per ottenere risultati soddisfacenti (e qualche volta eccezionali), occorrono anche impegno, fatica quotidiana, disciplina, sensibilità, intelligenza. E se queste componenti ci sono, vien da chiedersi in che cosa abbiano sbagliato scuola primaria e secondaria per fallire così clamorosamente nel primo e più importante loro compito, che è quello di “educare alla parola”. E’ un problema più grave di quanto comunemente si creda: non si tratta soltanto di difficoltà nel filtrare verbalmente un patrimonio mentale e psichico che comunque esiste, anche se inespresso; povertà di vocabolario, elementarità di sintassi, labilità di legami logici si traducono in banalità delle idee, esilità del ragionamento, mancanza di coerenza logica. Al contrario, scriveva Leopardi, “…la facoltà della parola aiuta enormemente la facoltà del pensiero, e le spiana e le accorcia la strada”. Questi ventenni piangono troppo (non solo per astuzia televisiva), hanno troppo bisogno di essere consolati, passano troppo facilmente da un estremo all’altro (simpatia/antipatia; gioia/sconforto, ecc.), mostrando una labilità affettiva inconciliabile con una professione artistica che richiede disciplina mentale, controllo delle emozioni. E poi è arrivato Aldo Busi. Circondato da sguardi assenti, da facce impassibili, da un’indifferenza ostile, questo “Signore della parola” è stato molto generoso: ha spiegato che un analfabeta non può diventare un grande artista (anche se ha avuto in dono una voce preziosa o un corpo perfetto) perché non avrà mai uno “stile” che esige capacità di selezione e di scelta. Ha invitato gli “Amici” a leggere “almeno un libro al mese”, ha scrivere una pagina che lui avrebbe corretto e discusso, ha portare in classe il vocabolario per cercare le molte parole sconosciute, quando capitavano (la ragazza che Busi ha chiamato “leziosa” ha imparato che “lezioso” significa “caratterizzato da smancerie o vezzi stucchevoli”). Peccato che Aldo Busi sia arrivato tardi e abbia potuto fare poche lezioni; perché qualche allievo cominciava a rendersi conto, a capire, a reagire, ad “accendersi”… come Don Abbondio a colloquio con il cardinale Borromeo: “ Era, se ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una grande torcia, da principio,fuma, schizza, scoppietta, non ne vuole sapere nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia.” (A. Manzoni,
    “I promessi sposi”, cap. XXVI).
    (Da La Nazione, 14/5/2004).
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    Il Presidente e l’elaboratore

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Accanto agli anglismi accettabili (in mancanza di alternative italiane) o in qualche modo motivati, moltissimi sono gli anglismi voluttuari, puramente esibizionistici. Nell’iniziare la trasmissione per i “cinquanta anni” della televisione italiana, Pippo Baudo avverte che è a disposizione dei telespettatori “un ‘call-center’, cioè un centralino”. Se di “centralino” si trattava (non di un’azienda fornitrice di servizi vari, attraverso telefono o computer) Baudo avrebbe dovuto dire “centralino”; anche per non creare dissonanze con un precedente “E’ d’uopo…”: espressione così ingiallita da ammettere solo l’uso ironico (quello che ancora oggi consente di chiamare “magione” un monolocale, “verone” un terrazzino, “fellone” l’amico che ci ha fatto uno scherzetto…). Ancora più grave è l’abuso di anglismi snobistici da parte di giornalisti e di uomini politici, che hanno maggiori responsabilità. Che in Italia si parli di “election day” (invece di “giornata delle elezioni”), di ministro/ministero del “welfare”, (invece di ministro/ministero “per la previdenza sociale”, o simili) è mancanza di riguardo per i cittadini italiani. Si dovrebbe prendere esempio dall’attuale Presidente della Repubblica: nei suoi discorsi non solo sono assenti gli anglismi, ma è spesso esplicita la volontà di evitarli. Parlando di “new economy” a Cagliari e a Catanzaro, il Presidente – oltre a tradurre l’espressione – la mette fra virgolette e la spiega: “…nuove imprese economiche, che utilizzino appieno gli strumenti di progresso di quello che si suole chiamare la “nuova economia”, l’economia della conoscenza, che nasce più da una gioventù istruita e formata nelle università e nei centri di ricerca che dal lavoro manuale, e che non abbisogna di una radicata tradizione industriale”. (“Viaggio in Italia. Discorsi e interventi del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi”, Roma, Presidenza della Repubblica, 2003, tomi 2; tomo II, pp. 11-12. Vedi anche tomo I,
    pp. 216-17).Traduce anche – parlando a Nuoro – il nome dell’epidemia del bestiame nota come “blue tongue”: “… vorrei invitarvi a non considerare questo problema grave della “lingua blu” come una sorta di condanna superiore. Io stesso mi sono interessato…” (“Ivi, tomo I, p. 221). Nell’ “Incontro con la Banca d’Italia”, il Presidente ricorda l’avvento del “computer”, ma la parola ripetutamente usata è quella italiana, “elaboratore”: “…non appena si affermarono gli ‘elaboratori’, la Banca d’Italia fu la prima a dotarsene[…] Non basta comprare gli ‘elaboratori’ e usarli invece del pallottoliere, bisogna modificare tutta la propria organizzazione in relazione ai nuovi strumenti…” (Ivi, tomo I, p. 249).
    E’ possibile che, in privato, Carlo Azeglio Ciampi usi “computer” e altri anglismi ormai acclimatati nella nostra lingua. Ma questo renderebbe la loro censura ufficiale ancora più significativa del rispetto per le “Istituzioni”: a cominciare dalla tutela di quell’ “Istituto” della lingua italiana su cui, storicamente, si fonda l’Unità del nostro paese.
    (Da La Nazione, 11/6/2004).
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    Né punti né unti
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Nel mese di Maggio i manifesti della propaganda elettorale hanno affiancato quelli che pubblicizzano prodotti di stagione: condizionatori d’aria, creme solari, repellenti anti-zanzara, ecc. Ora che le elezioni sono passate, è possibile parlare della campagna pubblicitaria che le ha precedute senza essere accusati di propaganda occulta. Le tecniche per promuovere un candidato e pubblicizzare un prodotto sono più o meno le stesse: “Né punti né unti”, promette lo slogan di un prodotto che allontana le zanzare. “Bologna (promessa)/ Bologna (promossa)” è stato uno degli slogan che hanno accompagnato alla vittoria il nuovo sindaco di Bologna. In tutti e due i casi il gioco linguistico si fonda sulla “diversità” (opposizione) di uno degli elementi che compongono il messaggio: nel primo caso si affida all’assenza/presenza della lettera “p” (punti/unti); nel secondo caso si affida al “cambio” di una vocale (promessa/promossa). Ancora più breve e (apparentemente) più semplice il messaggio dell’UDC: sotto le foto dei politici più rappresentativi, a cominciare da quella del presidente della Camera, si legge: “io c’entro.” Trattandosi di elezioni europee, l’interpretazione più immediata (favorita anche dalla iniziale minuscola di “io” e dal punto fermo finale) è che “io c’entro.” sia la parte conclusiva di un’affermazione: “In Europa, io c’entro.” Cioè: se “io”, elettore, darò il mio voto all’UDC, entrerò in Europa.Ma ‘entrarci’ è concetto positivo anche negli usi figurati, non ancorati a un luogo: significa “essere ammesso in un gruppo”, “farne parte”, “avere in esso un ruolo, un’influenza”. Osserviamo ora la forma di “c’entro”: essa evoca la parola ‘centro’, da cui si distingue – nella scrittura – per il solo apostrofo (che però, stampato in azzurro su manifesti e pieghevoli, si confonde con lo sfondo pure azzurro di questi). Nella pronuncia, invece, “c’éntro” e “c’èntro” si distinguerebbero per la diversa apertura della vocale “e”. Anche questo slogan, dunque, utilizza il gioco linguistico, in forme più complesse e ambigue di quelle già incontrate, lasciando maggiore spazio all’interpretazione dei destinatari. Possiamo immaginare che – al di là del sapore enigmistico gradevole a molti – questo messaggio sia stato particolarmente efficace presso coloro che aspirano a un centralismo non compromesso con gli opposti estremismi.
    (Da La Nazione, 18/6/2004).
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    Uomo del mio tempo
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Teleschermi e giornali hanno mostrato immagini agghiaccianti anche per spettatori e lettori ormai allenati all’orrore.
    Penso ai cinque uomini incappucciati, alle spalle del cittadino statunitense Nicholas Berg (accucciato a terra, ancora ignaro della sentenza che l’uomo di centro legge in arabo, prima di estrarre il coltello). Ma penso anche alle foto del carcere di Abu Ghraib, in cui compare la soldatessa americana Lynndie England, gaiamente impegnata nelle sevizie ai prigionieri iracheni. Vengono in mente parole di Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, – t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ ho visto, eri tu..”
    (S.Quasimodo, “Uomo del mio tempo”; da “Giorno dopo giorno”, 1947).
    Le parole del poeta aiutano a riconoscere la stessa, primitiva ferocia nella faccia contratta di Al Zarqawi (presunto boia di Berg) e in quella paffuta di Lynndie, ragazza di provincia cresciuta negli States, in una delle tante casette bianche che votano per il Presidente. Negli occhi stralunati del primo e in quelli vitrei della seconda si legge che millenni di pensiero e di parola (di leggi, di filosofia, di scienza, di letteratura, di arte, ecc.) non sono bastati a soffocare in noi l’uomo “della pietra e della fionda”: lo stesso che ha dato manifestazioni ancora più recenti di sé nell’uomo decapitato a Pompei, nelle tre ragazzine sgozzate a Baltimora, nella bambina giapponese a cui una coetanea ha tagliato la gola (e la serie continua…).
    La parola poetica, dunque, non è solo piacere estetico, ma anche strumento esplorativo della realtà; non ha solo funzione consolatoria, ma anche funzione conoscitiva. Come diceva Karl Werner Heisenberg, il fisico che ha segnato l’inizio della scienza contemporanea, “ogni vera, grande poesia procura una reale comprensione di aspetti del mondo che altrimenti sarebbero difficilmente conoscibili”. (Da La Nazione, 2/7/2004).
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    Chi dubita di “anca”?
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Il mio discorso sugli anglismi può sembrare troppo permissivo a coloro che li respingono in blocco: vorrei però sapere se questi rinunciano alla “bistecca” (“beefsteak”) o al “rosbif” (“roastbeef”), dovendoli ordinare al ristorante; se si astengono dal “tennis”, dal “golf”, dall’ “hockey”, ecc. E come “chiedono” uno “shampoo”, un “puzzle”, dei “jeans”, ecc.? Con quale parola sostituiscono “sketch” (che viene – attraverso l’olandese – dall’italiano “schizzo”)? Potrebbero usare “scenetta”, perdendo però l’effetto sonoro del monosillabo inglese: le parole hanno – oltre al significato – un “alone”, cioè un contorno evocativo che in parte dipende dal materiale sonoro di cui sono fatte. Ancora: chi rifiuta “bluff”, “flirt”, “sprint”, ecc. non potrà poi né “bleffare”, né “flirtare”, né “sprintare”; proibito anche “boicottare” e “linciare”, perché nei due verbi si annidano i cognomi di due capitani, C.C. Boycott (1832-97) e W. Lynch
    (1742-1820): non è sempre facile scoprire gli anglismi che si sono “adattati” alle regole morfologiche dell’italiano! Ancora più difficile è scoprire anglismi che producono uno slittamento di significato in una parola italiana già esistente (anglismi “semantici”). Per es. la parola “emergenza” (nel senso di “affioramento a una superficie”) esisteva già in italiano, quando – nel corso del Novecento –l’inglese “emergency” ha provocato il suo slittamento al significato di “urgenza”. Possiamo documentare l’irritazione con cui Giorgio Pasquali, filologo di fama internazionale, reagiva a questo evento: “…poche settimane or sono han fatto capolino i provvedimenti di “emergenza”; di “urgenza” o di “necessità” pare a me che sarebbe bastato. “Controllare” è francesismo non recentissimo nel senso di verificare [… ]; ma ora c’è anche “controllare”, in senso di “dominare”, che c’è venuto di recente dall’Inghilterra: il tale che “controlla” una società per azioni […] qui “dominare” mi sembra che basti”. (Lingua nuova e antica”, Firenze, Le Monnier, 1968).
    E’ passato poco più di mezzo secolo e i due anglismi che disturbavano Pasquali sono ora tollerati benissimo; ben pochi, anzi, sono in grado di riconoscerli come tali. Basta aspettare, dunque? Non sembrano proprio “nostre” le parole che seguono? : albergo, anca, banda, baruffa, bianco, bisticciare, blu, botta, bruno, bussare, buttare, fianco, fiasco, fresco, grifagno, grinta, guercio, guerra, lisca, manigoldo, melma, ribaldo, russare, sapone, schernire, schiena, sgherro, sguazzare, smacco, spia, spola, stalla, stamberga, taccagno, tanfo, tonfo, tresca, truffa, vanga, zanna, zazzera, ecc. E invece sono parole germaniche, portate nella nostra penisola dai “barbari” (goti, ostrogoti, longobardi, franchi). Dovremmo rinunciare a esse perché “straniere”? Ma se l’italiano dovesse rinunciare a tutte le parole provenienti da lingue diverse dal latino, perderemmo buona parte del nostro vocabolario e della nostra storia (non solo linguistica) perché circolazione delle parole è anche circolazione delle idee, delle credenze, dei costumi, delle mode…
    (Da La Nazione, 10/7/2004).
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    Rubrìca, per Dante e per noi
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Dante aveva ventisette anni, quando cominciò a scrivere la “Vita Nova”:
    “In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere si trova una rubrica la quale dice : “Incipit vita nova”. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’assemplare in questo libello e se non tutte, almeno la loro sentenzia.”
    Sono passati più di sette secoli, da quell’anno 1292; eppure capiamo bene ciò che Dante scrive: paragona la sua memoria a un “libro” in cui sono registrati i ricordi della sua vita. Quasi all’inizio (quando Dante aveva solo nove anni e pochissimi erano i ricordi precedenti) c’è un capitolo che comincia con tre parole latine: “Incipit vita nova”, “Comincia una vita nuova”, cioè una vita profondamente rinnovata dall’incontro con Beatrice e dall’amore per lei. Dante ha “intenzione” (“intendimento”) di trascrivere (“assemplare”) non tutte le parole di quel capitolo, ma il loro “significato” (“sententia”) “nel libro” appena iniziato (“in questo libello”) perché tutti possano leggerlo. Quasi tutte le parole di Dante sono ancora oggi “vive”. L’unica parola “morta” è “assemplare” (cioè “esemplare”: “trasferire o copiare da un modello (lat.“exemplum”)”).
    C’è poi la parola “rubrìca”, che Dante usava in significato diverso dal nostro. Oggi “rubrìca” è una specie di quaderno con margine a scaletta, su cui sono scritte le lettere dell’alfabeto; serve per annotare nomi, indirizzi, numeri telefonici, ecc. “Rubrìca” significa anche una serie di articoli o trasmissioni che periodicamente trattano di un certo argomento (“rubrìca” sportiva; cinematografica, ecc.). Invece Dante usa “rubrìca” nel significato di “titolo”, “intestazione”, “frase iniziale”, scritti con un inchiostro fatto di “terra ‘rossa’” (latino: “terra(m) ‘rubrica(m)’”, da “rubricus”, “ruber”, “rosso”; poi semplicemente “rubrica(m)”.
    Ho segnato l’accento su rubrìca, a indicarne la pronuncia. Spesso si sente dire “rùbrica” che è pronuncia popolare. Chi è senza peccato nell’uso degli accenti, scagli la prima pietra. Certo è che – nei casi dubbi – si potrebbe controllare la pronuncia delle parole su un buon vocabolario…
    (Da La Nazione, 16/7/2004).
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    Quei cani senza coda
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Un amico mi dice di essere allergico all’uso di parole come “utilizzo”, “impiego”, “degrado”, ecc. Si tratta di nomi derivati da verbi (“deverbali”), senza alcun suffisso (“a suffisso zero”); essi aggiungono la desinenza (-o / -a) direttamente alla radice verbale: da “utilizzar”-are, “utilizz”-o; da “impieg”-are, “impieg”-o; da “degrad”-are, “degrad”-o; da “deliber”-are, “deliber”-a; da “discaric-are, (verbo oggi in disuso), “discaric”-a; da “qualific”-are, “qualific”-a, ecc.
    Il fastidio che oggi qualcuno può provare per questi “deverbali a suffisso zero” ha un precedente nell’indignazione con cui i “puristi” dell’Ottocento condannavano tali “spezzoni” o “mozziconi” di parola: “cani senza coda” – li definivano sprezzantemente – alludendo all’assenza del suffisso derivato (vedi L.Serianni, “Norma dei puristi e lingua d’uso nell’Ottocento”, Firenze, Accademia della Crusca, 1981, p.66).
    Ma sono motivati il fastidio di oggi e l’indignazione di due secoli fa? Che i “deverbali a suffisso zero” siano “economici”, è indubbio: “utilizzo” o “delibera” sono meno lunghi (e quindi meno “costosi”) di “utilizzazione” o “deliberazione”. Si capisce perciò che essi proliferino in linguaggi interessati alla standardizzazione del messaggio (come il linguaggio “burocratico”) o alla sua semplificazione (come i linguaggi “tecnici”). Ed è proprio questa caratterizzazione burocratico-tecnologica che può irritare persone sensibili ai livelli linguistici (o “registri”); lo stesso “utilizzo” che è accettabile in una circolare ministeriale o in un foglietto di istruzioni, può dar noia se esportato nel discorso familiare-espressivo, dove la parola giusta – perché più semplice, più comune, e ancora più economica – sarebbe uso (lat. usu(m), participio passato di “uti” “usare”).
    Insomma: il mio amico è allergico al “burocratese”, non ai “deverbali a suffisso zero” che sono ormai bene inseriti nella lingua comune o che sono diventati “termini” giuridici, bancari, ecc.: cerca un “posteggi(o)” (da “posteggiare”); e se navigasse cercherebbe un “approd(o)” (da “approdare”); va in banca a fare un “bonific(o)” (da “bonificare”); accetta “impiant(o)” (da “impiantare”), “reclam(o)” da (“reclamare”), “conteggi(o)” (da “conteggiare”), “derog(a)” (da “derogare”),
    e così via. (Da La Nazione, 23/7/2004).
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    Adesso o subito
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Nella montagna pistoiese sotto l’Abetone, fra Cutigliano, San Marcello, Gavinana, Maresca, Campotizzoro, ecc., Andrea D. è conosciuto da tutti come vivaista e giardiniere bravissimo. Ma Andrea è anche linguista senza saperlo, come spesso succede ai toscani, convinti che la lingua italiana sia cosa loro, e quindi fortemente interessati, oltre che al suo uso, alla riflessione su quest’uso: alla scelta delle parole, alle regole che le uniscono in discorso. Per quanto riguarda siepi, alberi, prato, ortensie, rose, ecc. l’autorità di Andrea è indiscussa e indiscutibile. Per quanto riguarda la lingua ho invece qualche margine di reazione, anche se nascita e residenza nordiche suscitano diffidenze nel conterraneo di Dante.
    Se chiedo: “Lo trapiantiamo adesso, il tasso?”, Andrea non prende nemmeno in considerazione il contenuto della proposta (la pianta, secondo lui, cresce bene dov’è, per ora, avendo “fatto amicizia” con la siepe di “lauro”); ma si interessa al mio “adesso”: “Lei dice adesso perché è di “lassù”; noi, qui, non si dice “adesso”; si dice “subito”.
    Rassicuro il mio interlocutore sulla legittimità di “adesso”, che – oggi – appartiene al vocabolario italiano fondamentale, presente in tutte le regioni e disponibile a tutti i livelli. “Adesso” e “subito” sono due avverbi che significano “ora”, esprimendo l’immediatezza di un evento. Tutti e due hanno origine latina:
    -“adesso” risale all’espressione latina “ad ipsum (tempus)” (“nello stesso tempo”, “contemporaneamente”): trasmessa da genitori e figli attraverso le generazioni, l’espressione latina è diventata parola italiana, vivendo quindi una storia “ininterrotta” e “popolare”.
    -“subito” è il latino “subito” (“all’improvviso”, “immediatamente”), forma irrigidita dell’aggettivo “subitus” (“che giunge all’improvviso”; dal verbo “subire”: “sopraggiungere”, “sorprendere”). E’ una delle molte parole latine che – dopo la fine dell’impero romano – sono cadute in disuso e per secoli sono state dimenticate; poi – a partire dal secolo di Dante, quando il latino era già da un pezzo lingua morta – sono state ripescate da testi scritti in latino e introdotte nella nostra lingua da persone colte che ne avevano bisogno, soprattutto per scrivere. Si tratta dunque di parole che hanno avuto una storia “interrotta” e “colta”. Andrea ascolta; mi crede sulla parola; ma non direbbe mai “adesso”: la sua sensibilità linguistica continua ad avvertire una frontiera fra il mio “adesso” “di lassù” e il suo “subito” “di qui”.
    (Da La Nazione, 6/8/2004).
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    La via dei classici
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Succede a volte che mi chiedano titoli di libri “belli” per bambini. Lascio la risposta agli esperti di “letteratura per l’infanzia”, limitandomi a tre considerazioni. “Belli” per i bambini sono i libri (i giornalini, i fumetti) che piacciono a loro, anche se non piacciono a noi. E’ così importante che leggano, da far passare in seconda linea “che cosa” leggono. Mi assicura Antonio Faeti che, una volta contratto il morbo della lettura, gli oggetti su cui questa si esercita sono facilmente sostituibili. Possiamo dunque sperare che gli appassionati di Harry Potter si convertiranno – prima o poi – al capitano Achab di “Moby Dick” e al capitano Mac Whirr di “Tifone”? L’esperienza mi dice di sì: a Melville e a Conrad sono arrivata partendo da libri “rosa”, sottratti a una sorella liceale, firmati M. Delly (pseudonimo su cui non ho mai voluto indagare). Ricordo ancora qualche titolo: “Schiava o regina?”; “L’esiliata”; “Mitzi”… La trama – oggi riciclata con successo dalla televisione in “Elisa di Rivombrosa” – era sempre la stessa, con qualche variante: una fanciulla povera, onesta, bella e intelligente, costretta a lavorare per un padrone affascinante e sdegnoso che – più volte respinto – si innamorava di lei e la sposava, facendola trionfare su perfide rivali.
    Per poter sviluppare gusti e preferenze i bambini dovrebbero essere accompagnati abitualmente in una libreria (o in una biblioteca circolante) accogliente, in cui persone esperte fossero disponibili a presentare loro i libri, aiutandoli nella scelta. E ciò a partire dai primi anni di vita, quando “leggere” significa ancora “ascoltare”: un bambino che, fin da piccolo, possa contare su adulti che leggono per lui è già un bambino fortunato. Negli ultimi due/tre decenni l’editoria per l’infanzia ha offerto una produzione ampia, mediamente buona, con punte di eccellenza. Non trascuriamo, però, “i classici”: dalle fiabe tradizionali alle “Storie della preistoria” di Moravia; dal “Pinocchio” di Collodi al “Marcovaldo” di Calvino; dal “Robinson Crusoe” di Defoe al “Venerdì” di Michel Tournier, ecc.
    Ma perché li chiamiamo “classici”? Della parola “classico” racconteremo (presto) la storia. Nel frattempo, ecco due definizioni di Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. “Il classico che amiamo è quello che non può esserci indifferente e che ci serve per definire noi stessi (non importa se in armonia o in contrasto con lui)”. (I. Calvino, “Perché leggere i classici?”, Mondatori, 1981). (Da La Nazione, 13/8/2004).
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    Il modello di Carlo V, imperatore
    di Maria Luisa Altieri Biagi

    Abbiamo già incontrato “miscugli” linguistici a scopo “persuasivo”. Ben diverso è lo scopo del “miscuglio” in letteratura: nel Barone rampante di Calvino, il protagonista, Cosimo Piovasco di Rondò, mescola spagnolo, inglese e latino per urlare che ama la fanciulla più stupenda del mondo (“Yo quiero the most wonderful puellam de todo el mundo”). Cosimo non è un poliglotta; Calvino precisa anzi che “lo studio delle lingue classiche e moderne – da parte del barone – è stato “poco approfondito”. Se Cosimo mescola tante lingue è perché gli sono necessarie per “abbandonarsi alla clamorosa predicazione dei suoi sentimenti” (in funzione “emotiva”, dunque):
    “Zu dir, zu dir, gunàika, Vo cercando il mio ben, En la isla de Jamaica, Du soir jusqu’au matin!” (Il Barone rampante, cap. XXII).
    Ben cinque lingue: tedesco (“Zu dir, zu dir”: “Per te, per te”); greco (“gunàika”: “donna”); italiano (“Vo cercando il mio ben”); spagnolo (“en la isla de Jamaica”: “nell’isola di Giamaica”); francese (“Du soir jusqu’au matin”:dalla sera alla mattina”) servono a Cosimo per esprimere l’intensità e la complessità delle sue emozioni.
    Anche Mozart alternava al tedesco l’italiano, come lingua di viaggio e d’arte; e Voltaire preferiva l’italiano al francese, come lingua della corrispondenza amorosa; viceversa Goldoni scriveva le sue memorie in francese (Mèmoires”, 1787) perché quella era la lingua della conversazione (e della cultura) europea, nel Settecento. Ma il modello più significativo per i cittadini dell’Europa unita, potrebbe essere quello di Carlo V (1550-1558): figlio ed erede di Filippo d’Asburgo e di Giovanna di Spagna, l’imperatore si vantava di “parlare francese con gli uomini, italiano con le donne, tedesco con il suo cavallo, e spagnolo con Dio”!
    Che cosa succederà nell’Europa del Duemila? Rientra fra gli “scenari” possibili quello di un diffuso poliglottismo? E’ una domanda cui cercherò di dare risposta, in seguito. Per ora mi limito ad anticipare due pareri autorevoli: Montesquieu, grande viaggiatore e acuto osservatore di istituzioni e costumi, credeva in questa possibilità:
    “Non sarebbe poi cotanto difficile, trattandosi di lingue viventi, il farne imparar più d’una […] La difficoltà di apprender lingue diverse viventi non è tanto quanto appare a prima fronte: in Costantinopoli è cosa assai comune l’udire un fanciullo parlar francese col padre, greco volgare colla madre, e turco co’ suoi coetanei.” (“Lettres persanes”,1721).
    E Giacomo Leopardi, nello “Zibaldone”, sottolineava i pregi derivanti dalla “cognizione di molte lingue”; primo fra tutti, quello di “fecondare” la nostra mente: “La nuda cognizione di molte lingue accresce anche per se sola il numero delle idee, e ne feconda poi la mente, e ne facilita il più copioso e il più pronto acquisto”. (Da La Nazione, 20/8/2004).

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