Stati generali della lingua italiana? Siamo presi in Giro. Parola di Giovanni Agresti.

Commento all’articolo “La lingua italiana è un patrimonio e uno strumento geopolitico”
Intervista a Mario Giro a cura di Niccolò Locatelli
Limes, 17 ottobre 2014
 
I propositi sono più che buoni: la valorizzazione della lingua italiana riguarda la difesa dell’interesse nazionale e gli Stati generali della Lingua italiana sono senz’altro un appuntamento da seguire con attenzione.
Tuttavia, nei contenuti l’articolo smentisce o ridimensiona in larga misura tali propositi o quanto meno, seppur involontariamente, fa emergere notevoli contraddizioni nell’attuale politica linguistica italiana e, direi, nella politica italiana tout court.
Cerco di riassumere alcune ossservazioni.
1) Anzitutto trovo di retroguardia, ottocentesco e positivista, considerare la lingua italiana in modo ipostatico, come se avesse una sua vita propria indipendentemente dalla comunità che se ne serve e/o è motivata a servirsene al quotidiano. Questa separazione, come si capirà meglio in seguito, è assolutamente esiziale.
2) Il sottosegretario Giro enuncia dei numeri corretti, evidenziando opportunamente come quella italiana sia, dopo la cinese, la “seconda diaspora al mondo” ma giungendo a conclusioni discutibili: “l’italofonia e l’italicità sono molto forti”. Contesto quest’affermazione, perché italofonia e italicità rimandano – pensiamo al concetto di Francofonia e alle sue fortissime valenze politiche, economiche e culturali – non solo a numeri ma a posizionamenti ideologici, a quella che in sociolinguistica e in linguistica sociale chiamiamo la “lealtà linguistica”, la volontà forte di difendere o affermare la propria identità, il proprio senso di appartenenza partendo generalmente dalla lingua, e l’interesse nazionale. Orbene, che la lealtà linguistica sia storicamente più marcata negli italiani emigrati è un dato noto agli studiosi e a chiunque abbia avuto modo di osservare i comportamenti linguistici e la dimensione emozionale e affettiva del legame con la lingua d’origine presso le comunità emigrate. Tuttavia non possiamo misurare la lealtà linguistica degli italofoni con una mera statistica quantitativa. Pensiamo ai catalani: sono circa 8-10 milioni di locutori nella madre patria, non godono di una piena sovranità politica ma, senza essere sciovinisti, possiedono diffusamente una coscienza linguistica molto superiore alla nostra e si battono molto più di noi per la loro sovranità culturale.
3) l’obiettivo degli Stati generali è sacrosanto: “ricordare agli italiani che vivono in Italia il valore che ha la nostra lingua”. Ma perché c’è bisogno di far questo? Forse perché la classe dirigente, da alcune legislature a questa parte ma oggi in modo sempre più aggressivo, sta facendo di tutto per toglierci la sovranità linguistica e culturale e convincerci che le nostre sono una sublingua e una subcultura? In che altro modo, ad esempio, possiamo chiamare la progressiva sostituzione della lingua-cultura italiana nei corsi di Laurea magistrale delle università italiane a favore di una lingua inglese inopportunamente e acriticamente adottata non solo come lingua franca internazionale, ma anche e sempre più come lingua di lavoro e ricerca in ambito nazionale, con pesantissime conseguenze non solo latamente culturali ma anche concretamente economiche (misurate da autorevoli economisti della lingua)?
4) La verità che emerge da quest’intervista è che stiamo diventando, in barba a quei 250 milioni di persone del “bacino di italici” sbandierato dal sottosegretario, una comunità di minoranza, pur nella numerosità dei locutori o degli italofili sparsi nel mondo. Lo dico da addetto ai lavori, da chi si occupa da più di vent’anni di comunità linguistiche minoritarie: in questo articolo – e, ahimé, nella vita quotidiana – riscontro sempre più frequentemente i principali segni e sintomi della dominazione linguistica, ossia del complesso diglottico. Il più macroscopico di questi è la specializzazione della lingua, cioè la perdita di domini d’uso che segna la perdita di “normalità”. Cito una frase inquietante del sottosegretario, piena di significati più o meno nascosti: “L’italiano non sarà la lingua del lavoro ma può essere la lingua della cultura”. E perché mai? Una Repubblica fondata sul lavoro non avrà più diritto a funzionare, a livello socioeconomico, con la propria lingua nazionale? Il lavoro è opposto alla cultura? Il nostro tanto sbandierato patrimonio artistico che tutto il mondo ci dovrebbe invidiare (Reggia di Caserta divenuta discarica a parte) non può forse generare lavoro ed economia? Allora aveva ragione Tremonti quando disse che “con la cultura non si mangia”? Allora è per questo motivo che, in nome del lavoro, di qualsiasi lavoro, anche quello che non porta benefici economici nelle casse dello Stato e tantomeno dei cittadini, distruggiamo il patrimonio, in primis il paesaggio, tutelato ancora dalla Costituzione all’art. 9 (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”)? Sì, perché è a questa distruzione che mirano gli artt. 35-36-37-38 del cosiddetto decreto sblocca-Italia (DL 12 settembre 2014, n. 133), che spalanca le porte alla petrolizzazione e trivellazione senza freni del nostro territorio e a gravissimi rischi ambientali, sia in mare sia su terra.
5) Chi ritiene che questi appena evocati siano problemi diversi ed estranei all’articolo analizzato ha fatto propria una mentalità distorta che tende a separare gli ambiti della nostra vita. Cos’ha in mente il sottosegretario o il nostro capo del Governo quando parlano di “cultura”? Antropologicamente la cultura è cultura materiale, dalla cultura di sussistenza in poi, e dovrebbe quindi essere considerata più una modalità d’interazione con il circostante o uno stile di vita che un vestito della domenica o un’uscita a teatro. Ora, tra i nostri stili di vita “vincenti”, riconosciuti come validi un po’ in tutto il mondo e anche in Italia, vi è indubbiamente la “dieta mediterranea” e molti prodotti agroalimentari di prestigio e qualità assoluti. Ma anche qui, come per la lingua italiana: cosa fa la nostra classe dirigente per proteggere i nostri prodotti nel mercato globale? Quanti miliardi di euro, quante manovre finanziarie ci costa ogni anno la debole protezione dei nostri prodotti di qualità e la proliferazione di prodotti taroccati? Non basterebbe, ma sarebbe già qualcosa imporre marchi in lingua italiana per designare prodotti italiani (id est della tradizione italiana e prodotti in Italia con materie prime italiane: c’è chi, molto meritoriamente, sta iniziando a parlare di “Fatto in Italia”, di contro a un Made in Italy che in molti casi è diventato l’ombra di sé) mettendo fuori legge i mistificatori. Anche questa è lealtà linguistica e culturale, e anche qui tradiamo troppo spesso il nostro Paese. Si pensi alla discussione sul trattato di liberalizzazione commerciale USA-UE, detto TTIP. La trasmissione giornalistica “Report” ne parlerà domenica prossima (per fortuna).
6) Torno sul complesso diglottico che molti italiani grazie al cattivo esempio che proviene dall’alto stanno introiettando. La letteratura sociolinguistica ci insegna che esistono due modi per marginalizzare una determinata lingua-cultura: la svalutazione (v. sostituzione progressiva dell’italiano nei corsi di laurea magistrale, non solo scientifici, delle università italiane, l’assenza della lingua italiana nei bandi europei, nell’ufficio europeo dei brevetti  ecc.) o l’ipervalutazione (l’italiano come lingua di cultura, e di una cultura di nicchia, la lingua dell’opera lirica – a proposito: di quale opera lirica visto che i teatri e le orchestre del nostro Paese sono sempre più in difficoltà?). Sì, anche l’ipervalutazione in ambiti eccessivamente ristretti è un segno di dominazione culturale: perché una lingua di nicchia non è certamente rappresentata come una lingua adatta a ogni uso, contesto o registro. Detto brutalmente: una lingua specializzata non è una lingua normalizzata, normale. Molti cosiddetti dialetti sono percepiti così: o fanno ribrezzo, o fanno sorridere, o fanno innamorare: temo che la “ital-simpatia” di Riccardi e il “capitale di simpatia con cui si guarda alla cultura italiana” di cui parla il sottosegretario nell’intervista siano qualcosa di semioticamente analogo alla postura con cui molti di noi considerano il dialetto. Con simpatia e senso del pittoresco. Per poi passare alle cose serie, of course.
7) Per concludere, osserverei come siano due le vie al provincialismo: o credere che la tua lingua-cultura sia la migliore al mondo, il che ti porta a chiuderti e a ripiegarti su te stesso e a non migliorare; oppure credere che la tua lingua-cultura sia poco importante, il che ti porta a cedere con pieno consenso e giorno dopo giorno quote di sovranità linguistico-culturale e a importare, sull’onda di un piano Marshall che non finisce più, quantità massicce di cultura straniera non sempre di qualità, come l’abnorme percentuale di film e telefilm made in USA, peraltro molto spesso assai poco edificanti, che costellano i palinsesti anche della Rete televisiva nazionale negando visibilità alla creatività e al talento di registi, attori e produttori italiani ed europei.
Tornando all’articolo di Limes, direi che è un errore considerare la lingua italiana come, nel migliore dei casi, una lingua esclusivamente di cultura, quella che in definitiva è sempre stata da Dante fino all’Unità d’Italia, quando la “Questione della lingua” divenne una questione molto più seria, urgente, sociale, politica, quando cioè si dovette elaborare una lingua nazionale proprio per unire un Paese estremamente frammentato. Naturalmente siamo tutti debitori nei confronti del nostro umanesimo, rinascimentale e contemporaneo, però mi piacerebbe che anche di questo si parlasse durante gli Stati generali: di come la nostra lingua-cultura italiana, e la sua difesa non solo e non tanto erudita o culta ma piuttosto sociale ed economica, possa oggi svolgere una funzione centrale nella ricucitura di un tessuto sociale, economico, politico e culturale sempre più sfilacciato e sempre più alienato, delocalizzato.
 
Giovanni Agresti
Università degli Studi di Teramo 
Responsabile del Primo Congresso mondiale dei diritti linguistici

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