Sessismo linguistico

LIBRI PAROLE IL LESSICO «SESSISTA»

Lui è un galletto Lei donna allegra o di facili costumi

di Giorgio De Rienzo

Mentre si discutono in Parlamento provvedimenti sulle «quote rosa», uno studio di Bianca Barattelli, che uscirà tra qualche giorno su «Lingua d’oggi», constata che non sempre c’è pari opportunità fra gli stereotipi femminili e maschili della nostra lingua, la quale, come aveva già osservato nel 1993 in una sua analisi Sabatini, pecca di «sessismo». Si parte subito dalla coppia «sesso forte» e «sesso debole» che pesa come un macigno, ma l’ottica maschilista si rende ancor più visibile da una mancanza di un corrispondente di genere a «bel» o «gentil sesso», che subordina di fatto il femminile a uno sguardo maschio. Si dice (generalmente in forma imperativa) «essere uomo» e «fare la femminuccia» per comandare assunzione di responsabilità ed evitare debolezze disdicevoli. Manca il corrispettivo per la donna: «essere femmina» non comporta atteggiamenti pubblici, ma qualità che si svelano in un’alcova. Nella dialettica tra i generi chi prende l’iniziativa è un lui. Se è lei abbiamo la «donna fatale», la «vamp» (l’attrazione della donna diventa irresistibile come quella di un vampiro), la «maliarda»: tutti termini letterari, a cui si affiancano, il più volgare e aggressivo «mangiatrice d’uomini» o il moralistico «rovina famiglie». Per lui invece abbiamo uno sbrigativo «donnaiolo» o gli importati «playboy» e «tombeur des femmes». È un fatto che si riproduce anche nei modelli di riferimento, dove Don Giovanni e Casanova, due prototipi settecenteschi, s’oppongono a Circe e Messalina, che si perdono nei tempi. Un test definitivo diventa la terminologia che coinvolge la donna quando vende il proprio corpo. Pesca dalla letteratura («etera» e «meretrice») come dal linguaggio popolare («puttana» e «bagascia») e da quello dialettale («mignotta» e «zoccola»), oltre che da una serie di locuzioni non sempre trasparenti: «donnina allegra», «donna di facili costumi» e «bella di notte», «passeggiatrice» e «peripatetica», «lucciola» e «squillo» fino alla più recente (e ambigua) «escort», che sostituisce termini attenuativi del passato come «cocotte». Per lui nei dizionari esiste un «prostituto», ma non è usato: il tutto si riduce a un attempato «gigolò». Anche quando si pesca dalla terminologia animale (a parte la coppia «porco» e «troia») c’è uno spostamento di significati che è a vantaggio del maschio. Lei, nei miglior casi, è «gattina», «farfallina», «civetta», lui un «farfallone» o un «galletto». Ma se ci si sposta sul piano delle prestazioni tutto cambia e la donna si prende forse l’unica volta la propria rivincita. Diventa «tigre» o «pantera»: in ogni caso è una dominatrice; l’uomo al massimo può diventare «stallone»: uno che rende sì, ma sul piano della quantità e non della qualità. È un fatto curioso che la parità linguistica totale si ottenga solo quando un rapporto termina: rompono o chiudono una relazione lui come lei; i due si separano o divorziano senza ulteriori specificazioni. E tutti e due tornano finalmente «single», senza nessuna distinzione di genere.
(Dal Corriere della Sera, 17/4/2011).

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