SE UNA LINGUA VUOL DIRE CHE I SUOI PARLANTI NON HANNO PIU’ NECESSITA’ DI PARLARLA

PARLA COME MANGI

di Carlo Oliva
Rivista Anarchica n.224, febbraio ’96

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SE UNA LINGUA <­<­SPARISCE>> VUOL DIRE CHE I SUOI PARLANTI NON HANNO PIU’ NECESSITA’ DI PARLARLA.

Tra le tante prospettive di catastrofe che incombono su questa fine di millennio, ce n’è una cui francamente non avevo mai pensato, ma su cui mi sembra valga forse la pena di soffermarsi un momento. L’ho trovata denunciata in un vecchio articolo del Manifesto (del 7 novembre scorso): è quella dell’estinzione di un congruo numero di lingue attualmente parlate sulla superficie del pianeta. L’autrice del pezzo in questione, Giuseppina Ciuffrida, non è forse una delle notiste più note del leggendario <­<­quotidiano comunista>> e l’articolo non ha certo fatto un gran rumore (si tratta di uno di quegli interventi di varia cultura ecologica che in quella sede vengono normalmente pubblicati in appendice alle previsioni del tempo), ma l’argomento che affronta è più importante di quanto non paia. Vi ci si riferisce dalle denunce di tale professor Michael Krauss, dell’Alaska Native Language Center dell’Università di Fairbanks, che, intervistato dalla sezione esperantista di Radio Radicale (un’emittente, a mio avviso, cui nessuno studioso serio dovrebbe concedere un’intervista, ma probabilmente in Alaska non lo sanno), ha dichiarato che <­<­il novanta per cento delle nostre lingue, forse il novantacinque per cento, saranno estinte entro i primi cent’anni del Duemila. Ne sopravvivere un cinque per cento, riferito al massimo a venti famiglie genetiche>> La denuncia non è nuova, ma merita di esser presa in considerazione, se non altro perché è formulata al di fuori dei vari contesti nazionalisti o regionalisti in cui normalmente alligna: di fatto, il processo è messo esplicitamente in connessione con quello, ben noto, e ideologicamente assai più interessante, della progressiva sparizione di specie animali e vegetali: <­<­La nostra vita dipende da un ecosistema, da un tessuto vitale del quale piante e animali sono parte importante. Ma siamo davvero certi che le nostre seimila lingue non siano parte essenziale del sistema intellettuale e sociale da cui dipende la nostra umanità ?>>.
Formulata in questi termini, la domanda ammette una sola risposta, soprattutto perchèé corroborata, subito dopo, con l’argomento per cui <­<­tipi diversi di esperienze umane, differenti capacità di comprendere, di avere idee, vengono preservati nella lingua.>> Ovvero che <­<­le lingue hanno in sè una conoscenza del mondo.>>
Invece dell’esempio che si fa normalmente in questi casi, quello dei non so più quanti modi per definire la neve e i suoi diversi stati presenti nella lingua eskimese (come ben sanno le centinaia di migliaia di lettori del Senso di Smilla per la neve), il professor Krauss cita certe lingue indigene del Sudamerica che <­<­contengono la conoscenza delle piante medicinali>>, ma il senso è sempre quello:<­<­ogni volta che perdiamo una lingua, perdiamo anche dei modi diversi di guardare il mondo.>>
Chi si diletta di linguistica riconoscerà l’eco di una teoria celebre qualche anno fa, la cosiddetta ipotesi Worf-Shapir, una teoria la cui validità scientifica è forse un po’ meno ovvia di quanto suoni a prima vista, ma che fa ormai parte del patrimonio standard delle conoscenze correnti in materia. Ma non starà a tediarvi su questo, anche se l’articolo del Manifesto ha suscitato in me qualche nostalgia di quando mi occupavo della materia con maggior fervore di oggi. Il fatto è che il professor Krauss tira in ballo, senza parere, una bella quantità di problemi. Il primo dei quali è forse quello che a lui (e non solo a lui) potrebbe sembrare una pura ovvietà, perchèé dire che il numero delle lingue diminuisce un’affermazione, nonostante tutto, abbastanza azzardata. Per dire che oggi esistono meno lingue di ieri, bisognerebbe poterle contare ieri e oggi, ma come facciamo a contare le lingue?
La lingua è un oggetto difficile: ti sfugge dalle mani e rilutta alle definizioni, soprattutto a quelle di tipo esclusivamente linguistico. In Italia parliamo tutti l’italiano, naturalmente, salvi gli allofoni, ma niente e nessuno ci impedirebbe, se lo volessimo, di distinguere questo italiano in almeno due lingue: l’italiano del nord e quello del centro-sud, e non tanto per fare piacere ai nostri nuovi amici e alleati della Lega, quanto perchèé nell’uso moderno i parlanti delle due aree impiegano due sistemi fonetici nettamente diversi (infatti chiunque li può agevolmente distinguere a primo udito, per quanto scarsa sia la cultura linguistica), per non dire di peculiarità sintattiche e lessicali di un certo peso (che so: a nord è praticamente scomparso il passato remoto mentre nel centro-sud nessuno si sognerebbe di usare il passato prossimo per gli eventi preteriti, e così via). E l’italiano è una lingua codificata, che si insegna, più o meno, nelle scuole e si appoggia a una lettura riconosciuta. Ma come la mettiamo con i dialetti, che in nulla differiscono strutturalmente dalle lingue comunemente dette ? Si può parlare di dialetto lombardo o di dialetto milanese, anche se il secondo è contenuto ovviamente nel primo e corre voce che certi vecchi ambrosiani siano perfettamente in grado distinguere il milanese di Porta Monforte da quello di Porta Magenta. E a Mantova, si sa, si parla un lombardo ostensibilmente diverso di quello di Sondrio.
Di solito ce la si cava parlando di <­<­aree di intercomprensione reciproca>> (zone di cui, all’ingrosso, i nativi si capiscono tra di loro senza interprete o vocabolario) ma non è detto che, nell’area italiana, un goriziano si intercomprenda reciprocamente con un cittadino di Agrigento, mentre un indigeno delle valli occitaniche del Cuneese (in Italia) ha pochissime difficoltà a capire cosa dice un provenzale, per quanto in Francia. E cos via.
Il fatto è che le lingue, strano ma vero, non esistono. Sono semplicemente degli insiemi di operazioni (mentali e fisiche) compiute con certi scopi precisi da certi gruppi di persone e sono individuate a partire dai criteri (che, più che linguistici, di solito sono politico-amministrativi) con cui vengono normalmente individuati i gruppi relativi. Anzi, visto che all’interno dei gruppi cos definiti convivono infiniti usi linguistici diversi, un guazzabuglio di gerghi, dialetti, abitudini e affezioni di gruppo o individuali, la loro <­<­lingua>> è sempre definita, stringi stringi, con un atto d’imperio, di solito assumendo a norma l’uso del sottogruppo che dispone di maggiore potere o prestigio. E ogni sistema cos definito ha un’inesausta capacità di suddividersi in sottosistemi o aggregarsi in soprasistemi, ciascuno dei quali, con diverso, ma parimenti legittimo, atto d’imperio potrà essere a sua volta assunto come una <­<­lingua>>, e cos via all’infinito. Il tutto è un po’ complicato, ma a esistere, per fortuna, sono i soggetti parlanti, non le cose parlate. E mentre finora nessuno è riuscito a dimostrare che in questo campo a operazioni fisiche diverse (come parlare in <­<­italiano>> o in <­<­turco>>) corrispondano diverse procedure mentali, il fatto che i testi italiani e turchi siano in buona misura traducibili tra loro fa pensare che, almeno in altrettanta misura, le operazioni mentali siano le stesse, e comunque è poco ma sicuro che le comunità umane modificano continuamente la propria lingua in base alle esperienze e alle necessità, per cui un gruppo di indios sudamericani trasferiti in Alaska continueranno a parlare la loro lingua, ma lasceranno presto o tardi cadere la terminologia relativa alle piante medicinali della giungla natia e svilupperanno, come i loro confratelli eskimesi, una ricca semantica della neve.
Per cui, arriviamo al punto, se una lingua <­<­sparisce>> vuol dire che i suoi parlanti non hanno più necessità di parlarla, magari perchèé si sono integrati in una comunità linguistica più vasta, perchèé vivono esperienze diverse e hanno diverse necessità, perchèé frequentano le scuole, guardano la televisione, leggono i giornali e interagiscono con gruppi umani diversi da loro, tutte cose, in sè, tutt’altro che negative. Non è detto, naturalmente, che, come succede di solito, debbano essere assorbiti da gruppi più potenti: potrebbero evolere la loro stessa lingua nel senso desiderato, ma dal punto di vista teorico la cosa avrebbe ben poca importanza: la lingua evoluta sarebbe comunque diversa, <­<­altra>>, da quella tradizionale. La lingua tradizionale non esisterebbe più.
E allora, vedete che le preoccupazioni del professor Krauss ci hanno portato in un campo più vasto e controverso, perchèé la <­<­ricchezza>> delle lingue corrisponde fatalmente alla separatezza (se posso usare questo orribile neologismo) delle comunità che le parlano, e la separatezza spesso corrisponde a una gerarchicizzazione, alla subordinazione degli uni sugli altri, a differenze anche cospicue di livelli di vita. Il problema si ripresenta pari pari ogni volta che si afferma la necessità di conservare qualcosa: non è detto che una <­<­ricchezza>> (con le virgolette) di categorie astratte corrisponda senza residui a una ricchezza (senza virgolette) dei soggetti concreti.
C’è molto da dire (e molto, di solito, si dice) a favore di chi lotta per conservare differenze, peculiarità e caratteristiche linguistiche, comportamentali, culturali, religiose e che altro, ma qualche parola forse varrebbe la pena di spendere a pro di quei processi di integrazione che sviluppano, o cercano di sviluppare, o forse, se ci stiamo attenti, svilupperanno qualcosa di nuovo che ci coinvolga tutti.
Per non dire che se è vero che tutto ciò che vive, secondo la nota massima di Engels, <­<­merita>> di morire, non si vede perchèé si dovrebbe fare eccezione per le lingue, che d’altronde, in certi casi, potrebbero sopravvivere solo come <­<­fossili viventi>>, a patto di tenere le comunità che le parlano in condizioni artificiose di isolamento, in una specie di zoo glottologico che non mi sembra bello augurare a nessuno.
C’è poi un’ipotesi ottimale-ottimistica, per occuparsi della quale qui manca lo spazio, ma sulla quale cercherà di tornare quanto prima: è quella per cui tutti conservano la loro ricchezza nativa, ma si comprendono perfettamente lo stesso l’uno con l’altro, perchèé parlano anche l’esperanto o una seconda lingua comune o qualcosa del genere.
Siamo, all’ingrosso, dalle parti della famosa categoria della botte piena e della moglie ubriaca, ma, in fondo, perchèé no? Il guaio è che di solito i tentativi di <­<­superare>> contraddizioni di questo genere, invece di affrontarle nel loro significato, si limitano a generarne di altre, come la stessa esperienza esperantista credo possa dimostrare. Uno zoo è uno zoo, anche se ci si chiude dentro di propria volontà.

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