IL CONFRONTO CON BRUXELLES
Se prevale l’Europa «zerovirgola»
di Guido Gentili
Nella guerra opaca degli "zerovirgola" le virgole conitano. Eccome. In Europa, ad esempio, il 2,9 previsto dalla Commissione per il 2013 può essere il numero buono.
L’Italia l’ha pescato con il nuovo premier Enrico Letta (ma la rete l’aveva calata il predecessore Mario Monti) nelle acque infide del rapporto deficit/Pil. Significa, essendo ormai stabilmente sotto quota 3% (come da parametro di Maastricht), che il nostro Paese sta per uscire dalla procedura d`infrazione per «deficit eccessivo» scattata nel 2009. Un risultato atteso e importante, che verrà formalizzato il 29 maggio. Che poi, guarda caso, è un 2,9 senza la virgola. Per un Paese come il nostro azzoppato dalla recessione e fiscalmente salassato, si apre così uno spiraglio in più, a cominciare dalla "liberazione" pressoché automatica di circa 12 miliardi di co -finanziamenti nazionali dei fondi strutturali europei.
A questo va poi aggiunto, da qui a fine mese, un negoziato con Bruxelles per ampliare tutti i possibili margini di ulteriore flessibilità. Un’operazione preparata col Road show lampo di Letta in Europa e che andrà vestita coi numeri, nero su bianco, del testo aggiornato del Def.
Il Governo dovrà scegliere e l’operazione è molto complessa anche politicamente, viste le tensioni che attraversano la neonata maggioranza di governo.
Grandi margini di manovra, al momento, non ce ne sono. Partendo dal presupposto, riaffermato dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, che il muro del 3% è invalicabile, che è stato già deciso lo stop della prima rata Imu, che si deve finanziare la Cig in deroga, evitare l’aumento dell’Iva e risolvere il nodo-esodati (il cui numero definitivo tuttora sconosciuto, incredibilmente, ha fatto partire un nuovo approfondimento) è difficile immaginare molte altre scosse.
Tuttavia, è d’altra parte possibile non intervenire per ridurre ad esempio la tassazione sul lavoro, dove l’Italia primeggia con il suo incontenibile cuneo fiscale? E come non ricordare la tremenda Irap o il fatto che, ingenerale, l’aliquota totale che grava sulle imprese supera di 25 punti la media Ocse del 43%?
Quel 2,9%, il numero "buono" che la Commissione europea ci ha assegnato nelle sue previsioni per il 2013 assieme al 2,5% per il2014, apre dunque uno spiraglio. Ma non ci dice cosa c’è dietro: un’austerità "fiscocentrica"; il blocco dell’economia reale; un ulteriore, drammatico, aumento della disoccupazione; la prospettiva, evocata dal Wall Street Journal il 25 febbraio scorso a urne ancora aperte, che un italiano nato nel 1970 nel corso della sua vita pagherà tra tasse e contributi il 50% in più di un altro nato solo 18 anni prima, nel 1952.E, soprattutto, quel 2,9 evidenzia un’opacità di fondo del sistema delle regole e dei passa politici che presiedono la complicata govemance europea.
Regole fondate sui numeri dove gli "zerovirgola" possono essere decisivi ma la cui interpretazione può obbedire a geometrie politiche variabili. E assai discutibili.
Basta scorrere la tabella della Commissione europea su crescita e deficit per capire che qualche conto non torna. L’Italia è appesa al -2,9% del deficit in rapporto al Pil per l’oggi e per il domani. Può fare qualcosa, sì, ma non oltre quella virgola. Eppure, nel 2012 ha fatto molto meglio della Francia e della Spagna e lo stesso farà Quest’anno. Per la Spagna la Commissione prevede un -6,5%, per la Francia-3,9%. Mentre nel 2014 Roma farà-2,5%, la Spagna -7% e la Francia-4,2%. Però, mentre l’Italia esce dalla procedura d’infrazione ma resta di fatto "sorvegliata speciale" soggetta, spiega il Commissario Olli Rehn, «ad impegni di consolidamento e al dettaglio delle riforme», Francia e Spagna, che invece hanno sforato e continueranno a sforare, hanno ottenuto tempi di risanamento più diluiti e una sorveglianza assai meno speciale o molto speciale a seconda dei punti di vista.
Il più alto livello del debito pubblico italiano può spiegare qualcosa ma in tutta evidenza non tutto. E si capisce così bene quanto il negoziato a Bruxelles, nelle prossime settimane, sarà per il nuovo Governo Letta duro e al tempo stesso affilato. Il tema va in qualche modo posto: non per chiedere sconti sottobanco o particolari licenze per spendere in deficit, ma per capire se questa è solo l’Europa degli "zerovirgola".
A discrezione.
(Da Il Sole 24 Ore, 4/5/2013).














