"La lettera del giorno | Giovedì 11 aprile 2013
SE NON SI PUÒ FARE LA GUERRA È MEGLIO ESSERE NEUTRALI
Nei giorni passati l’ho sentita ribadire la sua posizione sulla «neutralità dell’Europa» anche perché, sintetizzo, tra l’altro, ha detto: «gli Usa negli ultimi 20 anni hanno perso due guerre e non vorrei trovarmi coinvolto in una terza guerra». Ritiene davvero che nella malaugurata ipotesi di una terza guerra (Cina? Russia? Iran?) l’Europa potrà davvero rimanere neutrale nonostante i rilevanti interessi economici? E come potrà materialmente restarne fuori?
G. Gironi, ggironi@primaricerca.it
SE NON SI PUÒ FARE LA GUERRA È MEGLIO ESSERE NEUTRALI
Caro Gironi, Tutti i Paesi dell’Unione europea sono esposti agli stessi rischi, soprattutto nel Mediterraneo, devono convivere con gli stessi grossi «coinquilini» del continente (Russia, Turchia) e hanno inoltre molti interessi comuni in materia di economia, commercio con l’estero, grandi infrastrutture, ambiente, diritti d’autore, brevetti, lotta contro la criminalità, immigrazione clandestina, contraffazione. Ma la politica estera dell’Ue è quella, intessuta di banalità e luoghi comuni, che la baronessa Ashton recita di fronte alle telecamere ogniqualvolta le viene chiesto di rappresentare l’Unione in un contesto internazionale. Credo che questa carenza sia dovuta alla gelosa pigrizia delle strutture nazionali, tutte preoccupate dal timore di perdere status e prestigio. Ma sta di fatto, comunque, che queste velleità nazionalistiche hanno una inevitabile ricaduta: quella di costringere gli Stati europei, chi più chi meno, a fare, nelle vesti dello scudiero, la politica estera degli Stati Uniti. Francia e Germania hanno criticato la politica irachena di George W. Bush e dei neoconservatori americani, ma non hanno potuto impedire che l’intera struttura logistica della Nato fosse al servizio della guerra americana. L’Italia ha mandato in Iraq, dopo l’inizio delle operazioni, una missione di pace, ma non ha potuto impedire che le sue truppe venissero considerate obiettivamente alleate degli Stati Uniti. Agli occhi del mondo, in altre parole, siamo tutti complici dell’America, anche quando cerchiamo di apparire dissenzienti o imparziali. Esiste un altro fattore non meno importante. Una politica estera attiva e reattiva comporta inevitabilmente il possibile uso della forza e quindi il rischio della vita per i membri di un corpo combattente. In Europa questa prospettiva è diventata negli ultimi tempi sempre più difficilmente tollerabile. Ma non è possibile fare una guerra se ogni soldato morto è una vittima a cui occorre tributare onori nazionali con la partecipazione delle maggiori cariche dello Stato. Diversa sarebbe invece la reazione dell’opinione pubblica se i militari europei cadessero in difesa della neutralità violata del proprio continente. Quanto al futuro, caro Gironi, mi limito a osservare che la politica cinese degli Stati Uniti non è quella dell’Europa. Barack Obama sta creando in Asia una rete di alleanze e amicizie che è implicitamente diretta contro la Cina e suscita le reazioni nazionalistiche di Pechino. Se si proclamasse neutrale, l’Europa direbbe alla Cina e all’America che né l’una né l’altra potranno contare sulla sua collaborazione; e darebbe, nei limiti del possibile, un contributo alla riflessione e alla conciliazione."
http://www.corriere.it/lettere-al-corriere/
Va bene, ma come si fa ad avere una politica estera comune e un esercito europeo senza lingua federale? Non si fa!










