Se la moral suasion non è politically correct si rischia il misunderstanding
di Claudia Mura
Notizie Tiscali
Lungi da me l’idea di abbracciare la bandiera italianista e scatenare una guerra agli inglesismi presenti nel lessico quotidiano e, in particolare, in quello giornalistico. Sarebbe una battaglia persa. Ma un uso più moderato dell’idioma britannico aiuterebbe e contenere la sfrenata esterofilia linguistica che da qualche anno a questa parte sparge qua e là rumors, showdow, showcase e standing ovation a sproposito.
Odo un rumor – Usare il verbo estero quando non esiste un corrispettivo italiano sarebbe la regola, ma oggi assistiamo a una continua e indebita (ma anche inebetita) ingerenza di inglesismi anche laddove l’italiano calzerebbe a pennello. Che dire delle standing ovation, perfettamente traducibili con ovazioni eventualmente da tributare con uno scrosciante applauso? Oppure gli antipaticissimi rumors che forse non tutti sanno non essere rumori (qualche folle esegeta li ha così tradotti) ma voci, dicerie. Ecco l’italiano è talmente carico di sinonimi che a volte i surrogati esteri infastidiscono anziché no.
Reporters, occhio alle frontiere – Fra le prime complici vittime del reato di italiese, ci sono i giornalisti. E se le redazioni sono ormai diventate newsroom, che possiamo fare contro la moral suasion? La persuasione è ormai fuori moda mentre appoggio e sostegno hanno dovuto soccombere di fronte al più smart endorsement. Ma qui si arriva all’aberrazione degli inglesismi italianizzati come la voce del verbo “endorsare”. Caso a parte meritevole di nota è il termine “insorgenti”: un vero assassinio dell’italiano. Trattasi di traduzione dall’inglese insurgent. Ma in italiano non si diceva “insorti” e “insurrezione”? Pregasi sfogliare un vecchio manuale di storia.
Il bug idiomatico – Vada per i computer e tutto il corredo informatico di hardwere, softwere (che sono comunque programmi), mouse e internet provider o upgrade (che pure sono aggiornamenti). La realtà virtuale è dominata da brevetti anglosassoni e parlare di calcolatori farebbe sembrare il discorso antidiluviano. Senza contare che alcuni termini sono forse intraducibili o interpretabili con sforzi e rischi di incomprensioni. Ma anche l’informatichese sconfina facendo danni ovunque. Qualche giorno fa un giornalista di La7 ha parlato di “riti di inizializzazione”, e non si è trattato di una svista perché la follia è stata ripetuta per due volta nel servizio televisivo.
Inglesismi +773% (solo sullo scritto) – Dal 2000 ad oggi, l’uso di termini inglesi nella lingua italiana scritta (orale non pervenuta) è aumentato del 773%. L’indagine è stata condotta da AgostiniAssociati.it, società italiana attiva nel settore della traduzione, su un campione di 58 milioni di parole prodotte da aziende italiane.
Ti devo briffare prima del meeting – Ed è soprattutto nelle aziende, dove è di casa il business, i meeting e i briefing, che il fenomeno raggiunge livelli esilaranti. “Fammi questo benchmark asap (as soon as possible: al più presto) perché abbiamo una deadline molto challenge”. L’aziendalese più spinto lascia all’italiano giusto le preposizioni, ma in questo mondo semianglofono “se non sei skillato e performante, sei fuori target”. Prendete un termine semplice come “consegna”. Non è più trendy “delivery”? Ma il salto mortale carpiato idiomatico si raggiunge col verbo “deliverare”. Di che fare rivoltare nella tomba Dante, Manzoni e Grazia Deledda. Io mi limito ad agitarmi sulla sedia.
03 aprile 2013
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