L'ERA e le Nazioni Unite

SCONGIURARE IL GENOCIDIO CULTURALE DEL PIANETA (original Italian text)

La relatrice speciale sul diritto all'istruzione, la signora Koumbou Boly Barry, sta preparando una relazione tematica sulla dimensione culturale del diritto all'istruzione . Tratterà di come i sistemi educativi possono fornire un'istruzione inclusiva e di qualità, riflettendo e consentendo al contempo la crescita della diversità culturale e dei diritti culturali di ogni persona. Questo il contributo mandato dall'ERA

SCONGIURARE IL GENOCIDIO CULTURALE DEL PIANETA
(original Italian text)

Oggi accanto all’emergenza climatica c’è, forse persino più grave, quella della fine della biodiversità linguistica e culturale del pianeta per fini commerciali. È in atto, silenziosamente, il genocidio culturale mondiale che, nell’insegnamento della e nella lingua inglese ha l’analogo effetto della CO2 per l’ambiente.

Per conseguire i più alti profitti alcune nazioni hanno posto in essere lo sfruttamento economico e commerciale di essere umani ( il Commercio Transatlantico degli Schiavi ) e/o l’occupazione di territori appartenenti ad altri popoli e il loro asservimento (il Colonialismo). Delle nazioni che maggiormente hanno “influenzato” altri Paesi, popoli e persone per accaparrarsene ricchezze e favori, sono proprio alcuni studiosi inglesi e americani che ci forniscono le cifre:

  • Stuart Laycock in “Tutti i Paesi che i Britannici hanno invaso“: “Su 193 Paesi degli attuali membri delle Nazioni Unite, i Britannici hanno invaso, combattuto conflitti o esercitato un controllo sul territorio di 171 di essi”, quasi l’89 % dei Paesi del mondo;
  • Christopher Kelly in “Tutti i Paesi che gli americani hanno invaso“:  “Gli Stati Uniti, dalla loro creazione, hanno invaso, combattuto conflitti o esercitato un controllo in 190 su 193 stati membri delle Nazioni Unite”, quasi il 99 % dei Paesi del pianeta.

Negli ultimi 90anni però il colonialismo e le forme di asservimento si sono fatte più sofisticate ed aggressive tanto da prefigurare una nuova forma di genocidio, quello linguistico-culturale, nonché una nuova forma di deportazione: quella delle menti. Le stesse nazioni protagoniste di quanto denunciato dagli storici Laycock e Kelly, hanno compreso che, con molto meno rischio e impiego di risorse, si poteva ottenere un bottino ben maggiore attraverso la dominazione linguistica e culturale degli altri popoli.

Sono soprattutto gli Stati Uniti, più che la Gran Bretagna, ad incentivare e strutturare a proprio vantaggio la globalizzazione neoliberista e finanziaria, non contando solo su fattori materiali quali le capacità militari e scientifiche, la produzione di beni e servizi, il dominio di internet, il controllo dei flussi energetici e monetari… bensì propagandando come “internazionalizzazione” quella che in realtà è un processo di assimilazione, incorporando anche e soprattutto il dominio delle menti, quindi dei riferimenti e segni culturali, e più particolarmente dei segni linguistici.

C’è una data, un luogo, nomi e cognomi esatti dai quali possiamo far partire questo nuovo modo di concepire la colonizzazione e la realizzazione dell’Impero delle Menti, come lo definisce Churchil: è il 6 settembre 1943 (chissà quando le Nazioni Unite proclameranno la “giornata mondiale della decolonizzazione delle menti”), siamo all’Università di Harvard, e Winston Churchill – in dialogo con Roosevelt – spiega nel suo discorso agli studenti che «Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli Imperi del futuro sono quelli della Mente» [qui il discorso originale di Churchill dalla sua viva voce]

La lingua inglese si pone così al centro di un sistema globale, nel quale svolge un ruolo identico a quello del dollaro nel sistema monetario internazionale. In analogia al biglietto verde, che consente all’America, grazie al suo duplice status di mezzo di pagamento e valuta di riserva internazionale dominante, di vivere alle spalle del resto del pianeta, la detenzione della lingua ipercentrale conferisce agli Stati uniti una formidabile rendita di posizione: una rendita ideologica, poiché in gran parte le «élite» mondiali, vero partito americano transfrontaliero, sono indotte ad allinearsi alla lingua dei padroni, ai suoi concetti e alla visione del mondo che esprime e veicola: “L’America prima, e solo l’America prima”.

Considerato che la colonizzazione dei popoli europei era più difficile perché dotati già di un certo benessere e di un’identità culturale e linguistica ultrasecolare, gli Stati Uniti, a partire dal 1950, mettono al lavoro la CIA che a Berlino costituisce il Congress for Cultural Freedom,  il cui compito era anche quello di contrastare la crescita del peso elettorale dei partiti di sinistra. La CIA per 17 anni non risparmiò né uomini né mezzi finanziari, dando il via a un’imponente campagna occulta che fece di alcuni fra i più illustri esponenti della libertà intellettuale dell’Occidente meri strumenti del governo americano. Grazie a documenti desecretati e interviste esclusive, Frances Stonor Saunders in Gli intellettuali e la CIA (1999) fornisce la prova di una vera e propria “battaglia per la conquista delle menti” ingaggiata dalla CIA al fine di orientare la vita culturale dell’Occidente attraverso operazioni e iniziative ambiziosissime: congressi, conferenze internazionali, festival musicali, controllo delle più prestigiose riviste culturali. L’influenza politica, la colonizzazione culturale e linguistica dell’Italia come dell’Europa, fu considerata acquisita nel 1967, e in quell’anno gli USA chiudono le attività del loro “ministero” per la colonizzazione culturale europea, perché ormai “il soggetto operava nella direzione richiesta per motivi che riteneva essere propri”.

Quanti sono oggi i soggetti, singoli o collettivi, privati o pubblici che, nel mondo e nelle organizzazioni internazionali, continuano ad operare nella direzione richiesta dagli USA per motivi che ritengono essere propri? Innumerevoli e le loro forze coercitive spaventose.

Si pensi che nel “democratico” contesto europeo, malgrado l’On. Danuta Hübner, Presidente del Comitato per gli Affari Costituzionali del Parlamento europeo (AFCO), avesse avvertito il 27 giugno 2016 che l’inglese, dopo che la Gran Bretagna fosse uscita dall’UE, non avrebbe potuto essere più lingua ufficiale e tantomeno di lavoro dell’Unione europea, nessun Governo europeo ne ha parlato in questi quasi 4 anni e, nonostante la Gran Bretagna sia dal 31 gennaio definitivamente fuori nonché concorrente dell’Unione europea e dei suoi membri, nessuno ha ancora sollevato la questione.

Ecco perché la nostra ONG sta pensando di rivolgersi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea: con la Gran Bretagna, infatti, sono usciti dall’UE 67 milioni 758 mila 394 anglofoni e l’inglese oggi in Europa è lingua minoritaria, parlata, per giunta come seconda lingua, da poco più di 5 milioni di persone (440.372 maltesi + 4.882.495 irlandesi), mentre l’Italiano, a proposito di democrazia, è diventata la terza lingua col maggior numero di parlanti dell’UE.

Bisogna quindi essere consapevoli che la battaglia per la democrazia linguistica, per i diritti umani linguistici e culturali contro lo schiavismo delle menti, in Europa come nel mondo, sarà ben più dura di quella condotta e vinta contro lo schiavismo dei corpi nel XIX secolo. Persino 50 giorni di sciopero della fame del nostro Segretario Giorgio Pagano, dentro un’auto davanti al Ministero italiano dell’Istruzione, per scongiurare il fatto che al Politecnico di Milano non venisse vietato di laurearsi studiando nella lingua della Repubblica italiana piuttosto che solamente in inglese, non ha conseguito i risultati attesi.

Non è quindi desiderabile che questo Rapporto su “la dimensione culturale del diritto all’istruzione” corra il rischio di sostenere, più o meno direttamente o magari proprio non occupandosene, che la diversità si ottenga obbligando tutti all’inglese e che l’istruzione permanente è più facile conoscendo sempre meglio l’inglese: contribuendo quindi, parlandone o non parlandone, ad avvalorare la tesi, troppo spesso ascoltata, che l’inglese sia lingua franca, di proprietà di nessuno e che non distrugga le altre lingue. Queste tesi non reggono! E non reggono per i seguenti motivi:

  1. si concede ai cittadini dei paesi anglofoni un mercato notevole in termini di materiale pedagogico, di corsi di lingua, di traduzione e interpretazione verso l’inglese, di competenza linguistica nella redazione e la revisione di testi, e via dicendo;
  2. i madrelingua inglese non devono mai investire tempo e/o danaro per tradurre i messaggi che trasmettono o desiderano comprendere;
  3. i madrelingua inglese non hanno un reale bisogno d’imparare altre lingue e ciò si traduce, per i paesi anglofoni, in un risparmio enorme, a cominciare dalle spese d’istruzione. Si stima che il gettito che ne deriva annualmente al Regno Unito è di circa 18 miliardi di Euro (Françoise Grin ALL.1).
    Per contro, i Paesi non anglofoni devono investire sempre più risorse economiche e umane nell’apprendimento dell’inglese; costi che l’economista Lukacs (ALL. 2) ha stimato, nel 2007, in 350 miliardi di Euro l’anno e che oggi con l’entrata di nuovi Paesi stimiamo, per difetto, i costi della disuguaglianza linguistica per i 445 milioni di europei non lingua madre inglese in 487.408.500.000,00 Euro l’anno: 526 miliardi 496 milioni 224 mila e 657,50 dollari ogni anno per essere, sempre e comunque, eterni secondi rispetto ad un anglofono dalla nascita. Ma a quanto ammonta questa “tangente” a livello mondiale? Ecco questo sarebbe uno Studio, con tanto di Rapporto finale all’Assemblea Generale che le Nazioni Unite dovrebbero fare, possibilmente con la direzione della nostra ONG che da decenni si occupa di Economia Linguistica, e come abbiamo chiesto al Segretario Generale, in occasione of the 2019 ECOSOC High-Level Segment on the theme “Empowering people and ensuring inclusiveness and equality” in July 2019;
  4. tutte le risorse finanziarie e temporali che non vengono dedicate all’apprendimento delle lingue straniere, possono essere investite nello sviluppo, nella ricerca e nell’insegnamento/apprendimento di altre discipline. Ad esempio, gli Stati Uniti, con i 16 miliardi di dollari risparmiati sull’insegnamento delle lingue straniere, nel 2004 hanno finanziato un terzo della loro ricerca pubblica;
  5. anche se i non-anglofoni compiono un considerevole sforzo per imparare l’inglese, non riescono mai, salvo eccezioni, ad avere un grado tale di padronanza che possa loro garantire l’uguaglianza di fronte ai madrelingua:
    1. uguaglianza nella comprensione,
    2. uguaglianza nei casi di presa di parola in un dibattito pubblico,
    3. uguaglianza nelle negoziazioni e nei conflitti,
    4. discriminazione tra cittadini europei anglofoni dalla nascita, e non, nelle assunzioni: sono migliaia gli annunci economici da noi raccolti negli ultimi anni che, a livello europeo, offrono lavoro solo a persone di madrelingua inglese (English mother tongue, English native speakers): con la conseguenza che cittadini europei pur con un’ottima conoscenza dell’inglese e magari superiori capacità professionali vengono discriminati e non possono essere assunti.
      In ogni caso, che ci piaccia o no, sono gli anglofoni di lingua madre a detenere il monopolio legittimo della correzione linguistica, tanto quanto lo Stato detiene il monopolio legittimo della forza, solo essi hanno il diritto di stabilire ciò che è corretto o scorretto nella loro lingua.
  6. esiste poi un ulteriore fenomeno discriminatorio interno ai Paesi non anglofoni derivante dal ceto di appartenenza e dalla capacità economica familiare: infatti, nei Paesi non anglofoni, sono sempre di più le famiglie che mandano i propri figli direttamente in scuole angloamericane parificate presenti nel loro Stato e, successivamente, direttamente in scuole o università angloamericane.
  7. discriminazione dei diversamente abili linguistici: trattasi di tutte quelle persone che sono refrattarie all’apprendimento delle lingue straniere e, in modo particolare dell’inglese che, ad esempio, è particolarmente difficile perché ha migliaia di eccezioni e per apprenderlo bisogna in realtà apprendere due lingue, una scritta e l’altra parlata, fatto che complica la vita particolarmente a quei bambini che hanno qualche problema di dislessia.

Se non si tiene conto della realtà e complessità di tali aspetti, considerato che le Nazioni Unite nonostante le circa 6000 lingue nel mondo abbiano solo 6 lingue ufficiali, delle quali solo inglese e francese strutturali lingue di lavoro, non intervenendo in alcun modo l’ONU diverrà complice della morte della biodiversità linguistica e culturale mondiale, accelerando il processo genocida in atto a dispetto di diritti umani e democrazia proclamati.

Alla luce di quanto sopra esposto non si tratta tanto, a valle, “di stabilire i principi e le linee d’azione principali che consentiranno a questa diversità delle diversità d’essere compresa più chiaramente”, quanto, a monte, di mettere in campo uno strumento universale e democratico che, simultaneamente di fatto e di diritto, garantisca le “diversità delle diversità”, faccia loro da scudo naturale, così come un’alta scogliera protegge le abitazioni dai continui assalti di un oceano. Dobbiamo esercitare un epocale cambio di paradigma culturale. Dobbiamo dare gambe, tutti insieme, ad un innovativo obiettivo per la libertà, la democrazia e i diritti umani nel mondo, condurre una battaglia nonviolenta di fondamentale e, soprattutto, concreta importanza per lo sviluppo sostenibile, la pace, la biodiversità culturale sul pianeta: quella per la lingua comune della specie umana.

Tutte le specie animali hanno una lingua comune, forse anche le piante… La specie umana no. Pur non avendo né ali, né branchie, né gambe particolarmente forti, oggi però l’uomo viaggia nello spazio, scende nelle profondità marine, corre veloce sulla terra più di qualsiasi altro essere vivente ma, appunto, non ha una lingua comune in quanto specie umana e, il non averla, costringe ciascun popolo a subire linguisticamente la legge del “più forte” che vuole anche ergersi a “più giusto”, definendo magari con il termine “internazionalizzazione” quella che è la predatoria nazionalizzazione linguistica di altri Stati e popoli, esercitando un colonialismo delle menti che produce discriminazione ed effetti socio-economici, politici e culturali devastanti.

Per conseguire la pace, la fratellanza, la biodiversità culturale ed il benessere all’umanità l’organizzazione progenitrice delle Nazioni Unite, la League of Nations vide all’opera durante le prime due Assemblee Generali, i delegati di Brasile, Belgio, Cile, Cina, Colombia, Cecoslovacchia (oggi Slovacchia e Repubblica Ceca), Haiti, Italia, Giappone, India, Persia (oggi Iran), Polonia, Romania e Sud Africa portare avanti risoluzioni che suggerivano alla Lega delle Nazioni di raccomandare universalmente l’insegnamento dell’Esperanto nelle scuole come Lingua Internazionale Ausiliaria. La maggioranza dei Paesi membri era favorevole all’adozione della Lingua Internazionale (detta Esperanto) come lingua di lavoro, tuttavia il veto della Francia (il francese era la lingua della diplomazia in quegli anni) impedì la realizzazione di tale progetto ma, comunque, nel 1922 la Lega delle Nazioni approvò unanimemente durante la sua terza Assemblea Generale il Rapporto sull’Esperanto come Lingua Internazionale Ausiliaria Language che vide anche il supporto convinto di Lord Robert Cecil, insignito del Nobel della Pace nel 1937.

Un grande studioso di fama mondiale, Umberto Eco, nel suo La ricerca della lingua perfetta (1993) all’Esperanto, alla Lingua Internazionale Ausiliaria ha dedicato molto spazio prendendo in esame anche le “Obiezioni e contro-obiezioni teoriche” nonché le reali  “Possibilità politiche di una LIA” e i “Limiti ed effabilità di una LIA” (ALL. 3), della stessa epoca è un dettagliato e positivo Studio del Ministero dell’Istruzione italiano (ALL. 4).

Se già fin dal 1922 si è ritenuta la International Language (detta Esperanto) pronta per essere adottata nel mondo come “International Auxiliary Language”, oggi lo è più che mai: ha 133 anni di sperimentazione linguistica internazionale in più; è riconosciuta dal PEN Club International 114a lingua di letteratura nel mondo (1993); dal 1994 al 2012 è stata una delle 60 lingue in cui il Pontefice ha impartito la sua benedizione “Urbi et Orbi” ai cattolici di tutto il mondo due volte l’anno; è 64a lingua di traduzione di Google; è lingua di Premi Nobel per l’Economia come il tedesco Reinhard Selten; è lingua di una comunità transnazionale presente in oltre 120 Paesi del mondo.

Dobbiamo urgentemente riprendere il cammino di quei “Paesi della Speranza” del 1922. La lingua comune dell’umanità, seconda lingua ausiliaria di/per tutti, è un obiettivo trasversale oggi prioritario per ciascuno e per tutti, compresi per i lingua madre inglese, se non vogliono passare alla Storia come coloro che hanno estinto ogni diversità linguistica e culturale del pianeta.

Questo ci auguriamo emerga, Ms. Koumbou Boly Barry, nel Rapporto che lei presenterà al Consiglio dei diritti umani nel giugno 2020.

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