Saba oltre i confini Canta gli opposti e dà una speranza

IL CONCERTO. Ai giardini del teatro Astra, ospite di “Vie d’acqua”
In un suggestivo esperanto, Anglana tocca il rapporto Africa-Occidente, parla d’acqua, pensa alla sua Mogadiscio

Vicenza. Acqua e deserto. Bene e male. Vita e morte. Saba Anglana canta gli opposti che regolano le leggi del mondo e lancia con le sue canzoni un messaggio di speranza per dire no ai confini, alle barriere, alle incomprensioni e sì ai ponti, al dialogo, alla tolleranza. Lo fa con la musica, il linguaggio che vola sopra ogni ostacolo e raggiunge felicemente chi ha anima e cuore per ascoltarla.
Ai giardini del teatro Astra, ospite della rassegna "Vie d’acqua", Saba mette in mostra tutte le sue qualità: una presenza ammaliatrice e intrigante, che mescola sangue italiano ed etiope e fonde in un impasto di gradevolissimo aspetto i segni nostrani con l’esotica fisionomia degli abitanti del Corno d’Africa; una voce squillante e intonata, precisa nel fraseggio e sicura nelle note alte, che si adatta senza alcun imbarazzo ai vari tipi di sonorità; un piglio da consumata front woman che tiene il palco con autorevolezza, dà la carica ai musicisti e tenta (con qualche difficoltà) di trasmettere il suo entusiasmo al pacifico e un po’ sonnolento pubblico vicentino.
Nelle sue canzoni, Saba Anglana tocca i vari aspetti del difficile rapporto tra l’Africa e l’Occidente. L’acqua, prima di tutto, abbondante e sottovalutata da noi, rarissima e preziosa per tante popolazioni del sud del mondo; l’aridità del deserto, che in tanti attraversano per raggiungere il Mediterraneo e da lì tentare un salto disperato verso il mondo dei ricchi; la guerra, che ha segnato e segna la storia dell’Africa e che nessuno sembra avere l’interesse di interrompere. Della sua città natale, Mogadiscio, ricorda la luce abbagliante di quando era una città bagnata solo dal mare e non dal sangue e "stendeva il suo sorriso come una tovaglia di cotone al sole". Del Mediterraneo dice che le sembra un cielo d’acqua sopra la testa dell’Africa, a volte sorridente, altre minaccioso.
Parla un italiano perfetto e canta in un esperanto che mescola inglese, arabo e amarico, usando con uguale disinvoltura le ritmiche più disparate. Canta una musica davvero universale che spazia dalle familiari sonorità di tipo mediterraneo a suggestioni ispirate dai ritmi della tradizione tribale africana. La band che la accompagna è fatta apposta per rendere al meglio questo melting pot sonoro: al basso suona Martino Roberts, italo americano di formazione parigina; alla batteria il napoletano Salvio Vassallo, già motore della band "Spaccanapoli", alle chitarre il calabrese Francesco Lucisano e il camerunense Tatè Nsongan, quest’ultimo prezioso vocalist in molte delle canzoni in scaletta.
Sotto finale il concerto dà il meglio di sé con una serie di assolo che offre ai musicisti la possibilità di dare un saggio ulteriore del loro virtuosismo, mentre Saba, presentandoli, si esibisce in una conturbante parodia della danza del ventre. Ci vuole questo per convincere il pubblico ad alzarsi dall’erba del prato e tributare un ultimo, saltellante, applauso a Saba Anglana e ai suoi compagni di palco.
Lino Zonin
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