Radicali/ERA. Conferenza stampa domani ore 16 su Iniziativa e appello a Benedetto XVI per Pentecoste

COMUNICATO STAMPA

Radicali/ERA. Conferenza stampa domani ore 16 su Iniziativa e appello a Benedetto XVI per Pentecoste

Domani 10 Giugno, alle ore 16.00, presso la sede del Partito Radicale (Via di Torre Argentina 76, Roma) si terrà la Conferenza Stampa sull’Iniziativa organizzata dall’Associazione Radicale Esperanto con appello al Papa per la democrazia linguistica in occasione della ricorrenza della Pentecoste di domenica 12 Giugno.
Saranno presenti: il responsabile scientifico della Società Dante Alighieri Massimo Arcangeli, il vaticanista Giuseppe Di Leo e il Segretario dell’Associazione Radicale “Esperanto” Giorgio Pagano.

2 commenti

  • [justify]Sono diversi gli aspetti, secondo me inquietanti per certi versi e interessanti per altri versi perché potrebbero rappresentare punti di scommessa su quello che c’è da fare per rilanciare seriamente l’italiano e tutelarlo, sia nel nostro paese che fuori.
    Il primo, e questo lo dico anche come docente universitario, è rappresentato dall’alibi dell’internazionalizzazione. Perché un alibi, o rischia di diventare un alibi? Perché talvolta, e questo accade in tantissimi atenei italiani e in tantissime facoltà, si spaccia per internazionalizzazione uno strumento che dicono che dovrebbe essere evidentemente il più adatto per rendere le facoltà e gli atenei internazionali, lo strumento è l’inglese. Per cui qual è il paradosso? Non solo l’italiano scompare in molti casi: sui siti dedicati appositamente a cui deve poi occuparsi di promuovere la pratica oltre che la teoria dell’internazionalizzazione, non solo scompare ma addirittura diventa un ostacolo nel senso che in molti casi l’italiano o non viene accettato per cui chi non conosce l’inglese si deve fornire di qualcuno che gli traduca in questa lingua eventualmente quel che deve comparire sul sito relativo. o addirittura diventa un elemento di ancora maggior impedimento per chi poi effettivamente decide di seguire la strada dell’internazionalizzazione. Esistono i visiting professor e in qualche ateneo se non si presenta la domanda in inglese perché un professore ospitante possa essere ospitato presso un università, la domanda non viene accettata. O la si presenta in inglese o la domanda viene cestinata. Questi sono i paradossi, paradossi perché nel frattempo proprio l'Italia, a fatica e dopo tanti tanti anni di discussioni inutili su questo tema, volente o nolente, poi in realtà ci si è messo in mezzo il ministro Maroni con il decreto apposito. È proprio l'Italia che in questo momento, secondo un'ottica di politica linguistica, magari per certi versi diversa da quella che in molti potevano aspettarsi, ha deciso con il famoso decreto legge Maroni, di far si che gli aspiranti a lungo soggiorno in Italia debbano sostenere un esame di italiano a livello A2 del quadro comune europeo di riferimento e debbano dimostrare di conoscere la lingua italiana a un certo livello, i soliti paradossi o cortocircuiti all'italiana, mentre cerchiamo di far capire che la lingua è uno strumento formidabile ed è un diritto oltre che un dovere per chi magari viene a stare in un paese straniero e non ne conosce nulla o ne conosce poco e quindi si riconosce il fatto che la lingua è uno strumento formidabile per veicolare tutto ciò che c'è di necessario, nel momento in cui uno viene a stare in un paese diverso dal proprio. Nel momento in cui nasce un'iniziativa che potrebbe favorire la percezione dell'importanza di un tema come questo, alla fine ci si sfila proprio nel settore delicatissimo della formazione l'opportunità di lavorare in modo diverso. Questo investe la scuola, l'università. I rischi sono tanti, perché qui non parliamo di parole inglesi o espressioni inglesi che potrebbero essere tradotte, più o meno utilmente in italiano, non parliamo di cose che sono certamente spendibili sul piano mediatico, allora redigiamo una bella lista di equivalenti italiani di parole o espressioni inglesi, come si fa in Spagna e in Francia e risolviamo tutto. No, questo tocca il settore delicatissimo della formazione. Quando si tocca un settore delicato come quello della formazione, sappiamo bene, la storia ce lo insegna, gli scompensi e quel che può determinare qualunque intervento in questo settore possono non essere più controllabili, perchè noi stiamo formando menti in una lingua o in un'altra e qualunque lingua possa essere scelta, sopratutto su un piano di evidente disparità linguistica quale può essere quello attuale, può determinare i futuri destini di una nazione, di questo dobbiamo essere tutti convinti perché molte esperienze possono insegnarci, avvenute in altri paesi europei, compresa la Svezia che sta tornando indietro su una politica di favoritismo o di promozione eccessiva dell'inglese nell'università. Non è tornare indietro ma sta ripensando a questa politica, secondo me dissennata, soprattutto quando la si pensa applicata ad un paese come la Svezia, perchè gli stessi svedesi si sono resi conto che non è la politica migliore per non dico tutelare ma per conservare gli spazi importanti per una lingua nazionale che fino a prova contraria ancora esiste.
    Da una parte c'è la spinta verso la promozione di una lingua che si ritiene di debba conoscere da parte di chi viene a stare da noi, dall'altra questa lingua ci viene sfilata.
    Quale può essere la soluzione? Ormai il multilinguismo così come il multiculturalismo hanno totalmente fallito. Questo lo riconoscono tutti, addirittura i politici. Nel recente convegno organizzato proprio dal partito di Casini, il convegno era sul multiculturalismo ma anche addirittura in politica ci si rende conto che forse la strada del multiculturalismo e quindi anche del multilinguismo non è quella giusta. Il multiculturalismo si porta dietro anche il pluriculturalismo o il plurilinguismo, che sono l'uno l'interfaccia dell'altro. Perché sono esperienze ormai fallite? Perché sia il multilinguismo sia il pluringuismo e anche i versanti culturali di questi due termini, per quanto il quadro comune europeo di riferimento li distingue, in realtà esprimono un universo di separatezza, di sostanziale isolamento degli elementi che dovrebbero interagire ma non interagiscono realmente, cioè lavoriamo sui sistemi separati in cui, in realtà, il dialogo vero non c'è. Allora lì il sistema evidentemente maggioritario si impone sugli altri. Quindi sia il multiculturalismo sia il pluriculturalismo, secondo la mia visione, in realtà finiscono poi per aumentare la sperequazione tra le lingue e le culture.
    La soluzione quale potrebbe essere? Cosa rimangono tra le alternative possibili? L'una è quella dell'interculturalismo e quindi dell'interlinguismo, tanto tutti i sistemi ormai sono più o meno contaminati, almeno nell'interculturalismo si comunica davvero, lì effettivamente c'è un dialogo tra lingue e culture, apprezziamo il valore profondo del dialogo e se il dialogo è paritario, non può non essere paritario altrimenti non sarebbe un dialogo, allora lì le lingue e le culture comunicano realmente su un piano di parità, almeno nella concretezza dell'azione che ciascuno di noi può fare quando parla con gli altri e quando comunica agli altri un'esperienza e quando ne riceve a sua volta esperienza. Può darsi che l'Europa di domani possa essere proiettata verso il transculturalismo, tutti ce lo auguriamo. Io sono un fautore del transculturalismo, cioè di un'idea di una lingua e di una cultura che non deve essere autoreferenziale nella definizione di se, nella definizione identitaria di sé, deve invece mettersi in un'ottica di superamento del sé, per superare anche solo il dialogo e quindi eventualmente fare interagire veramente i sistemi. Ma questa è una prospettiva futura su cui non è il caso di discutere, vedremo ciò che succederà. Sicuramente il multiculturalismo e il pluculturalismo hanno ormai esaurito tutte le possibilità di veder, anche solo in parte, realizzati gli obiettivi che si erano prefissi.
    Cosa può e deve fare, secondo me, l'Italia? Innanzitutto se vogliamo rilanciare l'italiano dobbiamo smetterla di lavorare ognuno, con la zappa, nel proprio orticello. O usciamo dall'ottica autoreferenziale degli accademici che si parlano addosso, che si arroccano su posizioni indifendibili, che magari difendono la torre d'avorio di posizioni che ormai non possono più essere difese perché l'università è terremotata così come la scuola, quindi dobbiamo farne tesoro di questa esperienza secondo me in negativo, trasformarla in un'esperienza diversa se vogliamo salvare il sistema universitario. Ma ognuno deve fare la sua parte: i politici devono fare la loro parte, gli intellettuali devono fare la loro parte, almeno quelli che ne hanno consapevolezza e una percezione del problema tale da poter portare un contributo utile alla cosa. Quindi bisogna fare sistema. Io lo dico e lo ripeto ormai da tempo, l'unico modo per poter davvero fare vedere che c'è un attenzione che non è solamente legata all'evento in se, consumato il quale tutti andiamo a casa e abbiamo finito. O facciamo sistema, fare sistema significa far nascere una lobby, un'associazione forte, un gruppo in cui ognuno contribuisca per la propria parte, in cui ognuno si porta il tesoro che si può portar dietro, senza esaudorare o annullare esperienze precedenti, ma facendo tesoro delle esperienze precedenti, senza annullare i ruoli che si posseggono ma moltiplicandone l'efficacia, agendo in sinergia. Questo deve ovviamente partire da qualcuno, deve nascere un organismo nuovo e quest'organismo nuovo deve nascere assolutamente su i due binari obbligati, se vogliamo effettivamente pensare ad un progetto sistematico di tutela, non mi piace la parola difesa, della lingua italiana. Un progetto nazionale e uno internazionale, un progetto che cominci a coinvolgere seriamente gli organi di stampa, le stesse case editrici, gli addetti ai lavori evidentemente hanno dati sensibili anche sull'impatto che può avere una lingua sui soggetti che la utilizzano o la recepiscono. Questo deve valere per quanto riguarda il territorio italiano per tutti i soggetti che possono essere direttamente o indirettamente coinvolti, a maggior ragione in campo europeo o comunque in proiezione fuori dal nostro paese, questo deve valere per il versante interno a maggior ragione per la politica. O ci rendiamo conto che questo deve essere un progetto politico, lo dico tra l'altro con cognizione di causa perché tra l'altro, noi in questi mesi stiamo lavorando, io come rappresentante isituzionale a due tavoli: proprio con due ministeri, anzi con tre. Il primo tavolo con il ministero della pubblica istruzione e con il ministero dell'interno proprio per far passare l'idea anche solo per la realizzazione di un test serio di italiano non ci si può far la guerra tra scuola e università. Voi sapete che esistono i CTP, che si occupano della formazione permanente di chi magari ha la necessità di studiare, ristudiare, raffinare, imparare l'italiano. Per la prima volta, forse, in Italia, si sta realizzando una vera sinergia tra i quattro enti certificatori di italiano L2, la Società Dante Alighieri, l'Università per Stranieri di Siena, l'Università per Stranieri di Perugia e l'Università Roma 3, per tentare di far sistema.
    L'altro tavolo che coinvolge il Ministero degli Affari Esteri sta operando sulla stessa falsa riga e proprio sta mattina c'è stata una riunione importantissima, se tutto va come deve andare, anche lì, forse per la prima volta, si dovrebbe creare un sistema unico che pensi di tutelare seriamente l'italiano, con la collaborazione di tutti: istituti di cultura, le associazioni di volontariato, ovviamente le università e quindi anche tutti i dipartimenti che possono avere l'italiano compreso tra le lingue di studio. Ma il sistema-italia proiettato verso l'esterno perché anche qui la si smetta di farsi la guerra per esempio tra istituti di cultura e enti certificatori o chiunque non sia nell'alveo di un territorio da difendere a tutti i costi, contro ingerenze esterne. O si fa sistema o si entra una buona volta in quest'ottica dell'idea che la somma dei componenti di un gruppo, non è mai una somma ma una moltiplicazione di risorse, di energie, proprio il concetto di sinergia o andiamo tutti a casa. Io sono convinto che questo sia il momento opportuno e forse determinante per farlo, perchè il terremoto che sta investendo il sistema formativo, la decisione politica di far intervenire per la prima volta in Italia, ventennio a parte che non fa testo, una serie di interventi che possono essere utili per integrare linguisticamente chi si trova a stare da noi. Sono sintomi, elementi di forza e di debolezza, senz'altro alcuni negativi e altri positivi che però ci dovrebbero indurre finalmente a fare sistema. O entriamo in quest'ottica, se abbiamo voglia di seguire una strada diversa oppure veniamo spazzati via. Non sarà spazzato via l'italiano, io non sono né un crociato, né un profeta di sventura. Non credo che l'italiano sarà spazzato via di punto in bianco da qualsiasi lingua possa essere compreso l'inglese, ma saremo depauperati come popolo perchè perderemo molto, anche solo in termini di cultura, quella cultura che una lingua veicola, non possiamo a vivere di rendita. Non basta più la difesa, la salvaguardia di un patrimonio inestimabile che passa per la storia dell'arte, ma anche per la cucina, per il made in Italy, non basterà più a difenderci da attacchi esterni, o facciamo sistema o non moriremo fra 100 anni, magari fra 200, 300,400. Ma non è questo il problema, il problema è rappresentato dal fatto che è il momento fondamentale per poter prendere una decisione, o lo facciamo ora, o non lo facciamo più.[/justify]

  • [justify]Magari, magari il latino s'insegnasse un po' meno peggio nelle scuole italiane di quanto si insegna la lingua di Dante, Manzoni… Prima d'inoltrarmi dolcemente e provocatoriamente sulle tematiche pentecostali, credo che qualche sollecitazione venuta dal prof. Arcangeli meriti qualche rilievo;
    perché ieri, preparando la lettera, a un certo punto (ti ricordi?), mi sono preso la briga di fare il maestrino: "Così tanto", espressione che noi giornalisti usiamo, "così tanto" è errato e Giorgio mi ha detto… Ti vergogni di dirlo? Mi ha detto: "Ma deriva dal latino"? No, mi hai detto: "Ma in inglese è così". (La citazione presente nella lettera al Papa a cui si riferisce scherzosamente Di Leo, essendo di John Sutherland, era stata tradotta letteralmente dall'inglese 'so much' – NdR). Avrei voluto strozzarlo. Eri tu, eri tu… Perché è vero che in inglese è "so much", ma io, comunque sia, all'interno della sede dell'Associazione "Esperanto", mai mi sarei aspettato questa forma di reazione! In italiano, poiché lingua neolatina, "così tanto" è tautologico, perché si accostano due avverbi di quantità.
    Altro rilievo. "Mi piace così tanto l'inglese da non dormire la notte": no, "Mi piace tanto l'inglese da non dormire la notte", oppure: "Mi piace tanto Francesca da perdere il sonno la notte". Il riferimento all'italiano come lingua neolatina ci induce capire, rispetto all'inglese, l'italiano, lingua particolare, di provincia, parte dalla conoscenza della lingua latina. Soprattutto a partire dal fatto che la lingua latina ci risolve dubbi grammaticali.
    Luca Serianni, forse il massimo grammatologo italiano fatto salvo chi è presente oggi, prof. Arcangeli, ha avuto una conversazione con me in radio, perché era uscito un libro molto intelligente in cui fa fuori alcuni luoghi comuni secondo cui il latino crea spina dorsale nel giovane: pura retorica. In questo suo scrivere (prosa brillante e finissima) a un certo punto il verbo "assolvere" è costruito in maniera intransitiva.
    "Professore, ma lei come mai scrive 'assolvere a'?". "No, guardi, Di Leo, se io dico 'assolvere il reo' sì, ma se io intendo dire 'assolvere un compito' in quel caso è intransitivo'. Al che io aspettavo che Serianni mi facesse questo rilievo: "Però in latino non è così. Il giudice assolve l'imputato, ma abbiamo anche, in Terenzio Varrone, absolvere officium". Il professor Serianni è rimasto pensoso. "Vedo che ho messo la pulce nell'orecchio"…
    Perché questo esempio? Perché l'italiano non sparirà per colpa dell'inglese, può sparire solo se lo vogliamo noi italiani, a cominciare da coloro che lavorano nell'informazione e nella comunicazione. Una volta probabilmente la Rai era veramente la principale azienda culturale in Italia. Si sente spesso questo refrain; oggi forse non è più così.
    La mia è una dimensione tanto piccola da essere universale, la politologia del più grande organismo internazionale della storia dell'Occidente: il papato. Perché questa lettera è una lettera per la Pentecoste,che è la discesa dello Spirito Santo, ed è una solennità, insieme alle altre due che seguono nella liturgia di Santa romana Chiesa, perché domenica prossima è la Pentecoste, ma domenica prossima che cosa abbiamo? Abbiamo la SS. Trinità, che è una sintesi, e poi in quella successiva il corpus domini. Effettivamente la Chiesa ha avuto sulla sua pelle la crisi dell'unviersalismo, che è partita all'interno della Chiesa stessa attraverso un francescano e poi un politologo come Marsilio da Padova che, mettendo in crisi l'universalismo politico medievale che si era retto sul diritto canonico, voleva riprendere il diritto romano e quella crisi ha creato i protomi per la nascita degli Stati che era il riconoscimento sul piano religioso della superiorità della Riforma rispetto alla Controriforma.
    Ecco perché la Chiesa vuole, cerca l'universalismo. Ecco perché la Chiesa oggi non parla più di multiculturalismo, ma di società interculturale. Naturalmente poi quando Ravasi ne parla con Alain Tourain di cosa sia questa società interculturale, questo è tutto da definire, però l' alibi cui faceva riferimento, l'alibi dell'internazionalità, è fuori dubbio perché i politici più provinciali sono quelli che fanno finta di conoscere l'inglese.
    Giorgio Pagano sta conducendo ormai da anni una battaglia che rientra nel pieno… Io dico sempre che gli amici radicali sono ratzingeriani senza esserne consapevoli. Rientra nel pieno del concetto di sussidarietà, tipico della dottrrina sociale della Chiesa, e guardate che sul fronte ecumenico la difesa delle lingue è uno dei punti di attacco molto forte, di attacco forte tra i due polmoni della cristianità: quello occidentale e il polmone delle Chiese ortodosse. Da qui anche la difesa del greco. E allora qst messaggio, che l'Osservatore romano non ha pubblicato, però il migliore italiano giornalistico si trova sull'Osservatore romano e basterebbe questo motivo per leggere il quotidiano del papa: un italiano splendido, sempre elegante, mai ridondante, anche perché riporta gli interventi di cardinali, teologi, canonisti, esegeti, quindi di gente che la sa lunga perché studia sugli archivi di un'organizzazione che ha duemila anni di storia.
    Oggi la sfida della Chiesa è quella di recuperare l'universalismo medioevale attraverso la salvaguardia del principio di democrazia che ormai connota le società contemporanee e per questo secondo me quello che affiora dalle Chiese è un programma molto valido: l'idea di conoscere le nuove generazioni, ma nn solo le lingue di confine, quelle di frontiera. Noi con chi confiniamo? Con la Francia, con l'Austria e con un Paese slavo, quindi conosciamo tre dimensioni: quella neolatina, quella germanica e quella slava, sebbene il ceppo linguistico slavo e germanico sia praticamente lo stesso. Così si comincia creare l'Europa linguistica democratica, con questo convincimento. Quello delle gerarchie ecclesiastiche, non solo cattoliche, ma anche ortodosse e della Riforma protestante, è un programma che i politici dovrebbero prendere in seria considerazione, ma per ora guarda caso soltanto la Galassia della cultura politica radicale è consapevole al punto tale che, Giorgio, tu, più di quanto potessi immaginare, il fatto che scrivi una lettera al papa per la difesa della democrazia linguistica è normale, non è niente di trascendentale. Però solo una galassia come quella radicale che sa esprimere la ricchezza delle opinioni… Ora c'è il gay pride a Roma, ho visto il comunicato stampa dei radicali, tanto sapiente nell'esigenza di chiedere il rispetto dei diritti, dell'eguaglianza degli individui che credo non possa non essere condiviso in questo spirito dagli uomini di buona volontà anche Oltretevere. Questa tua iniziativa, di cui mi congratulo con te perché mi hai confermato che la Galassia radicale è una scuola di politica straordinaria, che guarda a quello che è la realtà di domani senza estranearsi dai bisogni della collettività… ma per questo credo opportuno che tu legga ampi stralci di questa lettera che io vi invito ad ascoltare con molta attenzione, perché ogni parola è calibrata.[/justify]

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