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Politica e lingue

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(29 November 2000 1:29)
Caro Emanuele,
come dice spesso Marco i veri avversari in politica sono gli indifferenti, mi fa quindi piacere rispondere alle tue considerazioni. Ho però il forte sospetto che tu non abbia nemmeno una vaga idea di casa sia effettivamente l’esperanto, proprio come la stragrande maggioranza di coloro i quali, e sono tanti, credimi, che veicolano, spesso a mezzo stampa, gli stessi luoghi comuni e pregiudizi che leggo nei tuoi interventi.
L’esperanto non è una "mistura molto egualitar-culturalisticamente-corretta" di varie lingue europee, come può essere l’europanto, ma una lingua costruita sulla base di una ricerca europea durata tre secoli di un comune strumento di comunicazione. E’ insomma una lingua a tutti gli effetti, migliaia di persone di culture estremamente diverse (anche cinesi, giapponesi o malgasci) la usano quotidianamente per comunicare, centinaia di coppie usano l’esperanto per parlarsi, amarsi, educare i loro figli, per i quali è in tutto e per tutto la lingua madre.
I principali capolavori della letteratura mondiale, soprattutto delle letterature minori, sono tradotti in Esperanto.
Esistono associazioni tematiche di argomenti e classi sociali le più disparate (dai docenti di discipline scientifiche ai ferrovieri) che la usano per le loro riunioni…
Detto questo, nessuno vuole imporre dall’alto alcunche, anche se ti segnalo che è questo il modo col quale si sono sviluppate e diffuse le principali lingue oggi parlate in Europa (come ha ricordato un paio di settimane fa Claude Hagège, importante linguista francese, nella trasmissione ‘Bouillon de Culture’ di Bernard Pivot).
Tuttavia è bene capire il mondo ed il tempo in cui viviamo. Ed in particolare il modo col quale la globalizzazione sta cambiando gli scenari che finora abbiamo conosciuto. Da questo punto di vista esistono due ordini di problemi:
– in Europa sotto il profilo politico:

per via della globalizzazione gli stati sono svuotati di molti dei loro poteri: è diventato necessario individuare altri centri di potere di dimensione transnazionale in grado di farsi carico di questi problemi.
Sono possibili grosso modo due soluzioni:
una di carattere federalista: la costruzione degli Stati Uniti d’Europa (per esempio proprio attraverso l’elezione del Presidente della Commissione). Ma chi dice elezioni e politica dice comunicazione e lingua. E’ nostra ferma convinzione che gli Stati Uniti d’Europa non potranno che avere una lingua neutra come l’esperanto, altrimenti saranno altro. Per esempio potrebbero assomigliare alla Confederazione elvetica ma con i rischi di bosnificazione politica che questo produce in una realtà in cui le comunità linguistiche sono centinaia e non solo quattro, dove la storia ha sempre diviso e mai unito e dove i cittadini sono centinaia di milioni e non poche unita di milioni.
Una di carattere burocratico-dirigista: continuare la via intergovernativa, accentrando sempre più poteri, o come si dice pudicamente oggi, competenze, nelle mani dei tecnocrati di Bruxelles e lontano dal controllo dei cittadini. E’ la via attuale, questa si porta all’Unione delle Repubbliche Sovietiche d’Europa
– Nel mondo sotto il profilo culturale

La globalizzazione soprattutto dei processi economici porta la necessità di maggiore comunicazione. Per tutta una serie di ragioni in Europa, ma non solo, gli stati hanno ritenuto opportuno puntare di fatto esclusivamente sull’insegnamento scolastico dell’inglese (a conferma che questa lingua è tutt’altro che universalmente nota, ma che la si vuole imporre in modo strisciante perchè‚ è la lingua dei mercati). Questo insegnamento precoce e generalizzato di una lingua etnica egemone sta producendo, secondo quanto ha ufficialmente denunciato più volte ed ai massimi livelli l’UNESCO, che è l’ONU della cultura, la scomparsa IN ATTO di migliaia di lingue ogni anno.
Tutti i principali linguisti sono concordi nel sostenere che di questo passo le lingue che si parleranno nel mondo quando i nostri figli saranno adulti saranno meno del 5% di quelle che si parlavano quando noi eravamo bambini (ho 29 anni, per la cronaca).
Tanto per intenderci questa denuncia è stata fatta sull’articolo di copertina dell’anglofono Time del 7 luglio 1997!
Insomma stiamo assistendo al più massiccio genocidio culturale della storia. Ed in quanto Europei siamo sul punto di buttare al mare 30 secoli di cultura.
A questo punto se tu hai una soluzione migliore per evitare il disfacimento politico culturale dell’Europa e la catastrofe ecolinguistica in atto nel mondo, ti sarei davvero grato se me la proponessi, io in tutta modestia concordo con quella che un’equipe di esperti, coordinata dal premio nobel per l’Economia R.Selten ha illustrato scientificamente nel libro "I costi della (non) comunicazione linguistica in Europa" pubblicato dall’ERA, col sostegno dell’Unione Europea nel 1997. Cioè l’adozione dell’esperanto come lingua federale Europea, anche in virtù delle sue comprovate qualità glottodidattiche (leggi a questo proposito la circolare ministeriale 126 del 1995 del Ministero della pubblica istruzione).
Ribadisco che, ovviamente adozione non significa imposizione per decreto: del resto anche l’adozione dell’Euro è stata diretta dall’alto, ma ha seguito un percorso complesso.
Noi riteniamo però che i cittadini europei debbano essere portati a conoscenza di questo dibattito, invece abbiamo spesso l’impressione che i governi europei siano sulla questione linguistica particolarmente ipocriti e stiano cercando di far passare le cose sottobanco.
Da qui la disinformazione persino di un cittadino come te che ‘bazzica’ i Forum radicali, e presumo ascolta la radio dalla quale siamo stati peraltro, lo dico en passant, estromessi da ormai due anni per decisione politica del direttore.
Un caro saluto
Lapo Orlandi
Segretario aggiunto
"Esperanto" Radikala Asocio
Michele Boselli

(29 November 2000 20:0)
Grazie all’esperantista finlandese Lapo per le puntuali ed articolate argomentazioni, tanto piu’ significative in quanto provenienti da un dirigente dell’ERA e quindi a rappresentare le posizioni ufficiali di quell’associazione. Adesso sarebbe bello sentire la posizione di qualche candidata/o…
In tema, e a proposito della costituzione proposta dall’Economist, ecco per intero il brevissimo articolo 2: "English, French and German shall have equal standing as the sole official languages of the Union institutions".
Vorrei far notare che, anche non volendo considerare l’esperanto se il criterio dev’essere quello del numero di persone che parlano una lingua, mancano lo spagnolo che nel mondo è parlato tanto quanto l’inglese, e l’italiano che in Europa è parlato tanto quanto il francese.

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