Quattro lingue a Lampedusa

L’isola dalle quattro lingue

di Maddalena Maltese

Cartelli in arabo, francese e italiano campeggiano nei negozi, bar, distributori. A queste traduzioni se ne aggiunge una quarta: il sorriso e l’accoglienza

«Panino con pomodoro e mozzarella 2 euro». «Il distributore è video sorvegliato». «Il turno per la doccia è di 15 minuti». Questi cartelli esposti su un fast-food mobile, davanti ad un rifornimento di benzina e sulla porta del bagno della canonica, tutti rigorosamente in arabo, francese e italiano, sono prova delle svariate modalità di accoglienza, messe in atto dai lampedusani durante quest’emergenza umanitaria. Essenziale è capirsi e farsi capire, da qui l’idea dei cartelli multilingue. C’è poi una lingua che usa gesti codificati, come il sorriso e il diniego, la stretta di mano e il saluto: questo codice comunicativo è stato e continua ad essere il più adottato, il più universale.
In questi 50 giorni di sbarchi che hanno trasformato questo lembo d’Europa in una nazione multietnica e multireligiosa, il multilinguismo è diventato una condizione necessaria e indispensabile per una convivenza civile. «Noi lampedusani più di tutto abbiamo usato la lingua del cuore – spiega Anna, albergatrice e animatrice di un gruppo parrocchiale –. Al veder arrivare questi ragazzi bagnati, infreddoliti, provati ci si è stretto il cuore e per questo abbiamo aperto le nostre case, dato i nostri vestiti, offerto anche quello che per noi sarebbe stato il necessario».
Ma c’è anche il linguaggio dell’insofferenza e della protesta che si è manifestato con il blocco del porto, il rovesciamento dei cassonetti: per alcuni lampedusani quest’invasione, inizialmente gentile, è diventata insopportabile dopo i furti, gli scassi, le due aggressioni. «Questi brutti gesti ci hanno ferito – dice Carmelo, operaio edile. Noi siamo stati gentili e non ce lo meritavamo, non siamo stupidi solo perché non rispondiamo con violenza. Lo Stato ci ha lasciati troppo soli».
Se l’iniziale festosità dell’accoglienza ha avuto qualche raffreddamento, non per questo Maurizio, Enza ed alcuni amici hanno smesso di offrire bevande calde e panini alle 20 nella villetta comunale. L’altra sera c’erano anche due pentoloni di pasta. La lingua del cuore non riesce a tacere. «Noi non siamo razzisti – dichiara accalorandosi Francesca, che partecipa al comitato delle mamme di Lampedusa –. Questi ragazzi per noi non sono dei disperati o dei poveri cristi, per noi è Gesù che cammina per le nostre strade e ci domanda: Avevo fame, ero senza vestiti. Per questo non stiamo risparmiando le forze per assisterli al meglio».
Per poter condividere maggiormente le loro tradizioni e la sofferenza soprattutto di chi vive sulla collina, con scarsissima assistenza, la chiesa evangelica locale ha fatto arrivare da Milano dei mediatori linguistici che conoscono l’arabo per poter consentire momenti di distensione e di fraternità. «Anche cantare nella propria lingua, raccontare storie, condividere il dolore risolleva», dichiara Hamid.
Oliviero Forti, responsabile nazionale dell’ufficio immigrati della Caritas italiana, conferma questa disponibilità sorprendente della popolazione e i mille linguaggi che i lampedusani si sono inventati per non far sentire il peso di questa tragedia. «Quanto è accaduto – dichiara – poteva consumarsi solo qui, tra questa gente. Per me sono stati un esempio. Altrove si sarebbe rischiata seriamente una rivolta sociale».
Nonostante la partenza di tre navi cariche di migranti non tutti hanno, infatti, lasciato l’isola, poiché il mare mosso non ha consentito l’attracco della quarta, per cui si profila ancora qualche giorno di permanenza. «Certo dopo tutti questi giorni insieme a loro, ci sentiremo un po’ più soli – dice sottovoce e quasi timoroso del giudizio altrui un lampedusano –. Sono giovani intelligenti, qualcuno ha una laurea. Sono davvero pochissimi quelli poco raccomandabili. Forse sono esasperati e
reagiscono, ma oggi vedendone due pregare al porto, mi sono commosso». Ecco entrata in azione la quarta lingua, quella che ci accomuna, tunisini o europei: la lingua del cuore.
(Fonte Città Nuova, 1/4/2011).

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