Quando lingue e culture s’incontravano

Un codice svela la prima traduzione in italiano

E l’Europa andò a scoprire il Corano e nuovi mondi

di Stefano Sieni

E’ del 1461 (e non del 1547) la versione in lingua moderna dei sacri testi dell’Islam. Allora il dialogo fu più forte delle armi

La storia gioca a nascondino tra le carte logore degli antichi manoscritti. E a volte riserva sorprese illuminanti, come questa. Un enorme codice ci svela che nella Firenze del Quattrocento, culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, crocevia d’arte sublime e di traffici d’ogni tipo, già circolava una traduzione italiana del Corano con l’aggiunta di una sorta di catechismo islamico, scritto dal fondatore di una storica setta “fondamentalista” che tanta parte aveva avuto nelle vicende della Spagna musulmana.

La traduzione era stata fatta da un certo Nicolaio di Berto nell’ottobre del 1461 (dalla versione latina duecentesca di Marco da Toledo, rimasta in gran parte inedita) ed è la prima che si conosca del testo coranico in una lingua europea moderna. Il che impone di rimettere indietro di quasi un secolo le lancette degli orologi. Finora, infatti, la traduzione più antica era considerata quella del noto “libraio” in odore di eresia Andrea Arrivabene, pubblicata a Venezia nel 1547 e basata sul fortunatissimo testo latino scritto da Roberto di Ketten per Pietro il Venerabile fra il 1141 e il 1143 e stampato nel 1543 con l’alto patrocinio di Lutero.

Un secolare segreto Autore della scoperta è il fiorentino Luciano Formisano, ordinario di filologia romanza all’università di Bologna e vicepresidente del Comitato nazionale per le celebrazioni del quinto centenario del viaggio di Amerigo Vespucci. Ebbene, proprio curando la pubblicazione di un codice che contiene, fra l’altro, tutte le lettere in volgare del grande navigatore, lo studioso si è imbattuto in quelle carte sciupate dal tempo, in quelle parole difficili da decifrare che ben presto hanno rivelato il loro secolare segreto.

Il manoscritto in questione è il Riccardiano 1910, detto anche “Codice Vaglienti” dal nome del suo compilatore e conservato appunto nella Biblioteca Riccardiana di Firenze, diretta da Giovanna Lazzi. Ma chi era Vaglienti? Un mercante curioso, pratico, di cultura medio-bassa, acerrimo nemico dei veneziani per motivi ovviamente commerciali. Si chiamava Piero di Giovanni, era nato a Firenze nel 1438 ma visse soprattutto a Pisa, dove morì nel 1514. Quando cominciò a raccogliere il materiale da trascrivere, le scoperte geografiche stavano rivoluzionando gli equilibri mondiali, economici e politici. E, a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, la parte del leone toccava ai navigatori portoghesi, come Vasco de Gama, che apriva la rotta delle spezie doppiando l’Africa fino all’India, o come Pedro Alvares Cabral, che per caso scopriva il Brasile inseguendo i tesori dell’Oriente. Tutte spedizioni nelle quali mercanti e imprenditori fiorentini avevano affari favolosi, specialmente a discapito della declinante potenza veneziana. Vale la pena ricordare, in proposito, che il Vaglienti (“merciaio” e “cambiatore” a Pisa, dopo il 1475, in un fondo di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico) era in stretto contatto e collaborava proprio con quelle dinastie di affaristi, come i Sarnigi e i Marchionni, che operavano sulla piazza di Lisbona e foraggiavano gli avventurieri dei mari…

“Investire in Portogallo” Ecco perché, accanto alle lettere di Vespucci (gloria fiorentina), il codice della Riccardiana riporta per esempio quelle di Vasco de Gama o dei Marchionni, facendo precedere il tutto da una versione del Milione di Marco Polo, inteso quasi come il simbolo di una “geografia antica” alla quale bisognava affiancare ora quella “moderna”. Il mondo, insomma, stava cambiando e la parola d’ordine per i mercanti fiorentini era “Investire in Portogallo” e nei tanti paesi, vecchi e nuovi, che si ritrovavano nella sfera d’influenza commerciale della corona di Lisbona e dei suoi azionisti europei. Esisteva sì il costante pericolo turco (Costantinopoli era caduta nel 1453), esistevano abbordaggi di pirati e guerre, ma esisteva anche la necessità di dialogare con altre civiltà, magari le stesse con le quali gli eserciti si scontravano. La conoscenza era da sempre l’anima del commercio. Per questo, nel momento in cui i portoghesi stringevano rapporti con i mercanti arabi in Africa e in Asia, non deve stupire che Piero Vaglienti inserisse nella sua raccolta dedicata ai testi dei viaggiatori le pagine che toccavano più strettamente l’Islam.

La prima parte, a carta 167, riporta brani dell’”Arcorano di Maometto”, con un proemio di Marco da Toledo e una scelta di “fioretti”, vale a dire di “sure”. La seconda, invece, è un “tratato di Bencometto” (in opposizione al dispregiativo medievale “Malcometto”), una specie di catechismo islamico sul dogma fondamentale dell’unità di Dio. L’autore è il berbero Ibn Tumart che visse nel XII secolo e fondò la setta “fondamentalista” degli Almoadi. Il suo intento era quello di ricondurre l’Islam alla purezza originaria. E il “tratato” si proponeva di dare ai neofiti un’interpretazione semplificata del Corano. Perché capissero meglio.

La storia ci dice, come fa notare Formisano, che gli Almoadi furono sconfitti dai soldati cristiani nella battaglia di Las Navas de Tolosa il 16 luglio 1212. Ma questo non impedì che nello stesso periodo Marco da Toledo traducesse in latino il Corano e il “catechismo” di Ibn Turmat. Così come, due secoli e mezzo dopo, a pochi anni dalla caduta di Costantinopoli, Nicolaio di Berto avrebbe tradotto in italiano gli stessi testi, diffondendoli nella società fiorentina del tempo. In fin dei conti, la conoscenza e il dialogo erano più forti delle armi.

(Da La Nazione, 13/1/2006).

[addsig]

Lascia un commento

0:00
0:00