Può la nonviolenza funzionare in Iran?‏

Agenzia Radicale – 23 apr 2011

Di seguito riportiamo una conversazione, pubblicata dal Carnegie Endowment for International Peace (un ente no profit che ha come missione la promozione della pace e della cooperazione tra nazioni) nella quale l’analista politico Karim Sadjadpour, il filosofo Ramin Jahanbegloo e il diplomatico e scrittore Roberto Toscano discutono sul ruolo che la nonviolenza ha nel movimento democratico iraniano, dimostrandone inequivocabilmente la forza morale e sociale, e regalandoci un punto di vista innovativo su come il mondo dovrebbe rapportarsi con il regime teocratico repressivo di Teheran. (A.S.B.) Per gli iraniani che cercano la fine dell’autoritarismo e l’avvento della democrazia nel loro Paese, le lezioni apprese dalle sommosse arabe di quest’anno sono molteplici.
Da un lato, la caduta di dittatori arabi di lunga data sembra abbia fugato il senso di disperazione avvertito da molti iraniani, dopo la brutale repressione delle ultime proteste contro il governo, a seguito della contestata elezione presidenziale del 2009. Ma dall’altra parte, mentre pare riaccendersi una luce in fondo al tunnel, è crescente il dibattito sulla natura stessa del tunnel.
Vale a dire, è la resistenza civile nonviolenta l’unica strada per il successo? Per una popolazione che percepisce ancora lo strazio della Rivoluzione del 1979, e i successivi otto anni di guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein (che ha causato la morte di 500mila iraniani) è scarso l’appetito alla violenza, e non vi sono nozioni romantiche circa la chiamata alle armi. Il dibattito unisce meno sui meriti della resistenza violenta che sulla futilità apparente, fino ad ora, della protesta nonviolenta.
Gli scettici della nonviolenza affermano che la disobbedienza civile funziona contro i regimi autoritari, come quelli di Egitto e Tunisia, appoggiati dalle democrazie occidentali e di conseguenza restii alla macellazione di massa, al fine di mantenere il potere. La lezione che si apprende da esempi di ambienti più spietati, come la Libia di Muammar Gheddafi, è che le forze anti-governative non avrebbero fatto progressi senza l’uso di armi. Altri scettici invocano ragioni socio-culturali per le quali l’ethos gandhiana non funzionerà mai in Iran.
Contrariamentre al “pacifista, vegeratiano, indù” un attivista di spicco dell’opposizione iraniana mi ha riferito lo scorso anno che “gli iraniani sono carnivori sciiti mangia kebab la cui fede insegna l’etica dell’occhio per occhio, invece che il porgere l’altra guancia”. In pochi hanno riflettuto su questi temi più del filosofo iraniano Ramin Jahanbegloo e del diplomatico e scrittore italiano Roberto Toscano.
Toscano ha lavorato recentemente come ambasciatore italiano in India e in precedenza, dal 2003 al 2008, in Iran. Nella sua quarantennale carriera ha lavorato, tra gli altri paesi, come diplomatico in Unione Sovietica e nel Cile di Augusto Pinochet. È autore di diversi libri come "Beyond Violence. Principles for an Open Century" Attualmente è studioso di politica pubblica al Woodrow Wilson International Center Scholar di Washington DC.
Jahanbegloo è uno degli intellettuali di spicco e maggiormente prolifici in Iran. Tra i suoi 10 libri in inglese, francese e persiano si ricordano "Conversazioni con Isaiah Berlin" e "Gandhi, il pluralismo dello spirito". Nell’aprile del 2006 ha trascorso quattro mesi in isolamento nella prigione di Evin a Teheran, accusato del tentativo di aver organizzato una rivoluzione di velluto. Ha un dottorato di ricerca conseguito all’Università della Sorbona ed attualmente è professore di scienze politiche e ricercatore presso il Centro per l’Etica dell’Università di Toronto.
Karim Sadjadpour – Molti iraniani cominciano a chiedersi se la resistenza civile nonviolenta è una strategia praticabile contro un regime che non ha esitato a utilizzare una devastante violenza ed intimidazioni contro i manifestanti pacifici. Essi sostengono che la Repubblica Islamica sia più simile alla Libia di Gheddafi che all’Egitto di Mubarak, vale a dire più totalitaria che autoritaria, e che la milizia Basji e i Guardiani della Rivoluzione non cederanno il potere senza spargimenti di sangue. Come si può rispondere a chi sostiene che la resistenza nonviolenta può sì essere moralmente superiore, ma tatticamente e strategicamente inefficace in Iran?
Ramin Jahanbegloo – Alcuni sostengono che la resistenza nonviolenta non può funzionare contro regimi totalitari come la Repubblica Islamica, un regime che imprigiona, uccide e manda in esilio tutti coloro che resistono. Vorrei fare due osservazioni, in risposta a tutto questo: primo, la violenta repressione degli oppositori iraniani è un segnale che gli oppositori nonviolenti rappresentano una grave minaccia per le fondamenta ideologiche del regime.
In secondo luogo, la nonviolenza è il mezzo migliore per raggiungere una trasformazione politica e sociale in Iran. L’uso delle armi riduce notevolmente le probabilità di successo; la resistenza nonviolenta è un “imperativo morale” che determina la politica di auto-comprensione e la legittimità del movimento civile iraniano, ma è anche un “imperativo strategico” che crea le condizioni per una soluzione democratica.
Roberto Toscano – Il concetto di nonviolenza è spesso bollato come “ingenuo” ed “idealistico”, mentre coloro i quali accettano, spesso a malincuore, l’uso della violenza sono considerati “realisti”. Questo è semplicemente falso. Recenti studi quantitativi hanno evidenziato quanto il tasso di successo dei movimenti nonviolenti sia storicamente più elevato rispetto a quello dei movimenti violenti. Il discorso dovrebbe essere tuttavia più qualitativo che quantitativo; dobbiamo confrontare due elementi di saggezza convenzionale. Il primo è il famoso detto di Clausewitz “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Io sostengo che la guerra, e la violenza in generale, è un’alternativa alla politica; si tratta di una manifestazione primordiale, pre-umana, di impulsi pre-culturali che sono ancora in noi, e che non può essere confrontata con la mediazione pacifica, che rappresenta l’evoluzione della società umana. La violenza esiste, ma non dovrebbe avere la stessa validità della nonviolenza.
La seconda famosa, ed altrettanto errata, perla di saggezza convenzionale è “il fine giustifica i mezzi” (affermazione falsamente attribuita a Machiavelli). Dovremmo invertire e affermare: “i mezzi eliminano il fine”. Troppo spesso i più alti ideali dei rivoluzionari che affermano di combattere per l’umanità sono smentiti e distorti dal loro comportamento violento verso gli altri esseri umani.
L’Iran non fa eccezione. Gli iraniani hanno visto cosa accade quando una rivoluzione diviene un regime di violenta repressione. Per quanto possano odiare il regime attuale, non sono disposti a passare nuovamente attraverso questo percorso. E infine, crediamo davvero che una base e una pratica violenta avrebbe portato 3 milioni di persone per le strade di Teheran nel 2009? La nonviolenza dà consenso e rende più facile la costruzione di alleanze. La violenza, necessariamente, divide.
KS – Quale è il confine tra resistenza nonviolenta ed autodifesa? Quando i manifestanti pacifici vengono, ad esempio, attaccati dai Basji, pregate loro di porgere l’altra guancia, per così dire, o di combattere per difendersi?
RJ – Il principio di autodifesa non comporta necessariamente armi e spargimenti di sangue. Penso che sarebbe un crimine per chiunque essere brutalizzato e continuare ad accettare la violenza senza fare qualcosa per difendere se stesso.
Il paradigma nonviolento di autodifesa è un mezzo per proteggere la propria vita o la vita degli altri senza produrre nuovi assassini. In quanto tale, la legittima difesa non dovrebbe essere presentata come una giustificazione; è accettabile solo se non si ha intenzione di uccidere o danneggiare l’altra persona. In termini concreti, i manifestanti iraniani che si difendono dalla violenza dei Basji non intendono certo sostituirsi a loro utilizzando la stessa tipologia di violenza.
Quando i metodi nonviolenti hanno successo, questi delegittimano la violenza come metodo di gestione dell’odio e di esclusione. Le forti immagini di giugno e luglio 2009 mostrano i giovani iraniani difendere le forze di polizia dai danni dei manifestanti, e rivelano il potenziale morale di un futuro Iran democratico non basato su violenza e vendetta. Ogni volta che vediamo queste immagini, proviamo un senso di rinnovamento nazionale.
RT – Uno scudo è nonviolenza. Una spada, anche se usata contro un ingiusto aggressore, non lo è. La nonviolenza ammette scudi, tra cui gli “scudi umani” (spesso donne) che abbiamo visto aggirarsi tra i manifestanti caduti.
Credo che la tua domanda ci permetta di definire meglio il concetto di nonviolenza, nel senso che ci permette di chiarire che la nonviolenza non deve essere suicida. Non danneggiare l’integrità fisica o la vita del nemico, non significa mettere a repentaglio la propria. Non vi è dubbio che per gli iraniani la nonviolenza è una scelta derivante non solo dalla persuasione morale, ma anche dall’esperienza storica.
Gli iraniani “sono stati lì”, sia in termini di violenza interna che di guerra, e non vogliono rivedere quei disastri umani. Detto questo, la nonviolenza è una scelta moralmente impegnativa ed è difficile mantenerla per un periodo indefinito quando si affronta la violenza. Per questo motivo c’è sempre il pericolo che, se la repressione continua e si intensifica, qualcuno non sopporti oltre la pressione della disciplina e della moderazione. Il risultato sarebbe tragico e dovremmo fare il possibile per impedirlo.
KS – Ramin, puoi descrivere la tua esperienza nella prigione di Evin, sotto l’accusa di aver tentato di fomentare una rivoluzione di velluto? Puoi aiutare a spiegare a noi la mentalità dei tuoi carcerieri e gli interrogatori?
RJ – Mi sono ritrovato in una situazione kafkiana. Quando vieni arrestato non sai chi ti sta arrestando, perché vieni arrestato e per quanto tempo dovrai restare in carcere. Non hai diritto ad un avvocato. Per un lungo periodo di tempo non ho potuto vedere la mia famiglia. Nessuna informazione trapelava dall’esterno, né era possibile far arrivare informazioni fuori dal carcere; sei, insomma, completamente isolato.
La routine degli interrogatori era sempre la stessa. Le guardie aprivano la porta della cella di 2 metri per 3 che occupavo, mi bendavano e mi portavano in un’altra stanza lungo un corridoio. Indossavo sempre il mio pigiama azzurro da prigioniero ed ero costretto ad ascoltare i carcerieri accusarmi di essere una spia straniera che cercava di fomentare una rivoluzione. È stato durissimo soddisfare le loro richieste. Tra un pasto e l’altro, costituiti perlopiù da pane, tè, riso ed occasionalmente qualche verdura o carne, scrivevo quello che mi veniva in mente sul retro di una scatola di Kleenex.
Quella parte della mia vita è molto importante, perché ne porto dentro le conseguenze. Cerco di andare oltre tutto questo, la nonviolenza mi ha aiutato molto in tal senso. Non serbo alcun rancore, cerco di ottenere risultati concreti dalla mia prigionia. Penso che si debba andare al di là delle tragedie personali, pensando alla costruzione politica democratica di un Paese. La solidarietà dei miei amici e di molti intellettuali da tutto il mondo mi ha dato la forza spirituale e l’ispirazione morale alla nonviolenza.
Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro, come Roberto Toscano, che si sono prodigati ad organizzare una rete globale per ottenere la mia liberazione.
KS – Entrambi avete una grande esperienza non solo nello studio dei regimi autoritari, ma anche nella vita sotto di essi. Quali transizioni democratiche, avvenute in altre parti del mondo, possono essere istruttive da seguire per l’opposizione iraniana?
RJ – Ci sono diversi fattori condivisi tra il Movimento Verde e i movimenti nonviolenti di Tunisia ed Egitto. Uno di questi è la disciplina non violenta. In tutti e tre i casi le persone sono scese in piazza sfidando violenza e repressione, con notevole coraggio e rifiutando provocazioni e reazioni eccessive.
Altro elemento è l’uso efficace dei mezzi di comunicazione sociale, ed un altro fattore ancora è il ruolo dei giovani. Come in Egitto e in Tunisia, in Iran i giovani hanno svolto un ruolo fondamentale nella creazione di movimenti pro-democrazia e nella richiesta di valori universali come la libertà, la democrazia e la fine della violenta repressione. I manifestanti egiziani sono riusciti a raggiungere l’amicizia con i militari.
Questo tipo di divulgazione è ancora necessario in Iran. Nonostante le differenze tra il Movimento Verde e i movimenti nonviolenti dell’Europa dell’est e del Medio Oriente, con questi si condivide un elemento centrale: la società civile. Quello che intellettuali dell’est Europa come Adam Michnik, Vaclav Havel e Agnes Heller hanno compreso, della società civile, è il concetto di gruppi orizzontali auto-organizzati che possono limitare il potere dello Stato.
Ciò che unisce gli iraniani del Movimento Verde con ciò che è avvenuto in Polonia ed in Cecoslovacchia, è la lotta contro la arbitraria concentrazione del potere. L’attenzione ai diritti dei cittadini, alla libera rappresentanza politica e alle responsabilità degli organi di governo sono sintomo di un nuovo atteggiamento politico emanato dal rafforzamento della società civile iraniana.
RT – Vorrei cominciare affermando che sono molto scettico sui “modelli” da seguire, in quanto ogni paese è unico, nelle forme sociali e nell’esperienza storica. Ma, ovviamente, possiamo guardare a vari esempi e probabilmente in ognuno c’è qualcosa di interessante per l’Iran. In Europa orientale possiamo come una sorta di coscienza, “precursore” della prassi democratica, il ruolo dei dissidenti. Un dissidente è, per definizione, una persona che sceglie la via della nonviolenza, anche in presenza di un regime violento e repressivo. Il regime iraniano riconosce la potenziale influenza di queste persone.
La prova è che il nostro amico Ramin Jahanbegloo è stato imprigionato a Evin, soprattutto a causa del suo interesse per l’esperienza dei dissidenti in Europa orientale. La principale accusa mossa verso di lui era quella di fomentare una “rivoluzione di velluto” in Iran (in riferimento alla rivolta che ha fatto decadere il regime di Ceausescu in Romania). Per quanto riguarda l’Unione Sovietica, vedo sia una somiglianza che una differenza di base. La somiglianza (purtroppo smentita dai falchi e dai tifosi pro-attentato agli Stati Uniti) è che contenimento più deterrenza sono in grado di contribuire alla caduta del regime, mentre le opzioni militari lo rafforzerebbero, come quando Saddam attaccò l’Iran nel 1980.
La differenza è che nel caso dell’Unione Sovietica l’elite politica poteva riciclare se stessa anche in una Russia post-comunista; i quadri comunisti spesso diventavano uomini d’affari, il KGB è ancora in giro, anche al vertice del sistema. Sarebbe molto più difficile riciclarsi per un mullah o un soldato di Guerra Rivoluzionaria.
Di conseguenza, l’elite politica iraniana teme per il proprio futuro, e non si fa da parte facilmente. Anche la Spagna è interessante, dal momento che il passaggio dal franchismo alla democrazia è stato possibile grazie a riformisti all’interno del sistema. Se si vuole evitare la violenza, bisogna muoversi gradualmente attraverso le riforme e la partecipazione attiva degli elementi più illuminati e moderati all’interno del regime. Abbiamo avuto Suarez e Gorbaciov, quindi perché non Khatami e Mousavi?
La dirigenza questo lo sa, e questo spiega perché ne ha paura, odia e reprime i leader politici che mettono in discussione le basi della Repubblica Islamica. La Turchia sta divenendo un punto di riferimento non per la sua transizione democratica, quanto piuttosto come possibile risposta a come rendere compatibili Islam, democrazia e modernità.
KS – Se si confronta l’opposizione iraniana con i movimenti democratici che hanno avuto successo altrove, quali sono le sue principali carenze? Quali i punti di forza?
RJ – Credo che la grande forza del movimento civile iraniano sia la sua capitale morale. Mai negli ultimi cento anni il popolo iraniano ha posseduto vantaggio militare sul regime, ma ciò non ha dissuaso il popolo a rinunciare alla protesta contro diverse forme di ingiustizia. Ad ogni crocevia storico, l’azione nonviolenta ha insidiato la legittimità morale del regime, diminuendone il controllo politico.
La prevalenza della nonviolenza, specialmente nella scelta della disobbedienza civile, ha donato agli iraniani una sorta di aspetto “ghandiano”. Ma per crescere più forte, la società civile iraniana deve restare unita.
RT – Vorrei confrontare i movimenti di opposizione in Iran ed Egitto, perché vedo numerose differenze. In primo luogo, in Egitto vi era un dittatore ed era quindi più semplice per il movimento democratico incentrare le proteste contro la persona di Mubarak. In Iran il regime è un’oligarchia. Anche il leader supremo non è più così supremo quando deve confrontarsi e mediare con il presidente, il clero e le Guardie della Rivoluzione.
Ci sono molti centri di potere: il regime ha così più resistenza e flessibilità. Inoltre, sono differenti le basi sociali dei movimenti. In Iran le persone sono scese in strada, nel 2009, gridando “dov’è il mio voto?”. La mobilitazione è stata per un singolo problema politico. Al contrario, in Egitto le persone si sono mobilitate a fronte di molteplici lamentele, molte delle quali connesse alla corruzione istituzionale. Di conseguenza, la base sociale delle proteste è stata più ampia in Egitto.
Gli iraniani devono ancora comprendere che la democrazia è una necessità socio-economica e di giustizia. Il Movimento Verde è a conoscenza di questa sfida, ed ha avviato un processo di espansione della propria base sociale che va oltre i temi puramente politici. In ultimo, le forze armate egiziane non hanno combattuto per Mubarak, sapendo di poter sopravvivere alla morte del regime. Nel caso iraniano, le Guardie della Rivoluzione sono intrinsecamente legate al regime, e non possono sperare di sopravvivere dopo la sua scomparsa. Essi lottano per la Repubblica Islamica con la consapevolezza di lottare per se stessi.
KS – L’acclamato regista iraniano Mohsen Makhmalbaf ha sostenuto che è più sofisticata ed informata di quanto non lo fosse quella della Rivoluzione del 1979; “trent’anni fa le persone erano pecore e Khomeini era il loro pastore; oggi non c’è più un pastore, ma le persone non sono più pecore”. È possibile portare al successo un movimento per la democrazia senza una chiara leadership?
RJ – Con tutto il rispetto per Mohsen Makhmalbaf gli iraniani non sono mai stati un gregge di pecore. La Rivoluzione iraniana è stata una trasformazione politica basata sul carisma. L’Ayatollah Khomeini ha guadagnato prestigio etico e politico durante la Rivoluzione, che ha creato l’autorità, quindi la lealtà ed il rispetto verso di essa. Grazie a questo, ha avuto forte voce in capitolo nella realizzazione del potere velayat-e faqih in Iran (un sistema dottrinale clericale) per modellare lo sviluppo della società.
Ma non è questo il caso dell’Ayatollah Khamenei e di Mahmoud Ahmadinejad. Oggi l’obiettivo dell’opposizione è di unire per spingere ad un cambiamento verso una struttura sociale democratica in Iran.
Il Movimento Verde è un ente democratico ed eterogeneo, senza ideologia né una leadership carismatica. Queste due caratteristiche aiutano nella creazione del suo capitale morale. Come in Tunisia ed Egitto, vi è un accordo generale tra iraniani sulla necessità di porre fine alla repressione politica e alla violenza. Per questo motivo non hanno, o non hanno bisogno, di un leader carismatico.
RT – Si, per fortuna ci sono persone che non hanno bisogno di eroi. Tuttavia, avete bisogno di una certa direzione, che potrebbe presentarsi in sensi imprevedibili durante le mobilitazioni popolari. La mia impressione è che l’attuale leadership del Movimento Verde sia indispensabile, ma ha un ruolo transitorio. All’interno del Movimento bisogna formare opzioni politiche distinte, con distinti programmi e leader.
Sarei preoccupato se il Movimento Verde si trasformasse in un singolo partito. All’Iran non serve un “inversione 1979” ma maggior pluralismo, dibattito e mediazione politica. Questa si chiama democrazia.
KS – I movimenti operai hanno spesso svolto altrove un ruolo fondamentale nel ridurre il potere autoritario. Come descriverebbe la disposizione politica del lavoro, in Iran? Quali sono le arterie economiche principali che potrebbero mettere sotto pressione il regime, e come è plausibile che queste uniscano le forze con l’opposizione?
RJ – Non si può ignorare il potere della classe operaia in Iran. Se gli operai non fossero andati in sciopero nel 1970, probabilmente lo Scià non sarebbe caduto. Industria, trasporti, artigianato e sindacati potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel processo di democratizzazione dell’Iran. I lavoratori del settore petrolifero di Abadan rappresentano un importante potenziale politico.
Uno sciopero nella raffineria di Abadan rappresenterebbe un durissimo colpo all’economia iraniana, oggi controllata dalla Guardia Rivoluzionaria. Eppure gli attivisti hanno subito di recente feroci attacchi, culminati con l’arresto e la tortura dell’organizzatore delle proteste di autisti di bus, Mansour Osanloo.
RT – I lavoratori potrebbero essere una parte fondamentale del movimento democratico iraniano. Il regime non teme solo gli intellettuali e la classe media. Osanloo ed altri dirigenti sindacali sono in carcere e l’organizzazione indipendente di alcuni lavoratori viene repressa ferocemente.
I leader del Movimento Verde dovrebbero studiare l’esperienza polacca e la potenza di un alleanza tra intellettuali e dissidenti del lavoro indipendente. Altrettanto importante è richiamare la natura economica del regime islamico: essa è di stampo corporativistico. Il Movimento Verde dovrebbe includere una politica per le imprese private nella sua struttura.
Sono convinto che molti imprenditori iraniani, in special modo giovani, sarebbero pronti e bramosi di contribuire ad un Iran moderno, passando da un capitalismo clientelare e dal corporativismo fascista ad un più moderno mercato legato all’economia globale. Questo significa muoversi da un ambiguo e deforme sistema di carità-benessere ad un sistema previdenziale più moderno, basato sui diritti.
KS – Viene dato per scontato che la Repubblica Islamica sarà un giorno una democrazia. Sei ottimista sul fatto che la cultura democratica abbia preso piede in Iran?
RJ – E’ ancora molto presto per addentrarsi in speculazioni sul futuro della democrazia iraniana. Ciò che pare sicuro, tuttavia, è che una nuova generazione di attori sociali avrà un ruolo più importante nella determinazione di nuove regole in un Iran variabile. Ovviamente questo richiederà la rottura con la sovranità teocratica e darà più potere al governo repubblicano. Il Movimento Verde riflette la ricerca di responsabilità, trasparenza ed istituzioni democratiche del nuovo Iran.
RT – Paradossalmente, nonostante la sua storia di regimi repressivi, l’Iran ha una profonda cultura democratica. Possiamo tornare indietro, alla sua storia dolorosa ma ricca di aspirazioni democratiche. Molti democratici criticano Khatami, ma penso che la sua presidenza abbia aiutato a cambiare radicalmente il discorso politico del paese verso una più ampia accettazione di democrazia e libertà; non era in grado, e non credo volesse, farla finita con la Repubblica Islamica.
Ciò che voleva era estrarre il massimo contenuto democratico, compatibilmente con la sopravvivenza del regime. Naturalmente, come il regime sa fin troppo bene, la riforma può trasformarsi in cambiamento. Un cambio di regime democratico, dall’interno, e non imposto dall’esterno, è l’unico compatibile con la democrazia e la sovranità nazionale, così come con la dignità di ognuno.
KS – Che ruolo possono avere attori esterni, come gli Stati Uniti, per aiutare la causa democratica in Iran?
RJ – L’esperienza ci dimostra che il cambiamento nonviolento non può essere portato dall’esterno. Tuttavia quando i movimenti democratici di un Paese non ricevono sostegno dalla comunità internazionale, è raro riescano nei propri intenti. Se la comunità internazionale non condanna la violenza repressiva in Iran, il governo continuerà a calpestare i diritti fondamentali.
Quindi, più che concentrarsi sul programma nucleare iraniano, la comunità internazionale dovrebbe concentrarsi sulla violazione dei diritti umani. Anziché aiuti diretti ai gruppi civici, i governi occidentali ed orientali dovrebbero ritirare il supporto economico alle istituzioni di regime ed usare la loro potenza per fare leva diplomatica esercitando pressioni sul regime, chiedendo riforme.
Dovrebbero anche sostenere la capacità di crescita della società civile tramite l’insegnamento informatico della nonviolenza. Questo dovrebbe essere accompagnato da uno sforzo internazionale permanente per portare la sfortuna degli attivisti iraniani nei nostri salotti, negli uffici e nelle lezioni universitarie. Come recita un proverbio: “in questo mondo puoi proteggere la tua libertà solo proteggendo quella degli altri”. Non c’è futuro per la democrazia occidentale senza democrazia in Iran.
RT – L’aiuto esterno non può sostituirsi alle dinamiche interne, ma certo è importante. Credo che l’aggiunta, all’interno delle sanzioni internazionali, di una lista di aguzzini ed inquisitori responsabili della repressione, sia un segno significativo per dimostrare che il mondo si preoccupa per i diritti dell’uomo in Iran, e non solo della sicurezza o delle implicazioni economiche.
La comunità internazionale deve capire che l’aspirazione nucleare è considerata, dalla maggior parte degli iraniani, come diritto nazionale, e non del regime. Nessun futuro governo democratico vorrà cedere su un autonomo, e pacifico, programma nucleare energetico. Per questo motivo, insistere sullo “zero arricchimento” non fa altro che rafforzare il regime.
Ciò che gli iraniani obiettano è il prezzo da pagare per il programma nucleare, vista la posizione intransigente del governo. Il mondo dovrebbe concentrare la propria critica al regime su altri temi, come il sostegno agli arabi radicali, mai popolari in Iran, che oggi appare ancora più assurdo e controproducente nella fase attuale di sommossa democratica nella regione.
(traduzione di Andrea Spinelli Barrile)

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