Proibizionismo

Il divieto di parlare le lingue straniere anche durante le pause fa discutere la Germania. Misure simili proposte in Olanda

“A ricreazione tedesco obbligatorio”

Berlino, “integrazione forzata” in alcune scuole per gli immigrati

di Andrea Tarquini

Parlare tedesco, e solo tedesco, a scuola e anche nella pausa di ricreazione del cortile, è il nuovo dovere degli studenti: solo così si può incoraggiare i giovani a integrarsi. Specie quelli provenienti dai paesi islamici. L’iniziativa che divide il paese è partita da due scuole medie superiori di Berlino, la Herbert-Hoover di Wedding e la Borsig di Kreuzberg, due quartieri a forte presenza extracomunitaria. E la Socialdemocrazia (Spd), al governo nella città e a livello federale, la appoggia. L’Olanda neoconservatrice vuole misure più radicali: il ministro dell’Integrazione, signora Rita Verdonk, ha chiesto che in strada e nei luoghi e uffici pubblici si parli solo olandese.

La difficile integrazione degli extracomunitari, specie musulmani, esplode ancora una volta in Europa, dopo la rivolta delle “banlieues” francesi e dopo l’assassinio del regista olandese Theo Van Gogh da parte di estremisti islamici. La lingua – come nella tradizione dell’Illuminismo francese – è patria comune nella società multiculturale, dice il responsabile dell’Istruzione a Berlino, il socialdemocratico Klaus Boeger. I media turchi, stampati a grande tiratura anche qui, e il verde Oezcan Mutlu, tedesco di origine turca, denunciano la “discriminazione”. Ma la maggioranza approva l’obbligo del tedesco. A cominciare dai genitori.

“Le domande d’iscrizione alla nostra scuola sono aumentate del venti per cento da quando abbiamo introdotto l’obbligo di parlare tedesco”, dice la preside della Herbert-Hoover, Jutta Steinkamp. “Si è sparsa la voce che la nostra scuola fa di tutto per insegnare meglio la lingua del posto”. Compito difficile: il novanta per cento degli studenti della Herbert- Hoover non sono di madrelingua tedesca. Tra i ragazzi, i pareri si dividono.

“E giusto imparare la lingua del paese dove viviamo”, dicono Hanan e Shoa, due sedicenni di origine araba. “E il tedesco è l’unica lingua comune con i compagni di scuola turchi, pakistani o kosovari”. “Ma noi non ci lasciamo vietare di usare la mia madrelingua”, replicano tre teenagers di origine turca, Yonca, Yakup e Nuray.

Il caso olandese è più difficile, la linea del governo dell’Aja è più dura. Il “Manifesto di Rotterdam”, pubblicato dal ministro Verdonk insieme a diverse associazioni di quartiere, è nato dopo una valanga di e-mail di protesta di cittadini olandesi originari al governo: in troppi quartieri si sente parlare turco, arabo, indonesiano e surinamese e non più la lingua di Huzinga e di Cees Noteboom Il documento chiede a tutti di adeguarsi, e di usare l’olandese e non le lingue d’immigrazione nei luoghi pubblici, da strade e piazze a scuole, uffici comunali e ministeri.

“L’integrazione è nell’interesse degli studenti, lingua e valori politici e culturali sono elementi costitutivi dell’appartenenza a una società moderna e laica e la garanzia dell’integrazione”, dicono i responsabili della politica scolastica della Spd. Ma il tedesco per forza è discriminatorio, replica il verde Mutlu. Intanto, secondo le ulteriori statistiche, in ben 50 scuole di Berlino i ragazzi tedeschi sono minoranza.

(Da La Repubblica, 25/1/2006).

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