CONTRIBUTO DI ERA AL DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE FRA 2027-29
Equità e giustizia linguistica, democrazia multilingue, IA e diritti fondamentali
Richiesta di inserimento nel Documento di programmazione FRA 2027-29 di una linea di lavoro su linguicismo (“razzismo linguistico”) istituzionale, decolonizzazione linguistica dell’Europa, partecipazione multilingue della società civile, IA multilingue e Garante europeo del multilinguismo.
1. Premessa
L’ERA – “Esperanto” Radikala Asocio, che collabora con la FRA fin dal 2010, accoglie l’invito della FRA a contribuire alla bozza del Documento di programmazione FRA 2027-29 nella prima stesura del gennaio 2026 fattaci pervenire.
Considerata l’ampiezza della bozza del Programma di lavoro FRA 2027-29 e la rilevanza trasversale della questione linguistica per tutti gli ambiti trattati — diritti fondamentali, non discriminazione, società civile, intelligenza artificiale, comunicazione, governance e partecipazione democratica — ERA ritiene necessario presentare un contributo organico e non meramente puntuale.
La dimensione linguistica non costituisce infatti un tema settoriale, ma una condizione strutturale di accesso effettivo a tutti gli altri diritti.
Il presente contributo si concentra su un profilo che ERA ritiene essenziale per il mandato della FRA, ma che appare assente o insufficientemente sviluppato nella bozza del Programma: l’equità e la giustizia linguistica come condizione di accesso effettivo ai diritti fondamentali, alla partecipazione democratica, alla società civile europea, alla conoscenza, alla tecnologia e all’intelligenza artificiale.
La questione linguistica non riguarda soltanto la traduzione dei documenti o l’organizzazione interna del lavoro amministrativo. Essa incide direttamente sulla possibilità dei cittadini e delle organizzazioni civili di comprendere, discutere, contestare, proporre e partecipare ai processi europei.
La presente osservazione non propone quindi una semplice modifica redazionale del Programma, ma l’inserimento di una nuova linea strategica FRA 2027-29 dedicata a:
equità e giustizia linguistica, linguicismo (“razzismo linguistico”) istituzionale, IA multilingue, partecipazione democratica e decolonizzazione linguistica dell’Europa.
2. Nota terminologica: inglese, regime anglocoloniale e linguicismo (“razzismo linguistico”)
Nel presente contributo ERA utilizza il termine “anglocoloniale” non per riferirsi alla lingua inglese come tale, né all’apprendimento dell’inglese come lingua straniera, ma al sistema di potere che trasforma l’inglese in infrastruttura dominante di accesso al sapere, ai diritti, alla partecipazione democratica, all’università, alla ricerca, alla tecnologia, all’intelligenza artificiale, all’economia e ai processi decisionali.
Per dominanza anglocoloniale ERA intende dunque una struttura storica e contemporanea nella quale la lingua inglese opera non come semplice mezzo di comunicazione, ma come dispositivo di selezione sociale, vantaggio competitivo, rendita economica, orientamento cognitivo e subordinazione culturale dei popoli non anglofoni.
Il problema non è l’inglese come lingua straniera. Il problema è l’inglese come infrastruttura anglocoloniale di accesso selettivo al sapere, ai diritti, alla tecnologia, alla ricerca, all’economia e alla decisione politica.
Nel presente contributo ERA utilizza inoltre il termine linguicismo (“razzismo linguistico”) nel senso elaborato dalla tradizione dei diritti umani linguistici: una forma di discriminazione strutturale fondata sulla lingua. In termini più immediati, il linguicismo (“razzismo linguistico”) può essere inteso come una forma di razzismo non biologico ma strutturale, fondata sulla gerarchizzazione delle lingue e dei loro parlanti.
Questa precisazione è essenziale. ERA non contesta una lingua come oggetto culturale. Contesta la trasformazione di una lingua nazionale, appartenente storicamente allo spazio angloamericano, in infrastruttura di potere, selezione, rendita, subordinazione e accesso diseguale ai diritti.
3. La lacuna strutturale del Programma FRA 2027-29
La bozza del Programma FRA 2027-29 affronta temi centrali quali la Carta dei diritti fondamentali, la non discriminazione, lo Stato di diritto, la società civile, l’intelligenza artificiale, la comunicazione, il civic space e la governance. Tuttavia, essa non considera in modo adeguato la dimensione linguistica di tali ambiti.
Questa omissione è grave.
Nessun diritto fondamentale è pienamente accessibile se il cittadino non può comprenderlo, discuterlo, rivendicarlo e difenderlo nella propria lingua o in condizioni linguistiche eque.
Nessuna partecipazione civica è realmente inclusiva se una lingua dominante funziona come filtro preliminare di accesso.
Nessuna democrazia europea può dirsi pienamente multilingue se la società civile viene convocata, informata e ascoltata prevalentemente in inglese.
La questione, dunque, non è se la FRA possa usare l’inglese come una delle lingue di lavoro. La questione è se la FRA possa continuare a usare l’inglese come lingua dominante di fatto nei rapporti con la società civile europea, senza una valutazione d’impatto linguistico, senza motivazione proporzionata, senza alternative multilingui, senza correttivi e senza considerare gli effetti discriminatori indiretti su cittadini e organizzazioni non madrelingua inglese.
4. Il precedente FRA 2023: discriminazione della società civile e subordinazione linguistica indotta
Nel 2023 ERA ha già sollevato direttamente presso la FRA il problema della partecipazione alla Fundamental Rights Platform in lingua inglese. In risposta, la FRA ha comunicato che il proprio Consiglio di amministrazione aveva deciso che l’inglese fosse la lingua di lavoro dell’Agenzia, riconoscendo al tempo stesso che tale scelta “limita in qualche misura la partecipazione attiva” alle riunioni.
Tale riconoscimento è decisivo.
La FRA non si limita a organizzare internamente il proprio lavoro in inglese. Nei rapporti con la società civile europea, essa condiziona l’accesso effettivo alla partecipazione alla disponibilità, all’interno delle organizzazioni invitate, di soggetti già in grado di operare nella lingua dominante del sistema anglocoloniale.
L’effetto è strutturalmente discriminatorio. Una ONG può partecipare pienamente solo se dispone di un rappresentante linguisticamente conforme alla prassi anglocoloniale della FRA; in caso contrario, la sua partecipazione viene ridotta, ostacolata o resa meramente formale. In questo modo, la FRA finisce per selezionare non necessariamente le organizzazioni più competenti, rappresentative o radicate nei rispettivi contesti sociali, ma quelle più adattate alla dominanza linguistica dell’inglese.
Questo meccanismo produce una forma di subordinazione linguistica indotta: le organizzazioni della società civile sono spinte a delegare la propria voce a chi è già conforme alla lingua dominante, anziché poter esprimere direttamente il proprio pensiero, la propria esperienza e il proprio radicamento democratico nella lingua in cui operano realmente.
In termini figurativi, tale meccanismo costringe le organizzazioni civili a una sorta di mercificazione della propria voce linguistica: non partecipa necessariamente chi rappresenta meglio la comunità, ma chi è già adattato alla forma mentis anglocoloniale richiesta per accedere al tavolo europeo.
Il Regolamento istitutivo della FRA riconosce espressamente il ruolo della società civile nella protezione dei diritti fondamentali e prevede che l’Agenzia promuova un dialogo strutturato e una stretta cooperazione con le organizzazioni non governative e le istituzioni della società civile attraverso la Piattaforma dei diritti fondamentali.
Ne deriva una contraddizione evidente: la FRA è chiamata a cooperare con la società civile europea, ma adotta una prassi linguistica che essa stessa riconosce come limitativa della partecipazione attiva e che induce le organizzazioni civili a conformarsi alla lingua dominante come condizione sostanziale di accesso.
5. Responsabilità istituzionale della FRA: 2007–2027
L’anglocolonizzazione dell’Europa ha una traiettoria più lunga, che può essere fatta risalire almeno all’ingresso del Regno Unito nelle Comunità europee nel 1973. Tuttavia, la responsabilità specifica della FRA va misurata dal 2007, anno della sua istituzione ufficiale come Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, fino al Documento di programmazione FRA 2027-29 e, in particolare, alla programmazione annuale 2027.
Già nel 2010, inoltre, la prassi linguistica della FRA mostrava una selezione limitata delle lingue. Il sito del Diversity Day 2010, iniziativa promossa dalla FRA sul tema della diversità tra i giovani europei, risultava disponibile soltanto in inglese e tedesco. Questo dato è significativo perché mostra che il problema non nasce nel 2023: ERA segnalava già allora la discriminazione linguistica e la stessa FRA operava con una prassi linguisticamente selettiva.
Il fatto che nel 2010 fosse ancora presente il tedesco, lingua dello Stato ospitante dell’Agenzia e una delle lingue più parlate dell’Unione, rende ancora più grave la successiva restrizione di fatto verso l’inglese. Se perfino una lingua europea maggioritaria, parlata da decine di milioni di cittadini e centrale nello spazio istituzionale austriaco e tedescofono, può essere sacrificata alla dominanza dell’inglese, allora il problema non riguarda soltanto le lingue cosiddette “minori”. Riguarda l’intero sistema linguistico europeo.
In termini di linguicismo (“razzismo linguistico”) interiorizzato, si potrebbe parlare di una forma di autorazzismo linguistico istituzionale: le istituzioni europee rinunciano progressivamente anche alle grandi lingue europee, accettando come naturale la subordinazione a una lingua oggi riconducibile principalmente allo spazio angloamericano e a uno Stato terzo rispetto all’Unione.
Se anche il tedesco viene sacrificato, non siamo più davanti a una semplice economia organizzativa: siamo davanti alla resa linguistica dell’Europa a sé stessa.
Si tratta di un arco ventennale nel quale l’Agenzia avrebbe potuto e dovuto individuare, misurare e contrastare anche le discriminazioni linguistiche e il linguicismo (“razzismo linguistico”) istituzionale, anziché riprodurli nelle proprie prassi operative.
La responsabilità della FRA assume dunque una specifica dimensione temporale. Se l’anglocolonizzazione dell’Europa ha radici precedenti, la FRA non può sottrarsi alla propria responsabilità istituzionale dal 2007 al 2027. In vent’anni di attività, l’Agenzia incaricata di promuovere e tutelare i diritti fondamentali nell’Unione avrebbe potuto e dovuto aprire una linea di lavoro sulla discriminazione linguistica, sulla partecipazione multilingue della società civile, sul linguicismo (“razzismo linguistico”) istituzionale e sull’accesso effettivo ai diritti nelle lingue dei cittadini europei.
Al contrario, almeno nella prassi della Fundamental Rights Platform, la FRA ha continuato a operare attraverso un regime linguistico che essa stessa ha riconosciuto come limitativo della partecipazione attiva.
Il Draft 2027 non è quindi soltanto un programma futuro: è anche il momento in cui la FRA deve rispondere di vent’anni di omissione sul linguicismo (“razzismo linguistico”) istituzionale.
Se l’Agenzia incaricata di promuovere e tutelare i diritti fondamentali nell’Unione non ha mai affrontato in modo strutturale la discriminazione linguistica che essa stessa riproduce nella Fundamental Rights Platform, il problema non è più solo programmatico, ma giuridico-istituzionale.
Dal momento in cui la FRA ha riconosciuto che la propria prassi linguistica limita la partecipazione attiva, la mancata adozione di misure correttive non può più essere considerata mera inerzia amministrativa, ma possibile mantenimento consapevole di una barriera linguistica alla partecipazione della società civile europea.
Questa scansione temporale è essenziale anche ai fini di una eventuale valutazione giurisdizionale:
1973–2027: responsabilità storica e sistemica dell’anglocolonizzazione europea, dall’ingresso del Regno Unito nelle Comunità europee alla permanenza post-Brexit dell’inglese come infrastruttura di fatto.
2007–2027: responsabilità specifica della FRA: vent’anni di omissione sul linguicismo (“razzismo linguistico”) istituzionale, sull’accesso multilingue ai diritti fondamentali e sulla partecipazione effettiva della società civile.
2023–2027: responsabilità aggravata: dopo avere riconosciuto che l’inglese come lingua di lavoro limita in qualche misura la partecipazione attiva, la FRA non può più presentare il problema come ignoto o marginale.
6. Responsabilità istituzionale, linguicismo (“razzismo linguistico”) e coerenza del mandato FRA
ERA ritiene necessario che la FRA apra una riflessione esplicita sulla responsabilità istituzionale delle prassi linguistiche che producono o consolidano disuguaglianze strutturali nell’accesso ai diritti fondamentali e alla partecipazione della società civile europea.
La decolonizzazione linguistica dell’Europa non può essere scaricata sui cittadini, costretti individualmente a sostenere i costi economici, cognitivi e formativi della dominanza anglocoloniale dell’inglese. Tali costi devono essere riconosciuti come effetti sistemici di scelte istituzionali e politiche, non come semplici conseguenze naturali della globalizzazione o come responsabilità individuale dei cittadini non madrelingua inglese.
Ciò vale anche per la FRA. Una prassi che limita la partecipazione della società civile non può essere trattata come una mera questione organizzativa interna, soprattutto da parte dell’Agenzia dell’Unione europea incaricata della tutela dei diritti fondamentali.
La questione non riguarda soltanto l’efficienza amministrativa. Riguarda la coerenza tra il mandato della FRA e le sue prassi operative. Un’Agenzia che ha il compito di promuovere il rispetto dei diritti fondamentali non può adottare, nei propri rapporti con la società civile europea, modalità linguistiche che essa stessa riconosce come limitative della partecipazione attiva.
La FRA dovrebbe pertanto riconoscere che l’attuale regime linguistico della Fundamental Rights Platform costituisce un caso paradigmatico di linguicismo istituzionale (“razzismo linguistico” istituzionale) — ossia una forma di “razzismo linguistico”, non biologico ma strutturale, fondata sulla gerarchizzazione delle lingue e dei loro parlanti — da sottoporre a valutazione: una struttura apparentemente neutra, ma idonea a produrre effetti discriminatori indiretti nei confronti della maggioranza dei cittadini e delle organizzazioni europee non madrelingua inglese.
La FRA non può chiedere alla società civile europea di contribuire alla tutela dei diritti fondamentali e, nello stesso tempo, imporre una condizione linguistica che favorisce chi è già conforme alla dominanza anglocoloniale. Se persiste in tale prassi senza valutazione d’impatto, senza proporzionalità e senza rimedi multilingui, l’Agenzia rischia di apparire non come presidio dei diritti fondamentali degli europei, ma come vettore istituzionale della colonizzazione linguistica angloamericana.
7. Costi europei della subordinazione linguistica, rendita dell’Anglosfera e The English Tax
La disuguaglianza linguistica non produce soltanto effetti culturali o partecipativi. Essa produce anche costi economici enormi e trasferimenti strutturali di valore.
L’adozione di fatto dell’inglese come lingua dominante impone alla maggioranza dei cittadini europei non madrelingua inglese costi di apprendimento, certificazione, adattamento professionale, perdita di tempo formativo, perdita informativa e minore competitività rispetto ai madrelingua della lingua dominante.
Lo studio di Áron Lukács sugli aspetti economici della disuguaglianza linguistica nell’Unione europea ha stimato, con dati 2005, che l’istruzione linguistica nell’UE costasse circa 60 miliardi di euro annui; considerando il tempo necessario all’apprendimento, il costo di opportunità saliva a circa 210 miliardi di euro annui; includendo traduzione, interpretariato, perdita informativa e altri fattori, il costo complessivo poteva raggiungere circa 350 miliardi di euro annui, oltre il 3% del PIL dell’UE.
Tale stima deve però essere aggiornata ai valori correnti. Non è metodologicamente corretto continuare a citare il dato 2005 come se il potere d’acquisto dell’euro fosse rimasto invariato. Applicando una rivalutazione prudenziale legata all’inflazione intervenuta nell’arco di circa vent’anni e rapportando il costo alla popolazione europea attuale, ERA stima che il costo annuo della subordinazione linguistica possa essere espresso, in ordine di grandezza, in circa 1.033 euro per cittadino europeo all’anno.
Considerando che la popolazione dell’Unione europea al 1º gennaio 2025 è stimata in circa 450,4 milioni di abitanti, tale valore unitario corrisponde a un ordine di grandezza complessivo di circa 465 miliardi di euro annui.
Questa cifra non esaurisce il danno. Essa rappresenta soltanto una stima monetaria della tassa linguistica visibile e semi-visibile: apprendimento, tempo formativo, certificazioni, traduzioni, interpretariato, perdita informativa e svantaggio competitivo. Restano fuori o sono solo parzialmente inclusi i costi sistemici superiori: perdita di funzioni alte delle lingue europee, distruzione della produzione editoriale universitaria e scientifica, dipendenza tecnologica, riduzione della capacità brevettuale, colonizzazione dell’immaginario, subordinazione dell’IA e futura spesa necessaria per la decolonizzazione linguistica.
In questa prospettiva, il dato di 1.033 euro annui per cittadino europeo va inteso come una soglia minima politica e simbolica di The English Tax: la tassa invisibile che l’Europa impone alla propria intelligenza per poter accedere al sapere, alla ricerca, alla tecnologia, ai mercati e alla partecipazione internazionale attraverso il sistema linguistico di altri.
Il dato più rilevante non è soltanto l’ammontare complessivo, ma la distribuzione di tale costo. La disuguaglianza linguistica altera la concorrenza: favorisce i cittadini, le imprese, le università, le certificazioni, le piattaforme editoriali, formative e tecnologiche dell’area anglofona, mentre impone costi alla maggioranza dei cittadini e delle imprese europee non madrelingua inglese.
In questo senso, la dominanza dell’inglese non è una semplice scelta comunicativa. È un sistema di rendita. Chi nasce nella lingua dominante riceve gratuitamente un capitale linguistico che tutti gli altri devono acquistare con anni di studio, denaro pubblico, denaro familiare, corsi privati, certificazioni, soggiorni all’estero, perdita di tempo cognitivo e minore efficacia espressiva.
Tale rendita linguistica alimenta direttamente l’Anglosfera e il sistema anglocoloniale: mercato globale dell’insegnamento dell’inglese, università anglofone, editoria didattica, certificazioni linguistiche, piattaforme digitali, consulenza, produzione culturale, ricerca scientifica e modelli di intelligenza artificiale.
La FRA dovrebbe quindi riconoscere che la disuguaglianza linguistica non è soltanto una questione di inclusione simbolica, ma una forma di trasferimento economico sistemico dai popoli non anglofoni verso lo spazio angloamericano e verso il sistema anglocoloniale. Tale trasferimento incide sulla parità tra cittadini, sulla concorrenza, sull’accesso alla conoscenza, sulla mobilità sociale e sulla capacità dei popoli europei di produrre sapere nelle proprie lingue.
La partecipazione civica europea non può essere subordinata a un investimento privato obbligato nella lingua dominante.
Tale investimento obbligato può essere definito The English Tax: non una tassa deliberata democraticamente, ma una tassa di fatto, incorporata nella vita formativa, professionale, universitaria e istituzionale dei cittadini europei non madrelingua inglese. Essa colpisce il tempo, il reddito, l’autostima, la capacità espressiva, la competitività e la libertà cognitiva dei cittadini, trasferendo vantaggi strutturali verso l’Anglosfera e il sistema anglocoloniale.
The English Tax è il dazio che l’Europa impone alla propria intelligenza per poter pensare nel sistema linguistico di altri.
Tale tassa invisibile non produce solo costi individuali. Produce anche una perdita collettiva di potenza cognitiva, scientifica, tecnologica e democratica. Ogni ora impiegata da milioni di europei per adattarsi alla lingua dominante è anche un’ora sottratta alla ricerca, all’innovazione, alla progettazione, alla brevettazione, alla creazione culturale e alla produzione autonoma di sapere nelle lingue europee.
8. The English Tax nella prospettiva storica: 1973–2027
La dinamica di anglocolonizzazione istituzionale dell’Europa può essere fatta risalire, in termini politici, all’ingresso del Regno Unito nelle Comunità europee nel 1973. Da allora, l’inglese ha cominciato progressivamente a trasformarsi da lingua di uno Stato membro in infrastruttura funzionale dell’apparato comunitario, poi dell’Unione europea.
Dal 1973 al 2026 sono trascorsi cinquantatré anni. In questo arco storico, l’Europa ha avuto il tempo di costruire una infrastruttura linguistica equa, neutrale e non coloniale. Non lo ha fatto. Ha lasciato invece che l’inglese diventasse progressivamente la soluzione di fatto, scaricando sui cittadini europei non madrelingua inglese i costi dell’adattamento e concentrando i benefici nell’Anglosfera e nel sistema anglocoloniale.
La contraddizione è diventata ancora più evidente dopo il referendum britannico del 2016 e l’uscita del Regno Unito dall’Unione. La principale potenza che storicamente aveva giustificato il peso dell’inglese nelle istituzioni europee ha abbandonato l’Unione; tuttavia, l’Unione ha continuato a funzionare come se nulla fosse accaduto, mantenendo e spesso rafforzando la dominanza di fatto dell’inglese.
In termini figurativi, l’anglocolonizzazione europea ha assunto la forma di una infezione linguistica e cognitiva che, dopo l’uscita del soggetto politico che l’aveva introdotta, ha continuato a diffondersi metastaticamente nelle istituzioni, nelle università, nella ricerca, nell’intelligenza artificiale, nella comunicazione e nella società civile.
La Brexit avrebbe dovuto aprire una riflessione storica sulla decolonizzazione linguistica dell’Europa. È accaduto il contrario: l’Unione ha continuato a normalizzare la lingua di uno Stato terzo come infrastruttura ordinaria del proprio funzionamento.
Da questa prospettiva, The English Tax non deve essere calcolata soltanto sugli ultimi vent’anni, ma almeno sull’arco storico che va dall’ingresso britannico nelle Comunità europee a oggi.
La mancata democrazia linguistica europea non è stata gratuita. È stata pagata dai popoli europei in denaro, tempo, sapere, immaginario, ricerca, editoria, università e futuro.
Se l’ordine di grandezza annuo attuale è stimabile in circa 465 miliardi di euro, anche una ricostruzione prudenziale applicata a periodi più lunghi mostra che il danno potenziale non si misura più in miliardi, ma in trilioni di euro, oltre che in perdita di sovranità cognitiva, editoriale, universitaria, scientifica, tecnologica e culturale.
Il punto non è sostenere che ogni anno dal 1973 abbia avuto lo stesso livello di costo dell’attuale economia digitalizzata e globalizzata. Il punto è riconoscere che le Comunità europee prima e l’Unione europea poi hanno lasciato accumulare, decennio dopo decennio, una dipendenza linguistica che ha favorito l’Anglosfera, indebolito il pluralismo europeo e reso sempre più costosa la futura decolonizzazione.
La domanda riparativa diventa inevitabile: quanto hanno pagato i popoli europei per essere costretti a pensare, studiare, innovare e competere nel sistema linguistico dei propri subordinatori?
La FRA dovrebbe quindi promuovere uno studio non solo sui costi annuali della disuguaglianza linguistica, ma anche sui costi cumulativi storici della dominanza anglocoloniale e sui possibili strumenti di giustizia riparativa linguistica.
9. Costi occulti superiori: università, ricerca, editoria, professioni e decolonizzazione riparativa
Le stime economiche sulla disuguaglianza linguistica, pur già enormi, non esauriscono il problema. Esse misurano soprattutto costi diretti, costi di opportunità, perdita informativa, svantaggi competitivi e trasferimenti economici. Ma la subordinazione linguistica produce anche costi sistemici più profondi, difficilmente contabilizzabili: la distruzione funzionale delle capacità cognitive, universitarie, editoriali, scientifiche e produttive dei popoli europei.
Il caso dell’inglesizzazione dell’università e dell’alta formazione tecnica è emblematico. Quando un’università pubblica di uno Stato membro sostituisce progressivamente la lingua nazionale con l’inglese nelle lauree magistrali, nei dottorati, nella ricerca e nella didattica tecnica, non produce soltanto studenti “internazionali”. Produce una frattura nella continuità cognitiva del Paese.
Nel lavoro curato da ERA sul tema dell’americanizzazione e dell’inglesizzazione, il caso del Politecnico di Milano viene assunto come esempio di inglesizzazione dell’alta formazione: il testo evidenzia il rischio che studenti italiani formati solo in inglese non acquisiscano più il vocabolario tecnico-scientifico nella propria lingua, con effetti sulla trasmissione del sapere, sulla futura docenza e sulla vitalità culturale e produttiva del Paese.
Quando un Paese forma le proprie competenze tecniche superiori esclusivamente in una lingua esterna, non internazionalizza semplicemente il proprio sapere: rischia di interrompere la propria capacità di produrlo, trasmetterlo e rinnovarlo nella lingua della propria comunità democratica.
Se un Politecnico italiano forma ingegneri, architetti, designer e ricercatori esclusivamente o prevalentemente in inglese, il risultato non è semplicemente un miglioramento delle competenze linguistiche. Il rischio è che l’Italia perda progressivamente ingegneri, architetti, tecnici e ricercatori capaci di pensare, progettare, insegnare, brevettare, divulgare e trasmettere sapere superiore nella lingua italiana. Essi restano italiani per nome, cittadinanza e territorio, ma vengono formati dentro un lessico, una bibliografia, una terminologia e una forma mentis esterne.
Una lingua non muore soltanto quando scompare dalle case o dalle strade. Muore anche quando non serve più a formare ingegneri, medici, giuristi, architetti, informatici, diplomatici, ricercatori, docenti e funzionari pubblici. Muore quando non è più lingua di università, ricerca, brevetto, industria, intelligenza artificiale, difesa, diritto e futuro.
Questa impostazione trova conferma nelle parole di Umberto Eco, intervenuto al Quirinale il 21 febbraio 2011 nell’incontro La lingua italiana fattore portante dell’identità nazionale. Eco ricordava che un dialetto è anche una lingua a cui è mancata l’università, cioè la pratica della ricerca e della discussione scientifica e filosofica.
Se, come suggeriva Eco, una lingua senza università rischia di essere ridotta a dialetto, allora l’inglesizzazione dell’università europea rischia di trasformare le lingue nazionali in dialetti amministrativi della vita quotidiana.
Questa preoccupazione non appartiene soltanto alla riflessione sociolinguistica. Paolo Grossi, giurista e storico del diritto, giudice costituzionale e successivamente Presidente della Corte costituzionale italiana, intervenendo nel dibattito sull’inglesizzazione del Politecnico di Milano, ha richiamato il nesso inscindibile tra linguaggio, pensiero e soggetto pensante.
ERA non richiama tale riferimento per stabilire equivalenze storiche improprie, ma per evidenziare la gravità del principio: quando un’istituzione pubblica incide sulla lingua attraverso cui cittadini, studenti, ricercatori o organizzazioni civili pensano, partecipano e rappresentano sé stessi, essa incide sulla struttura stessa del soggetto democratico.
Incidere sulla lingua non significa soltanto cambiare il mezzo della comunicazione: significa incidere sul pensiero, sull’identità e sulla soggettività democratica.
Vi è inoltre una dimensione materiale della colonizzazione linguistica. Quando strutture universitarie pubbliche, edifici, laboratori, biblioteche, terreni, fondi statali e infrastrutture formative finanziate da cittadini europei vengono riconvertiti stabilmente alla produzione di sapere in lingua dominante esterna, tali spazi non sono più pienamente al servizio della comunità linguistica che li finanzia. Diventano, almeno in parte, aree funzionali di un sistema cognitivo esterno: territori pubblici formalmente nazionali, ma operativamente inglobati nello spazio anglofono.
Questa dinamica non richiede occupazione militare. È una forma di occupazione cognitiva e istituzionale: le strutture restano sul territorio nazionale, ma la funzione superiore che esse svolgono viene trasferita nella lingua e nel mercato del dominatore linguistico.
Ogni ritardo nel contrastare la dominanza anglocoloniale dell’inglese aumenta due volte i costi per i cittadini europei: prima come costo di colonizzazione linguistica, poi come costo di decolonizzazione.
La tolleranza istituzionale verso la dominanza anglocoloniale non riduce i costi: li differisce, li accumula e li moltiplica.
Da ciò deriva una questione riparativa che la FRA dovrebbe iniziare a considerare. Se per decenni i cittadini europei hanno finanziato, attraverso imposte, rette, fondi pubblici, programmi europei e risorse nazionali, un sistema che ha progressivamente ridotto la capacità delle loro lingue di produrre sapere superiore, allora la decolonizzazione linguistica non può essere scaricata sui singoli cittadini o sulle singole università.
La ricostruzione delle capacità linguistiche alte — manualistica, terminologia, traduzione scientifica, editoria universitaria, IA multilingue, interpretariato tecnico, piattaforme didattiche, banche dati terminologiche, lessici specialistici, formazione dei docenti — deve essere considerata una responsabilità pubblica europea e nazionale.
10. Colonizzazione dell’immaginario europeo e parodia dei diritti fondamentali
La subordinazione anglocoloniale non opera soltanto attraverso la lingua dell’università, della ricerca, dell’economia, dell’intelligenza artificiale o delle istituzioni. Opera anche attraverso l’immaginario.
La lingua organizza il pensiero; l’immaginario organizza il desiderio, l’identificazione, la percezione del prestigio, della forza, della modernità, della giustizia, della sicurezza e persino dei diritti. Se una società consuma prevalentemente narrazioni, volti, città, conflitti, modelli giuridici, modelli militari, modelli familiari e modelli di successo prodotti da un’altra potenza, essa finisce progressivamente per immaginare sé stessa attraverso categorie esterne.
ERA richiama, a tale riguardo, una propria ricerca del 2014 sul monitoraggio dei film trasmessi in prima serata dalle televisioni pubbliche e private italiane. Da tale rilevazione risultava che circa il 70% dei film mandati in onda in prima serata era di produzione statunitense, contro circa il 18% di produzione italiana e il 12% di altri Paesi, inclusi quelli europei.
Questo dato è indicativo di una asimmetria culturale profonda. Non è statisticamente credibile che, su quasi mezzo miliardo di cittadini europei, non esistano attori, registi, sceneggiatori, storie, paesaggi, conflitti, immaginari e capacità narrative paragonabili a quelli prodotti dagli Stati Uniti. Il problema non è l’assenza di talento europeo. Il problema è la struttura di distribuzione, visibilità, finanziamento, prestigio e accesso allo spazio mediatico, che rende l’immaginario statunitense dominante e quello europeo marginale persino in Europa.
L’Italia, in parte, ha contenuto tale processo grazie alla tradizione del doppiaggio, che ha almeno preservato l’accesso linguistico nella lingua nazionale. Ma il doppiaggio non elimina la subordinazione dell’immaginario: i contenuti, i modelli narrativi, i riferimenti sociali, i sistemi giudiziari, le città, le uniformi, le guerre, i tribunali, la polizia, la famiglia, il successo individuale e persino la rappresentazione dei diritti restano prevalentemente americani.
In questo senso, agli europei non viene sottratta soltanto la lingua. Viene sottratto anche il diritto di immaginarsi attraverso sé stessi.
Un popolo colonizzato linguisticamente pensa con parole altrui; un popolo colonizzato nell’immaginario sogna con immagini altrui.
La colonizzazione dell’immaginario europeo ha funzionato come un pre-COVID linguistico e culturale durato oltre mezzo secolo: una lunga fase di immunodepressione simbolica, durante la quale il sistema immunitario linguistico e culturale dell’Europa è stato progressivamente indebolito.
Per sistema immunitario linguistico e culturale si intende la capacità di una civiltà, di un popolo o di un’unione di popoli di riconoscere le forme di subordinazione simbolica, respingere l’assimilazione passiva, proteggere le proprie lingue, produrre narrazioni autonome, attribuire prestigio ai propri modelli culturali e trasmettere alle generazioni successive la fiducia nella propria capacità di pensare, creare e decidere.
Prima ancora che le piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale accelerassero la dipendenza cognitiva, decenni di saturazione mediatica statunitense avevano già ridotto la capacità europea di riconoscere la propria subordinazione, difendere le proprie lingue, attribuire prestigio ai propri immaginari, produrre narrazioni autonome e pensare i propri interessi secondo categorie proprie.
L’Europa è stata abituata a vedere sé stessa con occhi altrui, a sognare con immagini altrui, a concepire la giustizia, la sicurezza, la guerra, la famiglia, il successo, la libertà e persino i diritti fondamentali attraverso modelli narrativi prevalentemente prodotti nello spazio americano.
La colonizzazione dell’immaginario ha disarmato l’Europa prima ancora sul piano simbolico che su quello politico.
Questa dinamica incide anche sulle istituzioni europee. Se l’immaginario dominante dei diritti, della libertà, della democrazia, della giustizia e della modernità è strutturalmente mediato dalla produzione culturale e linguistica angloamericana, le istituzioni dell’Unione rischiano di interiorizzare tale modello senza più percepirne il carattere coloniale.
La FRA dovrebbe inoltre interrogarsi sul rischio di pensare i diritti fondamentali europei attraverso una forma mentis americana. Questo rischio è particolarmente grave perché l’Europa non è una replica degli Stati Uniti. I Paesi europei sono Nazioni prima ancora che Stati: comunità storiche, linguistiche, culturali e giuridiche stratificate, nelle quali la lingua non è un semplice mezzo amministrativo, ma parte costitutiva della memoria, del diritto, della cittadinanza e dell’identità democratica.
Applicare ai diritti fondamentali europei una forma mentis anglocoloniale significa ridurre l’Europa a un mercato politico-amministrativo uniforme, anziché riconoscerla come un’unione di popoli, lingue e tradizioni costituzionali. In tale prospettiva, la tutela dei diritti fondamentali non può essere separata dalla tutela delle lingue attraverso cui quei diritti sono pensati, discussi, rivendicati e trasmessi.
L’Europa non è un melting pot da omologare; è una civiltà plurale da articolare democraticamente. L’Unione europea non può tutelare i diritti fondamentali dei cittadini europei negando la pluralità linguistica e nazionale attraverso cui quei diritti acquistano significato concreto.
È in questo senso che la FRA deve interrogarsi sul rischio di operare una parodia dei diritti fondamentali: non perché i diritti che essa richiama siano falsi, ma perché diventano contraddittori quando sono promossi attraverso prassi che escludono, subordinano o rendono marginale la maggioranza linguistica e culturale dei cittadini europei.
La FRA non può difendere i diritti fondamentali degli europei se accetta come naturale il sistema linguistico e immaginario che li subordina. In assenza di una riflessione sulla dominanza anglocoloniale, la tutela dei diritti rischia di diventare una rappresentazione amministrativa della libertà, non una pratica effettiva di emancipazione democratica.
Serve una scossa democratica capace di restituire all’Europa coscienza linguistica, immaginario autonomo e sovranità cognitiva.
11. Fondamento teorico: Skutnabb-Kangas, linguicismo (“razzismo linguistico”) e Linda Tuhiwai Smith
ERA richiama la tradizione scientifica dei diritti umani linguistici, in particolare il lavoro di Tove Skutnabb-Kangas e Robert Dunbar sull’istruzione sottrattiva, sul linguicismo (“razzismo linguistico”), sulla gerarchizzazione linguistica e sul rischio di genocidio linguistico-culturale.
L’edizione italiana curata da ERA dell’opera L’istruzione dei bambini indigeni come genocidio linguistico e crimine contro l’umanità affronta espressamente il rapporto tra lingua madre, diritto all’istruzione, non discriminazione, linguicismo (“razzismo linguistico”), genocidio linguistico e crimini contro l’umanità.
Il riferimento è importante perché consente di comprendere che la lingua non è un semplice veicolo comunicativo. Essa è una struttura di identità, apprendimento, dignità, continuità culturale e accesso ai diritti.
ERA richiama inoltre il lavoro di Linda Tuhiwai Smith, Metodologie di Decolonizzazione, che mostra come la produzione della conoscenza, la ricerca, l’accademia, la classificazione dell’Altro e le metodologie occidentali possano diventare strumenti di dominio coloniale, non semplici pratiche neutrali. Smith descrive la ricerca come un campo di battaglia tra gli interessi e i metodi della conoscenza occidentale e la resistenza dei popoli colonizzati.
Nel caso europeo contemporaneo, questa riflessione assume una forma peculiare. Nei casi coloniali classici, la subordinazione linguistica e cognitiva è imposta da potenze esterne ai popoli colonizzati. Nell’Unione europea, invece, la dominanza dell’inglese è spesso accettata, promossa o non contrastata dalle stesse istituzioni europee e nazionali, dalle amministrazioni pubbliche, dalle università, dai centri di ricerca, dalle imprese e dalle classi dirigenti.
La subordinazione linguistica europea è dunque, in larga misura, autoinflitta. Non sono i popoli europei a chiedere di essere privati delle funzioni alte delle proprie lingue. Sono le classi dirigenti politiche, amministrative, accademiche ed economiche che trasferiscono progressivamente verso l’inglese la scienza, la tecnologia, l’università, la diplomazia, l’economia, la ricerca, l’intelligenza artificiale e i processi decisionali.
La responsabilità non può quindi essere imputata genericamente ai cittadini europei. Deve essere ricondotta alle istituzioni e alle classi dirigenti che, pur avendo il dovere di tutelare gli interessi cognitivi, culturali, democratici ed economici dei propri popoli, hanno favorito o non impedito la riduzione funzionale delle lingue europee.
12. “Tratta delle Menti”, “Schiavismo delle Menti” e sostituzione funzionale della lingua
In questa prospettiva, ERA utilizza le espressioni “Tratta delle Menti” e “Schiavismo delle Menti” come figure retorico-politiche complementari.
La prima indica il trasferimento progressivo della capacità dei popoli di pensare, produrre sapere, negoziare, giudicare e progettare il futuro nella propria lingua.
La seconda indica la subordinazione continuativa di tale capacità alla lingua, alle categorie e agli interessi del sistema anglocoloniale.
A tale riguardo, ERA richiama anche l’immagine storica del “taglio della lingua”, inteso come forma estrema di riduzione fisica al silenzio. Nelle società contemporanee, il dominio linguistico non opera più attraverso tale violenza diretta, ma attraverso una tecnica più sottile: la sostituzione funzionale della lingua.
Non si impedisce ai popoli di parlare la propria lingua nella vita ordinaria; si sottrae progressivamente a quella lingua la possibilità di operare nei domini in cui si produce potere: università, ricerca, diritto, tecnologia, diplomazia, intelligenza artificiale, economia e partecipazione istituzionale.
La sostituzione linguistica nei domini alti costituisce così una forma moderna e non fisica di espropriazione della voce politica, scientifica e culturale dei popoli.
Il “taglio della lingua” antico riduceva al silenzio il corpo; la sostituzione linguistica moderna riduce al silenzio politico la mente collettiva di un popolo.
Nella tratta africana il dominio passava attraverso la deportazione dei corpi; nella subordinazione anglocoloniale contemporanea il dominio passa attraverso l’importazione progressiva di una forma mentis dominante. I corpi restano nei propri Paesi, ma viene progressivamente deportata e poi assoggettata la capacità dei popoli di pensare nella propria lingua e secondo i propri interessi.
ERA non utilizza tali espressioni per stabilire un’equiparazione storica meccanica tra fenomeni diversi, ma per evidenziare una analogia strutturale: quando una lingua dominante esterna diventa condizione sistemica di accesso al sapere, al diritto, alla tecnologia, alla diplomazia, all’economia e ai processi decisionali, essa non si limita a facilitare la comunicazione. Essa organizza il campo stesso del pensabile, del negoziabile e del decidibile.
La recente risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla tratta transatlantica degli africani schiavizzati e sulla schiavitù razzializzata conferma che le strutture storiche di dominio non possono essere considerate soltanto come eventi conclusi del passato, ma devono essere valutate anche per le disuguaglianze persistenti, i vantaggi cumulativi e i danni sistemici che continuano a produrre nel presente.
ERA non propone una equiparazione storica meccanica tra fenomeni diversi. Tuttavia, ritiene che il principio debba essere assunto anche nella valutazione delle strutture contemporanee di dominazione linguistica e cognitiva. Se il razzismo biologico e coloniale ha prodotto deportazione, sfruttamento e gerarchie razziali, il linguicismo (“razzismo linguistico”) produce gerarchie di accesso al sapere, ai diritti, all’università, alla tecnologia, alla partecipazione democratica e alla produzione del futuro.
In questa prospettiva, anche la decolonizzazione linguistica dell’Europa implica una questione riparativa. Non si tratta soltanto di correggere una prassi amministrativa futura, ma di riconoscere i costi accumulati: The English Tax, la perdita di funzioni alte delle lingue europee, la distruzione di editoria scientifica e terminologie nazionali, la subordinazione universitaria, la dipendenza tecnologica, la colonizzazione dell’immaginario e la riduzione della sovranità cognitiva dei popoli europei.
La FRA dovrebbe quindi aprire una riflessione specifica sul rapporto tra linguicismo (“razzismo linguistico”), responsabilità istituzionale e giustizia riparativa linguistica.
13. Il caso UE-Mercosur: tempo democratico, lingue sudamericane e inglese come lingua terza dominante
Il caso UE-Mercosur dimostra che l’asimmetria linguistica non riguarda soltanto la comunicazione interna dell’Unione, ma anche la sua azione esterna.
Quando testi negoziali, bozze di accordo o documenti preparatori circolano inizialmente solo o prevalentemente in inglese, si altera il “tempo democratico” del processo decisionale. Alcuni soggetti leggono, valutano e reagiscono immediatamente; altri devono attendere traduzioni, mediazioni o ricostruzioni indirette.
Il problema non è soltanto che un testo venga tradotto tardi. Il problema è che viene deciso presto.
Il paradosso è particolarmente grave perché l’accordo UE-Mercosur coinvolge Stati sudamericani la cui vita istituzionale e giuridica si svolge principalmente in spagnolo e portoghese, lingue che sono anche lingue ufficiali dell’Unione europea attraverso Spagna e Portogallo. In tale contesto, l’uso iniziale o prevalente dell’inglese non appare come una soluzione neutrale, ma come l’imposizione di una lingua terza sovraordinata rispetto alle lingue effettive dei popoli e degli Stati interessati.
ERA ritiene necessario che la FRA valuti quale versione linguistica degli accordi internazionali dell’UE sia destinata a prevalere, o a essere utilizzata in via principale, in caso di divergenze interpretative o contenzioso. Se la versione inglese dovesse assumere una funzione pratica o giuridica privilegiata, ciò confermerebbe una asimmetria ancora più grave: non solo l’inglese anticiperebbe il tempo politico della decisione, ma potrebbe condizionare anche il tempo giuridico dell’interpretazione.
14. La sentenza T-555/22 e il principio di proporzionalità delle restrizioni linguistiche
ERA richiama la recente giurisprudenza del Tribunale dell’Unione europea nella causa T-555/22, Francia c. Commissione, dell’8 maggio 2024, relativa alla limitazione all’inglese della seconda lingua in una procedura di selezione nei settori dell’industria della difesa e dello spazio.
Tale decisione conferma che una restrizione linguistica nelle istituzioni dell’Unione deve essere oggettivamente giustificata, rispondere a esigenze reali del servizio ed essere proporzionata.
Questo principio vale a maggior ragione per la FRA. Se una limitazione linguistica all’inglese deve essere rigorosamente giustificata in un settore tecnico come difesa e spazio, essa non può essere accettata come prassi ordinaria nei rapporti tra l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali e la società civile europea, soprattutto quando la stessa FRA ha riconosciuto che l’uso dell’inglese come lingua di lavoro limita in qualche misura la partecipazione attiva alle proprie riunioni.
In assenza di una valutazione d’impatto linguistico, di una motivazione proporzionata, di alternative multilingui e di misure correttive, il regime linguistico della Fundamental Rights Platform rischia di configurare una discriminazione indiretta fondata sulla lingua e una violazione della parità effettiva di accesso alla partecipazione civica europea.
15. IA, piattaforme digitali, Tim Wu e sovranità linguistica
La questione linguistica deve essere collegata anche all’evoluzione dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme digitali.
Tim Wu ha descritto l’economia digitale contemporanea come un sistema nel quale poche piattaforme globali catturano dati, attenzione, linguaggio, partecipazione, ricchezza ed energia cognitiva. Le piattaforme dominanti non si limitano più a offrire servizi: diventano infrastrutture private di accesso alla comunicazione, al sapere, al mercato, alla rappresentazione sociale e alla decisione politica.
Questo fenomeno assume una particolare gravità nel campo linguistico. Se le infrastrutture digitali e i modelli di intelligenza artificiale sono progettati, addestrati e controllati prevalentemente nello spazio linguistico angloamericano, la dominanza anglocoloniale dell’inglese non è più soltanto una prassi culturale o amministrativa: diventa una infrastruttura tecnico-economica di orientamento cognitivo.
Poche imprese private possono così incidere sulla forma mentis, sulle categorie concettuali, sull’accesso alle informazioni e sulla visibilità delle lingue dei popoli europei più di molte istituzioni pubbliche.
In tale contesto, la tutela dei diritti linguistici non può essere lasciata al mercato. L’Unione europea non può proclamare il multilinguismo come valore fondamentale e, nello stesso tempo, dipendere da piattaforme private esterne per la traduzione, l’interpretariato, l’accesso ai documenti, la formazione dei modelli linguistici e la mediazione digitale dei diritti.
Nell’era dell’estrazione digitale, chi controlla le piattaforme linguistiche non controlla soltanto dati e mercati: controlla le condizioni stesse attraverso cui i popoli leggono il mondo, nominano i propri interessi e partecipano alla democrazia.
Se l’Europa delega alle piattaforme private angloamericane l’infrastruttura linguistica dell’IA, non perde solo competitività tecnologica: perde sovranità cognitiva.
16. Il ritardo europeo nei brevetti IA, The English Tax e la necessità di una specializzazione multilingue
L’Unione europea non può limitarsi a regolare l’intelligenza artificiale. Deve anche produrre infrastrutture tecnologiche coerenti con i propri valori costituzionali e linguistici.
Secondo i dati WIPO, tra il 2014 e il 2023 la Cina ha prodotto oltre 38.000 famiglie brevettuali nel settore dell’IA generativa, mentre gli Stati Uniti circa 6.300; il Regno Unito risulta il primo luogo europeo con 714 famiglie brevettuali, seguito dalla Germania con 708.
Questi dati mostrano che l’Europa è fortemente arretrata nella competizione quantitativa sull’IA generativa. Ma tale ritardo non deve essere letto come incapacità strutturale dell’Europa. Esso è anche il prodotto di decenni di colonialismo e autocolonialismo linguistico-cognitivo.
Per oltre mezzo secolo, le classi dirigenti europee hanno accettato che l’accesso alla scienza, alla tecnologia, alla ricerca, alla brevettazione, all’università e all’innovazione passasse progressivamente attraverso la lingua e la forma mentis del sistema anglocoloniale.
In questo modo, l’Europa ha inibito una parte enorme della propria capacità creativa. Ha costretto generazioni di studenti, ricercatori, tecnici, ingegneri, giuristi, imprenditori e innovatori a spendere tempo, energia e risorse per adattarsi alla lingua dominante, invece di investire pienamente quelle stesse energie nella produzione di sapere, tecnologia, brevetti, infrastrutture e modelli propri.
Il problema dell’Europa non è la mancanza di intelligenza. È l’aver imposto alla propria intelligenza una tassa linguistica permanente: The English Tax.
Per decenni, milioni di cittadini europei hanno dovuto pagare questa tassa non attraverso un’imposta visibile, ma attraverso anni di studio, corsi, certificazioni, soggiorni linguistici, minore efficacia espressiva, perdita di tempo cognitivo, dipendenza editoriale, subordinazione accademica e minore capacità di produrre sapere direttamente nelle proprie lingue.
The English Tax è una autosanzione europea: un dazio sull’intelligenza di mezzo miliardo di cittadini, imposto non da un trattato fiscale, ma da una prassi istituzionale, accademica, economica e tecnologica che ha trasformato l’inglese in condizione sistemica di accesso alla scienza, all’università, alla ricerca, ai mercati, all’innovazione, all’IA e alla partecipazione internazionale.
In questo senso, l’attuale ritardo europeo nei brevetti dell’intelligenza artificiale non va letto soltanto come ritardo industriale. Va letto anche come effetto cumulativo di The English Tax: tempo, energia e capitale cognitivo sottratti alla ricerca, alla progettazione, alla brevettazione e alla costruzione di infrastrutture tecnologiche proprie.
Per questo motivo, l’Europa dovrebbe scegliere un campo strategico coerente con la propria identità giuridica e politica: IA linguistica pubblica, traduzione automatica controllata, interpretariato assistito, sottotitolazione multilingue in tempo reale, terminologia giuridica multilingue e partecipazione civica assistita dall’IA.
Se l’Europa non può competere oggi, quantitativamente, con Cina e Stati Uniti nella produzione generale di brevetti sull’IA generativa, può e deve competere qualitativamente nel campo in cui possiede la più alta legittimità storica e giuridica: l’IA per la democrazia multilingue.
Brevetti, modelli e infrastrutture sviluppati in questo campo non servirebbero soltanto all’Unione europea. Potrebbero diventare beni pubblici globali per tutti i Paesi e i popoli che devono difendere la propria lingua dalla subordinazione a lingue dominanti.
Il caso dell’Esperanto mostra che un’altra logica è possibile. Nel Dossier-manifesto per la democrazia linguistica europea, ERA richiama il precedente storico dell’uso dell’Esperanto da parte dell’US Army nel sistema addestrativo Maneuver Enemy / Aggressor: l’Esperanto non fu trattato come curiosità linguistica, ma come parte di un apparato militare organizzato, dotato di unità, gerarchie, documenti, simboli, ordini di battaglia e lingua propria. Il manuale FM 30-101-1, Esperanto, The Aggressor Language, pubblicato nel febbraio 1962, sostituiva un precedente manuale FM 30-101A, a conferma che l’Esperanto era parte di una manualistica operativa già consolidata.
Il significato di tale precedente va rovesciato in chiave europea. Gli Stati Uniti usarono l’Esperanto per simulare un nemico multinazionale; l’Europa potrebbe usare una lingua ausiliaria neutrale per costruire cooperazione multinazionale reale. Se persino l’US Army riconobbe l’utilità operativa di una lingua ausiliaria per costruire un sistema addestrativo coerente, l’Unione europea dovrebbe almeno sperimentarne l’uso per rafforzare la propria interoperabilità civile, militare, tecnologica e istituzionale.
Il nodo decisivo è l’apprendibilità. Una lingua ausiliaria regolare, non etnica e rapidamente apprendibile può ridurre drasticamente i tempi di formazione linguistica rispetto all’inglese. Se l’inglese richiede, per la maggior parte dei cittadini europei, un investimento lungo, diseguale e spesso insufficiente a raggiungere una piena padronanza operativa, una lingua come l’Esperanto può offrire una base comune molto più rapida, regolare e neutrale.
La proporzione richiamata da ERA — circa 500 ore per una competenza efficace in Esperanto contro 12.000-15.000 ore per una padronanza pienamente competitiva dell’inglese — non va letta come dettaglio glottodidattico, ma come fattore strategico di liberazione di tempo cognitivo europeo.
Il tempo risparmiato nell’apprendimento forzato della lingua dominante potrebbe essere reindirizzato verso ricerca, ingegneria, programmazione, progettazione, traduzione automatica, terminologia giuridica, intelligenza artificiale, brevetti, produzione scientifica e infrastrutture pubbliche multilingui.
Non è quindi affatto detto che l’Europa debba restare strutturalmente indietro. Se mezzo miliardo di cittadini europei, con livelli medi di istruzione elevati e con una tradizione scientifica, tecnica e giuridica tra le più ricche del mondo, fosse liberato dai costi cognitivi della subordinazione anglocoloniale e dotato di una infrastruttura linguistica comune, l’Europa potrebbe produrre in pochi anni ciò che si è impedita di produrre in decenni di autocolonizzazione.
In cinque anni, una strategia europea fondata su IA multilingue pubblica, lingua ausiliaria neutrale, dataset europei interoperabili, glossari tecnico-giuridici comuni, traduzione controllata, interpretariato assistito e formazione rapida potrebbe generare decine di migliaia di brevetti, applicazioni, modelli, piattaforme, manuali, strumenti educativi e infrastrutture tecnologiche al servizio non solo dell’Europa, ma dell’intero pluralismo linguistico mondiale.
La questione, dunque, non è soltanto recuperare terreno rispetto a Cina e Stati Uniti. È trasformare il pluralismo linguistico europeo da ostacolo apparente a vantaggio competitivo organizzato.
L’Europa non deve imitare la concentrazione linguistica angloamericana o cinese. Deve costruire un modello alternativo: sovranità tecnologica multilingue, fondata su strumenti comuni che non cancellano le lingue, ma le rendono interoperabili.
In tale prospettiva, la proposta del “Globo”, elaborata da ERA, non rappresenta una lingua contro le lingue, ma una infrastruttura linguistica comune di protezione: non uno strumento di sostituzione, ma uno scudo geolinguistico del pluralismo europeo e mondiale, fino alla difesa delle lingue indigene.
17. Critica della sola regolazione: la “fortezza normativa” europea
Finora le istituzioni europee hanno prevalentemente risposto al potere delle grandi piattaforme digitali attraverso un approccio regolatorio: norme, sanzioni, procedure antitrust, obblighi di trasparenza, limitazioni e controlli. Tale approccio è necessario, ma non sufficiente.
Una strategia fondata quasi esclusivamente sulla regolazione rischia di trasformare l’Unione europea in una fortezza normativa: capace di erigere mura giuridiche, ma priva di strumenti tecnologici propri con cui competere, innovare e garantire direttamente i diritti dei suoi cittadini.
È una forma di difesa statica, simile alle mura dei castelli medievali: può rallentare l’avanzata del potere esterno, ma non costruisce una capacità autonoma di azione.
Le sanzioni possono punire l’abuso di potere, ma non creano potere europeo. Le norme possono limitare l’estrazione, ma non costruiscono sovranità. Senza infrastrutture tecnologiche proprie, l’Unione europea resta il regolatore di un mondo digitale progettato da altri.
La tutela dei diritti linguistici non può essere affidata soltanto a regole imposte a soggetti privati esterni. Deve diventare anche politica industriale, politica scientifica, politica educativa e politica democratica dell’Unione.
L’Europa deve passare da una difesa regolatoria medievale a una difesa olistica tecnologica e linguistica, capace di produrre strumenti, brevetti, modelli, piattaforme e servizi pubblici multilingui.
18. Vulnerabilità geopolitica della regolazione europea
La fragilità dell’approccio europeo emerge con particolare evidenza quando la regolazione digitale diventa oggetto di ritorsione geopolitica.
Le istituzioni europee hanno costruito un importante blocco regolatorio nei confronti delle grandi piattaforme digitali, attraverso norme, sanzioni, procedure antitrust e obblighi di trasparenza. Tuttavia, tale blocco resta vulnerabile se non è accompagnato da una reale capacità tecnologica e industriale europea.
Una norma europea può essere sospesa, aggirata o negoziata sotto pressione tariffaria; un’infrastruttura europea, invece, produce autonomia.
Il problema dell’UE non è avere troppe regole. È avere poche infrastrutture proprie. Regolare il potere altrui senza costruire potere europeo significa restare dipendenti da ciò che si pretende di controllare.
La questione non riguarda soltanto l’estrazione economica operata dalle piattaforme digitali, ma la progressiva sostituzione del potere pubblico da parte di infrastrutture private globali. Tale sostituzione diventa ancora più grave quando sono le stesse istituzioni pubbliche europee, per omissione strategica, insufficiente investimento, frammentazione industriale o mancata creazione di alternative tecnologiche europee, ad accettare la dipendenza strutturale da piattaforme e modelli prevalentemente angloamericani.
In questo quadro, la pressione statunitense sulla Groenlandia dimostra che la dipendenza europea non riguarda soltanto il digitale, ma l’intero rapporto tra tecnologia, territorio, risorse, difesa, Artico, dati, infrastrutture e potere geopolitico.
La sovranità linguistica e cognitiva, in tale contesto, non è un tema culturale secondario. È parte della capacità dell’Europa di non essere amministrata da poteri esterni, pubblici o privati.
19. Proposta di un Garante europeo del multilinguismo e dell’equità linguistica
ERA raccomanda che la FRA inserisca nel Programma 2027 uno studio di fattibilità sull’istituzione di un Garante europeo del multilinguismo e dell’equità linguistica, quale organismo indipendente incaricato di monitorare, valutare e correggere le asimmetrie linguistiche che incidono sull’accesso ai diritti fondamentali, sulla partecipazione democratica, sulla non discriminazione e sulla parità di accesso alla conoscenza.
Tale Garante dovrebbe avere il compito di:
- esaminare le prassi linguistiche delle istituzioni, organi e agenzie dell’Unione;
- verificare l’esistenza di eventuali discriminazioni linguistiche dirette o indirette;
- elaborare indicatori di disuguaglianza linguistica;
- ricevere segnalazioni da cittadini e organizzazioni della società civile;
- pubblicare una relazione annuale sullo stato della democrazia linguistica nell’Unione europea;
- valutare l’impatto linguistico dell’IA, delle piattaforme digitali e degli accordi internazionali dell’UE;
- proporre misure correttive e garanzie multilingui.
In prospettiva, il Garante potrebbe costituire il nucleo istituzionale di un futuro Centro o Agenzia europea per la democrazia linguistica, il multilinguismo e l’innovazione linguistica, con funzioni di ricerca, formazione, coordinamento tecnologico, sviluppo di strumenti multilingui comuni, valutazione dell’impatto linguistico dell’intelligenza artificiale e riflessione su strumenti non sostitutivi di riequilibrio, inclusa una lingua ausiliaria neutrale.
ERA suggerisce inoltre che l’eventuale Garante europeo del multilinguismo e dell’equità linguistica sia collocato in uno Stato membro non anglofono, preferibilmente in Italia e in particolare a Roma, per il valore storico e simbolico della città nel rapporto tra lingua, diritto, universalismo e potere.
Roma rappresenta il luogo in cui l’Europa può trasformare criticamente la memoria della lingua imperiale in una moderna garanzia democratica di pluralismo linguistico.
L’Italia costituisce inoltre un laboratorio vivente di pluralità linguistica europea: accanto all’italiano standard convivono lingue regionali, dialetti storici e minoranze linguistiche riconosciute. Il caso del napoletano, la cui diffusione nella musica, nel teatro, nella poesia e nelle comunità italiane nel mondo ha assunto una dimensione internazionale, dimostra che una lingua può avere forza culturale globale anche senza essere lingua di dominio istituzionale.
Roma è il luogo in cui l’Europa può ricordare che ogni lingua imperiale promette universalità, ma produce gerarchia se non è sottoposta a controllo democratico.
20. Richieste operative, diffusione alla Fundamental Rights Platform, disponibilità consultiva di ERA e riserva giuridica finale
ERA chiede che la FRA inserisca nel Programma di lavoro 2027:
- un capitolo autonomo su Equità e giustizia linguistica, democrazia multilingue e accesso ai diritti fondamentali;
- una priorità trasversale sul linguicismo istituzionale (“razzismo linguistico” istituzionale) nelle aree relative a Carta dei diritti fondamentali, non discriminazione, civic space, IA, comunicazione e governance;
- una valutazione d’impatto linguistico delle prassi della FRA, con particolare riferimento alla Fundamental Rights Platform;
- una politica multilingue per la Fundamental Rights Platform, che includa contributi scritti in tutte le lingue ufficiali UE, sintesi multilingui, interpretariato per l’assemblea generale e uso sperimentale di strumenti IA controllati;
- uno studio sulla responsabilità specifica della FRA dal 2007 al 2027 rispetto alla mancata valutazione del linguicismo (“razzismo linguistico”) istituzionale nelle proprie prassi operative, con particolare riferimento alla Fundamental Rights Platform e alla partecipazione effettiva delle organizzazioni della società civile europea;
- uno studio su linguicismo istituzionale (“razzismo linguistico” istituzionale) e decolonizzazione linguistica dell’Europa;
- uno studio sul regime anglocoloniale dell’inglese come infrastruttura di linguicismo istituzionale (“razzismo linguistico” istituzionale), estrazione cognitiva, rendita economica e subordinazione democratica dei cittadini europei non madrelingua inglese;
- uno studio sui costi economici, cognitivi e sociali della disuguaglianza linguistica, inclusa la rendita strutturale dell’Anglosfera e la quantificazione di The English Tax come tassa linguistica invisibile imposta ai cittadini europei non madrelingua inglese;
- uno studio sui costi cumulativi storici di The English Tax dal 1973 a oggi, distinguendo tra le diverse fasi dell’anglocolonizzazione europea — ingresso del Regno Unito nelle Comunità europee, globalizzazione neoliberale, digitalizzazione, Brexit, post-Brexit e intelligenza artificiale — e valutando l’impatto economico, cognitivo, scientifico, universitario, editoriale, tecnologico e democratico della mancata costruzione di una infrastruttura linguistica europea equa, neutrale e non coloniale;
- uno studio sui costi cumulativi della mancata azione, distinguendo tra costi immediati della subordinazione linguistica e costi futuri della decolonizzazione, della ricostruzione terminologica, dell’editoria scientifica, dell’IA multilingue e delle infrastrutture cognitive europee;
- uno studio sui costi occulti dell’inglesizzazione dell’università, dell’alta formazione, della ricerca, dell’editoria scientifica e della produzione tecnica europea;
- uno studio sulla colonizzazione dell’immaginario europeo, valutando la presenza comparativa di contenuti audiovisivi europei e statunitensi nei principali canali televisivi, piattaforme di streaming, servizi digitali e sistemi di raccomandazione algoritmica, nonché il loro impatto su diversità culturale, pluralismo linguistico, identità democratica, rappresentazione dei diritti fondamentali e sovranità cognitiva dei cittadini europei;
- uno studio sul rapporto tra linguicismo (“razzismo linguistico”), colonialismo linguistico, Tratta delle Menti, Schiavismo delle Menti, sostituzione funzionale della lingua, giustizia riparativa e responsabilità istituzionale, anche alla luce della recente risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla tratta transatlantica degli africani schiavizzati e sulla necessità di percorsi di riparazione;
- uno studio su IA, piattaforme digitali, estrazione cognitiva e diritti linguistici;
- uno studio sul caso UE-Mercosur e sull’uso linguistico negli accordi internazionali dell’UE;
- uno studio sulla possibilità che, attraverso una politica europea di IA multilingue pubblica, lingua ausiliaria neutrale, dataset interoperabili e strumenti comuni di traduzione e interpretariato, l’Unione europea possa trasformare in pochi anni il proprio ritardo brevettuale in un vantaggio competitivo globale fondato sulla democrazia multilingue;
- uno studio di fattibilità sul Garante europeo del multilinguismo e dell’equità linguistica;
- obiettivi misurabili per traduzione, interpretariato, sottotitolazione e accessibilità linguistica;
- l’uso sperimentale dell’IA per traduzione giuridicamente controllata, interpretariato assistito, sottotitolazione multilingue e partecipazione civica;
- una riflessione sulla possibile evoluzione del Garante in un Centro o Agenzia europea per la democrazia linguistica e l’innovazione multilingue;
- una metodologia di Linguistic Impact Assessment da applicare a programmi, consultazioni, piattaforme, comunicazioni, bandi, accordi internazionali e strumenti digitali dell’Unione;
- il coinvolgimento di ERA, e di altre organizzazioni competenti in materia di diritti umani linguistici, come soggetti consultivi nella definizione della linea di lavoro FRA 2027-29 su equità linguistica, linguicismo istituzionale (“razzismo linguistico” istituzionale), IA multilingue e partecipazione democratica;
- la trasmissione del presente contributo a tutte le organizzazioni della Fundamental Rights Platform, o comunque la sua messa a disposizione nell’area informativa riservata alla consultazione sul Programma FRA 2027-29, affinché le organizzazioni della società civile possano valutarlo, commentarlo e contribuire al dibattito sull’equità e la giustizia linguistica.
ERA chiede inoltre che il presente contributo sia portato a conoscenza delle organizzazioni della società civile aderenti o collegate alla Fundamental Rights Platform, affinché il tema dell’equità e giustizia linguistica, del linguicismo istituzionale (“razzismo linguistico” istituzionale), di The English Tax e della partecipazione multilingue possa essere discusso in modo trasparente e collettivo all’interno della rete FRA.
La questione linguistica, infatti, non riguarda soltanto ERA. Riguarda tutte le organizzazioni civili europee che partecipano, o vorrebbero partecipare, ai lavori della FRA senza essere subordinate alla disponibilità interna di personale già conforme alla prassi anglocoloniale dell’inglese. La FRA dovrebbe quindi garantire che tale discussione non resti confinata a uno scambio bilaterale tra ERA e l’Agenzia, ma diventi oggetto di confronto aperto con l’intera Piattaforma dei diritti fondamentali.
ERA ritiene che un’Agenzia fondata sul dialogo strutturato con la società civile non possa trattare una questione che riguarda le condizioni stesse di accesso alla partecipazione come materia privata o bilaterale. Se il regime linguistico della FRA limita la partecipazione attiva, come la stessa Agenzia ha riconosciuto nel 2023, allora tutte le organizzazioni interessate devono essere messe in condizione di conoscere, discutere e valutare tale problema.
ERA manifesta fin d’ora la propria disponibilità a collaborare con la FRA, in qualità di organizzazione della società civile specializzata, alla definizione delle linee di lavoro proposte nel presente contributo.
ERA opera da trentanove anni, a livello nazionale, europeo e internazionale, nel campo della democrazia linguistica, del diritto alla lingua, dei diritti umani linguistici, dell’economia linguistica, della tutela del multilinguismo e della riflessione sulla Lingua Internazionale.
A tale riguardo, ERA ricorda che il nome originario dell’Esperanto era appunto Lingua Internazionale. Il termine “Esperanto” deriva dallo pseudonimo “Doktoro Esperanto” — “colui che spera” — con cui Ludwik Lejzer Zamenhof pubblicò nel 1887 la propria proposta di lingua internazionale ausiliaria. Questo dato storico è rilevante perché chiarisce la natura del progetto: non una lingua etnica destinata a sostituire le lingue dei popoli, ma uno strumento ausiliario, neutrale e non coloniale, concepito per rendere possibile la comunicazione internazionale senza gerarchie linguistiche tra popoli dominanti e popoli subordinati.
ERA ritiene pertanto di poter contribuire, anche tecnicamente e scientificamente, alla progettazione di strumenti, criteri e metodologie utili alla FRA in materia di valutazione d’impatto linguistico, partecipazione multilingue della società civile, studio del linguicismo istituzionale (“razzismo linguistico” istituzionale), uso dell’intelligenza artificiale per traduzione e interpretariato, e possibile istituzione di un Garante europeo del multilinguismo e dell’equità e della giustizia linguistica.
ERA non si limita a denunciare una lacuna del Documento di programmazione FRA 2027-29. Si candida a contribuire alla sua correzione.
ERA si riserva, in caso di mancato adeguamento del Documento di programmazione FRA 2027-29 e delle prassi linguistiche della Fundamental Rights Platform ai principi di non discriminazione, proporzionalità, partecipazione effettiva e tutela del multilinguismo, giustizia linguistica, di valutare ogni iniziativa istituzionale e giurisdizionale utile, anche alla luce della giurisprudenza dell’Unione europea in materia di restrizioni linguistiche.
In particolare, ERA ritiene che una risposta negativa, evasiva o meramente formale della FRA confermerebbe la necessità di sottoporre la questione alle sedi competenti, poiché una prassi linguistica che limita la partecipazione della società civile europea non può essere tollerata proprio da parte dell’Agenzia incaricata di promuovere e tutelare i diritti fondamentali nell’Unione europea.
Fonti essenziali e riferimenti documentali
- Regolamento (CE) n. 168/2007 del Consiglio, istitutivo dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali.
- Regolamento n. 1/1958 del Consiglio, regime linguistico della Comunità/Unione europea.
- Tribunale dell’Unione europea, causa T-555/22, Francia/Commissione, sentenza 8 maggio 2024.
- Áron Lukács, Aspetti economici della disuguaglianza linguistica, 2007.
- Robert Phillipson, Americanizzazione e inglesizzazione come processi di occupazione mondiale, edizione italiana ERA.
- Tove Skutnabb-Kangas / Robert Dunbar, L’istruzione dei bambini indigeni come genocidio linguistico e crimine contro l’umanità, edizione italiana curata da ERA.
- Linda Tuhiwai Smith, Metodologie di Decolonizzazione, edizione italiana curata da ERA.
- Umberto Eco, intervento “L’italiano di domani”, Quirinale, 21 febbraio 2011.
- Paolo Grossi, intervista Radio Radicale su democrazia linguistica e Politecnico di Milano, 27 maggio 2012.
- Tim Wu, riflessioni sull’“Age of Extraction”.
- WIPO, Patent Landscape Report: Generative Artificial Intelligence, dati 2014-2023.
- Dossier-manifesto per una democrazia linguistica europea, ERA, 25 aprile 2026.
- US Army, FM 30-101-1, Esperanto, The Aggressor Language, 1962.
- Ricerca ERA / centopercentoitaliano.it, Colonia Italia: i risultati di un anno di monitoraggio dei film in TV, 2014.

















