Polemica sulle lingue dei brevetti

POLEMICA Ue, lite sulla lingua dei brevetti

Non c’è intesa, manca l’unanimità per il no della Spagna. Anche l’Italia aveva minacciato il veto

Ancora nulla di fatto a Bruxelles sul brevetto europeo. Dopo quasi sette ore di negoziati, il Consiglio straordinario competitività non è riuscito ad arrivare ad un’intesa sul regime linguistico da adottare. La battaglia di opposti nazionalismi sul brevetto Ue, nella notte di Bruxelles, finisce come tutte le guerre europee: con una sconfitta per tutti. Dopo dieci anni di attesa è ancora fumata nera. L’unica ad opporsi è la Spagna, che non mostra neppure voglia di trovare un accordo per cedere di un passo nella difesa dello spagnolo.
E così, l’accordo che tutte le imprese europee aspettavano per avere un sistema più facile di registrazione e difesa della proprietà intellettuale sulle loro invenzioni è rinviato ad un incontro che la presidenza belga, evocando l’ipotesi della cooperazione rafforzata come via d’uscita dall’obbligo della «impossibile unanimità», fissa per il 10 dicembre. «Non abbiamo lasciato nulla di intentato e, sebbene abbiamo fatto progressi, non abbiamo raggiunto l’unanimità per un piccolissimo margine – ha detto rammaricato ieri a tarda sera il ministro dell’Industria belga, Vincent Van Quickenborne, a nome della presidenza belga – Le cose adesso sono chiare: non ci sarà mai l’unanimità sul brevetto europeo».
A bloccare l’accordo, secondo fonti diplomatiche, sarebbe stata la sola Spagna, mentre l’Italia – che nelle settimane scorse ha minacciato il veto sul regime di trilinguismo (inglese, francese e tedesco) – avrebbe mostrato maggiore flessibilità.
Oggi il Consiglio straordinario sulla Competitività era stato convocato per dare il via libera al sogno di tutte le Pmi d’Europa: registrare un’invenzione e far sì che la proprietà intellettuale fosse protetta in tutto il territorio della Ue a costi accettabili e senza affrontare la babele delle 23 lingue dell’Unione. Invece oggi, anche l’Italia aveva trovato margini di compromesso sui punti irrinunciabili (proposta ’english oriented’ e lunghissimo periodo di transitorietà o meglio non ritorno al principio del trilinguismo). Invece la Spagna ha detto no. La soluzione di compromesso trovata dalla presidenza belga prevede che l’invenzione possa essere registrata in una delle tre lingue "principali" (inglese, francese o tedesco). Ovvio che il regime darebbe un vantaggio competitivo alle aziende francesi, tedesche e anglofone.
Attualmente la registrazione di un brevetto che sia valido al di là dei confini nazionali si può fare presso l’ufficio di Monaco di Baviera per il brevetto europeo, ma costa almeno 20.000 euro per avere la protezione in meno della metà dei Paesi, mentre negli Stati Uniti se ne spendono circa 1.850.
«Voglio sottolineare che questo fallimento delle discussioni è gravido di conseguenze – ha fatto eco il commissario europeo al Mercato interno, Michel Barnier – L’assenza di un brevetto europeo mina la nostra competitività, l’innovazione europea, la ricerca e lo sviluppo. In piena crisi economica, non è un buon segnale».
Il compromesso avanzato dalla presidenza di turno belga dell’Ue prevedeva che il brevetto, che sarà comunque rilasciato con valore legale in inglese, francese o tedesco, dovrà essere accompagnato «per un periodo transitorio» da una seconda traduzione, solo con valore informativo, in un’altra lingua Ue.
Per chi deposita il brevetto in inglese, la seconda lingua sarà a scelta del richiedente, quindi potenzialmente anche in italiano o spagnolo. Chi invece deposita un brevetto in francese o tedesco sarà obbligato a fornire una traduzione in inglese. Ma, dopo un periodo transitorio di sei anni, non sarebbe più obbligatorio tradurre in inglese i brevetti emessi inzialmente in francese e tedesco, a meno di una decisione contraria unanime del Consiglio Ue.
Ma su questi due punti l’Italia ha dato battaglia, tirando dalla sua parte, oltre che la Spagna da sempre allineata con Roma, anche Slovacchia, Repubblica Ceca, Cipro, Polonia e Ungheria. «Noi vogliamo che anche la seconda lingua del brevetto abbia valore legale e non vogliamo il concetto di transitorietà», ha messo in chiaro ieri sera prima della cena di lavoro del Consiglio il ministro per le Politiche comunitarie Andrea Ronchi, spiegando di «non volere che per la fretta di fare questo brevetto Ue si mettessero a rischio gli interessi economici».
(Da La Stampa.it, 11/11/2010).
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Brevetto Ue/ Guerra delle lingue, Bruxelles contro l’Italia

Portavoce Commissione: "C’è urgenza e non ci sono alternative"

"Non abbiamo ancora ricevuto la richiesta formale, ma dal momento in cui l’avremo – ha detto la portavoce di Barnier – la Commissione sarà in grado di procedere molto rapidamente" all’attivazione della cooperazione rafforzata, come è accaduto finora una sola vola, nel luglio scorso, per il mutuo riconoscimento della legislazione sui divorzi (in questo caso a opporsi era la Svezia).
In risposta alle obiezioni italiane sulla legittimità di un’eventuale cooperazione rafforzata nel settore, fortemente ‘comunitarizzato’, del mercato unico (in cui rientra la questione del brevetto Ue), la portavoce ha assicurato che "il Trattato lo consente", e ha aggiunto: "Noi riteniamo che la soluzione migliore, la meno cara e la più semplice, sarebbe quella pienamente comunitaria; ma oggi la scelta è fra due opzioni: restare nella situazione attuale, che per le imprese è 10 volte più costosa del sistema applicato negli Stati Uniti, oppure procedere a una cooperazione rafforzata con il più alto numero di Stati membri possibile".
La situazione attuale, basata su una convenzione internazionale del 1973 gestita dall’Ufficio del brevetto europeo (Epo) di Monaco di Baviera, è "la più frammentata possibile, perché i brevetti richiesti devono poi essere convalidati in tutti i paesi in cui li si vuole usare", ha spiegato ancora Chantal Hughes.
La portavoce ha respinto anche l’ultima critica italiana, quella secondo cui non vi sarebbe ancora tempo per cercare un compromesso, e non ci sarebbe alcuna fretta, dopo che la proposta del brevetto comunitario è rimasta per tanti anni in un cassetto, e mentre si attende una sentenza chiarificatrice della Corte Ue di Giustizia su alcuni aspetti del sistema. Avere finalmente il brevetto comunitario, ha sottolineato, "è estremamente urgente, perché in un periodo di crisi economica aiuterebbe la crescita, attraendo gli investimenti. E se c’è uno strumento che può incoraggiare gli investimenti, dobbiampo usarlo. La discussione finora è andata avanti fin troppo a lungo, e ogni possibile via di compromsso è stata espolorata. E’ chiaro – ha ripetuto – che certi Stati membri non vogliono procedere. Nostro dovere è dunque esplorare tutte le possibili alternative. Certo – ha ammesso -, se arriveremo all’attuazione di una cooperazione rafforzata dovremo discutere su come raccordare al nuovo sistema i paesi membri che resterebbero fuori".
Nel merito della questione delle lingue, infine, la portavoce di Barnier ha osservato che "il sistema del brevetto europeo (quello attuale, basato sulla convenzione europea e non sull’Ue, ndr) ha usato per 35 anni il trilinguismo anglo-franco-tedesco, e ha funzionato bene. Se volessimo cambiare sistema ora dovremmo rinegoziare tutto da zero".
(Fonte Apcom, 26/11/2010).
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Brevetto Ue, l’Italia resta nell’angolo

di Giuseppe Chiellino

La commissione europea è pronta a sostenere il gruppo di stati membri che vogliono attivare una "cooperazione rafforzata" per approvare il nuovo sistema del brevetto europeo, lasciando fuori i paesi come l’Italia e la Spagna che si oppongono al regime trilingue (inglese, francese e tedesco) proposto nel progetto. Lo ha ribadito Chantal Hughes, portavoce del commissario Ue per il Mercato unico, il francese Michel Barnier.
Il trilinguismo è visto da Roma e Madrid non solo come una perdita di "status" per le altre lingue Ue, ma soprattutto penalizzante per le piccole imprese italiane e spagnole rispetto a quelle francesi e tedesche. Durante il Consiglio Ue della Competitività che si è svolto giovedì a Bruxelles, Germania, Estonia e (con qualche riserva) anche la Francia hanno appoggiato i cinque paesi che già avevano espresso l’intenzione di procedere con la cooperazione rafforzata (Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Slovenia e Svezia). Con l’Italia e la Spagna, che nel consiglio Competitività dell’11 novembre avevano posto il veto, resta solo Cipro, mentre sembra raffreddarsi l’opposizione degli altri due paesi finora contrari al trilinguismo, Polonia e Repubblica ceca.
E in Italia anche le piccole imprese prendono le distanze dalla posizione del governo. Assobiotec, l’associazione di Federchimica per lo sviluppo delle biotecnologie, chiede all’esecutivo di fare un passo indietro e accettare il male minore del trilinguismo perché la vera «discriminazione» sarebbe proprio una cooperazione rafforzata che escluda l’Italia. Alessandro Sidoli, presidente di Assobiotec, ritiene «comprensibile che ogni paese voglia difendere la propria lingua, ma – aggiunge – è innegabile che oggi l’inglese è la lingua del mondo della scienza. Adottarlo per il deposito del brevetto significa consentire un grande risparmio di costi, essenziale soprattutto per le piccole realtà industriali o accademiche. Se però a questo obiettivo non fosse possibile arrivare subito, sarebbe preferibile senz’altro avvicinarlo con una tappa intermedia, cioè con l’adozione delle tre lingue. La posizione presa dal governo purtroppo ci porterebbe a subire la cooperazione rafforzata che sarebbe un gravissimo danno per la nostra ricerca». Le imprese chiedono dunque al governo «uno sforzo per recuperare la situazione» ed evitare un sistema «dannoso per le tante pmi» attive nel biotech, «spina dorsale del settore».
(Da Il Sole 24 Ore, 27/11/2010).

19 commenti

  • BREVETTO UE: VIA A PROPOSTA MODIFICHE QUADRO GIURIDICO TRIBUNALE -2-

    Il Tribunale europeo del brevetto (al quale partecipa l’Italia pur non facendo parte della cooperazione rafforzata) avrà una competenza specializzata nelle controversie in materia di brevetti ed eviterà il moltiplicarsi dei contenziosi in 28 diversi tribunali nazionali. Il nuovo sistema consentirà di tagliare i costi e di accelerare le decisioni in materia di validità o contraffazione dei brevetti, favorendo così l’innovazione in Europa.
    Nella proposta di modifica del regolamento la Commissione precisa in che modo si applicheranno le sue disposizioni in materia di competenza nel quadro del tribunale unificato dei brevetti e in che modo le disposizioni del regolamento debbano applicarsi nelle relazioni tra gli Stati membri che sono parti contraenti dell’accordo sul tribunale unificato dei brevetti e gli Stati membri che non lo sono.
    La proposta deve essere approvata dagli Stati membri e dal Parlamento europeo.
    (Da Il Sole 24 Ore Radiocor, 29/7/2013).

  • INDUSTRIA IL MINISTRO MOAVERO IN CAMPO. GLI EFFETTI DELLE NUOVE NORME SULLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE

    «Fermate il Brevetto europeo Il Made in Italy sarà spiazzato»

    di Fabio Savelli

    «Costi di contenzioso enormi per le nostre imprese». E ancora: «In caso di lite l’ipotesi che una nostra azienda venga citata per contraffazione davanti alla Corte tedesca, la quale potrà disporre sanzioni, tra cui il blocco della produzione e persino il sequestro dei prodotti». Infine: «Gran Bretagna, Francia e Germania sono d’accordo nello spartirsi le Corti centrali tra Londra, Parigi e Monaco di Baviera in base ad un assurdo criterio per materia e all’Italia neanche una sede locale». Non c’è che dire. Si tratta di una vera e propria levata di scudi da parte di una trentina tra i massimi giuristi italiani esperti di proprietà intellettuale. Accuse contenute in una lettera spedita il 30 maggio ai ministeri della Giustizia e degli Esteri, al dicastero dello Sviluppo Economico e a Confindustria e Confapi che maggiormente si stanno spendendo affinché l’Italia accetti senza remore il Brevetto unico europeo, uno schema giuridico che punta ad offrire agli inventori ed alle imprese uno strumento unico per proteggere i marchi, i modelli e le invenzioni realizzate nei 25 Stati dell’Unione tutelandole (secondo l’impostazione prevalente a Bruxelles) dalla sfrenata concorrenza in materia di ricerca e innovazione di Stati Uniti, Cina e Giappone, tra le best practice a livello mondiale. Pochi giorni fa un entusiasta Michel Barnier, commissario europeo al mercato interno, ha contabilizzato la futura adozione del Brevetto unico «in una riduzione dell’80%» dei costi per chi decide di brevettare con questo sistema. Di più: secondo le stime della Commissione europea l’abbattimento delle spese per la registrazione europea passerebbe dagli attuali 36 mila euro – tra convalida, traduzione e tasse locali- a 4 mila euro, anche perché un emendamento presentato a Strasburgo ha già reso possibile il rimborso dei costi di traduzione per pmi, università e centri di ricerca. Detta così sembrerebbe una battaglia di retroguardia per difendere un Paese fortemente in ritardo in tema di innovazione e nulla più, tanto che nel 2012 l’Italia ha depositato solo 4 mila brevetti contro gli oltre 34mila della Germania. Secondo Giuseppe Sena, uno dei firmatari della lettera, professore emerito di diritto industriale all’università degli Studi di Milano e cotitolare dello studio legale internazionale Sena-Tarchini la recente adesione dell’Italia all’accordo sul Tribunale unificato dei brevetti (11 gennaio 2013) – considerata la precondizione per il Brevetto unico europeo- è un vero e proprio autogol: «Non è accettabile che tutto si svolga in tre lingue (inglese, francese e tedesco, ndr. ). Soprattutto è necessario prima attendere l’esito dei giudizi di nullità intentati dalla Spagna». Sì, perché proprio i nostri cugini iberici hanno fatto appello alla decisione della Corte di giustizia europea che ha bocciato il primo ricorso presentato anche dall’Italia. Il ministro per le Politiche comunitarie, Enzo Moavero Milanesi, che si è preso in carico il dossier vista la stretta attinenza con le normative europee, ha recentemente aperto all’istituzione del Tribunale unico per i brevetti Ue che avrà sede a Parigi e si occuperà della gestione unitaria delle controversie a partire dal 2015. Un inatteso dietrofront rispetto a quanto sembrava essere la linea italiana. E che sconfessa l’azione di tre eurodeputati italiani- Claudio Morganti, Giuseppe Rossi e Giancarlo Scottà- che hanno a più riprese cavalcato l’irritazione di una parte del mondo imprenditoriale. Dice Gabriel Cuonzo, avvocato dello studio Cuonzo-Trevisan, che in questo caso si è di fronte al paradosso di «voler formalmente aiutare le nostre imprese nella procedura di brevettazione, ma sostanzialmente le si espone a dei costi di contenzioso di migliaia di euro sostenibili soltanto dalle grandi aziende». Di parere totalmente opposto è Paolo Markovina, manager con delega ai brevetti di Electrolux Italia (la multinazionale degli elettrodomestici) e presidente di Aicipi, l’associazione dei consulenti ed esperti di proprietà industriale, che parla «di battaglia di lobby da parte del mondo dei professionisti perché timorosi di essere emarginati da parte delle imprese nella consulenza legata alla procedura di domanda di brevetti». Certo è che indispone – almeno soltanto per motivi di puro campanilismo-? che la lingua italiana non sia stata presa in considerazione tra le lingue ufficiali in materia di tutela delle opere di ingegno.
    (Dal Corriere della Sera, 28/6/2013).

  • Brevetto europeo, Ue rigetta il ricorso di Italia e Spagna

    La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha respinto i ricorsi di Italia e Spagna contro la cooperazione rafforzata tra 25 Paesi sul brevetto europeo. Secondo i giudici con sede a Lussemburgo, "alla luce dell’impossibilità per gli Stati membri di pervenire a un regime comune per l’insieme dell’Unione entro un termine ragionevole, la decisione impugnata contribuisce al processo di integrazione europea".
    La Corte sottolinea che la decisione di portare avanti una cooperazione rafforzata senza il supporto di Italia e Spagna "non danneggia il mercato interno, né la coesione economica, sociale e territoriale dell’Unione," come invece sostengono Roma e Madrid. Italia e Spagna si erano opposte in particolare al regime linguistico deciso per i brevetti europei che contempla soltanto inglese, francese e tedesco come lingue comuni.
    La Corte ha tuttavia stimato che la decisione sul regime linguistico adottato per il brevetto europeo non è contraria alle regole Ue ed è stata presa "dopo che un certo numero di regimi linguistici è stato preso in considerazione senza però trovare il sostegno sufficiente in seno al Consiglio".
    (Da italiaoggi.it,16/4/2013).

  • SUSSURRI & GRIDA

    Il tribunale unico dei brevetti e l’esclusione dell’Italia

    di Jacchia Antonia

    È in arrivo un nuovo sistema di tutela dei brevetti che cambierà completamente le regole del gioco. Ma nessuno in Italia pare abbia ben chiaro quale ne sia l’impatto soprattutto sulla piccola e media impresa. Si sta costituendo a livello europeo una Corte centralizzata dei brevetti: oggi a Bruxelles dovrebbe essere ratificato da ogni Stato membro della Ue il testo dell’accordo che ne sancisce la nascita. L’Italia, che ha partecipato alle negoziazioni, si è opposta (senza successo) solo alla decisione di adottare come lingue ufficiali per il brevetto unitario, inglese, tedesco e francese. «Un aspetto del tutto marginale – sottolinea Gabriel Cuonzo dello studio Trevisan & Cuonzo -. L’aspetto più delicato della vicenda è l’istituzione di una Corte centralizzata che alla fine avrà come sedi Parigi, Monaco/Düsseldorf e Londra, aspetto che non è stato oggetto di approfondita discussione né a livello comunitario né italiano». Secondo Cuonzo da noi né le istituzioni né le associazioni imprenditoriali hanno compreso le conseguenze economiche e operative, potenzialmente devastanti, che il nuovo sistema avrebbe sul tessuto industriale italiano, costituito in massima parte dai «piccoli». Altri Paesi hanno avviato per tempo un dibattito pubblico sul tema: la Spagna, per esempio, ha deciso di non ratificare il testo e il Regno Unito dopo aver prodotto in sede parlamentare uno studio molto dettagliato, è arrivato alla conclusione che la nuova Corte centralizzata potrebbe ostacolare, piuttosto che aiutare, la tutela dei brevetti all’interno dell’Unione Europea, in particolare per le piccole e medie imprese, tanto che ha dato il via libera all’accordo solo una volta stabilito che una delle tre sedi centrali della Corte sia Londra. «Il problema è anche culturale – spiega Cuonzo -. L’Italia non è pronta a competere sul piano della tutela brevettuale con Paesi e sistemi industriali infinitamente più avanzati di noi. Le nostre imprese producono pochi brevetti. Basti pensare che in base ai dati pubblicati dall’Ufficio Europeo Brevetti, nel 2011, l’Italia ha depositato 4.879 domande di brevetto europeo contro le 6.464 richieste britanniche, le 12.107 francesi, 33.181 tedesche. Per non parlare delle quasi 60 mila domande Usa». Dunque, nel nuovo sistema, le imprese italiane rischierebbero di trasformarsi in prede facili per i competitor europei, meglio attrezzati sotto il profilo della tutela brevettuale. Mentre oggi i brevetti hanno validità territoriale, con il nuovo sistema un’azienda italiana potrebbe essere citata per contraffazione, ad esempio, dalla sezione tedesca della Corte centralizzata che potrebbe deciderne addirittura la chiusura o il sequestro dei prodotti: causa tutta in tedesco, giudice lontano migliaia di chilometri dall’eventuale sede dell’azienda. Con un aggravio di costi, a fronte di tradizioni giuridiche e sensibilità completamente diverse da quelle nostrane. «Il trattato in sé non è né bene né male, ma prima di adottarlo bisognerebbe valutarne l’impatto a livello locale. Siamo di fronte a una globalizzazione europea della giustizia adatta più alle multinazionali a cui può far comodo fare una causa unica in Europa ma per le piccole e medie imprese non si sa».
    (Dal Corriere della Sera, 25/2/2013).

  • ARCHIMEDE ORA ABITA A PECHINO

    LA CINA BATTE L’AMERICA NEI BREVETTI

    di Stefano Righi

    Archimede non abita più a Paperopoli. L’inventore, protagonista dei fumetti dì Walt Disney, ha lasciato gli Stati Uniti e ha traslocato in Cina. Una migrazione certificata dalle Nazioni Unite, perché per la prima volta nella storia le domande di brevetti industriali secondo quanto ha rilevato l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (Wipo) – sono in numero superiore a Pechino rispetto a Washington.
    I numeri non mentono mai: dalla Cina sono pervenute nel corso del 2011 ben 526.412 domande, contro le 503.582 compilate negli States. Terzo, staccato a circa 300 mila domande, il Giappone. Per una nazione come gli Stati Uniti, che ha costruito la propria superiorità industriale sulla capacità di inventare e di attrarre cervelli, si tratta di un importante campanello d’allarme. Washington sulla superiorità tecnologica – dagli aerei alle lavatrici, dai razzi alla Silicon Valley – ha costruito il proprio benessere, fin dai tempi di Varmevar Bush (nessuna parentela con la coppia di presidenti), lo scienziato che già negli anni Quaranta pensava alle intelligenze artificiali. Tempi lontani, anche perché Pechino cresce velocemente.
    Tre anni prima del sorpasso, nel 2008, la Cina era titolare di domande di brevetto pari al 15,1 per cento del totale, ben staccata rispetto al Giappone (20,4 per cento) e soprattutto agli Stati Uniti (23,8 per cento). In soli tre anni la rivoluzione: prima la Cina (24,6%), secondi gli Stati Uniti (23,5%), terzo il Giappone (16%).
    Una battaglia tra le due sponde del Pacifico, che nel corso di quest’anno probabilmente acuirà il senso del sorpasso. E la vecchia Europa? Staccatissima, ma già lo era. Le domande di brevetto valevano nel
    2008 il 7,6 per cento del totale e lo scorso anno sono state limate al 6,7 per cento: con la tempesta che tira poteva andare anche peggio. Fortunatamente i dati diffusi dalla Wipo non evidenziano il caso
    italiano. Ci considerano europei in blocco, almeno loro, così si nascondono le priorità di un Paese che alla formazione, alla ricerca e allo sviluppo dedica percentuali delle proprie entrate degne di un prefisso telefonico.
    (Dal Corriere della Sera, 15/12/2012).

  • INDUSTRIA MOAVERO: POSITIVO ANCHE SE NON PARTECIPIAMO. CONFINDUSTRIA: ADERIRE SUBITO

    Nasce il brevetto europeo L’acrobazia delle traduzioni
    Solo Roma e Madrid restano fuori, lite sulle lingue

    di Ivo Caizzi

    L’Europarlamento ha approvato il brevetto europeo – in «cooperazione rafforzata» tra 25 dei 27 Paesi membri – completando il via libera del Consiglio dei governi Ue. Italia e Spagna restano fuori perché contestano il vantaggio competitivo scaturito dall’uso del trilinguismo (inglese, francese e tedesco). Proprio ieri l’avvocato generale della Corte europea di giustizia, il francese Yves Bot, ha espresso un parere negativo sui ricorsi di Italia e Spagna sul brevetto Ue, che però si concentra sulla «cooperazione rafforzata», di fatto sorvola sul problema linguistico e non è comunque vincolante per la sentenza finale. La Commissione europea auspica rapide ratifiche nazionali e l’entrata in vigore del nuovo regime dal 2014. Le imprese italiane e spagnole potranno comunque beneficiare del brevetto unico negli altri 25 Paesi membri, dove varrà il trilinguismo, e del tribunale unico per le vertenze (dove l’adesione è già a 27). In Italia e Spagna continueranno a registrare i brevetti nelle lingue locali, senza perdere competitività perché anche i concorrenti degli altri 25 Paesi, se vorranno tutelarsi sugli importanti mercati italiano e spagnolo, dovranno utilizzare le lingue di Dante e Cervantes. Il ministro degli Affari europei Enzo Moavero ha apprezzato il via libera al brevetto, ma ha confermato che «l’Italia attenderà la sentenza». Il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi ha chiesto che, se il ricorso alla Corte di giustizia non venisse accolto, l’Italia aderisca «in tempi brevi». Il brevetto europeo era nato per ridurre i costi e renderlo competitivo soprattutto rispetto agli Stati Uniti. Ma quello appena varato continuerà a essere molto più caro dell’equivalente Usa. Germania e Francia hanno infatti respinto la soluzione più economica, che prevedeva l’uso solo dell’inglese. A Parigi e a Berlino hanno voluto usare questo dossier per imporre il trilinguismo in Europa, in modo da estendere ai rispettivi «sistema Paese» (e soprattutto alle imprese nazionali) i vantaggi dell’uso della lingua madre. Spagna e Italia si sono opposte in base ai minori costi della lingua unica, inizialmente appoggiate dai Paesi membri con gli idiomi meno parlati. Ne è nato uno scontro frontale protrattosi per decenni perché era necessaria l’unanimità. Fino a quando il Trattato di Lisbona ha reso più agevole la «cooperazione rafforzata», che consente a un gruppo di Paesi membri di procedere senza quelli contrari. Germania e Francia sono riuscite a convincere un po’ tutti principalmente concedendo il rimborso dei costi di traduzione (a piccole imprese, centri di ricerca pubblici o entità no profit). Solo Italia e Spagna hanno resistito. Anche perché la Corte europea di giustizia ha dato ragione a Roma e Madrid contro il trilinguismo nei bandi per assunzioni nelle istituzioni comunitarie e ha ribadito il principio dei Trattati sulla pari dignità di tutte le 23 lingue ufficiali dell’Ue.
    (Dal Corriere della Sera, 12/12/2012).

  • Brevetto Ue, ultimo atto

    Atteso per oggi l’ok del Consiglio, domani vota Strasburgo

    di Chiara Bussi

    Rush finale per l’approvazione del brevetto unico europeo.
    Dopo 40 anni di attesa e due anni di negoziati più serrati tra oggi e domani si conclude l’iter istituzionale per l’approvazione del pacchetto che prevede la protezione delle invenzioni con le stesse regole in 25 Paesi della Ue. Non in Italia e Spagna, però, che si sono chiamate fuori e hanno contestato lo schema di gioco davanti alla Corte di Giustizia Ue. Oggi il Consiglio Competitività riunito a Bruxelles dovrà dare il via libera definitivo.
    La palla passerà domani all’Europarlamento riunito in plenaria a Strasburgo. «Tutti i principali
    gruppi parlamentari ad eccezione dei Verdi si sono già espressi a favore», spiega Raffaele Baldassarre,
    eurodeputato del gruppo Ppe, uno dei relatori del provvedimento.
    Una volta ottenuto il sigillo dell’Aula inizieranno le procedure di recepimento nei Paesi membri, passaggio indispensabile per il decollo del nuovo strumento che nelle intenzioni della Commissione Ue sarà operativo dall’aprile 2014.
    Da quella data, se non ci saranno incidenti di percorso, sarà possibile ottenere con una sola domanda
    la protezione europea dell’innovazione, con un notevole risparmio stimato in termini di costi e una semplificazione delle procedure. Basti pensare che oggi ottenere un brevetto in 13 Stati membri può arrivare a costare dieci volte di più rispetto agli Usa (oltre 18mila euro invece di 1.850 secondo le stime dell’Europarlamento), di cui quasi 14.mila euro per le traduzioni. Un ostacolo di non poco conto per le Pmi. Il brevetto unico porterà, secondo le previsioni, a una riduzione di questi oneri entro una cifra tra 98o euro e 2.380 euro nel periodo iniziale e in seguito a 180 euro. Il deposito del brevetto potrà avvenire nella lingua dello Stato di nazionalità dell’impresa, alla quale bisognerà far seguire a scelta una traduzione in inglese, francese o tedesco, che diventerà la lingua di procedura.
    È previsto anche uno sconto per le Pmi, le persone fisiche, le università e i centri di ricerca pubblici
    che avranno diritto al rimborso dei costi di traduzione.
    Le imprese italiane (lo stesso discorso vale per la Spagna) potranno fare comunque richiesta
    di un brevetto europeo, che verrà riconosciuto nei 25 Paesi ma non nel territorio nazionale. Saranno
    dunque soggette a una doppia tassazione: all’Ufficio europeo per i brevetti per la protezione Ue, ma anche all’Ufficio italiano, comprese le spese di traduzione, per il riconoscimento del titolo europeo in Italia. «I dati prosegue Baldassarre – parlano chiaro: il nostro Paese si situa al
    sesto posto per domande di brevetto all’Ufficio europeo di Monaco di Baviera, con una media
    di circa4mila all’anno. Segno che l’Italia ha un forte interesse a un sistema brevettuale conveniente
    e valido nell’intero territorio Ue». Oltre a maggiori costi il nostro Paese rischia anche di perdere
    peso nel processo decisionale del nuovo sistema. Il regolamento sul brevetto europeo unitario
    prevede infatti la creazione di un "comitato ristretto", formato da rappresentanti degli Stati membri
    partecipanti, che dovrà fissare l’importo delle tasse di rinnovo.
    Il gettito verrà poi ridistribuito tra gli Stati membri. «Se l’Italia non aderisce alla cooperazione
    rafforzata velocemente- conclude Baldassarre – sarà fuori dal "comitato ristretto" e non avrà influenza nella
    fase in cui si decideranno i soggetti che dovranno pagare e il relativo importo».
    Confindustria guarda con preoccupazione agli sviluppi del dossier.
    «Abbiamo sempre affermato la necessità di istituire un brevetto valido ed efficace su tutto il
    territorio della Ue – dicono da viale Dell’Astronomia – al fine di ridurre i costi e semplificare l’accesso
    alle imprese italiane, specie le Pmi, e per garantire una protezione omogenea e efficace ai risultati
    dei processi di ricerca e innovazione industriali». Qualora perdurasse la situazione attuale,
    che vede l’Italia non partecipare alla cooperazione rafforzata, «si rischia di danneggiare gravemente
    la posizione delle imprese nazionali, in quanto l’Italia rischia di essere marginaIizzata rispetto
    al panorama brevettuale europeo e alle decisioni di investimento dei Paesi terzi, soprattutto nel
    campo della ricerca e dell’innovazione».
    Durante l’iter, concludono da Confindustria, «sono stati introdotti alcuni correttivi positivi, come la norma voluta con decisione in modo bipartisan dagli eurodeputati italiani, che prevede il rimborso totale dei costi di traduzione per le pmi».
    (Da Il Sole 24 Ore, 10/12/2012).

  • Brevetto Ue: nuovo stop, Parlamento rinvia voto in plenaria

    Denuncia richiesta Cameron per cassare collegamento a Corte Ue

    Nuovo stop dell’iter legislativo del regolamento sul ‘brevetto unico’ europeo che mercoledì prossimo avrebbe dovuto avere il via libera dalla plenaria del Parlamento europeo. I relatori, tra i quali Raffaele Baldassarre (Pdl-Ppe) hanno invece chiesto e ottenuto, all’unanimità, il rinvio della votazione denunciando che venerdì scorso, nel negoziato al vertice europeo per l’attribuzione della sede della Corte, il premier David Cameron ha ottenuto la cancellazione di tre articoli che legano la giurisdizione del brevetto alla Corte di Giustizia Ue.
    Presentando la mozione per la cancellazione del dibattito e del voto sul ‘brevetto unico’, il socialdemocratico tedesco Bernhard Rapkay ha parlato di ”chiara violazione del diritto europeo” da parte del Consiglio, perché la modifica del testo del Regolamento (con la cancellazione degli articoli 6, 7 e 8) voluta venerdì nel negoziato tra Cameron, Merkel e Hollande, viola l’accordo raggiunto tra Parlamento e Consiglio nel dicembre scorso.
    (Fonte Ansa.it, 2/7/2012).

  • Parigi la spunta. Sulla Senna la corte europea per i brevetti Ue

    di Fernanda Roggero

    Parigi ha vinto. Sarà nella capitale francese la corte di giurisdizione per i brevetti europei unificati. Battute Londra e Monaco. Questo è il passo definitivo per avere il brevetto unificato, rilasciato a livello europeo. Restano fuori ( perché contrarie al fatto che il brevetto sia solo in tre lingue, francese, inglese e tedesco) Spagna e Italia. Vale a dire che un’azienda italiana può chiedere il brevetto unificato ma se vuole difendere il suo copyright a livello nazionale dovrà chiedere anche un brevetto italiano. Valeva la pena portate alle estreme conseguenze la querelle sulla lingua?
    (Da fernandaroggero.blog.ilsole24ore.com/nel-piatto, 30/6/2012).

  • CORTE EUROPEA

    Milano perde l’ufficio dei brevetti

    di Giacomo Valtolina

    Dopo un lungo braccio di ferro tra Germania, Francia e Inghilterra, il dado è stato tratto. La corte europea dei brevetti non avrà una sede unica, tanto meno a Milano. Si è infatti optato per una «casa itinerante», divisa tra Monaco di Baviera, Londra e Parigi. Stop quindi all’ipotesi milanese, ventilata per superare l’impasse tra i maggiori Paesi dell’Unione (dovuta soprattutto all’indotto previsto dall’ istituzione del tribunale, stimato nell’ordine di tre miliardi di euro). Tecnicamente, però, la candidatura di Milano non è mai esistita. Perché l’Italia, così come la Spagna, ha impugnato il nuovo brevetto unico europeo. Impossibile, ergo, accampare pretese. Il motivo del «no» italiano? La scelta delle tre lingue (inglese, francese e tedesco) per il brevetto unico e non il solo inglese come chiedevano Roma e Madrid. L’opzione milanese, quindi, è esistita al massimo come un’eventualità, una moneta di scambio: il governo italiano accetta il brevetto unico, Milano diventa sede della corte europea. Progetto fallito. Inutile dunque l’impegno dalla Regione, con la Lega in prima linea: solo quattro mesi fa aveva inviato a Bruxelles una delegazione presso il vicepresidente della Ce, Antonio Tajani. Ora il presidente del consiglio regionale Fabrizio Cecchetti e l’europarlamentare Matteo Salvini accusano il Governo: «Monti si è ancora una volta dimenticato di Milano, dove la sezione del tribunale già gestisce il maggior numero di procedimenti di questo genere in Europa». Anche il governatore Roberto Formigoni appare stupito: «Non si capisce come potrà funzionare una sede suddivisa e quanto questa fantasiosa costruzione peserà sui bilanci pubblici e sulle imprese».
    (Dal Corriere della Sera, 30/6/2012).

  • Interventi & Repliche

    Brevetti Ue: a Milano il Tribunale

    Da più parti si parla di Milano come Sede europea del Tribunale dei Brevetti. La candidatura di Milano sostenuta dalle più alte Istituzioni milanesi e lombarde evidenzia che sui progetti validi si trova il terreno fertile del consenso politico. Ora, mentre nessun dubbio può essere sollevato sull’idoneità di Milano a candidata ideale della sede della Corte Centrale, affinché le diverse proposte non rimangano mere petizioni di principio, occorre riflettere sullo scenario europeo in cui detta candidatura si
    pone.- L’esigenza di un Brevetto Unitario che copra l’intero territorio dell’Unione Europea è un processo di fatto inarrestabile. Non aderire danneggia pesantemente le nostre imprese nella lotta alla contraffazione, deprime gli investimenti stranieri e mina il prestigio del nostro Paese.
    L’Italia, non ritenendo di aderire al progetto di Brevetto Unitario essenzialmente in considerazione del fatto che tale brevetto verrà rilasciato nelle sole lingue di lavoro dell’Ufficio Brevetti Europeo (francese, inglese e tedesco) ha opposto alla Corte di Giustizia Ue la cooperazione rafforzata
    in questa materia. Pur potendo condividere la logica giuridica sottesa all’attuale ricorso, non può non riflettersi che anche nella non peregrina ipotesi di riconoscimento delle ragioni italiane nelle competenti sedi, il nostro Paese avrebbe la responsabilità di chi nei fatti ha bloccato il Sistema del Brevetto Europeo Unitario. In tale scenario non sarebbe più opportuno riflettere oggi su un nostro potenziale rientro nel sistema del Brevetto Unitario e nell’ambito di tale trattativa prospettare la questione della sede di Milano riaprendo i termini di una candidatura attualmente scaduti? L’Italia ha una tradizione giuridica consolidata in materia di proprietà industriale ma il nostro Paese, a differenza di altri, non ospita alcuna istituzione di rilievo nel settore della proprietà industriale. La sede italiana più opportuna sarebbe certamente Milano, capitale dell’innovazione, con una grande Sezione specializzata di Proprietà intellettuale e facilmente raggiungibile da ogni parte dell’Europa, dotata di infrastrutture moderne e destinate ad essere ulteriormente perfezionate in seguito alla manifestazione Expo 2015. II semestre della presidenza Ue danese sta per scadere e forse c’è da auspicare che l’antagonismo delle tre Sedi attualmente in gioco (Londra, Parigi e Monaco) finisca in un nulla di fatto di cui potrebbe giovarsi l’Italia. Certo trattasi di scelta politica prima che giuridica ma solo in tal modo la candidatura di Milano potrebbe essere validamente proposta e solo in tal modo avrebbe il sapore di candidatura Salva- Italia.
    Daniela Mainini Presidente Centro studi Grande Milano
    (Dal Corriere della Sera, 12/6/2012).

  • Tribunale del brevetto europeo: Milano bocciata ma rilancia

    L’Italia insiste sulla candidatura di Milano a sede del Tribunale del brevetto europeo e tenta di sciogliere il nodo sul trilinguismo, che penalizza le Pmi italiane

    di Barbara Weisz

    Anche se bocciata come sede del Tribunale del brevetto europeo – la proposta non è stata presentata entro il termine del 5 dicembre 2011, e le uniche cinque candidate della lista ufficiale restano Berlino, Monaco, L’Aia, Londra e Parigi – l’Italia non si arrende e rilancia la candidatura di Milano.
    Enzo Moavero, ministro delle Politiche Comunitarie, aveva chiesto la riapertura dei termini ricevendo però risposta negativa, anche se – secondo la ricostruzione di EurActiv.it– l’Italia avrebbe risposto con una nuova missiva a cui non è ancora giunta risposta, confermando al Consiglio per la Competitività di Bruxelles la disponibilità di Milano a ospitare la sede della Corte dei brevetti.
    I giochi sono dunque ancora aperti? Sta di fatto che il negoziato sul brevetto europeo proseguirà fino giugno, e quindi la partita potrebbe non essere chiusa.
    In realtà sono due i capitoli caldi che riguardano l’Italia in materia di brevetti (e quindi di innovazione, volano strategico per la crescita delle Pmi): la candidatura milanese e la questione del trilinguismo.
    Il trilinguismo dei brevetti, che secondo il testo approvato nel marzo dell’anno scorso al Parlamento di Strasburgo (contro il quale è rivolto il ricorso italiano) prevede che il brevetto unico europeo sia valido solo in tre lingue, francese, tedesco e inglese (una penalizzazione dunque per le aziende italiane, comprese le Pmi).
    Moavero ritiene che la Corte di Giustiziasi pronunci sull’utilizzo della formula della cooperazione rafforzata, che ha di fatto escluso l’Italia dalle lingue di default per il brevetto europeo ( la formula prevista dai Trattati di Lisbona consente di aggirare l’unanimità): le contrarie Italia e Spagna avevano proposto due alternative: la sola lingua inglese, oppure l’inserimento anche dell’italiano e dello spagnolo.
    Ma, spiega ora Moavero, la posizione dell’Italia sulla cooperazione rafforzata non impedisce di candidare una città italiana come sede della Corte. E ieri, 20 febbraio, il ministro ha rilanciato la candidatura del capoluogo lombardo.
    Per il sindaco di Milano Giuliano Pisapia la candidatura di Milano testimonia il «ruolo fondamentale che riveste il capoluogo lombardo in tema di diritto industriale»; di una sede milanese del Tribunale dei brevetti beneficerebbe «non solo Milano, ma l’intero sistema industriale italiano» aggiungendo: «durante il recente incontro che ho avuto con il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ho potuto segnalare l’esperienza di Milano in questo campo e come ciò potrebbe offrire un prezioso contributo in ambito europeo e internazionale».
    (Da http://www.pmi.it, 21/2/ 2012).
    (Fonte: EurActiv.it).

  • BREVETTI IN INGLESE, FRANCESE, TEDESCO PERCHÉ L’EUROPA BOCCIA ITALIA E SPAGNA

    di Stefano Righi

    Il destino sembra segnato, l’Unione europea ha dato il via libera ai regolamenti che mettono in atto il nuovo sistema dei brevetti. Saranno scritti in tre lingue: inglese, francese e tedesco, dimenticate spagnolo e italiano. Un colpo basso all’orgoglio nazionale? Di più, secondo natia Polidori, sottosegretario allo Sviluppo economico, «è davvero surreale che un Paese come l’Italia, tra i primi fondatori della Comunità Europea, sia esclusa dal voto del Consiglio dei ministri che si esprime su un argomento, quello brevettuale, fondamentale per il nostro sistema produttivo». Immediato il ricorso alla Corte europea di Giustizia: secondo Polidori, sono 5 milioni le piccole e medie imprese italiane che verrebbero discriminate da questa decisione.
    Roma e Madrid si oppongono fermamente al trilinguismo. Però il provvedimento è stato approvato in forza del principio della «cooperazione rafforzata», 25 voti favorevoli su 27. Ma davvero pmi italiane e spagnole verranno limitate nel loro sviluppo da questo provvedimento? Siamo davanti a un tappo normativo alla già difficile crescita economica? O è soltanto una manovra di natura politica?
    Giuseppe Sena, professore emerito all’Università Statale di Milano, una delle voci più autorevoli nel mondo del diritto industriale, la pensa diversamente: «Ma quale trilinguismo? I brevetti dovrebbero essere scritti tutti in inglese. La lingua unica presenterebbe notevoli vantaggi e anche un risparmio di tempi e di costi. Per materie tecniche come quelle brevettabili l’inglese è già la lingua dominante, sono in inglese la maggior parte dei brevetti mondiali, tutti gli statunitensi, i canadesi. Quelli cinesi
    e giapponesi sono tradotti in inglese. Basterebbe, farsi guidare dal buonsenso».
    Già adesso, prima del via libera dell’Unione europea, l’Ufficio europeo dei brevetti, sede a Monaco di Baviera, si basa sul trilinguismo. Certo, in quel caso si tratta di una convenzione tra Stati. Diversa la valenza che avrà il brevetto comunitario.
    Ma più che su base industriale, la differenza sarà squisitamente politica.
    (Dal Corriere della Sera, 29/6/2011).

  • Regole. L’Italia ricorre alta Corte di Giustizia europea per contestare l’utilizzo di tre sole lingue: inglese, francese e tedesco

    Stop dell’Italia brevetto Ue

    di Rita Fatiguso

    Brevetto europeo: Roma e Madrid non mollano la presa. Mentre la Commissione europea, con il sostegno di 25 su 27 Stati membri, dopo anni di diatribe ha messo il dossier su un binario preferenziale, Italia e Spagna non rinunciano ad opporsi e portano Bruxelles in Tribunale.
    Ieri l’Italia ha depositato il ricorso davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea sul progetto di brevetto europeo basato sul trilinguismo con la motivazione che si tratterebbe di un indebito vantaggio per le imprese francesi e tedesche.
    Al centro della controffensiva c’è la decisione del Consiglio europeo del 10 marzo 2011, che ha autorizzato l’istituzione di una cooperazione rafforzata tra 25 dei 27 Paesi membri, dalla quale Italia e Spagna hanno deciso di rimanerne fuori, per avviare comunque il brevetto europeo.
    Per la Farnesina l’obiettivo è quello di «agire a difesa dei valori e degli obiettivi dell’Unione europea contro il tentativo di definire una gerarchia di poteri e di valori in violazione dei principi dì pari dignità e di rispetto delle diversità linguistiche e culturali degli Stati membri».
    «L`Italia- si precisa in una nota – contesta la creazione di un precedente negativo nel processo d’integrazione europea: le cooperazioni rafforzate non sono infatti state immaginate come strumento divisivo, sostanzialmente teso a vanificare le norme dei Trattati che richiedono l`unanimità, ma per consentire a gruppi di Stati di avviare sviluppi del processo di integrazione europea, cui altri Stati non sono interessati.
    La cooperazione rafforzata nel settore del brevetto è infine contraria allo spirito del mercato unico, perché suscettibile di creare divisioni e distorsioni all’interno di quest’ultimo, recando quindi pregiudizio alle nostre imprese».
    Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea e responsabile dell’industria, si è schierato con Bruxelles. «Condivido di più la posizione della Commissione rispetto a quella dell’Italia – ha detto due settimane fa – bisogna accelerare sulla questione del brevetto unico europeo, perché questo diminuirebbe i costi per le imprese».
    Ma Roma da mesi ha preso una posizione intransigente contro la scelta del trilinguismo» anche se diluito, in parte, prevedendo che le domande possano essere presentate nella propria lingua e tradotte, con rimborso delle spese, in una delle tre lingue ufficiali.
    Ma è il principio politico della «forzatura» sulla cooperazione rafforzata sponsorizzata dal commissario al mercato interno, Michel Barnier, ad essere messa in discussione.
    Catia Polidori, sottosegretario allo Sviluppo economico ha sottolineato che «il ricorso presentato dall’Italia alla Corte di Giustizia dell’Unione europea contro la decisione di istituire un brevetto europeo senza il coinvolgimento del nostro Paese e con un regime linguistico (inglese, tedesco, francese) che ci discrimina, conferma la volontà del Governo italiano di agire a difesa delle nostre imprese, soprattutto quelle piccole e medie, che non hanno le risorse finanziarie necessarie a tradurre i complessi testi tecnico-giuridici relativi agli stessi brevetti».
    «Siamo convinti – ha aggiunto Polidori – che la Corte europea riconoscerà la fondatezza delle nostre ragioni, consentendo così di avviare finalmente il lavoro per giungere ad un sistema di brevetto europeo veramente equilibrato».
    (Da Il Sole 24 Ore, 1/6/2011).

  • Brevetto europeo, Italia e Spagna ricorrono alla Corte Ue

    Saglia: «Lingue discriminate»

    Italia sull’Aventino, insieme alla Spagna, sul brevetto unico europeo. Il sottosegretario Saglia ha ufficializzato la decisione italiana di ricorrere alla Corte di giustizia europea contro la scelta. del Consiglio Ue di passare alla cooperazione rafforzata sul brevetto unico. Significa in pratica che il nuovo brevetto unico entrerà in vigore negli altri 25 Paesi che hanno votato a favore. Sarà scritto solo in francese, inglese e tedesco.
    Roma«ha sempre riconosciuto l’importanza di un brevetto unico europeo che favorisca l’innovazione e la competitività», ha spiegato Saglia. La scelta fatta in materia linguistica, però «viola i Trattati comunitari perché compie una discriminazione» in quanto la scrittura in sole tre lingue e non in tutte le lingue europee, sostiene l’Italia, finisce per favorire Francia e Germania, premiando alcune imprese a scapito di altre. Inoltre, ha osservato il Stefano Saglia sottosegretario, «per le decisioni sul regime linguistico occorre l’unanimità degli stati membri, come previsto dal Trattato». Da qui la decisione di ricorrere alla Corte.
    Di avviso opposto la presidenza di turno ungherese della Ue. «Oggi è un giorno storico per l’innovazione e il mercato interno»,ha commentato il ministro ungherese responsabile in materia Zoltan Csefalvay, sottolineando che «ora abbiamo tutte le condizioni necessarie e abbiamo colto l’opportunità per andare avanti verso un regime unitario per i brevetti». Italia e Spagna, se lo vorranno, potranno comunque aderire in seguito al brevetto unico.
    (Da Il Messaggero, 11/3/2011).

  • Alt alla Commissione

    Brevetti, bocciato il tribunale unico

    di Adriana Cerretelli

    La Corte di Giustizia europea ha bocciato, per incompatibilità con il diritto e le competenze delle istituzioni comunitarie, la proposta della Commissione per l’istituzione di un tribunale unico del brevetto Ue. La sentenza, dal valore vincolante, non travolge automaticamente la decisione di dar vita alla cooperazione rafforzata sul brevetto tra 25 dei 27 paesi dell’Unione (escluse Italia e Spagna, che non ci stanno) ma di sicuro le complica l’esistenza.
    Dopo aver accelerato oltre il ragionevole nel tentativo di blindare il trilinguismo – inglese, francese e tedesco – nel nuovo sistema senza nemmeno aspettare la pronuncia della Corte, come auspicava l’Italia, ora la Commissione Ue ne minimizza le conseguenze: «L’accordo sul Tribunale europeo del brevetto e la creazione del brevetto Ue sono due progetti distinti, non c’é ragione legale che impedisca agli Stati membri di autorizzare la cooperazione rafforzata» ha mandato a dire ieri il francese Michel Barnier, il commissario Ue competente, autore materiale del colpo di mano di ispirazione franco-tedesca, che consacra l’egemonia linguistica di tre paesi, non importa se al prezzo di aumentare i costi dell’euro-brevetto (rispetto all’uso del solo inglese), quando lo scopo era di ridurli.
    A questo punto però, in attesa che Bruxelles riscriva la proposta sulla giurisdizione
    unica per allinearla al diritto Ue e nonostante le pressioni di Barnier sembra improbabile
    che domani a Bruxelles i 27 ministri della Competitività decideranno di tirar dritto e
    subito sulla cooperazione rafforzata.
    Gli inglesi del resto, avevano fin dal principio condizionato la loro adesione a una sentenza positiva della Corte. È possibile che altri ora esprimano analoghe riserve.
    Il,governo italiano, fa sapere la Farnesina, «si riserva di adire la Corte contro la proposta
    di cooperazione rafforzata sul brevetto e ribadirà la sua ferma opposizione già al Consiglio di domani». Insieme alla Spagna. Affermando che il vero vantaggio del brevetto europeo per le imprese, ancora più che dalla semplificazione linguistica, deriva dalla giurisdizione unificata, l’Italia ribadisce che «la cooperazione rafforzata sul regime di traduzione del brevetto introduce una nuova e grave violazione del Trattato contemplando un discriminatorio sistema trilingue, lesivo della pari dignità di tutti gli idiomi ufficiali dell’Ue nonché degli interessi delle imprese italiane».
    (Da Il Sole 24 Ore, 9/3/2011).

  • Brevetto Ue/ Via libera Commissione a cooperazione rafforzata

    Chiesta da 12 paesi per aggirare opposizione Italia e Spagna

    La Commissione europea ha deciso, oggi a Strasburgo, il proprio via libera all’attivazione della procedura di ‘cooperazione rafforzata’ da parte di un gruppo di Stati membri che vogliono creare un sistema comune di protezione dei brevetti in Europa, ‘aggirando’ così l’opposizione di Italia e Spagna. La proposta di cooperazione rafforzata è stata avanzata per ora da 12 paesi (Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovenia, Svezia e Regno Unito) ma altri Stati membri potrebbero aggiungersi presto; solo Cipro, Repubblica ceca e Romania avevano espresso qualche perplessità durante l’ultimo dibattito in Consiglio Ue. Roma e Madrid sono contrarie al regime trilingue (francese, inglese, tedesco) che verrebbe applicato nel nuovo sistema brevettuale, giudicandolo penalizzante per l’italiano e lo spagnolo e per le piccole e medie imprese dei due paesi. Da registrare anche il voltafaccia dei polacchi, inizialmente d’accordo con italiani e spagnoli, e che ora si sono aggiunti ai sostenitori ‘ufficiali’ della cooperazione rafforzata. Secondo il Trattato Ue, la cooperazione rafforzata consente a nove o più paesi membri di portare avanti un’iniziativa in un dato settore se non è possibile che l’intera Unione raggiunga un accordo entro un termine ragionevole. Gli altri Stati membri possono decidere di aderire in qualsiasi momento. La procedura prevede ora un parere favorevole del Parlamento europeo e una decisione a maggioranza qualificata in Consiglio Ue per l’attivazione della cooperazione rafforzata.
    (Fonte Apcom, 14/12/2010).

  • Brevetto Ue, lo stop italo-spagnolo

    Italia e Spagna portano al massimo livello lo scontro con Germania e Francia, che intendono imporre nel brevetto europeo il trilinguismo (inglese, francese e tedesco) e forzare per la prima volta il principio dei Trattati che garantisce la parità tra gli idiomi ufficiali dei 27 Paesi membri. I premier Silvio Berlusconi e José Luis Zapatero hanno chiesto ufficialmente con una lettera di mettere la questione nell’agenda del vertice Ue della prossima settimana. Entrambi si dichiarano contrari alla proposta franco- tedesca di ricorrere alla cooperazione rafforzata (il brevetto sarebbe valido solo per i Paesi favorevoli). Berlusconi e Zapatero ricordano che la soluzione a due velocità dovrebbe restare «un meccanismo eccezionale» e non essere mai usata «per escludere degli Stati membri disposti a negoziare». Il brevetto europeo nasce per rendere meno costosa questa procedura. L’Italia aveva così proposto il ricorso solo all’inglese, rinunciando all’italiano. Ma Germania e Francia sostengono il trilinguismo perché garantirebbe un vantaggio competitivo alle loro imprese e, in prospettiva, ai loro «sistemi- Paese». Il commissario Ue per il Mercato interno, il francese Michel Barnier, incurante del possibile conflitto d’interessi, ha annunciat o che n e l C o n s i g l i o Competitività di domani Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Olanda, Slovenia e Svezia consentiranno di arrivare al numero minimo di nove Paesi necessari per la cooperazione rafforzata promossa da Berlino e Parigi. C’è però un dubbio giuridico su questo tipo di approvazione, se servisse a eludere il principio dei Trattati sull’uguaglianza tra le lingue dell’Ue. Berlusconi e Zapatero non intendono subire atti di arroganza e puntano a spiazzare la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy nel vertice a Bruxelles, dove avrebbero difficoltà a spiegare come il trilinguismo possa essere una scelta europeista e non solo un interesse nazionalistico di Germania e Francia. «Ciò che sta accadendo è inaccettabile, gravissimo, contrario ai principi del mercato unico europeo e irresponsabile», ha detto il ministro dimissionario per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, che nei mesi scorsi aveva organizzato la resistenza dei Paesi più europeisti e contrari all’imposizione nazionalistica di inglese, francese e tedesco nel brevetto Ue, ottenendo il pieno appoggio bipartisan del Parlamento, della Confindustria e dei sindacati.
    (Da News@Inter.it, 9/12/2010) .

  • IL «TRILINGUISMO» DEI BREVETTI CHE MINA LA COMPETITIVITA’ ITALIANA

    di Nicola Saldutti

    Dunque dovremo abolire la parola «brevetto». Se passerà l’accordo europeo si potranno infatti utilizzare soltanto inglese, francese e tedesco. Succede che le alchimie Ue possano portare a situazioni paradossali: sui mercati si difende l’euro (unico) e per le invenzioni Bruxelles non
    riesce a trovare un’intesa che garantisca (davvero) tutti. Mesi di colloqui. Poi la proposta
    italiana di scegliere l’inglese come unico lasciapassare per tutti, in modo da mettere
    le imprese dei Paesi comunitari esattamente nelle stesse condizioni. Come dire: tutti fanno un passo indietro sul loro vocabolario e tutti giocano sullo stesso piano. Invece no. La soluzione intorno alla quale si sta ragionando è quella del trilinguismo.
    A pensarci bene non è una questione puramente linguistica o di orgoglio nazionale (che pure può valere), ma di natura strettamente competitiva. Se si guardano i numeri, sono circa 68 mila i brevetti europei, di questi circa la metà vengono da Francia e Germania. Ma questa ragione, da sola, non può bastare per escludere le altre lingue. Cosi ieri è arrivata la protesta congiunta di Italia e Spagna. Per la prima volta, infatti, su questa vertenza si profila l’utilizzo della cosiddetta «cooperazione rafforzata» prevista dal trattato di Lisbona, Un sistema che consente di depotenziare il diritto di veto dei singoli Stati membri a patto che dieci Paesi siano d’accordo. Uno strumento chiave per consentire all’Europa di lavorare, ma che utilizzato in questo caso apre almeno un paio di questioni. Primo: l`Italia resta uno dei Paesi che produce il più alto numero di brevetti e questo resta uno dei parametri decisivi per la competitività. Secondo: decidere l’esclusione dell’inglese come lingua unica e l’adozione di altre due lingue nazionali apre un problema per il nostro tessuto produttivo.
    E senza dover immaginare un antitrust delle lingue è facile pensare che l’aggravio di costi per le imprese italiane si rivelerà superiore a quello degli altri concorrenti.
    Come dire: a parità di idea o di invenzione o di soluzione imprenditoriale, un francese
    o un tedesco avranno un vantaggio su tutti gli altri. Un vero attacco alla competitività italiana, mascherato dai numeri.
    Perché non solo diventerebbe più costoso brevettare per le imprese ma anche difendere
    i propri brevetti (o dovremmo dire solo patent o brevet) davanti ai tribunali.
    Magari l’Europa potrebbe pensare (per compensare lo svantaggio competitivo) a uno
    sgravio sulle traduzioni?
    (Dal Corriere della Sera, 9/12/2010).

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