+3906689791 scrivici@era.ong
Politica e lingue

Perché l’inglese batte il latino

Perché l’inglese batte il latino

di Sergio Romano – 12/7/2004

http://www.panorama.it/opinioni/archivio/articolo/ix1-A020001025708

È la lingua del commercio, del turismo, della tecnologia, della ricerca. Per libera scelta.

Penso che in Europa ci dovrebbe essere una lingua comune a tutti gli stati. Un’esigenza di sempre, ma che adesso bisognerebbe avere il coraggio di affrontare e risolvere. Lei ricorderà che la Finlandia, durante il semestre di presidenza, ebbe questo coraggio adottando il latino. Io penso che i nuovi arrivati sarebbero ben lieti di questa scelta, piuttosto che vedere schiacciata la propria identità con l’inglese e il francese. Nell’Est europeo il latino è ancora vivo e non pochi da quelle parti sono in grado di scriverlo e parlarlo correttamente: in particolare in Lettonia. Nessuna Europa potrà nascere col permanere e con l’accentuarsi dell’attuale babele linguistica: solo il latino è in grado di far sentire tutti appartenenti a una casa comune. Sì, il latino ci rende davvero europei: è un sentimento molto più diffuso di quanto non possa sembrare.

Associazione per il latino – Calpurnio Siculo, Siracusa

La Finlandia non adottò il latino per le sue comunicazioni ai membri dell’Unione e per le riunioni europee presiedute dai suoi ministri. Si limitò a farne un uso simbolico e scherzoso. Provi a immaginare una discussione alla Commissione di Bruxelles o un dibattito al Parlamento di Strasburgo. I partecipanti, nei loro interventi, sarebbero costretti a intercalare un altissimo numero di parole, soprattutto inglesi, per le quali non esiste un equivalente latino. So che don Antonio Bacci, cardinale dal 1960, pubblicò nel 1944 uno straordinario Lexicon eorum vocabolorum quae difficilius latine redduntur, più volte ampliato negli anni successivi. E so che esistono prelati in Vaticano capaci di tradurre in latino le encicliche papali e altri documenti della Santa sede. Ma anziché usare parole semplici, ormai di uso corrente (computer, aereo, missili, telefono cellulare, chip, televisione digitale, antenna parabolica), debbono ricorrere a lunghe perifrasi, arzigogolate e barocche.

La difesa del latino è una battaglia nobile e coraggiosa, ma io non vedo la babele linguistica di cui si parla nella sua lettera. Come il resto del mondo l’Europa, ormai, ha già un linguaggio comune. L’inglese è la lingua della comunicazione diplomatica, dell’intermediazione commerciale e finanziaria, del traffico aereo, del turismo, della tecnologia più innovativa, della ricerca scientifica. Sappiamo che l’egemonia dell’inglese conferisce un ingiusto vantaggio ai paesi nei quali è lingua madre. E sappiamo che il dominio dell’inglese nella comunicazione internazionale ha effetti negativi sulla vitalità e sulla diffusione delle grandi lingue nazionali. Ma la rivoluzione linguistica da lei auspicata mi sembra impossibile per due ragioni.

In primo luogo l’inglese, piaccia o no, ha unificato il mondo e assicura in tal modo uno scambio di informazioni e nozioni che non ha precedenti nella storia dell’umanità. In secondo luogo non è stato imposto dall’alto, per decreto. Il suo uso nel mondo non è dovuto soltanto alla fortuna dell’Impero britannico nell’Ottocento e all’emergere della potenza americana nel Novecento. È il risultato della scelta spontanea e ragionevole di parecchie centinaia di milioni di uomini, fortemente attratti dalla prospettiva di allargare, grazie alla conoscenza di una lingua veicolare, la gamma dei loro contatti e delle loro esperienze.

[addsig]

Lascia un commento

0:00
0:00