Perbenismo linguistico

Il sacrosanto diritto di dire ‘negro’

di Filippo Facci

Negro, negro, negro. E poi cieco, muto, sordo, spastico e mongoloide: sono tutti termini di lingua italiana che il celebre politically correct ha scacciato dal vivere quotidiano sulla base di sostanziali mode, ciò che rischia di far passare i nostri nonni o i nostri padri – non sempre aggiornatissimi – come dei razzisti o degli insensibili.
La resistenza a questa vulgata conformista è una delle ragioni per cui la frequentazione di un involuto redattore di Libero – gentaglia che mangia con le mani e si cura con le pozioni – è da preferire per tutta la vita a quella di chi confonde forma e sostanza oltretutto annoiando a morte: è quanto viene da dire dopo la decisione statunitense di eliminare la parola «negro» dal libro Huckleberry Finn di Mark Twain, notizia che ieri è già stata efficacemente commentata da Francesco Borgonovo. Il collega ricordava lo scandalo del «negro» che comparve l’anno scorso in un titolo del Giornale (il solito Feltri) e ipotizzava che presto la canzone di Edoardo Vianello verrà mutuata in «Siamo i watussi/gli altissimi afro-americani» e c’è poco da aggiungere: forse che in futuro la negromanzia verrà intesa come una tratta schiavista, o che le celebri carte Dal Negro saranno roba da Ku Klux Klan. Però forse, a ben pensarci, qualcosa da aggiungere c’è. Oggi in effetti è difficile spiegare a un ghanese che «negro» un tempo era una bella e ordinaria parola, ma che poi è scaduta ed è diventata nero (black) e che poi è diventata afroasiatico o afroamericano (sette sillabe) prima di acquietarsi sul demenziale extracomunitario o immigrato di colore, inteso quasi sempre come color marrone. La questione, manco a dirlo, è politica. La parolanegro nelle diverse regioni italiane è tantopiù usata quantomeno vi ha governato la sinistra: nel solito Nordest molti la usano normalmente, anche perché è presente a tutt’oggi nella maggioranza dei vocabolari, come detto: significa «Chi appartiene alle diverse razze del ceppo negride, originarie del continente africano».
Ma andiamo oltre. Luca Ricolfi, nel suo libro Perché siamo antipatici, fu anche troppo severo con la sinistra e le ascrisse anche espressioni che sono figlie perlopiù del burocratese e dell’ipocrisia borghese: in realtà non c’è da lagnarsi dei pruriti di chi dice estremità al posto di piede, o sacerdote al posto di prete, e neppure c’è da fare le pulci al giornalese che si reca nei posti anziché andarci, o ancora spegne al posto di morire.
Dire benestante anziché ricco, o di modeste condizioni sociali anziché povero, è questione più di pruriginosa educazione borghese che non di correttezza politica, così come nessuna persona normale dirà mai non vedenti per ciechi e non deambulanti per paralitici, o addirittura verticalmente svantaggiati per nani, espressione che a sinistra peraltro amano appiccicare indovinate a chi.Mentre non c’è dubbio, invece, che l’abrogazione del negro come della donna di servizio (colf) resti un indubbio primato della sinistra: un gergo che in compenso si è inimicato una maggioranza di italiani – ma questo la sinistra non lo sa – il quale continua a chiamare le cosesenza depurazioni, forte di un sensocomune che Silvio Berlusconi, che pure «negro» non lo direbbe mai, sa interpretare notoriamente benissimo.
La sostanziale soppressione del termine «guerra», invece, resta una formidabile vittoria della sinistra dalemiana: di volta in volta è divenuta missione di pace, intervento umanitario e operazione di polizia internazionale. Le discussioni su una cosiddetta resistenza irachena (altri l’hanno chiamata terrorismo) ne sono state la mera conseguenza.
Occorrerà vedere, per il futuro, a quale corrente liberal s’iscriverà la sinistra che verrà. C’è di tutto, per intanto, e gli Usa restano un lume. Nello Stato di New York c’è una commissione che edulcora ogni testo letterario (da Hemingway a Elie Wiesel) per non offendere le sensibilità giovanili: vecchio diventa anziano, grasso diventa sovrappeso, gay diventa omosessuale perché ecco, gay da quelle parti è già out da anni. In Italia non si è ancora capito che espressione si deve usare, per indicare gli omosessuali. Poi, sempre negli Usa, ci sono movimenti demenziali come quel «gender feminism» che vorrebbe abolire il suffisso man da ogni parola americana: persino woman (donna) diverrebbe womyn. Da immaginarsi i problemi con mankind (umanità) e chairman (presidente, direttore) e addirittura history (la Storia, perché his è aggettivo possessivo maschile). Il comitato dei saggi del Pd, in mancanza d’altri problemi, potrebbe finalmente occuparsene.
(Da Libero-news.it, 7/01/2011).

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