PER UNO SCIOPERO DEGLI ACRONIMI E DEI TEST NELLA SCUOLA

A scuola vanno di moda i test. Nel mondo vanno di moda i test. Personalmente li ritengo una modalità inadeguata e pericolosa di approccio alla realtà, specialmente dentro la scuola. Perché, obbligandoti a scegliere tra risposte predeterminate, i test spesso non ti consentono di dare la giusta risposta.

A scuola vanno di moda i test. Nel mondo vanno di moda i test. Personalmente li ritengo una modalità inadeguata e pericolosa di approccio alla realtà, specialmente dentro la scuola. Perché, obbligandoti a scegliere tra risposte predeterminate, i test spesso non ti consentono di dare la giusta risposta. Per la loro stessa natura i test non possono che chiudere il quadro delle possibili risposte a una serie predeterminata: essi ti inseriscono necessariamente dentro una visione limitata e predeterminata. Puoi riuscire a rispondere ad alcune domande, ma ci saranno sempre delle domande inadeguate alle tue vere risposte, che ti costringeranno a dare una risposta non vera. Non è un accidente: è la struttura stessa dei test, che, per questo, non sono mai in grado di dare una percezione attendibile della realtà, in quanto necessariamente la distorcono alla base. Faccio un esempio tranquillo: un test mi chiede, tra le altre cose, quale genere di letture sto facendo in questo periodo di quarantena, e mi mette a disposizione per la risposta un elenco in cui non è previsto nessuno dei generi che io sto leggendo (che sono letture spirituali, epica e saggistica); però, per fare il test, sono obbligato a rispondere, a barrare una delle risposte previste, rispetto alle quali l’unica alternativa possibile è barrare la dicitura “nessuno” (o “altro”, che sostanzialmente è lo stesso): quindi o indico uno dei generi elencati oppure indico “nessuno” (oppure “altro”), mentre io in realtà sto leggendo un genere specifico: perché se tu ti interessi a quel che io sto leggendo, e me lo chiedi, non mi dai la possibilità di risponderti?? perché devo scrivere “nessuno”? o un generico “altro”? mentre se leggevo uno dei generi da te indicato potevo rispondere nel dettaglio quale genere leggevo? Questo dettaglio che tu mi chiedi, ti interessa o no? Se ti interessa, perché non mi permetti di rispondere decentemente? Se non ti interessa, perché me lo chiedi? La risposta vera è che un test di per sè non può arrivare mai veramente a dare una visione reale delle cose, perché le riduce ad un minimo comune denominatore sostanzialmente statistico.
Nell’esempio fatto non sembra essere così importante, certo. Era infatti un esempio che ho definito tranquillo. Diventa però più grave quando attraverso i test ti valutano, come studente, come candidato ad un lavoro, come possibile insegnante, quando valutano le tue capacità cognitive, o le tue attitudini. Insomma, quando per qualsiasi motivo ti valutano sulla base di una premessa strutturalmente errata: il test.
Il test è una rappresentazione del nulla, perché spesso e volentieri le risposte che sono considerate come univocamente giuste, sono in realtà del tutto contestabili.
Ma nel test non è prevista la contestazione, non è possibile, in quanto non è previsto lo spazio per un confronto: quindi è un interrogare senza voler veramente ascoltare, e in questo si profila come un apparente non senso, un paradosso, una rappresentazione del nulla.
Il punto è che questo nulla, purtroppo, ha un peso specifico non indifferente.
Rimanendo nell’ambito scolastico, lo ha nei test invalsi, che hanno la pretesa di entrare nella valutazione di un esame che conclude il percorso di anni di uno studente; lo ha nei test pre-selettivi per accedere al concorso di insegnante nella scuola pubblica, test che ti selezionano sulla base, appunto, del nulla, prima ancora di iniziare a valutare le tue competenze.
Per esperienza, e cercando di non essere ipocriti, posso dire, senza tema di smentita, che i testi invalsi vengono sistematicamente maneggiati e taroccati dagli insegnanti, in tutte le scuole (ne ho cambiate molte): giustamente gli insegnanti non riescono ad accettare di vedere i voti finali di un ragazzo che hanno seguito da anni, stravolti dall’autorità vuota di uno stupido test.
Ma il taroccamento non è importante. Di fatto non è nemmeno importante che i test siano fatti in modo attendibile e corretto: essi valutano il nulla, quindi l’importante è solo valutare, ottenere dei numeri, su cui fare leva per dare forma a statistiche, e quindi a programmazioni e a finanziamenti, e non è così importante se questi numeri corrispondano a qualcosa di effettivo, di vero. Il nulla è il regno della menzogna in tutto il suo processo, dal test fino alla sua finalità ultima.
Io penso che la scuola dovrebbe insegnare ai ragazzi a costruire un mondo in cui i test siano solo dei giochini innocui.
Invece i test invalsi non solo stravolgono i risultati degli esami, ma hanno anche e soprattutto la pretesa di fornire indicazioni alle istituzioni nazionali per la valutazione del lavoro dei docenti.
Il problema è più vasto, evidentemente.
Il problema è che la pedagogia, e di conseguenza la didattica, sono in mano alla psicologia, una disciplina che persegue dei parametri scientifici e non umanistici, mentre la cultura, e quindi anche l’apprendimento della cultura, è una questione essenzialmente umanistica.
L’umanesimo è dialogo critico, è spiritualità, è apertura alla diversità, è polemica costruttiva: in sostanza l’umanesimo è un’articolazione della soggettività tra individui differenti, mentre le discipline scientifiche si ammantano della pretesa impossibile dell’oggettività, che è ancor più pericolosa quando si tratta di discipline che oggettivano la mente umana, ovvero la sede stessa della soggettività, e da pericoloso (come qualsiasi medicina lo è) diventa sicuramente venefico quando questo viene fatto a livello sistemico dentro la scuola, ed in particolare la scuola dell’obbligo.
Non sto dicendo che la psicologia come disciplina non possa aiutare l’essere umano: è evidente che tanti bravi psicologi aiutano, e anche salvano spesso, tante persone. Salvano vite.
Sto dicendo un’altra cosa: che la psicologia non può governare la didattica, non è il suo campo. La psicologia come assistenza, come sportello, come aiuto a chi è in difficoltà, sia la benvenuta nella scuola, ma come guida della didattica assolutamente NO: perché la cultura che si insegna nella scuola è innanzitutto umanesimo, soggettività, approccio alla diversità, si basa sulla storicità, e solo in subordine sulla scientificità. Questo è il retaggio della cultura italiana, che è umanistica e storicistica, anche quando sviluppa la scienza.
La didattica governata dalla psicologia è malsana, e ci fa capire perché la scuola attuale non sa più parlare italiano, e, ammantandosi di pretesa scientificità, usa un linguaggio pseudo scientifico composto da orrendi acronimi, neologismi e anglicismi, inventandone continuamente di nuovi che vengono imposti agli insegnanti dal Ministero, modificando costantemente e profondamente la didattica, in un’ansia continua di aggiornamento e di presunta modernizzazione.
Siamo da alcuni anni in presenza di una riforma sotterranea della scuola, non politica, ma tecnica, che si evidenzia proprio nell’uso improprio del linguaggio tecnico imposto, composto di parole nuove che vengono immesse nell’uso della didattica con una frequenza ed una costanza impressionante: sono tutte parole che non appartengono alla lingua italiana, sono anglicismi, neologismi astrusi, e, soprattutto, ACRONIMI: PTOF, DAD, EAS, BES, DSA, ecc. ecc.
Il messaggio di chi dirige la scuola è che l’Italiano non possa essere più una lingua adeguata a descrivere la realtà che si evolve, e vada continuamente rinnovato con termini che gli sono chiaramente estranei.
Ma, accettando questo assunto, implicitamente stiamo dando per buona l’inadeguatezza del nostro retaggio culturale umanistico, che è invece l’unico, secondo me, che in questo momento storico ci può salvare dalla disumanità verso cui sta andando il futuro.
Abbiamo bisogno di radici umanistiche su cui fondare la cultura del futuro, quella dei nostri ragazzi che diventeranno uomini a cui noi insegniamo nelle scuole.
Per questo sono convinto sia indispensabile rifiutare e boicottare i test, soprattutto gli invalsi, almeno nel ruolo importante che hanno in questo momento (mentre come gioco, come esperimento possono andare benissimo ed essere molto utili), per questo penso sia importante rifiutare e boicottare il linguaggio didattico proposto e rinnovato continuamente dal ministero, e praticato dalla didattica, con i suoi acronimi, i suoi neologismi e i suoi anglicismi, tutti termini che negano la bellezza della lingua italiana, termini brutti e volgari.
Sì… brutti e volgari. Anche perché inadeguati, in quanto complicano la percezione, rendono difficili da comprendere cose che in realtà sono semplici… mentre un bravo insegnante dovrebbe saper fare esattamente l’incontrario: semplificare concetti complessi.
Tre anni fa, una persona a me molto cara è stata assunta nella scuola e, su una apposita piattaforma internet, ha dovuto fare il corso per l’anno di formazione come insegnante: così, frequentandola, ho avuto l’occasione, un giorno, di leggermi tutti i testi e i test proposti dalla piattaforma in questione, gestita dall’Istituto per l’Invalsi e approvata dal Ministero per l’istruzione. BENE: ho trovato in quei testi e in quei test un numero inaccettabile di gravi errori di sintassi, ma proprio gravi, oltre ad un numero abnorme di acronimi ed anglicismi.
Chi governa e guida la scuola, chi redige i test e scrive le circolari ministeriali, è gente che non sa, o non vuole saper parlare più l’Italiano e, soprattutto, è gente che non vuole che si pensi in un certo modo, non vuole la cultura umanistica nella scuola, non vuole il senso critico e intersoggettivo della cultura. Io ritengo che noi insegnanti abbiamo il dovere di non sottostare a questa autorità fasulla, che sta costantemente riformando la scuola in modo sotterraneo, a partire dalle sempre nuove parole, volgari ed inadeguate, imposte a noi docenti.
Considerare la pedagogia e la didattica come una branca della psicologia è un errore gravissimo, e ci porta, per esempio, ad affrontare la disabilità come un disagio, una sorta di malattia.
LA DIVERSA ABILITA’ invece è propria dell’essere umano in quanto tale, di ogni essere umano, e la scuola, per costruire un mondo futuro migliore, dovrebbe lavorare sulla classe come un organismo interrelato in cui proprio la diversa abilità sia il cuore pulsante di tutta la didattica; allo stesso modo, la società dovrebbe mettere i più deboli e la diversità al centro del proprio progetto comune.
Invece la società si evolve verso un futuro di disumanità e merce totale, e si trascina la scuola con sè. (…o viceversa?)
Non a caso le classi che hanno ragazzi disabili gravi, che seguono in continuità un percorso comune con loro fin dalla scuola dell’infanzia e primaria, sono in genere classi sorprendentemente migliori, sono classi straordinarie.
Le classi in cui i docenti mettono i ragazzi problematici al centro del processo didattico, per esempio stimolando tutoraggi tra gli studenti più bravi e strutturati (nel rendimento e nella scolarizzazione) e quelli più fragili e portatori di disagio, sono classi che viaggiano alla grande nel percorso scolastico.
Per un insegnante, i ragazzi problematici, e ancor più i cosiddetti disabili, sono la chiave fondamentale per conquistare una classe e portarla ovunque nel percorso didattico.
Ma di tutto questo, nei test dell’INVALSI non potrà mai esserci alcuna traccia, solo una radicale negazione.
Infatti è noto (ma sembra che nessuno ne tragga le dovute conseguenze) che i test dell’INVALSI discriminano chiaramente i disabili.
I test non sono MAI fatti su misura dei disabili, perché non sono fatti su misura della diversa abilità di ognuno, della diversità di percezione del mondo che ognuno di noi ha, e che la scuola, invece di reprimere e forzare verso il conforme, dovrebbe valorizzare, insegnando a svilupparla in una dimensione condivisa di socialità, nel rispetto della classe comunità, che poi sarà la società comunità.
Vorrei tanto fare con i miei colleghi una riflessione su tutto questo.
O su quanto sia grave PER TUTTI NOI che i concorsi per le cattedre di insegnamento selezionino all’origine chi può accedere al concorso, ancor prima di valutarne la competenza, con test preselettivi in cui le risposte considerate giuste non lo sono per un dato oggettivo ma per una sorta di asservimento psicologico ad un modo conforme ed univoco di intendere e rispondere. Molte risposte esatte di questi test sono in realtà assolutamente contestabili ed opinabili, ma i test non prevedono la contestazione della domanda e quindi sono fatti apposta per imporre una visione di autorità, che non ha valore reale se non nella propria autorità, ed anzi, è spesso appiattimento della realtà su parametri di pretesa oggettività, e quindi disvalore culturale.
Il brutto è che chi può accedere al concorso per diventare insegnante viene selezionato in questo modo: si cerca di generare una classe docenti del futuro già imbrigliata in una rete di povertà intellettuale, che è la stessa dell’invalsi.
E non a caso, molti pensano che l’invalsi serva sopratutto per valutare il lavoro degli insegnanti su base nazionale.
Stanno costruendo, a partire dalla scuola, dalla nostra scuola, un mondo impoverito, meccanico, triste, vuoto, cupo e violento, e solo LA NOSTRA TRADIZIONE UMANISTICA, A PARTIRE PROPRIO DALLA SCUOLA DELL’OBBLIGO, CI PUO’ SALVARE, perché l’umanesimo è attenzione e cura della bellezza, è scelta e distinzione, è confronto, è valore contro relativismo, è soggettività responsabile e critica contro pretesa impossibile di oggettività, una pretesa che è invece l’anticamera per il relativismo dei valori, ovvero per una società senza più valori spirituali condivisi e praticati collettivamente, una società senza dibattito, senza anima, senza scontro culturale e dialettico, una società senza ideali e senza fede.
PER QUESTO PROPONGO A TUTTI I DOCENTI CON UNA COSCIENZA DI BOICOTTARE I TEST E GLI ACRONIMI DENTRO LA SCUOLA.
Ricominciamo a praticare noi docenti la bellezza della lingua italiana per poterla poi insegnare, per costruire una scuola umanistica e sottrarci al vuoto della didattica ministeriale, e dei suoi continui, orrendi aggiornamenti. Restituiamo invece la crescita della didattica all’esperienza della relazione umana intersoggettiva, del dialogo, anche critico, degli sguardi, del confronto, dei sorrisi.

Daniele Mutino | FB | 21.04.2020

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