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Per il 2026 Anno della Pace paneuropea: da Nuuk a Vladivostok con il cuore nel Mediterraneo

Padre Alex Zanotelli

Per il 2026 Anno della Pace paneuropea
Da Nuuk a Vladivostok con il cuore nel Mediterraneo

Lettera aperta a Padre Alex Zanotelli

Padre Alex,
il Suo Appello «Per la pace nel cuore d’Europa» e le parole pronunciate nell’intervista sulla guerra e sul riarmo non sono un’opinione tra le altre, ma sono da considerare una chiamata.
Una chiamata che mette in crisi il nostro modo di parlare di pace, perché mostra quanto essa sia sottratta ai popoli e consegnata ai potenti, sempre più spesso coincidenti con i ricchi e i ricchissimi, mentre Lei ci ricorda da anni che solo dal basso, dagli ultimi, può venire salvezza per l’umano.
Una chiamata, quindi, a ripensare non solo i modi, ma le prospettive stesse della pace.
Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui l’Europa sceglie se continuare a resistere alla propria dissoluzione o cominciare a ri-esistere come soggetto di pace.

RESISTENZA E RIESISTENZA: UNA DIFFERENZA DECISIVA
Lei ha spesso parlato di resistenza, e a ragione: resistere alla guerra, all’ingiustizia, alla violenza strutturale è un dovere evangelico. Ma oggi mi pare che Lei ci chiami a fare un passo ulteriore.
La resistenza si oppone a ciò che distrugge. La riEsistenza, invece, genera ciò che manca. La prima dice dei no necessari; la seconda costruisce dei sì storici.
Quando la pace è sottratta ai popoli, non finisce solo nelle mani dei potenti, ma di élite economiche sempre più ristrette, ricche e ricchissime, che non pagano il prezzo delle guerre che decidono.
Senza riEsistenza, la resistenza rischia di restare testimonianza morale; con la riEsistenza, la pace può diventare progetto incarnato.

LA PACE PANEUROPEA COME INCARNAZIONE DELLA RIESISTENZA EUROPEA
Se oggi parliamo di riEsistenza europea, essa non può restare un concetto astratto. La riEsistenza chiede di incarnarsi nella storia, nella politica e nello spirito. E questa incarnazione ha un nome preciso: Pace paneuropea.
Una pace che non sia semplice cessazione delle ostilità, ma costruzione di una casa comune europea, da Nuuk in Groenlandia a Vladivostok, con il Mediterraneo come cuore umano, storico e spirituale. Un’Europa che torni ad esistere come soggetto e non come spazio conteso.

STA ACCADENDO QUALCOSA DI INEDITO
Mentre si parla di pace, si accetta come normale che una potenza extra-europea, gli Stati Uniti, decida confini, alleanze, perfino territori del continente.
La pretesa americana sulla Groenlandia non è un dettaglio: è un segnale. Ma non è l’unico.
Accanto alla proiezione militare e geopolitica, esiste una penetrazione più silenziosa e profonda: l’uso finanziario e capitalistico delle sette evangeliche come strumenti di destabilizzazione culturale e religiosa di interi Paesi.
Il caso del Brasile è emblematico: un Paese storicamente cattolico è stato progressivamente attraversato e trasformato da un evangelismo di matrice statunitense, strettamente intrecciato con interessi economici, politici e mediatici. Anche qui non siamo davanti a un fenomeno religioso spontaneo, ma a una forma di colonizzazione delle coscienze.
Non siamo quindi solo di fronte alla guerra. Siamo di fronte al rischio della fine dell’Europa come soggetto storico, attraverso una conquista che è insieme militare, economica, culturale, spirituale e psicologica.

GUERRA PSICOLOGICA: DOMINIO E CONQUISTA DELLE MENTI
Sta accadendo qualcosa che raramente viene messo a fuoco con chiarezza.
Mentre gli Stati Uniti dichiarano di voler favorire la pace tra Ucraina e Russia e di proporsi come mediatori del conflitto, continuano a imporre ai Paesi europei della NATO l’acquisto pressoché obbligato di armamenti americani, rivendicano apertamente territori europei come la Groenlandia e, per bocca dello stesso Presidente Trump, definiscono senza mezzi termini l’Unione Europea come un progetto nato per “fregare” gli Stati Uniti.
Parallelamente, è la Gran Bretagna – uscita dall’Unione Europea per propria scelta e promotrice del progetto di Global Britain – a sostenere con maggiore determinazione una linea di confronto militare dell’Europa contro la Russia. Un paradosso evidente, se si considera che la stessa Gran Bretagna, oltre ad occupare ancora terre spagnole, ha manifestato negli ultimi anni una profonda ostilità verso l’Unione Europea, fino a concepire il proprio futuro in aperta alternativa al continente.
Questi elementi non sono casuali. Essi rimandano a una realtà storica ben documentata: nel corso della sua storia moderna, il Regno Unito ha invaso, esercitato un controllo diretto o combattuto conflitti nei territori di circa il 90% degli Stati membri delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti d’America, pur in una storia molto più breve, hanno a loro volta invaso, combattuto conflitti o esercitato forme di controllo diretto o indiretto in quasi il 99% dei Paesi del mondo.
È dunque a questi due Paesi – quelli che più di ogni altro hanno fatto della guerra, dell’invasione e del dominio strumenti sistematici di politica estera – che l’Europa affida oggi la propria lingua politica, militare e istituzionale.
Non si tratta di un dettaglio culturale.
La lingua è uno strumento di potere: il più pervasivo in assoluto, potenzialmente genocidiario, perché disarma i corpi prima ancora di colpirli e colonizza le menti fino a renderle incapaci di resistenza. E questo possiamo già constatarlo nelle giovani generazioni, cresciute sotto l’obbligatorietà dell’inglese fin dall’infanzia, spesso fin dalle scuole elementari se non prima, con effetti evidenti sulla capacità di pensiero critico e sul radicamento culturale.
L’inglese non è soltanto la lingua ufficiale e operativa della NATO; è diventato di fatto la lingua unica del discorso politico europeo, nonostante non sia lingua madre di alcun grande popolo dell’Unione. Dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE, l’uso esclusivo dell’inglese nelle istituzioni europee si configura come un fatto giuridicamente discutibile, democraticamente discriminatorio e culturalmente devastante.
Quando capi di Stato e di governo europei si riuniscono, parlano tra loro nella lingua dei due Paesi che più di ogni altro hanno storicamente invaso il mondo. In questo modo, insieme alla lingua, si interiorizza una forma mentis: una visione del mondo fondata sulla competizione permanente, sul dominio, sulla guerra preventiva, sulla subordinazione del politico all’economico e del bene comune agli interessi dei più forti.
A questo dominio linguistico si affianca un dispositivo altrettanto pervasivo: quello mediatico.
Anche quando non è la lingua inglese a imporsi direttamente, è comunque lo stile di vita, l’immaginario, le istituzioni e i modelli anglo-americani a essere costantemente esaltati e normalizzati dai nostri media, fino a diventare l’orizzonte implicito del desiderabile e del possibile.
Non si tratta di un processo spontaneo, né neutrale. È una forma di pedagogia coercitiva che agisce per ripetizione, saturazione e assuefazione: un vero e proprio lavaggio delle coscienze, tanto più efficace quanto meno viene percepito come tale.
Nel 2014 ho condotto una ricerca che ha monitorato per un intero anno la programmazione in prima serata delle televisioni pubbliche e delle principali reti private italiane. I dati mostrano con chiarezza questa colonizzazione dell’immaginario, l’occupazione anglosassone dell’inconscio collettivo: circa il 70% dei film e delle serie trasmesse provenivano dagli Stati Uniti/Anglosfera, il 12% provenivano da altri Paesi del mondo e solo il 18% erano produzioni italiane.
Avevano fatto “saltare” il comparto creativo ed artistico del Paese.

A partire dal 2014–2015 questo processo ha conosciuto un salto di qualità ulteriore. Non si tratta più soltanto della prevalenza di prodotti anglo-americani nei palinsesti televisivi nazionali, ma dell’ingresso diretto e strutturale di intere reti e piattaforme statunitensi nello spazio culturale italiano ed europeo. Con l’avvio delle grandi piattaforme globali di streaming, operative ufficialmente in Italia dalla fine del 2015, la colonizzazione dell’immaginario è divenuta continua, personalizzata, quotidiana: non più limitata alla prima serata, ma estesa a ogni ora del giorno, a ogni fascia d’età, a ogni dispositivo.

In questo modo, lo sradicamento culturale non avviene più per imposizione episodica, ma per immersione totale. L’immaginario collettivo viene progressivamente modellato su narrazioni, valori, conflitti e soluzioni che riflettono la visione del mondo delle potenze dominanti, fino a rendere estranea la propria storia e marginale la propria lingua.
Tale processo non produce soltanto omologazione culturale. Produce qualcosa di più grave: la distruzione progressiva delle difese immunitarie culturali dei popoli.
Così come un organismo privato delle proprie difese diventa vulnerabile a ogni aggressione, allo stesso modo una comunità privata della propria lingua, del proprio immaginario, dei propri riferimenti simbolici e narrativi perde la capacità di riconoscere ciò che la minaccia e ciò che la protegge.
Quando le difese immunitarie culturali vengono erose, la violenza non ha più bisogno di imporsi con la forza: viene accettata come normale, inevitabile, perfino necessaria. La guerra, prima ancora di colpire i corpi, trova così menti già disarmate.

Già nel 1909, Gandhi aveva compreso con lucidità il ruolo distruttivo della lingua del colonizzatore, scrivendo che insegnare l’inglese a milioni di persone equivale a renderle schiave, perché attraverso la lingua si colonizzano le menti prima ancora dei territori. E nel 1943, Winston Churchill dichiarava apertamente che “gli imperi del futuro saranno gli imperi della mente”, fondati sul dominio linguistico più che sull’occupazione militare.
Quando un popolo non si riconosce più nelle storie che racconta a se stesso, perde molto più di uno strumento di comunicazione: perde la capacità di pensarsi, di immaginare alternative, di esistere come soggetto storico. La conquista delle menti precede e rende possibile la conquista dei territori.

 E qui si apre una domanda decisiva.

Se il dominio passa oggi anche attraverso la lingua, i media e la colonizzazione dell’immaginario, allora la pace non può limitarsi alla denuncia di questi meccanismi. La riEsistenza europea chiede di tradursi in una forma storica e politica capace di sottrarre i popoli a questa subordinazione permanente. Senza un’architettura politica nuova, anche la liberazione culturale resta incompiuta.

IL PARADOSSO DELLA PACE DALL’ALTO
Quando le difese culturali dei popoli vengono così erose, anche la pace rischia di essere sottratta alla loro responsabilità.
Viviamo così un paradosso drammatico del nostro tempo: mentre i popoli vengono progressivamente espropriati della loro voce, la pace viene evocata e negoziata come merce di potere dall’alto.

LA PACE COME ARCHITETTURA POLITICA: LA FEDERAZIONE PANEUROPEA
La pace, se vuole sottrarsi alla logica del potere, non può restare senza forma.
Dopo decenni di integrazione incompiuta e di subordinazione geopolitica, l’Europa si trova oggi davanti a una scelta storica: continuare a essere uno spazio conteso, sia esternamente che internamente, oppure esistere come soggetto politico.

Per questo, la prospettiva di una Federazione paneuropea, capace di includere l’intero spazio europeo da Nuuk a Vladivostok, con il Mediterraneo come suo cuore umano, storico e spirituale, non appare come un’utopia astratta, ma come l’unico orizzonte realistico per uscire definitivamente dalla logica dei blocchi e della guerra permanente.
In tale quadro, la Russia non può essere pensata come un eterno esterno o nemico dell’Europa, ma come parte integrante della sua storia e del suo destino. La pace in Europa non può essere costruita contro la Russia, ma solo con la Russia.
Non è un caso che Unione europea e Federazione russa abbiano sottoscritto nel 1997 l’Accordo di Partenariato e di Cooperazione. Dare continuità a quello spirito significherebbe riconoscere che, se Russia e Ucraina fossero parte di una stessa casa federale europea, le controversie territoriali non sarebbero più pretesti di guerra, ma questioni interne da affrontare politicamente. Oggi, invece, l’Ucraina vive il dramma di circa 100mila amputati.
Una pace paneuropea avrebbe anche effetti concreti e immediati, oggi spesso rimossi dal dibattito pubblico.
L’inclusione della Russia in una casa europea riconciliata aprirebbe automaticamente un ponte con il mondo dei BRICS, che rappresenta ormai la maggioranza dell’umanità.
In quel contesto, l’Europa potrebbe portare un’esperienza unica: quella dell’euro come moneta non nazionale, nata per sottrarre i popoli alla guerra delle valute.
Non per sostituire un dominio con un altro, ma per contribuire a un ordine mondiale meno fondato sul dollaro, sulla finanza di guerra e sull’imposizione dei più forti.
Una pace paneuropea renderebbe evidente anche un’altra verità rimossa: l’inutilità di alleanze militari costruite sulla logica del nemico permanente.
In un’Europa riconciliata da Nuuk a Vladivostok, la NATO perderebbe la sua stessa ragion d’essere, e con essa l’assurdità di spese militari crescenti imposte ai popoli.
Chiedere agli Stati europei di destinare fino al 5% del PIL alla guerra significa sottrarre risorse alla vita: alla scuola, alla sanità, al lavoro, alla cura del creato.
Non è solo una scelta politica discutibile: è una ferita morale inferta ai poveri, agli ultimi, alle generazioni future.

NONVIOLENZA VISSUTA E COSTO DELLA COERENZA
Queste riflessioni nascono anche da una lunga esperienza di pratica nonviolenta, vissuta non come testimonianza simbolica ma come assunzione personale di responsabilità.
Ho sperimentato come il non-allineamento su temi di guerra comporti un prezzo personale, anche quando viene praticato in contesti che si proclamano liberi.
È questa esperienza che mi ha ancora di più convinto, avendo avuto anche esperienze al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che la pace non può essere delegata alle istituzioni, ma deve nascere dal basso, dalle coscienze.

RIARMO, FINANZA E PECCATO STRUTTURALE
Lei denuncia con parole durissime — e giuste — il piano europeo da centinaia di miliardi per il riarmo, l’obbedienza dell’Italia, l’aumento della spesa militare, la complicità delle banche e l’assenza di una parola chiara dei Vescovi. Qui la Sua voce è autenticamente profetica.
Ma forse va detta fino in fondo una verità scomoda: non basta togliere i soldi dalle banche delle armi, se il modello politico che continuiamo a finanziare resta lo stesso.
Già prima della guerra, un organismo ufficiale dell’Unione europea, la sua Corte dei Conti, aveva certificato che il sostegno finanziario all’Ucraina non stava smantellando le strutture di grande corruzione e di cattura dello Stato.
Questo non giustifica la guerra — mai — ma smaschera l’illusione che il denaro e le armi possano produrre pace. Qui siamo davanti a un peccato strutturale, non solo a scelte politiche sbagliate.

UNA PACE PANEUROPEA COME COMPITO CRISTIANO
Questa convinzione non nasce solo da una riflessione teorica. Nel luglio 2015, all’indomani della pubblicazione della Laudato si’, ho avuto occasione di un lungo confronto presso le Nazioni Unite sul significato profondo di quell’Enciclica come chiamata a una conversione strutturale dei modelli economici e bellici.
Lei ha ricordato più volte che il messaggio di Gesù pone la pace al centro della Buona Novella. In questo senso, una pace paneuropea non è solo un progetto politico, ma un compito cristiano nel tempo presente.
La Sua proposta di celebrare il Natale insieme alle Chiese orientali nel mese di gennaio è un gesto profondamente profetico: ricomporre ciò che la storia ha diviso, anticipare nella liturgia ciò che dovrebbe incarnarsi nella storia.

BENI COMUNI: ACQUA E PACE
Come Lei sta facendo a Napoli con l’acqua, difesa come bene comune contro la sua riduzione a merce e a Spa, così credo che anche la pace oggi chieda di essere restituita ai popoli come bene comune, attraverso un cammino che parta dal discernimento e trovi poi nel territorio il suo luogo naturale di incarnazione.

PACE PACIFERA, NON SOLO PACIFISTA
Pacifista è chi sostiene la pace. Pacifero è chi la crea, la porta, la rende possibile nella storia.

UNA PAROLA CHE CHIEDE DI INCARNARSI
Lei conclude la Sua intervista ricordando che la salvezza non viene dall’alto, ma dal basso: mettendoci insieme, riempiendo le piazze, mettendo in crisi i governi. Condivido profondamente questa convinzione.
Proprio per questo Le scrivo: perché sento che questa prospettiva di pace paneuropea non può restare solo sulla carta né confinata a un confronto teorico. Essa chiede di incarnarsi, di diventare responsabilità storica condivisa.
In questo spirito, Le chiedo, con rispetto e fraternità, la disponibilità a un incontro personale, anche semplice e informale, per poter condividere in modo più pieno questa prospettiva come orizzonte di pace concreto, alternativo al riarmo e alla guerra permanente.

NAPOLI COME LUOGO DI PROFEZIA
Napoli non è una città qualunque.
È frontiera del Mediterraneo, città ferita e accogliente, crocevia di Sud e Nord, di Oriente e Occidente. È una città che conosce la violenza strutturale, le mafie, l’abbandono, ma anche la resistenza quotidiana dei poveri e la forza dei legami comunitari.
Per questo Le propongo — se Lei lo ritenesse possibile — di avviare proprio a Napoli uno o più momenti, pubblici e/o riservati, di riflessione e confronto su questa prospettiva di pace paneuropea, insieme a quel tessuto di comunità, movimenti, parrocchie, associazioni e realtà civili che Lei da anni accompagna e anima.
Un atto di responsabilità storica dal basso, radicato nei territori e nelle comunità.

DALLA TESTIMONIANZA ALLA DIREZIONE
Padre Alex, la Sua voce ha ancora un’autorevolezza morale capace di rompere il silenzio, soprattutto tra i cristiani. Molti attendono non solo una denuncia, ma una direzione.
Non una risposta già data o precostituita, ma un cammino da discernere insieme, capace di orientare chi rifiuta la guerra verso una visione di pace pacifera.
Se la pace deve nascere dal basso, allora ha bisogno di luoghi reali in cui prendere forma e di parole capaci di orientare un cammino comune. Napoli potrebbe essere uno di questi luoghi.
Le affido queste parole con rispetto e senza pretese, come si affida una domanda a un fratello maggiore nella fede.
Con stima profonda e sincero spirito evangelico,

Kadmo Giorgio Pagano

Segretario dell’ERA – era.ong
Associazione nonviolenta e gandhiana nata il 25 aprile 1987

 

 

 

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