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NUOVI VOCABOLI

Dal «paninaro» di ieri al «kebabbaro» di oggi Il morso della Treccani

di Luca Mastrantonio

Poiché l’uomo è ciò che mangia, le scelte di gusto vincono naturalmente su pregiudizi etnici e ideologie alimentari. Così il «kebabbaro» è stato accolto nel Vocabolario online dell’Istituto della Enciclopedia Italiana (www.treccani.it). La parola deriva dal sostantivo maschile «kebab» (dall’arabo «kabab», «carne arrostita») con l’aggiunta del suffisso -aro (assai usato a Roma). Il lemma indica il venditore di «kebab» (che è stato inserito anche nel paniere dell’Istat). Cibo popolare presso varie tribù di italiani e stranieri: dai nottambuli che, per tamponare la fame, sono attirati dalle insegne al neon del «kebabbaro» come falene, a chi semplicemente vuole mangiare qualcosa che sazi, spendendo poco, durante il giorno. L’adozione linguistica è una sconfitta per tutto il fronte anti-kebab che, in questi anni, si è allargato: dagli arcitaliani rural chic di Slow food alla destra sociale, passando per i leghisti che, ovviamente, osteggiano l’«hamburger turco» – ben visto, invece, dalla sinistra più pop. La Treccani segnala come prima «attestazione della parola» un articolo di «Liberazione» del 2 marzo 2006, da Sassuolo. Ma il termine fu usato prima, in un servizio di «ViviMilano» del 15 ottobre 2003. Non a caso, la città dei «paninari».
(Dal Corriere della Sera, 4/6/2012).

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