IL CONVEGNO PUGLISI (UNESCO): METTERE IN CONTATTO LE CULTURE
Lingua madre e «adottiva» comunicare per capirsi
di Carlotta De Leo
Nuovi italiani, nuovo italiano. Gli immigrati e, soprattutto le seconde generazioni, arricchiscono la nostra lingua di suoni, accenti speziati e immagini lontane. Basta leggere le pagine dei romanzi scritti in italiano dall’algerino Amara Lakhous, dalla somala Igiaba Scego e dalla brasiliana Claudiléia Lemes Dias per rendersi conto di quanto sia fruttuosa questa contaminazione: una sintesi linguistica che apre la strada alla conoscenza reciproca. Il rapporto tra la lingua madre e quella adottiva (l’italiano) è stato al centro del convegno organizzato dall’Unesco in occasione della Giornata della Lingua Madre. Una riflessione necessaria per il nostro Paese che, in pochi decenni, da «terra di emigrazione» si è trasformato nel primo lembo di accoglienza per i tanti alla ricerca di una vita migliore. «La scelta di scrivere nella lingua di adozione mette in contatto le culture, crea ritmi inediti e smaschera i luoghi comuni – afferma Giovanni Puglisi, presidente della Commissione nazionale italiana per l’Unesco – I tre autori hanno storie differenti, ma hanno saputo generare armonia, dando vita a un "italiano slogato" che contribuisce alla costruzione di un vero dialogo interculturale». Per dialogare, però, necessario partire dalla lingua. Le parole sono mattoni di convivenza ed è essenziale che gli immigrati sappiano utilizzarli per costruire ponti (e buttare giù qualche muro). Al contempo però, «è essenziale non cancellare la propria identità e il proprio passato – dice Giuseppe Antonelli, docente all’università di Cassino – l’omologazione crea disagio e spaesamento e il cosiddetto "semilinguismo" è uno dei rischi maggiori delle società aperte». «In Algeria c’è l’abitudine di chiamare mamma anche le zie, e quindi sono cresciuto con tre madri. Sono tre anche le mie lingue madri: il berbero, l’arabo e l’italiano che mi ha accolto e protetto da quando sono arrivato 15 anni fa. Scrivo con l’intento di avvicinare le culture, arabizzando l’italiano e italianizzando l’arabo» racconta Lakhous, autore di due romanzi che hanno riscosso un buon successo («Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio» e «Divorzio all’islamica a viale Marconi» edizioni e/o). Anche la Scego ha tre madri – somalo, italiano e bravano, il dialetto parlato dal padre – e nei suoi romanzi ha mescolato tutto in una personale Babilonia. «Ma non mi sono inventata niente – spiega – Scrivo quello che sento sull’autobus, la stessa lingua arrabbiata e decisa degli adolescenti». Sì, perché i ragazzi che vivono a Roma (e molti ci sono anche nati) si sentono spesso stranieri nel loro paese. «Anche noi siamo italiani, ma di fatto non abbiamo diritti. Molti non hanno nemmeno la cittadinanza per colpa di una legge vergognosa» aggiunge l’autrice di «La mia casa è dove sono» (Rizzoli). In effetti, in Italia il 7% della popolazione è straniera, ma sono meno di 50mila all’anno le persone che acquisiscono il passaporto. «In Brasile è l’opposto: chi nasce nel nostro paese ha già la cittadinanza e può da subito contribuire alla cultura nazionale» aggiunge Claudiléia Lemes Dias, autrice di «Storie di extraordinaria follia» (Mangrovie edizioni).
(Dal Corriere della Sera, 22/2/2011).










