Non se ne può più secondo Stefano Bartezzaghi

TERZA PAGINA TRASFORMAZIONI STEFANO BARTEZZAGHI RACCOGLIE I NUOVI MODI DI DIRE, UN’ACCOZZAGLIA DI FRASI RIPETITIVE

I tic della lingua, «assolutamente» inutili «a 360 gradi»

di Giorgio De Rienzo

Bartezzaghi, in Non se ne può più (Mondadori, pp. 257, Euro 17) elenca i «tormentoni» linguistici dei nostri giorni. Non sono più quelli di un tempo freschi che provenivano dalla tivù di Carosello («Non è vero che tutto fa brodo»): nel tempo hanno perso questa «innocenza» e sono diventati un «virus ubiquitario ed epidemico a cui si affida» la speranza «di rinnovare moduli espressivi» che invece «risultano sempre più frusti». Sono diventati «tic» espressivi transitori che svelano la boria e insieme la pochezza del nostro linguaggio contemporaneo. Dopo un’abbuffata di «a monte» e «a valle», di «discorsi di un certo tipo» dello sproloquiare sessantottesco, dopo la stagione effimera dell’«attimino», oggi si tende all’iperbole nella nostra lingua. È il caso tipico dell’«assolutamente» (con o senza «sì» o «no») che «non vuol dire niente» e che soprattutto non serve a niente, «se non a riempire la bocca in modo pretenziosamente trendy»; o del «piuttosto che» (lombardo) usato al posto di «o» che può creare anche fraintendimenti gravi di comunicazione. È il caso del «a trecentosessanta gradi», un «tormentone che intende esprimere una totalità non limitata di orizzonti» e che si riduce – nei fatti – a una banale piroetta. Oppure del più recente dilagare di «quant’altro» che è un «eccetera con il vestito della domenica». C’ è un qualcosa di deteriore in questi «tic» d’accatto: il tentativo scriteriato di inventarsi un linguaggio di figura che finisce per far fare brutta figura a chi lo usa o peggio ne abusa. Meglio è, per Bartezzaghi, partire per la tangente e divagare. Saltare le «metafore esauste» («entrare a gamba tesa», il «nervo scoperto») del linguaggio giornalistico, glissare sul «niente» che è un «fantastico esordio, in risposta a una domanda» e correre, per esempio, a segnare elenchi di «strati» espressivi. Un esempio. «Essere lontani anni luce dalle posizioni di Casini» dice di una totale indifferenza per il leader dell’Udc; esprime invece inimicizia «essere in rotta di collisione» con lui; trovarsi su «pianeti diversi» sta per smarcarsi; «mettersi in un’ottica di convergenza» vuol dire comunicare da lontano; essere nella sua «galassia» o nell’«orbita» dicono di una cauta consonanza o un’adesione pur nell’autonomia; «essere casiniano» sta per una atteggiamento di totale adesione; «stare con Casini» è dichiarazione di matrimonio; «essere Casini» sfiora la follia o il masochismo: significa «pensare di essere» il leader dell’Udc. Un’altra scappatoia per non diventare pessimisti, perso per perso, è quella di segnalare gli slittamenti o spostamenti di significato. Ecco il «latte a lunga conversazione», «la fragranza di reato», «vado un po’ a sgranchiarmi le gambe». Almeno si sorride, non si pensa e si ridimensiona il nostro parlare per iperboli. Sconsolato Stefano Bartezzaghi osserva che «nessuno riesce a fare a meno di dire "la stragrande maggioranza". Le maggioranze semplici, relative, assolute non esistono: o stragrandi o niente». Davvero «non se può più».
(Dal Corriere della Sera, 10/1/2011).

1 commento

  • Bartezzaghi e il libro dei tormentoni a “Leggere per non dimenticare”

    A “Leggere per non dimenticare”… Stefano Bartezzaghi presenta ‘Non se ne può più. Il libro dei tormentoni’…
    Il suo libro sui tormentoni inizia con “Deprecarli è vano. Classificarli è improbo. Ignorarli è impossibile”. I tormentoni, infatti sono una parte indisciplinata del nostro linguaggio, ma è possibile darne in qualche modo una classificazione scientifica?
    “A ma non è riuscito. A dire il vero non ci ho veramente provato, perché mi pare che proprio la varietà dei tormentoni sia la loro caratteristica principale. Sono le espressioni che si ripetono a volte senza saperlo, a volte usando luoghi comuni alla moda”.
    Ad esempio quella secondo la funzione?
    “Certamente ci sono funzioni diverse. Per esempio, c’è la funzione di “intercalare”, che non ha molto senso ma fa da riempire: voglio dire, come dire, quello che è; oppure la funzione di “battuta inevitabile”, come quando si ordina una seconda bottiglia di vino al ristorante e si dice al cameriere: “questa però non me la porti bucata””.
    I tormentoni all’interno del discorso sono meno consapevoli?
    “I meno consapevoli fra tutti sono appunto gli intercalari. A volte però si ripetono senza rendersene conto slogan pubblicitari, giri di parole, aggettivi che sembrano obbligati”.
    I tormentoni giornalistici stanno aumentando e i nuovi media hanno accresciuto il loro proliferarsi?
    “Più che altro si fa tanta “comunicazione” e si finisce per parlare per slogan. I social network mi pare che rendano poi visibile il fenomeno per cui la stessa battuta o lo stesso commento viene in mente contemporaneamente a legioni di persone, ognuna convintissima di essere originale”.
    Esistono varianti di lingua e di grafie?
    “Sì, si scrive “Sei un mito” o “6 1 mito” o “6 1 miiiiiitoooooo!!!!!!!!!!”, con la possibilità di aggiungere poi emoticon e altri tocchi personali: la scrittura, da quando è tornata di moda grazie a computer e telefonini vari, è diventato un modo espressivo che si arricchisce anche graficamente. Che piaccia o no, l’ortografia è diventata un’opinione".
    (Da La Nazione, 19/4/2011).

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