Partito dell'Italiano

NO ZEITGEIST: DOPO IL MAXXI, IL MACRO. DE PROFUNDIS AD DE FINIS

Con “Maxxi, museo nazionale oppure regno del made out” mi sono occupato dell’attività curatoriale del Museo Nazionale delle arti del XXI secolo e del Direttore Hou Hanru, soprattutto in relazione alla mostra La strada. Dove si crea il mondo, ora torno ad occuparmi d’attività curatoriale in Italia svolta con soldi pubblici, e cioè pagata con le tasse degli italiani.

Banksy al Macro Asilo © Giorgio Kadmo Pagano
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Con “Maxxi, museo nazionale oppure regno del made out” mi sono occupato dell’attività curatoriale del Museo Nazionale delle arti del XXI secolo e del Direttore Hou Hanru, soprattutto in relazione alla mostra La strada. Dove si crea il mondo, ora torno ad occuparmi d’attività curatoriale in Italia svolta con soldi pubblici, e cioè pagata con le tasse degli italiani.

Occupandomi questa volta del Macro e del progetto di De Finis da poco conclusosi MacroAsilo, progetto controverso, con molte aspettative da una parte e critiche dall’altra, mitizzazioni/riduzione all’insignificanza.

Purtroppo, come nel primo caso, anche in questo secondo m’è stato impossibile farlo con un’analisi dei Bilanci, dei costi di tale attività curatoriale: questione che tutti tendono a sottovalutare ma fondamentale per stabilire chi, cosa, quanto e per quanto tempo hanno pagato gl’italiani per ciascuna mostra/progetto portati avanti e, soprattutto, con quali benefici per la Cultura del Paese e dei suoi interessi.

Dirigendo un museo finanziato con denaro pubblico, accanto al Progetto di attività bisognerebbe sempre presentarne il Bilancio preventivo prima e consuntivo poi ma, in Italia sembra che, anche quando le direzioni museali sono affidate a stranieri, di questo aspetto, dei soldi, si usi fare “carne di porco, come se gl’italiani fossero considerati persone di serie B da poter prendere per il naso a piacere, derubandoli dei loro soldi e della loro Cultura. Costume che certamente non cambierà senza un’apposita iniziativa regolamentativa/legislativa.

Non posso quindi che limitarmi, anche in questo caso, a quest’ultimo aspetto: quello della Cultura, in senso complesso e complessivo.

Qual è lo scenario contemporaneo nel quale si colloca il Progetto?

I due fatti che hanno indicato che l’Italia e l’Europa, l’arte italiana ed europea, si trovavano davanti ad un cambiamento totale del fronte che li aveva visti partecipi in tutto questo Dopoguerra, si sono susseguiti uno dopo l’altro a distanza di sette mesi:

Il primo, 23 giugno 2016, la decisione dei Britannici di uscire dall’Unione europea per realizzare una loro più ampia ambizione internazionale, quella della Global Britain. In realtà ciò non è stato altro che perseguire quella che da sempre è stata l’idea predominante inglese: quella a favore del libero scambio mondiale, e questo anche per quanto riguarda l’Europa.

Tant’è vero, che proprio per questo motivo nel 1960 furono determinanti per la creazione di una struttura concorrente alla Comunità Europea, l’EFTA (Associazione Europea di Libero Scambio). Insomma sono tornati ad essere avversari dell’Unione europea e, quindi, anche avversari dell’Italia che, invece, dell’UE è stata promotrice dagli esordi. Non solo: con gli Inglesi sono usciti 67 milioni 530.172 anglofoni dall’UE e l’inglese oggi in Europa è lingua minoritaria, parlata, per giunta come seconda lingua, da poco più di 5 milioni di persone ( 440.372 maltesi + 4.882.495 irlandesi).

Il secondo, 20 gennaio 2017, Trump neo eletto Presidente statunitense con oltre dieci punti di consenso in più rispetto al referendum britannico, dichiara di voler perseguire l’obiettivo della “America first and only America first”, attenzione: non solo “first” ma anche “only”!

Trump si dichiara subito non solo favorevole al divorzio britannico dall’Europa ma istiga i britannici ad uscire dall’Unione senza accordo, senza pagare il dovuto e, addirittura, a far causa all’Ue per i danni causati (luglio 2018), sostenendo che, non appena realizzata l’uscita dall’Ue, è pronto a concludere accordi commerciali tali con i britannici che gli europei possono solo sognarseli.

Insomma quel “America first and only America first” gli USA sono disponibili a conquistarlo con ogni mezzo: attraverso liti temerarie, abusi di poteri, esercizio puro della forza. Inoltre bloccano qualsiasi istituzione sovranazionale che possa derimere contenziosi commerciali in una chiave di Diritto internazionale, come il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, dove gli USA fermano le nomine dei giudici paralizzando l’Organizzazione.

Trump ha anche recentemente sostenuto qualcosa che dovrebbe preoccupare ancora di più noi italiani, detentori del 65% dei beni culturali del mondo: ha minacciato pubblicamente di colpire i siti del patrimonio culturale iraniano. Un’inedita versione a stelle e strisce dei Talebani 2001 che, in Afghanistan, distrussero i Buddha di Bamiyan.

Ma se le minacce all’Iran sono là da venire, contro il patrimonio culturale italiano la “distruzione” ha già avuto il suo avvio culturale a Yale dove verrà cancellato lo studio del Rinascimento e, come sappiamo, il corso di questa primavera “Introduzione alla storia dell’arte: dal Rinascimento al presente”, sarà l’ultimo di quella che viene considerata la quarta Università più prestigiosa del mondo.

Siamo quindi usciti dall’epoca del dialogo e del Diritto internazionale, per entrare in quella governata dalla legge del più forte.

Non siamo di fronte a quella fine delle ideologie, sulla quale Achille Bonito Oliva ebbe a teorizzare l’ultima grande impresa di affermazione culturale e commerciale italiana nel mondo, la Transavanguardia; quarant’anni dopo, siamo di fronte alla fine del Sistema occidentale e del sistema di alleanze costruito dagli Stati Uniti intorno a sé.

Quella che finora veniva chiamata “internazionalizzazione” – e che ancora così viene chiamata da alcuni settori sottoculturali e retrogradi -, da drammatica realtà imperialista di “assoggettamento” ed “assimilazione” delle menti (in perfetta continuità con il famoso piano Churchill-Roosevelt, reso pubblico ad Harvard il 6 settembre 1943), si è rivelata tra il 2016 e il 2017 in tutta la sua brutalità muscolare. Dalla “carota” dell’angloamericanizzazione a suon di fondi neri e della CIA si è passati al “bastone” della legge del più forte.

Il progressivo processo di assimilazione internazionale (leggasi internazionalizzazione) ha portato l’artista italiano/europeo a “dipingere” come l’artista cinese che, a sua volta, “dipinge ormai esattamente come quello di New York” [Massimo Cacciari nel mio “Perché l’artista italiano è sempre più insignificante? La sua autorità storica ridotta a zero? Conversazione con Massimo Cacciari”] distruggendo il tessuto connettivo artistico europeo ed italiano che, fino alla “Transavanguardia”, aveva comunque retto ma che, come avevo previsto già trentacinque anni fa, sarebbe crollato di fronte alla sfida globale che si preparava e per la quale, invece, bisognava fondare la nuova cultura europea, e fondarla sugli assi cartesiano della modernità avanguardistica continentale, Berlino-Roma/Parigi-Mosca [vedasi il mio “Arte e critica dalla crisi del Concettualismo alla fondazione della cultura europea” e, in particolare, il  Terzo Quadro “Avanguardia che si fa Esercito europeo”, con i due capitoli “La fondazione della cultura europea” e “Il ruolo dell’Arte e delle sue opere”]. La finanziarizzazione dell’Arte, poi, ne è stata la pietra tombale producendo artisti che durano lo spazio di un mattino con opere dai costi esorbitanti.

Il Progetto.

Di fronte ad una catastrofe politica e culturale di tali proporzioni, l’idea di ripartire da questo azzeramento del sistema artistico europeo ed italiano poteva risultare buona. Soprattutto se il pensiero torna alla storia dell’Arte moderna, alle Avanguardie storiche che, nel Futurismo, videro la loro prima espressione.

Condurre una sorta di ricognizione sullo stato del pensiero creativo nella Capitale d’Italia, e non solo, facendo incontrare e dialogare quanti più artisti possibile, tentare di ricostruire un tessuto connettivo, poteva costituire un costruttivo tentativo di uscire dall’impasse. Ma avrebbe dovuto essere il più ampio, democratico e serio possibile tale processo.

Invece ha finito con l’essere il più demagogico mai ipotizzabile e le cui premesse erano già nella prefazione del documento che ne anticipava l’attività da lì ad un mese, in quel Pro & Contro, edito da Bordeaux Edizioni a settembre del 2018 curato dall’assistente di De Finis Claudia Pecoraro che, nel concludere la sua prefazione, scriveva:
il pubblico “valuterà se in un museo dall’opaco profilo sarà possibile realizzare un’utopia all’insegna della responsabilità e della partecipazione, se il direttore populista e clientelare si rivelerà o meno il nuovo Renato Nicolini, se questo mondo dell’arte alla rovescia di un museo senza mostre cesserà di essere un ospedale per diventare una città ospitale”.

Il nuovo Renato Nicolini, dunque, e però Nicolini era l’Assessore alla cultura del Comune di Roma cioè, nel presente, Luca Bergamo, è lui a muovere le fila, compreso l’incarico a De Finis. Ho partecipato ad una delle grandi manifestazioni organizzate da Nicolini, esattamente al Festival dei Poeti del 1984, che Nicolini stesso aprì, facendo intervenire per primo l’europarlamentare Altiero Spinelli [qui potete ascoltare l’apertura del Festival fatta da Nicolini e il discorso di Spinelli] per parlare del suo “Trattato che istituisce l’Unione europea”, e con Giselda Pontesilli, Beppe Salvia e Gino Scartaghiande che la lesse, fu presentata la Dichiarazione sulla nuova cultura europea: i poeti e la poesia c’erano, non era un mondo della non-poesia e dei non-poeti, tutt’altro, e non era il mondo dell’altro e dell’altrove, non dei se-dicenti poeti, era il mondo dei poeti come comunità pur nel loro individualismo, e del qui ed ora.

Lungi dal carattere autobiografico, i fatti summenzionati indicano il fatto che, sostanzialmente, siamo fermi da trenta anni, e restare fermi significa regredire mentre altri Paesi avanzano.

Da una parte oggi siamo in presenza di forze distruttive del processo di unificazione (Brexit, Presidenza degli Stati Uniti, sovranismi retrivi) e, dall’altra, anche il processo di unificazione europea si è fermato da tempo e, solo a maggio 2020, tutte le istituzioni europee apriranno a Dubrovnik la Conferenza sul futuro dell’Europa, lanciata da Macron a marzo 2019 [ne ho parlato diffusamente in “L’Italia nel Rinascimento europeo di Macron”] occupando per due anni i 27 Stati membri e mezzo miliardo di eurocittadini [qui la risoluzione votata dal Parlamento europeo che ne declina tutte le forme di partecipazione] ma nella quale, sbagliando diabolicamente ancora, non si fa distinzione tra cittadini e istituzioni dei Paesi dell’area Euro e non.

Di tutto questo non c’è stata la benché minima traccia nel programma di De Finis, altro che “nuovo Renato Nicolini”! Passiamo ora all’altro assunto: “utopia all’insegna della responsabilità e della partecipazione”.

L’utopia, dal greco ου τοποσ, è per definizione sempre da un’altra parte, un non luogo; il perseguimento nichilistico di essa, aveva già segnato il fallimento della cultura degli anni ’70 ma, lì, c’era una giustificazione dettata dall’ideologia comunista, di un “come” possibile, qui lo svuotamento di qualsiasi rivoluzione perché legato, al di là delle aperturistiche affermazioni del De Finis, ad un processo assolutamente monocratico e gravemente compromesso da una retorica anarcoide ma, nei fatti, di stampo autoritario:

  • “noi lavoriamo con chi si autocandida”, ma è De Finis che opera le scelte;
  • “è uno spazio di autodeterminazione” ma è De Finis a determinare gli spazi, chi, come, quando e per quanto occuparli.

Come in RAI i direttori di rete, è De Finis che decide chi deve andare in “prima serata”, chi può fare più “puntate”, chi una sola e chi nessuna. In questo modo si opera la selezione e, al pubblico, si manda il messaggio su chi è “maestro” del Macro Asilo” e chi “alunno”. E chi sono i “maestri”, chi gli “alunni”?

Semplice. Basta vedere per quante volte ricorrono i loro nomi nelle pagine dei cataloghi mensili:

  • De Finis 55 volte ma, in quanto curatore, è giustificabile;
  • Cesare Pietroiusti 40 volte, e questo è deontologicamente inaccettabile per il primo come per il secondo, in quanto Pietroiusti già da luglio 2018 è Presidente del Palaexpo che ha il Macro in gestione;
  • Michelangelo Pistoletto 33 volte che, però, se aggiungiamo la frequenza con la quale ricorrono le parole chiave della sua azione al Macro, “Rebirth” 23 volte e “Terzo Paradiso” 22, arriviamo a 78 ricorrenze, e anche qui c’è un grosso problema deontologico per De Finis perché è Ambasciatore dell’organismo pistolettiano;
  • Echaurren 29 volte.

Questo tanto per stare ai primi quattro nomi dell’ambito artistico ma, in tutto, ho censito centinaia di ricorrenze nelle 684 pagine del corpus catalogale e, tra esse, meritano attenzione anche gli organismi più presenti nel progetto curatoriale di De Finis, costituiti da lo IED (52 ricorrenze) e da “RAM Radioartemobile” con 23 presenze, tra le quali l’organizzazione di un evento con la Fondazione Pistoletto.

In conclusione, ad una attenta analisi e puntuale sintesi delle partecipazioni artistiche, le “carte” ci dicono che, sostanzialmente, tutti hanno finito col fare da contorno all’opera di un solo artista, Michelangelo Pistoletto.

Non se ne sono accorti in molti, e alcuni, persino, si sono sentiti “graziati” per avere avuto una presenza museale a Roma e, per questo, in dovere di ringraziare pubblicamente con una lettera aperta il curatore. Atto che, di per sé, nessun artista, in quanto tale, avrebbe mai fatto, in quanto avrebbe ritenuto “atto dovuto” la sua presenza e un preciso dovere del curatore assicurarla.

Il culturale contro la Cultura.

Quello emerso è stato quindi il ruolo del culturale contro la cultura, della quantità contro la qualità, del curatore come sensale (“il direttore populista – ma sarebbe più esatto l’aggettivo demagogo – e clientelare”), e l’uso strumentale degli artisti e delle organizzazioni in una chiave personalistica anziché artistica (magari con un occhio alle prossime comunali del 2021). Tant’è vero che la curatela di De Finis non si conclude con degli auspicabili “Stati Generali dell’Arte” bensì con tre settimane di “Stati Generali degli spazi occupati…”.

Che dire poi del fatto che, avendo saputo del progetto vincente di Lo Pinto per la Direzione del Macro “Museo per l’immaginazione preventiva”, dopo che Falasca a giugno aveva già presentato in quel museo il suo Dalla immaginazione preventiva alla creazione nota, De Finis lo richiama – inaspettatamente per Franco col quale ci conosciamo almeno dal 1975 -, per invitarlo a fare un altro apposito intervento sull’Ufficio per l’immaginazione preventiva degli anni ’70 per il 19 dicembre?
Direi che il fatto si commenta da solo.

Giorgio Kadmo Pagano | Art a part of culture | 05.03.2020

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