Politica e lingue

No, è l’omicidio di massa dei laureati italiani

Corte di giustizia dell'Unione europea (Lussemburgo)

No, è l'omicidio di massa dei laureati italiani
MARCO GORRA
Libero pag. 15. 25 maggio 2013

I docenti del Politecnico di Milano che hanno fatto ricorso al Tar contro le lezioni in in­ glese e i giudici che hanno dato loro ragione si candidano a raccogliere l'eredità morale del co­mitato centrale del Pci dei tardi anni '70 che di­chiarò la lotta dura contro l'introduzione della tv a colori o dei gruppi di genitori allarmati che, una ventina d'an­ni fa, lanciarono la crociata con­tro il topless in copertina. Tutta gente mossa da una granitica convinzione: io ho ragione, la Storia ha torto e per questo io ho il diritto e il dovere di cercare di fermarla a mani nude, la Storia.
Per rendersi conto di quanto sia antistorica la cosa, d'altron­de, basta sottolineare come de­cisivo per rendere possibile il ri­corso e il suo accoglimento sia stato il rinvenimento di un ca­villo contenuto in un regio de­ creto del1933 (Xl E.F.) che pre­scriveva l'italiano come lingua obbligatoria dell'insegnamento universitario. Così, in forza di una legge partorita quando l'unico rapporto con l'inglese consentito agli studenti era l'invocazione della stramaledizione celeste sugli albionici per tre ge­nerazioni, oggi si pretende di fare finta che nel frattempo l'inglese non sia diventato la lingua franca planetaria.
Che questo gioco delle tre scimmiette lo faccia poi il Politecnico, cioè un'università all'avan­guardia quanto a formazione in campo scienti­fico e tecnologico, non fa che aumentare la gra­vità della cosa. Uno studente di filologia rnicenea o di lineamenti di storia monastica della lingua di Shakespeare può fare agevolmente a meno, ma uno studente di ingegneria o di informatica no.
Il settore della scienza e della tecnologia, infat­ti, è da qualche decennio che -senza attendere il timbro del Tar- è diventato integralmente anglo­fono. Questo al punto che, nelle offerte di lavoro, la conoscenza della lingua inglese non viene nemmeno richiesta, tanto è da ­ta per scontata. I famosi Paesi emergenti – quelli che sfornano ingegneri al ritmo in cui qui si producono fuori corso in Scienze della comunicazione- tirano su i propri figli a pane e inglese fin dalla più tenera età, proprio perché sanno che la competiti­vità sul mercato del lavoro oggi più che mai passa attraverso il bilinguismo.
Qui invece si pretende che tutto questo non accada. In no­me della solita, straccionissi­ma, difesa di una non meglio chiarita italianità si performano capolavori di sciovinismo (come quello messo a segno dal ticket professori-Tar) che fa­ rebbero impallidire persino i francesi. E mentre aspettiamo che certe teste entrino finalmente nel ventunesi­mo secolo, gli studenti continuano a pagare in prima ed esclusiva persona il frutto di tanta miopia, frequentando un'università che, semplicemente, si rifiuta di formarli come si dovrebbe. Di consolante c'è che i ragazzi, al solito, si dimostra­ no più avanti della controparte adulta e l'inglese – sempre siano lodati Internet e tecnologia – or­mai hanno iniziato a impararselo da sé. Speran­do che non se ne accorga il Tar.

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