Neologismi o maleducazione linguistica?

Vedi alle voci: attenzionare, cantautorato e interpello

di Giuseppe Galasso

A ogni nuova edizione di un vocabolario italiano si sottolinea la larghezza con cui vi sono accolte nuove parole della «lingua viva». Cosa lodevole e congeniale per un vocabolario. La lingua, si sa, non è un registro di parole fissato una volta per sempre. È una realtà plastica, dinamica. Ne decidono gli sviluppi soprattutto i singoli parlanti. Le necessità del vivere civile fanno, però, adottare un certo modulo linguistico come «la» lingua di un paese, di una società, e impongono di rispettarla. Ed è per ciò (non per dignità o migliore qualità) che si distinguono, ad esempio, lingue e dialetti, e nelle scuole si correggono (ancora, spero!) gli «errori di lingua». Ma troppo spesso il nuovo parlare non nasce dal sacro diritto dei parlanti a innovare o variare la lingua, bensì dal non starsi a ciò che la buona educazione in materia prescrive per semplice ignoranza, fretta e simili altri peccati di mala creanza social-linguistica. Noto qualche uso che mi ha colpito. Un ministero comunica che l’«interpello» (nei tribunali, interrogatorio di parte) del suo sito è cresciuto di molto in breve tempo. Una trasmissione televisiva regionale dà notizia del concerto di un noto artista, definito come uno dei migliori del «cantautorato» (sul modello di «antiquariato» e dell’orribile «modernariato») italiano. Un dirigente industriale vanta che la sua impresa ha deciso di «attenzionare» (prestare attenzione) con molta cura qualcosa. Diritto all’innovazione? Vorrei in simili casi negarlo. Mi sembrano solo altrettanti volgari e brutti peccati di cattiva creanza nella comunicazione sociale. Li ritrovo anche registrati, per fortuna, solo in qualche vocabolario italiano dei (parecchi) che ho. Io non li avrei consacrati. Per puro e umorale e illogico dispetto? Anche. E con ciò?

(Dal Corriere della Sera, 29/11/2008).

[addsig]

7 commenti

  • Vedi alle voci: attenzionare, cantautorato e interpello

    di Giuseppe Galasso

    A ogni nuova edizione di un vocabolario italiano si sottolinea la larghezza con cui vi sono accolte nuove parole della «lingua viva». Cosa lodevole e congeniale per un vocabolario. La lingua, si sa, non è un registro di parole fissato una volta per sempre. È una realtà plastica, dinamica. Ne decidono gli sviluppi soprattutto i singoli parlanti. Le necessità del vivere civile fanno, però, adottare un certo modulo linguistico come «la» lingua di un paese, di una società, e impongono di rispettarla. Ed è per ciò (non per dignità o migliore qualità) che si distinguono, ad esempio, lingue e dialetti, e nelle scuole si correggono (ancora, spero!) gli «errori di lingua». Ma troppo spesso il nuovo parlare non nasce dal sacro diritto dei parlanti a innovare o variare la lingua, bensì dal non starsi a ciò che la buona educazione in materia prescrive per semplice ignoranza, fretta e simili altri peccati di mala creanza social-linguistica. Noto qualche uso che mi ha colpito. Un ministero comunica che l’«interpello» (nei tribunali, interrogatorio di parte) del suo sito è cresciuto di molto in breve tempo. Una trasmissione televisiva regionale dà notizia del concerto di un noto artista, definito come uno dei migliori del «cantautorato» (sul modello di «antiquariato» e dell’orribile «modernariato») italiano. Un dirigente industriale vanta che la sua impresa ha deciso di «attenzionare» (prestare attenzione) con molta cura qualcosa. Diritto all’innovazione? Vorrei in simili casi negarlo. Mi sembrano solo altrettanti volgari e brutti peccati di cattiva creanza nella comunicazione sociale. Li ritrovo anche registrati, per fortuna, solo in qualche vocabolario italiano dei (parecchi) che ho. Io non li avrei consacrati. Per puro e umorale e illogico dispetto? Anche. E con ciò?

    (Dal Corriere della Sera, 29/11/2008).

    [addsig]

  • Vedi alle voci: attenzionare, cantautorato e interpello

    di Giuseppe Galasso

    A ogni nuova edizione di un vocabolario italiano si sottolinea la larghezza con cui vi sono accolte nuove parole della «lingua viva». Cosa lodevole e congeniale per un vocabolario. La lingua, si sa, non è un registro di parole fissato una volta per sempre. È una realtà plastica, dinamica. Ne decidono gli sviluppi soprattutto i singoli parlanti. Le necessità del vivere civile fanno, però, adottare un certo modulo linguistico come «la» lingua di un paese, di una società, e impongono di rispettarla. Ed è per ciò (non per dignità o migliore qualità) che si distinguono, ad esempio, lingue e dialetti, e nelle scuole si correggono (ancora, spero!) gli «errori di lingua». Ma troppo spesso il nuovo parlare non nasce dal sacro diritto dei parlanti a innovare o variare la lingua, bensì dal non starsi a ciò che la buona educazione in materia prescrive per semplice ignoranza, fretta e simili altri peccati di mala creanza social-linguistica. Noto qualche uso che mi ha colpito. Un ministero comunica che l’«interpello» (nei tribunali, interrogatorio di parte) del suo sito è cresciuto di molto in breve tempo. Una trasmissione televisiva regionale dà notizia del concerto di un noto artista, definito come uno dei migliori del «cantautorato» (sul modello di «antiquariato» e dell’orribile «modernariato») italiano. Un dirigente industriale vanta che la sua impresa ha deciso di «attenzionare» (prestare attenzione) con molta cura qualcosa. Diritto all’innovazione? Vorrei in simili casi negarlo. Mi sembrano solo altrettanti volgari e brutti peccati di cattiva creanza nella comunicazione sociale. Li ritrovo anche registrati, per fortuna, solo in qualche vocabolario italiano dei (parecchi) che ho. Io non li avrei consacrati. Per puro e umorale e illogico dispetto? Anche. E con ciò?

    (Dal Corriere della Sera, 29/11/2008).

    [addsig]

  • Vedi alle voci: attenzionare, cantautorato e interpello

    di Giuseppe Galasso

    A ogni nuova edizione di un vocabolario italiano si sottolinea la larghezza con cui vi sono accolte nuove parole della «lingua viva». Cosa lodevole e congeniale per un vocabolario. La lingua, si sa, non è un registro di parole fissato una volta per sempre. È una realtà plastica, dinamica. Ne decidono gli sviluppi soprattutto i singoli parlanti. Le necessità del vivere civile fanno, però, adottare un certo modulo linguistico come «la» lingua di un paese, di una società, e impongono di rispettarla. Ed è per ciò (non per dignità o migliore qualità) che si distinguono, ad esempio, lingue e dialetti, e nelle scuole si correggono (ancora, spero!) gli «errori di lingua». Ma troppo spesso il nuovo parlare non nasce dal sacro diritto dei parlanti a innovare o variare la lingua, bensì dal non starsi a ciò che la buona educazione in materia prescrive per semplice ignoranza, fretta e simili altri peccati di mala creanza social-linguistica. Noto qualche uso che mi ha colpito. Un ministero comunica che l’«interpello» (nei tribunali, interrogatorio di parte) del suo sito è cresciuto di molto in breve tempo. Una trasmissione televisiva regionale dà notizia del concerto di un noto artista, definito come uno dei migliori del «cantautorato» (sul modello di «antiquariato» e dell’orribile «modernariato») italiano. Un dirigente industriale vanta che la sua impresa ha deciso di «attenzionare» (prestare attenzione) con molta cura qualcosa. Diritto all’innovazione? Vorrei in simili casi negarlo. Mi sembrano solo altrettanti volgari e brutti peccati di cattiva creanza nella comunicazione sociale. Li ritrovo anche registrati, per fortuna, solo in qualche vocabolario italiano dei (parecchi) che ho. Io non li avrei consacrati. Per puro e umorale e illogico dispetto? Anche. E con ciò?

    (Dal Corriere della Sera, 29/11/2008).

    [addsig]

  • Vedi alle voci: attenzionare, cantautorato e interpello

    di Giuseppe Galasso

    A ogni nuova edizione di un vocabolario italiano si sottolinea la larghezza con cui vi sono accolte nuove parole della «lingua viva». Cosa lodevole e congeniale per un vocabolario. La lingua, si sa, non è un registro di parole fissato una volta per sempre. È una realtà plastica, dinamica. Ne decidono gli sviluppi soprattutto i singoli parlanti. Le necessità del vivere civile fanno, però, adottare un certo modulo linguistico come «la» lingua di un paese, di una società, e impongono di rispettarla. Ed è per ciò (non per dignità o migliore qualità) che si distinguono, ad esempio, lingue e dialetti, e nelle scuole si correggono (ancora, spero!) gli «errori di lingua». Ma troppo spesso il nuovo parlare non nasce dal sacro diritto dei parlanti a innovare o variare la lingua, bensì dal non starsi a ciò che la buona educazione in materia prescrive per semplice ignoranza, fretta e simili altri peccati di mala creanza social-linguistica. Noto qualche uso che mi ha colpito. Un ministero comunica che l’«interpello» (nei tribunali, interrogatorio di parte) del suo sito è cresciuto di molto in breve tempo. Una trasmissione televisiva regionale dà notizia del concerto di un noto artista, definito come uno dei migliori del «cantautorato» (sul modello di «antiquariato» e dell’orribile «modernariato») italiano. Un dirigente industriale vanta che la sua impresa ha deciso di «attenzionare» (prestare attenzione) con molta cura qualcosa. Diritto all’innovazione? Vorrei in simili casi negarlo. Mi sembrano solo altrettanti volgari e brutti peccati di cattiva creanza nella comunicazione sociale. Li ritrovo anche registrati, per fortuna, solo in qualche vocabolario italiano dei (parecchi) che ho. Io non li avrei consacrati. Per puro e umorale e illogico dispetto? Anche. E con ciò?

    (Dal Corriere della Sera, 29/11/2008).

    [addsig]

  • Vedi alle voci: attenzionare, cantautorato e interpello

    di Giuseppe Galasso

    A ogni nuova edizione di un vocabolario italiano si sottolinea la larghezza con cui vi sono accolte nuove parole della «lingua viva». Cosa lodevole e congeniale per un vocabolario. La lingua, si sa, non è un registro di parole fissato una volta per sempre. È una realtà plastica, dinamica. Ne decidono gli sviluppi soprattutto i singoli parlanti. Le necessità del vivere civile fanno, però, adottare un certo modulo linguistico come «la» lingua di un paese, di una società, e impongono di rispettarla. Ed è per ciò (non per dignità o migliore qualità) che si distinguono, ad esempio, lingue e dialetti, e nelle scuole si correggono (ancora, spero!) gli «errori di lingua». Ma troppo spesso il nuovo parlare non nasce dal sacro diritto dei parlanti a innovare o variare la lingua, bensì dal non starsi a ciò che la buona educazione in materia prescrive per semplice ignoranza, fretta e simili altri peccati di mala creanza social-linguistica. Noto qualche uso che mi ha colpito. Un ministero comunica che l’«interpello» (nei tribunali, interrogatorio di parte) del suo sito è cresciuto di molto in breve tempo. Una trasmissione televisiva regionale dà notizia del concerto di un noto artista, definito come uno dei migliori del «cantautorato» (sul modello di «antiquariato» e dell’orribile «modernariato») italiano. Un dirigente industriale vanta che la sua impresa ha deciso di «attenzionare» (prestare attenzione) con molta cura qualcosa. Diritto all’innovazione? Vorrei in simili casi negarlo. Mi sembrano solo altrettanti volgari e brutti peccati di cattiva creanza nella comunicazione sociale. Li ritrovo anche registrati, per fortuna, solo in qualche vocabolario italiano dei (parecchi) che ho. Io non li avrei consacrati. Per puro e umorale e illogico dispetto? Anche. E con ciò?

    (Dal Corriere della Sera, 29/11/2008).

    [addsig]

  • Vedi alle voci: attenzionare, cantautorato e interpello

    di Giuseppe Galasso

    A ogni nuova edizione di un vocabolario italiano si sottolinea la larghezza con cui vi sono accolte nuove parole della «lingua viva». Cosa lodevole e congeniale per un vocabolario. La lingua, si sa, non è un registro di parole fissato una volta per sempre. È una realtà plastica, dinamica. Ne decidono gli sviluppi soprattutto i singoli parlanti. Le necessità del vivere civile fanno, però, adottare un certo modulo linguistico come «la» lingua di un paese, di una società, e impongono di rispettarla. Ed è per ciò (non per dignità o migliore qualità) che si distinguono, ad esempio, lingue e dialetti, e nelle scuole si correggono (ancora, spero!) gli «errori di lingua». Ma troppo spesso il nuovo parlare non nasce dal sacro diritto dei parlanti a innovare o variare la lingua, bensì dal non starsi a ciò che la buona educazione in materia prescrive per semplice ignoranza, fretta e simili altri peccati di mala creanza social-linguistica. Noto qualche uso che mi ha colpito. Un ministero comunica che l’«interpello» (nei tribunali, interrogatorio di parte) del suo sito è cresciuto di molto in breve tempo. Una trasmissione televisiva regionale dà notizia del concerto di un noto artista, definito come uno dei migliori del «cantautorato» (sul modello di «antiquariato» e dell’orribile «modernariato») italiano. Un dirigente industriale vanta che la sua impresa ha deciso di «attenzionare» (prestare attenzione) con molta cura qualcosa. Diritto all’innovazione? Vorrei in simili casi negarlo. Mi sembrano solo altrettanti volgari e brutti peccati di cattiva creanza nella comunicazione sociale. Li ritrovo anche registrati, per fortuna, solo in qualche vocabolario italiano dei (parecchi) che ho. Io non li avrei consacrati. Per puro e umorale e illogico dispetto? Anche. E con ciò?

    (Dal Corriere della Sera, 29/11/2008).

    [addsig]

  • Vedi alle voci: attenzionare, cantautorato e interpello

    di Giuseppe Galasso

    A ogni nuova edizione di un vocabolario italiano si sottolinea la larghezza con cui vi sono accolte nuove parole della «lingua viva». Cosa lodevole e congeniale per un vocabolario. La lingua, si sa, non è un registro di parole fissato una volta per sempre. È una realtà plastica, dinamica. Ne decidono gli sviluppi soprattutto i singoli parlanti. Le necessità del vivere civile fanno, però, adottare un certo modulo linguistico come «la» lingua di un paese, di una società, e impongono di rispettarla. Ed è per ciò (non per dignità o migliore qualità) che si distinguono, ad esempio, lingue e dialetti, e nelle scuole si correggono (ancora, spero!) gli «errori di lingua». Ma troppo spesso il nuovo parlare non nasce dal sacro diritto dei parlanti a innovare o variare la lingua, bensì dal non starsi a ciò che la buona educazione in materia prescrive per semplice ignoranza, fretta e simili altri peccati di mala creanza social-linguistica. Noto qualche uso che mi ha colpito. Un ministero comunica che l’«interpello» (nei tribunali, interrogatorio di parte) del suo sito è cresciuto di molto in breve tempo. Una trasmissione televisiva regionale dà notizia del concerto di un noto artista, definito come uno dei migliori del «cantautorato» (sul modello di «antiquariato» e dell’orribile «modernariato») italiano. Un dirigente industriale vanta che la sua impresa ha deciso di «attenzionare» (prestare attenzione) con molta cura qualcosa. Diritto all’innovazione? Vorrei in simili casi negarlo. Mi sembrano solo altrettanti volgari e brutti peccati di cattiva creanza nella comunicazione sociale. Li ritrovo anche registrati, per fortuna, solo in qualche vocabolario italiano dei (parecchi) che ho. Io non li avrei consacrati. Per puro e umorale e illogico dispetto? Anche. E con ciò?

    (Dal Corriere della Sera, 29/11/2008).

    [addsig]

Lascia un commento

0:00
0:00