Nella Babele dei dialetti

Sondrio

La Regione chiede che la segnaletica alpina utilizzi il vernacolo

Sui sentieri di montagna nella Babele del dialetto

Così cambia il vocabolario da una valle all’altra Raccolte in un dizionario le espressioni diverse utilizzate a Corteno e all’Aprica, divise solo da qualche chilometro Il linguaggio Ci sono innumerevoli differenze addirittura tra frazione e frazione della stessa località

di Aristea Canini

Pochi chilometri, a volte centinaia di metri tra un paese e l’altro, magari stessa provincia, cambia solo la valle o forse nemmeno quella, e ti ritrovi con una lingua nuova, quasi che a segnare la cartina geografica siano state le lingue infilate in confini più o meno reali e che restano a testimoniare passaggi di popoli un mucchio di anni fa che hanno segnato i territori con dialetti e modi di dire. Così capita che un progetto di legge (approvato dalla Quarta Commissione della Regione giovedì 11 settembre), con un emendamento presentato dal consigliere bergamasco Giosuè Frosio, «obblighi» Comuni, Comunità Montane e Cai a rifare la segnaletica dei sentieri montani aggiungendo la dicitura in dialetto. Ma quale dialetto? Le valli lombarde sono un mix di parole che magari a girare l’angolo nemmeno le conoscono. Così nel fazzoletto di valle (bresciana) tra Corteno Golgi e Liscedo di Aprica quando un ragazzo si sente chiamare può avere una crisi di identità: gnàro o il più affettuoso gnarèl da una parte e zetàsc o zetascì dall’altra. Potrebbe succedere quello che il lecchese Antonio Stoppani scriveva ironicamente nel 1877 del «viandante» sui monti lombardi: «Più di una volta gli accadde, affidandosi alle indicazioni della gente la quale, come in genere i montanari, non ha misura né di tempo né di spazio, vide imbrunitisi l’aria tra deserti di rupi…». Già, magari gli avevano dato le indicazioni nel loro dialetto, chiamando una vetta in un modo, mentre dall’altra parte la stessa veniva chiamata con tutt’altro nome. C’ è un ricercatore, Antonio Stefanini, che abita sul confine tra Corteno e Aprica, che ha passato i giorni (e anche le notti) a studiare, comparare e analizzare e alla fine ne è uscito un vocabolario dialettale («Adìo bèl tép», edizioni Poletti, Villa di Tirano) con migliaia di termini che cambiano a seconda che uno sia sul territorio di Corteno o a poche decine di metri, all’Aprica. Modi di dire e proverbi, coniugazioni e verbi, insomma un altro mondo, perché i mondi passano anche e soprattutto dalla lingua. Si può dunque sostenere che le parlate di Aprica e di Corteno si trovano all’interno di una evidente area di transizione non solo tra dialetti valtellinesi e dialetti camuni, ma anche in buona misura tra lombardo occidentale e lombardo orientale. Un territorio i cui precisi confini sono ancora da definire, soprattutto sul versante valtellinese, ma la cui esistenza è certamente da ricondurre anche alla presenza di un collegamento naturale come il Passo Aprica. Oppure nelle valli bergamasche, dove dal primo ricercatore Antonio Tiraboschi (1838-1883) col suo voluminoso vocabolario dialettale, si sono moltiplicati gli studiosi di varie zone, a volte in polemica tra loro, proprio per le innumerevoli differenze addirittura tra frazione e frazione. Lo stesso ragazzo, di cui si parlava sopra, nella zona del lago d’Iseo viene chiamato s-cèt, ma poi ti sposti di qualche chilometro, arrivi in Val Seriana e lo chiamano tus, ma non in tutti perché ci sono isole linguistiche come la Val Nossana dove lo chiamano matèl. Ti rimetti in auto, cinque minuti e arrivi in Valgandino dove lo chiamano pöt. Oppure va in direzione opposta, passi il valico, arrivi in Val di Scalve e torna il «tus» ingentilito in tusèl. Fai la via Mala e torni sul lago, sponda bresciana e si dice pì. E ci si può ancora perdere, non tanto sui sentieri di montagna, quanto nella babele delle lingue e dei dialetti.

(Dal Corriere della Sera, 19/12/2009).

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