MULTICULTURALISMO (di Amartya Sen)

MULTICULTURALISMO

di AMARTYA SEN

LIBERTÀ E RAGIONE – L'UNICO PASSAPORTO



I fatti di violenza e le atrocità di questi ultimissimi anni hanno avviato un
periodo non soltanto di conflitti spaventosi, ma anche di notevole confusione.
La politica dello scontro globale viene spesso interpretata come corollario delle
divisioni religiose o culturali del mondo. C'è la convinzione che la popolazione
del pianeta possa essere divisa in categorie.
Categorie definite secondo un metodo di partizione al di sopra di tutto. Una
visione a senso unico è un ottimo sistema per riuscire a non comprendere
praticamente nessuno al mondo. Nelle nostre vite quotidiane, ci consideriamo
membri di svariati gruppi. La stessa persona può essere cittadina britannica,
originaria delle Indie Occidentali, d'ascendenza africana, musulmana,
vegetariana, socialista, donna, amante del jazz, insegnante e matematica.
Ciascuna di queste categorie le conferisce un'identità particolare; sta a lei
decidere quale importanza relativa attribuire a ciascuna di queste affiliazioni,
in ogni particolare contesto. Nella vita le responsabilità della scelta ragionata
sono centrali.
Al contrario, la violenza è alimentata dal senso di priorità che viene data a una
pretesa identità. Quando arruolavano gli Hutu per ammazzare i Tutsi, alle
reclute potenziali veniva soltanto detto che erano Hutu (“odiamo i Tutsi”), e non
anche Kigaliani, Ruandesi, Africani ed esseri umani (identità che anche un Tutsi
può condividere). Purtroppo, anche parecchi tentativi organizzati per fermare
la violenza e il terrorismo hanno il difetto di una visione a senso unico. I
tentativi di politicizzare l'Islam non sono venuti solo dai reclutatori di
terroristi, ma anche da quegli oppositori secondo cui l'identità islamica è l'unica
identità di una persona musulmana. Questo ha davvero ingigantito il potere e
la voce delle guide religiose, talvolta a spese della società civile.
I problemi globali hanno un effetto rilevante sulla politica interna della Gran
Bretagna. Per molti versi, la Gran Bretagna ha avuto grandissimo successo
nell'integrare persone di origini e retroterra differenti in confronto a certi altri
Paesi europei. Le radici dell'integrazione possono essere trovate nei vari
impegni per sostenere le opportunità e le libertà di tutti i residenti legali,
immigrati come nativi. Il contributo forse più significativo, la cui importanza
spesso non è sufficientemente riconosciuta, viene dalla concessione piena e
immediata del diritto di voto a tutti i residenti britannici del Commonwealth,
che costituiscono la maggior parte dell'immigrazione non-europea. Questa
conquista è stata rafforzata da un trattamento largamente non discriminatorio
nella sanità, nell'istruzione e nella sicurezza sociale: tutto ciò ha contribuito ad
integrare piuttosto che a dividere.
Fin qui, tutto bene. Ma anche la Gran Bretagna è sempre più minacciata dal
pericolo di una visione a senso unico, in particolare per quanto riguarda le
religioni e le comunità. Una visione che sta guadagnando terreno anche nella
politica ufficiale. Non si tratta di stabilire se il multiculturalismo sia andato
“troppo oltre”. Il punto è quale direzione debba prendere. Se cioè debba
garantire alle persone la libertà di una scelta culturale invece di insistere sulla
salvaguardia di un'identità definita dalla comunità religiosa di provenienza,
ignorando tutte le altre priorità e affiliazioni.
L'attuale politica statale di promozione attiva delle nuove “scuole della fede”
per bambini musulmani, hindu, sikh e anche cristiani non è problematica solo
dal punto di vista educativo; incoraggia una percezione frammentata delle
aspirazioni di vita dei nuovi cittadini inglesi. Molte tra queste nuove istituzioni
sono state create proprio nel momento in cui l'importanza attribuita alla
religione era diventata una delle principali fonti di violenza nel mondo. Si
ripercorre una strada conosciuta dalla Gran Bretagna con la divisione tra
Cattolici e Protestanti nell'Irlanda del Nord che fu causata anche da una
scolarità segmentata.
Fa certamente bene il premier Tony Blair a notare che “in queste scuole c'è un
senso fortissimo dell'etica e dei valori”. Ma l'istruzione non consiste soltanto nel
tenere i bambini, anche quelli molto piccoli, immersi in un'etica vecchia,
ereditata. Consiste anche nell'aiutarli a sviluppare la capacità di ragionare sulle
decisioni che dovranno prendere da adulti. Uno scopo ben più importante del
raggiungimento di qualche parità stereotipata rispetto ai britannici.
Le azioni della gente sono influenzate da molte affiliazioni, non solo da quella
religiosa. Per esempio, la separazione del Bangladesh dal Pakistan era collegata
alla fedeltà manifestata alla lingua e alla letteratura bengalesi, assieme ad altre
priorità laiche condivise da tutti gli schieramenti politici del Pakistan prima
che il Paese fosse diviso. I musulmani del Bangladesh che vivono in Gran
Bretagna o in qualsiasi altro posto possono benissimo essere orgogliosi della
loro fede islamica, ma questa non offusca la dignità delle altre affiliazioni. Il
multiculturalismo che pone l'accento su libertà e ragione va distinto dai
“monoculturalismi plurimi” con rigida cementazione delle divisioni. Alle
madrassa, le scuole religiose islamiche, può interessare poco il fatto che quando
un matematico moderno invoca un algoritmo per risolvere un problema di
calcolo difficile, aiuta a commemorare il contributo laico del grande matematico
musulmano del IX secolo Al-Khwarizmi, dal cui nome deriva quel termine
(“algebra” viene dal suo libro, Al Jabr wa-al-Muqabilah). Non esiste alcun
motivo per cui i vecchi britannici, come i nuovi, non debbano celebrare questi
grandi collegamenti. Il mondo non è una federazione di appartenenze etniche
religiose. Né lo è, si spera, la Gran Bretagna.

Amartya Sen 2005

(Traduzione di Laura Toschi)

Corriere della sera, 1 dicembre 2005
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