Politica e lingue

Prevista la morte della lingua italiana (e quindi dell’Italia) nel 2050.

De profundis per la lingua italiana nel 2050: “C’è davvero bisogno di aspettare altri 32 anni?”

Articolo uscito su "La Nazione" il 10 gennaio 2018.

Nel 2050: sarà il De Profundis per la lingua italiana.

C’è anche la previsione della data in cui la lingua italiana collasserà: il 2050, una landa desolata zeppa però di termini stranieri, ma povera di congiuntivi e di vocaboli già desueti come abnegazione, accolito, ma anche tedio, fragrante, ameno… Ma c`è davvero bisogno di aspettare altri 32 anni?

Già ai nostri giorni, grazie all’ internet-vocabolario, stanno scomparendo la seconda e la terza coniugazione dei verbi, con taggare, loggare & Co a imperversare (anche questo però in… are). E’ il succo dell’allarme lanciato, non da ora, dal presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini, che è anche docente di Storia della lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale. Preoccupante, ma ancora nulla rispetto agli scenari paventati da Meta Net, il network europeo composto da 60 centri di ricerca in 34 Paesi che in 31 volumi ha teorizzato l’estinzione di 21 lingue europee, italiano in pole position. Colpa degli smartphone, per dirlo in tre parole, ma la situazione è più complessa: il vecchio continente vive una grave crisi di comunicazione, cioè non ha supporto sufficiente dalla tecnologia dell’informazione per sopravvivere nel mondo digitale, dominato dall’inglese. Questo significa difficoltà negli scambi commerciali, ma anche nella circolazione delle informazioni: soltanto una parte minima di quelle importanti diventa disponibile in tutte le lingue europee. Così i cittadini dell’Europa, liberati dalle frontiere, restano prigionieri dei propri confini linguistici. Gli studiosi di Meta Net attribuiscono a questo gap persino i problemi di comprensione fra stati su di una cosa da nulla (!) come la crisi finanziaria e propongono investimenti mirati nelle tecnologie linguistiche per trasformare le diversità degli idiomi in un vantaggio. Già, ma in soldoni? Facciamo tutti continuo uso di tecnologie linguistiche, dallo scrivere un’e-mail alle prenotazioni on line, ma l’inglese è già pervasivo e per l’immediato futuro le lingue meno parlate, come l’italiano, non disporranno di tutti i dati necessari per alimentare, per così dire, le tecnologie linguistiche necessarie a dialogare con robot e altri prodotti altamente tecnologici. Soltanto la rimozione delle barriere comunicative potrà consentirci di ottenere informazioni e servirà anche a gettare le basi di un mercato digitale unico che favorirebbe la libera circolazione di ogni prodotto. Ma come si fa con il paziente-italiano con una resistenza lessicale già vicina alla zero e che, solo per dirla una, fin da principio non ha voluto imporre neppure uno dei propri vocaboli al rapporto con la rete? Non è così in altri Paesi europei, in Francia e in Spagna ad esempio, che hanno un supporto digitale più forte di italiano, tedesco, olandese, catalano, polacco, ungherese, rumeno, fra le 21 lingue a rischio di estinzione digitale. L’Islanda docet: dieci anni di smartphone sono riusciti nella devastazione della lingua come non hanno saputo fare cinque secoli di dominazione danese. I giovani islandesi hanno ormai adottato l’inglese nelle conversazioni digitali e, dicono le cronache, anche orali. E sono destinate a subire la stessa sorte dell’islandese anche il bulgaro, il croato, il ceco, il danese, l’estone, il finlande, il greco, il gaelico, il lettone, il lituano, il maltese, il norvegese, il portoghese… un elenco incompleto ma condannato ad allungarsi.

In assenza di rimedi, dobbiamo rassegnarci a un futuro che anche da noi è già nell’eloquio dei più giovani, quelli che affidano ogni intenzione e respiro a Whatsapp e persino i pochissimi non tecnologici. Tempi verbali limitati al presente, avverbi trasformati in aggettivi, inglesismi che con un solo vocabolo ne eliminano almeno tre italiani. “Mission” ad esempio cancella obiettivo, finalità, strategia, sostantivi nostrani che pure non sfigurano in una frase. E mancheranno sempre di più le parole per salvarci: nell’era della connessione continua nessuno ha l’alibi del “fuori stanza” e del “fuori città”.

Anna Langone | La Gazzetta del Mezzogiorno | 10.3.2018

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