Modi di dire e dintorni.

Come evitare il “colpo di grazia”.
Quanti significati legati a una parola.

E’ già capitato, in passato, di evidenziare come alcune parole ricorrano più spesso di altre nei modi di dire. Si prenda per esempio il termine “colpo”, presente in almeno una trentina di espressioni di uso comune nella lingua italiana. Quella di cui ci occupiamo stavolta è “colpo di grazia”. In passato il “colpo di grazia” era quello mortale riservato ai feriti gravi sul campo di battaglia, per risparmiare loro le sofferenze di una lenta agonia. Era, insomma, un gesto di compassione, che poteva essere concesso persino ai nemici. In tempi più recenti, esso veniva inferto anche alle vittime di un’esecuzione capitale mal riuscita.
Con il tempo, però, questa espressione ha perso quel senso di pietà che la caratterizzava e ora “dare il colpo di grazia” significa solo portare qualcuno al tracollo definitivo.
(Da La Nazione, 12/3/2014).

Quando parliamo di “zoccolo duro”
E da una situazione ne nascono mille

Già in passato è capitato di osservare che alcuni modi di dire sono di origine recente, malgrado il loro uso sia così diffuso da fare ritenere una maggiore sedimentazione all’interno della lingua italiana. Un altro esempio in questo senso ci viene fornito da “zoccolo duro”. Ma che significa questa espressione?
Come anticipato, la sua origine è piuttosto recente: “zoccolo duro” nasce infatti negli anni Ottanta all’interno del linguaggio politico in riferimento ai primi cali elettorali del Pci. Si parlò, allora, di una base del partito tenacissima, capace di resistere agli attacchi di tutte le altre formazioni politiche proprio per le sue radici che poggiavano su strutture granitiche. Con il tempo, soprattutto grazie ai giornali, la locuzione si è estesa ad altri ambiti, tanto che adesso esiste financo lo “zoccolo duro” dei fan di una serie tv.
(Da La Nazione, 19/3/2014).

Parole fiorentine

Per avere ufizii stare a bottega

“Firenze fu il centro di una così grande cultura perché fu la sede delle maggiori libertà che erano allora possibili”. Così parlò il cronista Giovanni Villani a proposito delle Arti, forma medievale organizzata di tutte le attività economiche cittadine. Da qui l’espressione “A Firenze per avere ufizii, bisogna avere bel palazzo e stare a bottega”, perché molto importanti incarichi pubblici erano spesso affidati a ricchi commercianti.
(Da La Nazione, 23/6/2014).

Appendere il cappello al chiodo
Comunque vada, sarà un successo

Non molto tempo fa ci eravamo occupati dell’espressione “appendere al chiodo” (gli scarpini, per esempio), cioè ritirarsi o abbandonare una data attività perché non ci si ritiene più adatti per praticarla. Il modo di dire di questa volta è molto simile al precedente, ma ben diverso è il suo significato: cosa s’intende dunque con “appendere il cappello al chiodo”?
La locuzione “appendere il cappello al chiodo”si riferisce a chi si sistema in in casa d’altri, all’uomo che corteggia una donna, si trasferisce da lei e si fa mantenere (anche dopo un eventuale matrimonio). La locuzione “appendere il cappello al chiodo può voler dire pure “acquisire un diritto, anche minimo, da rivendicare a tempo debito”. In questo caso l’origine del detto si deve a una favola nella quale il protagonista, costretto a vendere casa, si riservò il diritto di proprietà su un chiodo a cui attaccò un cappello. Grazie a questo espediente poté rientrare in possesso dell’alloggio.
(Da La Nazione, 26/3/2014).

Parole fiorentine

Chi sta a’ marmi sente d’amore

“Chi sta a’ marmi di Santa Maria del Fiore, o è pazzo o sente d’amore”. Era espressione in cui Santa Maria del Fiore, oltre che come principale centro religioso cittadino, assurgeva a luogo di ritrovo per altro tipo di “fede”. Il Duomo infatti un tempo era punto di ritrovo dei fiorentini nelle sere d’estate, in particolare qui si davano appuntamento gli innamorati.
(Da La Nazione, 30/3/2014).

 

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