Mobilità universitaria transnazionale

Focus Le nuove lauree. La classifica

Cresce la mobilità internazionale degli universitari.

Un tempo era solo l’Erasmus o il PhD, oggi si parte prima

Tre a Malta, 6.802 in Germania: gli studenti che vanno all’estero

di Gabriela Jacomella

Quasi trentamila, contando quelli che hanno scelto di restare in Europa e quelli che si sono spinti più lontano. Praticamente, un piccolo esercito. Sono le ragazze e i ragazzi italiani che hanno deciso di laurearsi in un altro Paese, parlando e scrivendo in un’altra lingua. Stranieri d’adozione non per il tempo breve di un Erasmus, ma per un intero corso di studi: laurea di primo livello oppure, più spesso, laurea specialistica. Perché se un tempo, la molla per spiccare il grande salto erano soprattutto i PhD (doctor of philosophy, il nostro dottorato di ricerca) o gli ambitissimi Mba (Master of business administration), ora il percorso sembra invertito; chi può, fa le valigie prima. Per poi, magari, tornarsene alla base a ciclo concluso. «La mobilità internazionale degli studenti è cresciuta moltissimo. Ovviamente favorita dal Processo di Bologna», vale a dire l’armonizzazione a livello europeo dei sistemi di istruzione superiore, articolati in tre cicli, «anche se in realtà – spiega l’economista Andrea Sironi, prorettore all’Internazionalizzazione della Bocconi – la durata può essere diversa: da noi ha prevalso il modello 3+2, ma in Spagna o in Gran Bretagna la linea è quella del 4+1». E già da quest’ultima precisazione si intuisce molto del nuovo fenomeno: «Se ho l’opportunità di fare un pre experience master (laurea di secondo livello, ndr) di un anno solo, chiudo il ciclo in 4 anni invece che in 5». Il vento dell’istruzione accademica, insomma, sta cambiando. «E credo che presto coinvolgerà anche gli undergraduate, gli studenti al primo livello». Ma quali sono le mete più ambite dagli universitari italiani in trasferta? In testa alla graduatoria, nella categoria Isced 5A – le nostre lauree di primo e secondo livello, nella classificazione standard per l’istruzione creata dall’Unesco – spicca, a sorpresa, la Germania: 6.802 presenze. Sarà perché i contributi alle spese sono piuttosto bassi; alla Freie Universität di Berlino, per dire, si pagano circa 850 euro, cui vanno aggiunti vitto e alloggio (ma il costo della vita, qui, è ridotto). «Nei Paesi nordici, poi, il sistema di istruzione superiore, di altissima qualità, è finanziato dallo Stato. E i cittadini comunitari non pagano alcuna retta». A Parigi, all’École Polytechnique – 28° nel ranking delle Top 200 Universities, appena diffuso da Times-Qs -, la differenza tra «comunitari» e non si quantifica in 3.500 euro; la somma che gli extra-Ue devono sborsare per il primo anno di studi. Nel 2005, in Francia, gli italiani erano 2.805, contro i 2.879 negli atenei svizzeri (dove invece si va da un massimo di 500 euro nel pubblico, ai 3.000 e oltre del privato). Non che il «sogno americano» (e britannico) abbia perso il suo fascino: nel 2005, in Gran Bretagna c’ erano 3.552 universitari con passaporto italiano; stessa quota per gli atenei statunitensi (ma il dato, fornito da Almalaurea, è comprensivo di Mba e PhD). È che non sono in tanti, borse di studio e prestiti a parte, a potersi permettere rette da 26mila euro l’anno in media per un corso alla Columbia di New York (11° nel ranking Times-Qs) o al CalTech di Pasadena (al 7° posto). E restare su questo lato dell’Atlantico aiuta fino a un certo punto: a Cambridge la retta annuale è di 4.500 euro più il tasso di inflazione, all’Imperial College si va dai 18.500 ai 46.500 euro. Lo scoglio successivo è quello della selezione: «Spesso i nostri studenti sono penalizzati da una scarsa conoscenza del sistema di valutazione», commenta Sironi. Infine, il riconoscimento dei titoli: «Se l’ateneo è all’interno dell’Unione europea, tutto tranquillo. Una laurea ad Harvard, paradossalmente, qui non vale niente, se non sul mercato…». Eppure, il fenomeno c’ è, ed è inarrestabile: «Il rischio che nel secondo ciclo di studi i nostri ragazzi più brillanti vadano via è fortissimo. Ma il vero problema del sistema italiano è che, al momento, non attrae i “cervelli” stranieri. È su questo fronte che, in Bocconi, ci stiamo muovendo: abbiamo sei corsi internazionali nel biennio, un programma di borse di studio… Perché la mobilità internazionale è un fenomeno positivo, purché reciproco. E focalizzato sulla qualità. Ma questo, molti atenei non l’ hanno ancora capito».

(Dal Corriere della Sera, 25/11/2007).

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