L'ERA comunica

Ministro Articolo 11: la proposta inviata alla Presidente Meloni

Una funzione permanente dello Stato per organizzare la pace prima, durante e dopo i conflitti.

Il 21 luglio 2026 Kadmo Giorgio Pagano, Segretario dell’ERA – “Esperanto” Radikala Asocio ETS, ha inviato alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e per conoscenza al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, una proposta per la tempestiva nomina di un “Ministro Articolo 11” presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.

La proposta non riguarda la creazione di un nuovo dicastero, di una burocrazia autonoma o di un contropotere pacifista, ma l’istituzione di una funzione permanente dello Stato incaricata di organizzare la pace prima, durante e dopo i conflitti, attraverso indirizzo, impulso, coordinamento e raccordo delle competenze già esistenti.
Di seguito il testo integrale della lettera.

Proposta per la tempestiva nomina di un «Ministro Articolo 11»
presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Giorgia Meloni
Palazzo Chigi
Roma 
e, per conoscenza

Al Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella
Palazzo del Quirinale
Roma

Roma, 21 luglio 2026

Presidente, 
Le sottopongo una proposta istituzionale semplice, immediatamente riconoscibile e capace di dar­e all’Italia un primato politico e costituzionale: la nomina, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, di un Ministro senza portafoglio incaricato dell’attuazione permanente dell’articolo 11 della Costituzione, denominato Ministro Articolo 11.
Non un “ministero” della pace. Non un nuovo apparato, né un nuovo centro di spesa destinato a moltiplicare strutture, incarichi e nomine a carico dei cittadini.

Si propone una nuova funzione dello Stato.

Una funzione permanente di governo.
L’articolo 11 non si limita a ripudiare la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali. Indica anche ciò che la Repubblica è chiamata positivamente a costruire: un ordinamento capace di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni e la promozione delle organizzazioni rivolte a tale scopo.
Ebbene, per la difesa, la sicurezza e la gestione delle crisi lo Stato ha attribuito responsabilità, istituito strutture, destinato risorse e definito procedure permanenti; non esiste invece una funzione di governo altrettanto permanente e riconoscibile, affidata ad un Ministro incaricato di organizzare e mettere in campo gli strumenti della pace prima che la guerra si palesi e deflagri.

SI NON VIS BELLUM, PARA PACEM.
Se non vuoi la guerra, prepara la pace.

PARA PACEM — preparare la pace — significa organizzarla, renderla permanente e dotarla di strumenti concreti: diplomazia, economia, energia, tecnologia, lingua, cultura, cooperazione, sicurezza civile e una difesa olistica, capace di proteggere insieme la Patria, la popolazione, le infrastrutture e chi è chiamato a difenderle.
Significa operare:

  • prima del conflitto, per prevenirlo;
  • durante il conflitto, per limitarne l’escalation e i danni e riaprire i canali del dialogo;
  • dopo il conflitto, per ricostruire i rapporti e impedire che la guerra ritorni.

Da oltre trent’anni viene proposta in Italia la creazione di un vero e proprio Ministero della Pace. Non è questa la proposta!
Non si chiede un nuovo dicastero, una burocrazia autonoma o una rappresentanza istituzionale del pacifismo organizzato. Non si propone un contropotere destinato ad affiancarsi o a contrapporsi al Ministero della Difesa.
Si propone un Ministro senza portafoglio presso la Presidenza del Consiglio, con una struttura essenziale, incaricato di assicurare l’attuazione permanente dell’articolo 11 attraverso funzioni di indirizzo, impulso, coordinamento, verifica e raccordo delle competenze già esistenti.

Non un ministro del pacifismo, ma un ministro della Repubblica
incaricato di organizzare istituzionalmente la pace.

L’articolo 11 e l’articolo 52 non delineano due indirizzi contrapposti. Il ripudio della guerra offensiva e il sacro dovere di difesa della Patria appartengono alla medesima responsabilità repubblicana. Lo stesso ordinamento ha già collegato i due articoli nella disciplina del Servizio civile universale, riconoscendo che la difesa della Patria non si esaurisce nel solo strumento armato.
La pace organizzata è una assicurazione sulla Difesa e per la Difesa: riduce il rischio che sia necessario ricorrere alle armi e contribuisce a garantire che l’impiego della forza resti realmente difensivo, necessario ed estremo.
Prima di chiedere ai propri militari di affrontare il combattimento e rischiare la vita, la Repubblica ha il dovere di avere già organizzato, in via permanente, ogni attività capace di prevenire il conflitto, contenerne l’escalation, promuovere la mediazione e ricercare una soluzione politica.
Il coraggio di chi indossa una divisa non libera lo Stato dal dovere di proteggerlo.
Chi è chiamato a combattere deve poter confidare che lo Stato abbia fatto tutto il possibile perché il sacrificio estremo non diventi necessario.

«Pacista»  — questo è il termine preciso per connotare questa innovativa etica — esprime in breve l’identità di chi organizza la pace per proteggere sia la Patria sia chi è chiamato a difenderla.
Il pacista è amico delle Forze armate; anzi, sa che il suo primo compito è fare tutto il possibile e persino tentare l’impossibile perché il loro impiego e il loro schieramento restino davvero l’ultima risorsa.
La mia nonviolenza non è nata contro la divisa, ma accanto ad essa, riconoscendola come sorella nel servizio alla Patria e alla persona. Sono figlio di un brigadiere dei Carabinieri e, da bambino, fui la mascotte della caserma dei Carabinieri di San Donà di Piave, dove prestava servizio mio padre. Ho conosciuto la divisa come protezione, disciplina, senso dello Stato, onore, comunità e servizio. Mio padre non diceva mai: «Vado a lavorare»; diceva: «Sono di servizio». Proprio per questo considero il primo dovere dello Stato verso i suoi difensori vegliare su di loro.

Lei stessa, al Memoriale di Gandhi a Nuova Delhi, ha ricordato le parole dedicate dal Mahatma a Giuseppe Mazzini e li ha definiti «due patrioti» che indicarono il cammino ai rispettivi popoli. Quell’accostamento contiene una verità politica profonda: la pace e la nonviolenza non sono rinuncia alla Nazione.
Gandhi fu un grande nazionalista della liberazione e un custode della tradizione della propria civiltà. Fece della nonviolenza una forza di indipendenza. Mazzini legò la Patria a una responsabilità morale e universale. Il Ministro Articolo 11 rappresenterebbe una traduzione repubblicana contemporanea della medesima intuizione: fare della pace e del benessere che essa rende possibile uno dei fini più alti della Repubblica, rendendo la Nazione più autonoma e prospera, proteggendo chi è chiamato a difenderla.
Nel recente incontro con il Primo Ministro Narendra Modi, Lei ha elevato il rapporto fra Italia e India a Partenariato strategico speciale, trasformando il dialogo fra due civiltà millenarie in accordi concreti e indicando la promozione della pace, il dialogo e la diplomazia fra le responsabilità comuni. Il Primo Ministro Modi ha accostato Roma e Varanasi come città eterne, nelle quali la profondità della storia incontra la visione del futuro.
Roma può attribuire a questo accostamento storico una forza che nessun’altra capitale possiede. Roma è capitale della Repubblica italiana e, nella coscienza del mondo, centro universale della cattolicità. Questa duplice realtà non comporta confusione fra Stato e Chiesa: impone una responsabilità culturale e politica all’altezza della storia della città, non a caso definita eterna.

In una fase nella quale altrove si torna persino a riportare la guerra nel nome dell’apparato statale e la religione viene invocata per accompagnare la conduzione dei conflitti, Roma potrebbe compiere un gesto di segno opposto e più consono alla propria storia: portare la pace dentro la struttura permanente del Governo.
Significherebbe anche riportare i cattolici fuori dalle catacombe civili nelle quali, in molte parti del mondo, vengono troppo spesso ricacciati: non soltanto come comunità di fede bimillenaria, ma come forza culturale, morale e politica chiamata a concorrere visibilmente alla costruzione di una pace reale.
Laddove altri riportano la guerra nel nome dello Stato, l’Italia può portare la pace nella sua organizzazione di governo. Non è una risposta polemica rivolta ad altri Paesi, ma l’affermazione autonoma di una civiltà politica.
In un tempo nel quale l’innovazione viene troppo spesso identificata soltanto con nuove armi, nuove tecnologie e intelligenze artificiali, l’Italia può offrire al mondo una propria IU, l’Intelligenza Umanistica: un’innovazione istituzionale radicata nella Costituzione, nella storia di Roma e nella centralità cristiana della persona.
Per troppo tempo Pace e Difesa sono state rappresentate come culture avversarie. Il Suo Governo potrebbe superare questa frattura: non affidando la Pace a un contropotere contrapposto alla Difesa, ma facendone una responsabilità nazionale di chi governa, mediante un atto istituzionalmente leggero e compatibile con la figura del Ministro senza portafoglio, già prevista dal nostro ordinamento.

La Pace cesserebbe di appartenere a una parte politica
e diventerebbe ciò che deve essere:
una funzione della Repubblica.

Le chiedo pertanto la possibilità di un incontro, anche di pochi minuti, per illustrarLe l’impianto essenziale, le funzioni possibili e il valore che questa innovazione potrebbe assumere per l’Italia, in Europa e nel mondo.

Confidando nella Sua attenzione, Le porgo i miei più cordiali saluti.

Kadmo Giorgio Pagano
Segretario di ERA-ETS  (era.ong), giornalista, già Decano del Senato del Partito Radicale (1993–2016)

 

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