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Politica e lingue

METODI PER LA DIFESA DELLE LINGUE EUROPEE 9/01/96

METODI PER LA DIFESA DELLE LINGUE EUROPEE.

di Licia DONATI

I metodi che gli stati europei oggi dovrebbero seguire per salvarsi dall’ecocatastrofe linguistica sono due:
1) adozione dell’esperanto come lingua ufficiale comune
2) difesa delle singole lingue nazionali compiuta da ogni stato per conto suo con mezzi suoi propri, perch‚ DIVERSE SONO LE CONDIZIONI politiche , economiche e soprattutto PSICOLOGICHE DEI POPOLI EUROPEI.

È superfluo dilungarsi sulla bontà del primo metodo, cioè sull’adozione dell’esperanto come lingua europea comune, perchè l’argomento è stato ampiamente sviscerato da Andrea Chiti-Batelli: il metodo non solo è buono, ma ottimo! A chi osserva che l’esperanto è lingua artificiale si può fare notare che anche la cupola di S. Pietro e la cattedrale di Chartres sono artificiali, come ogni creazione del genio umano. In più l’essere nato Zamenhof in Europa e in una regione centrale fra l’Occidente e l’Oriente europeo, dà alla lingua da lui inventata un valore quasi simbolico.

Utile è invece soffermarsi sul secondo metodo: la difesa particolare della propria lingua che ogni popolo al suo interno deve organizzare da sé stesso, se vuole veramente salvarsi dal colonialismo linguistico in atto. Giustamente A.C.B., distinguendo fra il pernicioso nazionalismo e il sano sentimento nazionale, scrive che non servono <­<­iniezioni di nazionalismo>> (3, p. 23), ma che <­<­una lingua viva… è il mezzo in cui s’incarnano una cultura, un’anima nazionale… che non può vivere senza quel corpo>> (3, p. 30).
Oggi difendono la loro lingua non solo le forti e superbe Francia e Germania, ma anche la ben più modesta Spagna, che dice <­<­cumbre>> quando noi diciamo <­<­summit>>, <­<­jefe>> quando noi diciamo <­<­boss>>, <­<­medios de comunicaci¢n>> quando noi diciamo <­<­mass media>>, <­<­pruebas nucleares>> quando noi diciamo <­<­tests nucleari>>, ecc. Dal canto suo l’Italia cosa fa per la salvaguardia della lingua? Nulla di nulla, anzi si adopera in ogni modo per distruggerla sempre più. La maggioranza degli italiani, fra cui sono compresi quasi tutti i politici, toglie ogni giorno una parola dal vocabolario italiano per sostituirla con una straniera, con un gusto, con una voluttà che ha del sorprendente. Basta accendere la televisione e la radio, basta aprire un giornale per accorgersene. L’ITALIANO non diventerà un dialetto, È GIÀ UN DIALETTO! Noi diciamo ancora <­<­polenta>>, <­<­minestra>>, <­<­pollo arrosto>>, ma per le cose importanti da cui dipendono i destini della nazione diciamo <<establishment>>, <­<­leader>>, <­<­premier>>… Nessun giornale europeo è tanto spaventosamente sconciato dalla presenza di parole straniere quanto i giornali italiani. Al tempo del comunismo per sentire un giornale radio decente bisognava ascoltare Radio Tirana! E qui sta il nocciolo del problema.
A.B.C. parla della psicologia dei popoli europei come se fosse uguale per tutti. No! LA PSICOLOGIA DEGLI ITALIANI È UNICA! il <­<­ruere in servitium>> tacitiano che A.B.C. ricorda (3, p. 30) si attaglia particolarmente all’Italia, innanzi tutto all’Italia, perch‚ secoli di sudditanza hanno lasciato una traccia indelebile nel suo patrimonio genetico. Vero è che gli italiani, tanto è lo spirito servile che li anima, NON SONO CONTENTI SE NON QUANDO HANNO TROVATO UN PADRONE, come i cani: se si fossero trovati al di là della cortina di ferro avrebbero imparato con gusto il russo e parleranno forse un giorno con gusto il tedesco…

Dunque perché non vedono di buon occhio il cammino dell’esperanto come mezzo per affrancarsi dal colonialismo americano? Ma è chiaro! Perché non è la lingua di nessun padrone e proprio perché potrebbe affrancarli: loro infatti NON HANNO NESSUNA VOGLIA DI ESSERE AFFRANCATI.
L’ostilità contro l’Esperanto è dovuta, dice ancora A.C.B. (3, p. 68) al timore di perdere la propria identità culturale: niente di più inesatto per quel che riguarda l’Italia, perché GLI ITALIANI NON VEDONO L’ORA DI PERDERLA, LA LORO IDENTITÀ CULTURALE, cioè non vedono l’ora di perdere i loro connotati migliori, com’è appunto la lingua; in quanto ai peggiori invece se li tengono ben stretti; infatti <­<­mafia>> è termine italiano usato in tutto il mondo…

<­<­Non è agendo sulla lingua che si potrà risolvere il problema, sibbene agendo sulla situazione in cui la lingua si muove>> (I.J. Calvet, in 3, p. 57): certo, LA VERA CAUSA DEL MALE È POLITICA, ma per quanto riguarda l’Italia è ANCHE PSICOLOGICA, poiché gli italiani hanno introiettato nel subconscio lo stato di fatto della sudditanza politica che ha prodotto un vero disprezzo di sé stessi (cfr. Sergio Romano, Finis Italiae, 1994, pp. 45 ss.).

In conclusione, perché non usare insieme i due metodi sopra nominati per difendere le lingue d’Europa? <­<­La lama di una forbice, se scompagnata, non perde il 50% della capacità di taglio: la perde al 100%>> (1, p. 17). AGIRE POLITICAMENTE SÌ, LAVORARE PER L’ESPERANTO SÌ, MA CONTEMPORANEAMEMNTE AGIRE SULLA LINGUA. Come? Usandola! Le parole sono come gli organi del corpo umano, si ammalano se non si usano. Bisogna convincere gli italiani a tornare alla loro lingua rendendoli coscienti di quanto sia stupido e pernicioso il loro spaventoso complesso di inferiorità.

Se lavoreremo solo per l’esperanto che ci dovrebbe difendere, rischieremo di costruire faticosamente una splendida corazza che, quando sarà finita, non servirà più a niente perchè l’essere vivente che doveva proteggere nel frattempo sarà già morto.
* * *

PERCH I RADICALI DELL’E.R.A. SBAGLIANO E COME POTREBBERO FARE INVECE PER VINCERE

Da quanto detto prima abbiamo visto che GLI AMANTI DELLA LINGUA ITALIANA SONO POCHISSIMI. Similmente SONO POCHISSIMI GLI AUTENTICI EUROPEISTI. Poich‚ i radicali dell’E.R.A. non possono pensare di coinvolgere che gli italiani appartenenti a quelle due categorie, devono per forza attirarli tutti.

Invece purtroppo rischiano di allontanarli con una CAMPAGNA CHE APPARE ASSAI INCOERENTE. Fanno propaganda con volantini in cui compaiono proprio quelle parole inglesi che loro dicono di volere combattere.
Di più, non usano Radio Radicale, strumento potentissimo che arriva in tutta Italia, come dovrebbero; anzi, per mezzo di Radio Radicale si comportano come Penelope, che disfaceva di notte la tela tessuta di giorno.
I giornalisti di Radio Radicale infatti accolgono quotidianamente nel loro linguaggio tutte le parole inglesi che vanno di moda oggi: tanto per fare un esempio, non c’è un solo congresso politico che non venga chiamato <­<­convention>>. È un inconscio conformismo, senz’altro, ma poco coerente con la storia e la tradizione del Partito Radicale.

Che cosa devono pensare gli ascoltatori? Che i radicali dell’E.R.A. predicano bene e razzolano male o, per meglio dire, che non credono abbastanza al pericolo <­<­glottofagico ed etnolitico dell’inglese… distruttore in radice delle altre lingue e delle altre culture>> (5, p. 14).

I radicali dell’E.R.A., che si lamentano di essere pochi, crescerebbero sicuramente se adottassero il seguente metodo:
1) RIPULIRE RADIO RADICALE DALLE PAROLE STRANIERE;
2) DICHIARARE PUBBLICAMENTE che tale pulizia è stata compiuta allo scopo di combattere il pericolo di estinzione della lingua italiana;
3) propagandare la campagna per l’introduzione dell’esperanto nella scuola elementare PRESENTANDOLA COME MEZZO EFFICACISSIMO DI DIFESA DELLA LINGUA E DELLA CULTURA ITALIANA.

Questo metodo farebbe forse troppo scandalo? Sarebbe troppo anticonformista? Appunto! Da che sono nati i radicali hanno usato l’anticonformismo e lo scandalo per vincere! Sarebbe una rivoluzione veramente radicale nel mondo della comunicazione che non costerebbe nulla, n‚ in tempo n‚ in denaro, costerebbe soltanto uno sforzo mentale e psicologico da parte degli organizzatori di Radio Radicale e darebbe un notevole risultato. I radicali dell’E.R.A. diventerebbero davvero credibili e POTREBBERO ATTIRARE TUTTI QUEI POCHISSIMI ITALIANI INTERESSATI AL PROBLEMA.

NOTE:
1) <­<­La comunicazione internazionale tra politica e glottodidattica…>>, A cura di A. Chiti-Batelli, Marzorati, Milano, 1987.
2) A. Chiti-Batelli, <­<­Una lingua per l’Europa>>, Cedam, Padova, 1987.
3) idem, <­<­Unità europea e pluralità delle culture>>, 1990.
4) idem, <­<­Una strategia per l’Esperanto>>, 1994.
5) idem, <­<­Perché mi sembra errata la linea di politica scolastica seguita dalla Esperanto Radikala Asocio>>, in <­<­l’esperanto>> anno 26, nr. 7, 25 sett. 1995.
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Licia DONATI – Casella postale 6096 Roma Prati – 00195 Roma, telef. 06-3728887

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